Storicamente. Laboratorio di storia

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Giuseppe Parlato, Fascisti senza Mussolini. Le origini del neofascismo in Italia 1943-1948

Il testo ricostruisce la riorganizzazione del fascismo passando attraverso le trame delle azioni sotterranee attuate dai fascisti per garantirsi una presenza politica nel nuovo sistema democratico. Carte di polizia e informative dei servizi segreti costituiscono uno degli apparati documentari principali, impiegati con cautela e lasciando aperti, in taluni casi, gli inevitabili margini di dubbio, insiti in fonti per loro natura complesse perché rivolte a più fini. Le innegabili collusioni tra neofascismo e servizi segreti statunitensi, sono situate da Parlato «in quella parte dell’Oss che faceva capo ad Angleton e che riteneva l’anticomunismo prioritario rispetto ad altre considerazioni» (p. 168) rifiutandosi, a ragione, di leggere in questa strategia un complessivo disegno statunitense di appoggio ideologico al neofascismo. La progressiva contrapposizione con l’Unione Sovietica impone agli USA un recupero strumentale, in chiave anticomunista, degli ex nemici fascisti per i quali si allarga lo spazio politico in seguito alla vittoria repubblicana al referendum e alla luce della forza del PCI (p. 212). Per l’a., i contatti tra i fascisti e i servizi segreti alleati sono anche una delle ragioni che limitano l’assorbimento dei fascisti nel PCI (p. 191).
Il taglio interpretativo conduce dentro a un articolato percorso non del fascismo ma dei fascismi, aspetto già evidente nella RSI in seguito al perduto carisma di Mussolini e al peso della sconfitta. Le diverse anime del fascismo non si confrontano democraticamente al loro interno, prolungando la loro riottosità dalla RSI al MSI. Gli elementi unificanti — tranne la funzione centrale che dovrebbe avere lo Stato — sono rivolti al passato, come il mito di Mussolini e il mito del regime (o quanto meno di alcuni suoi aspetti, come il nazionalismo e il colonialismo). È una conseguenza del passato anche la comune condizione di sconfitti, che temprerà l’identità missina in parte dei soldati fascisti prigionieri nei campi italiani del dopoguerra. Vi è poi la frustrazione di chi, abituato a posizioni di comando, (è il caso delle élites locali e nazionali fasciste) stenta a ripartire da posizioni defilate. La diaspora fascista si amplifica con la fine della guerra civile al punto che il nuovo partito del MSI, che rinuncia al termine fascista scegliendo la strada della legalità, è «destinato a una longevità sulla quale nessuno, allora, avrebbe scommesso» (p. 250). Il progetto di fascismo nel dopoguerra si scontra dinanzi a due possibili direzioni. La prima direzione è quella di un partito che ha al centro l’anticomunismo e che non vuole essere un partito di reduci. È questa l’intenzione di Pino Romualdi, l’uomo in contatto con l’OSS già dall’autunno 1944 (p. 80) che più di altri ha contributo ad avviare l’MSI. Romualdi vorrebbe un partito filo atlantico, più anticomunista che neofascista, per intercettare il voto cattolico conservatore, monarchico, per raccogliere l’eredità qualunquista, per creare un partito di opinione costruendo una vasta area di destra in un ambito strettamente legalitario, nella coscienza che gli equilibri politici interni e internazionali sono irreversibilmente mutati. L’altra direzione, quella assunta con la segreteria di Giorgio Almirante e attenuata dai segretari più moderati che gli succedono (Augusto De Marsanich, Arturo Michelini) resta votata a un partito nostalgico (dove si scontrano due diverse nostalgie, quella del fascismo regime e quella della RSI), un partito fortemente identitario, dal seguito ridotto, nonostante vengano create le organizzazioni collaterali del partito di massa. Per quanto estromesso dalla segreteria, Almirante e la linea nostalgica della RSI e della carta di Verona continuano a esercitare un forte peso nel partito e ciò spiega perché in queste condizioni (nonostante una serie di accordi con la DC durante gli anni ’50) l’MSI non sia affatto un partito democratico. La conclusione del libro («se la piazza antifascista non avesse bloccato, nel luglio 1960, il governo Tambroni sostenuto all’esterno dal MSI, l’Italia avrebbe visto l’evoluzione [democratica] della destra italiana con 35 anni di anticipo») ha il sapore di una frettolosa dichiarazione ad effetto, dato che le vicende del partito negli anni ’50 non sono affrontate nel testo. In questo caso l’a. adotta quegli «schematismi astratti» nei quali si era implicitamente ripromesso di non incorrere in nome «della complessità e della difficoltà interpretativa» (p. 35).
Rifuggono da un quadro più articolato anche alcuni passaggi relativi alla Decima Mas descritta come «nota e leggendaria per le azioni compiute in guerra, prima e dopo l’armistizio» (p. 83), una visione accettabile se collocata in una prospettiva di autorappresentazione, ma insufficiente come giudizio storico trattandosi di un corpo che, assieme alle Brigate nere, è il più feroce nella guerra civile e si macchia di numerosi crimini di guerra. Nel testo non si trova alcuna menzione della violenza che, per primi, hanno scatenato contro altri italiani proprio i corpi della RSI. Se l’atipica e proclamata posizione afascista della Decima Mas può porla come un canale privilegiato per i contatti con gli alleati, la sua prevalente pratica di guerra non si differenzia da quella delle Brigate nere, con azioni di polizia antipartigiana che si riversano più sulle torture verso i prigionieri che non in operazioni in campo aperto contro i nemici stranieri. La visione della RSI risulta appiattita sulla caduca interpretazione defeliciana del Mussolini buono e del Pavolini cattivo. La mancata lettura della violenza nella RSI è accentuata dall’avere ignorato il migliore studio sul ruolo di Mussolini nella militarizzazione del Partito fascista repubblicano (D. Gagliani, Brigate nere, Torino, Bollati Boringhieri, 1999). È altresì ignorata la casistica di punibilità dei fascisti adottata nel dopoguerra dalle Corti straordinarie di assise che avrebbe evitato il disinvolto avallo della versione di Pino Romualdi (p. 192) quando riferisce che c’erano stati fascisti arrestati e condannati solo perché appartenenti al Partito fascista (la semplice appartenenza al partito e ai corpi militari non è causa di rinvio a giudizio). Quanto all’amnistia del 1946, si deve riconoscere — come mostra Parlato — che i contatti tra fascisti e antifascisti ci furono. Si può discutere se il potere di ricatto dei fascisti sia stato più forte del progetto di pacificazione dell’antifascismo (a questo proposito il citato ministro Mario Bracci non era socialista, come erroneamente indicato, ma azionista, e nemmeno si può considerare Bracci il padre dell’amnistia avendo questi elaborato un testo diverso da quello approvato).
Nel quadro di un testo che rimane interessante non si può sottacere che, a passaggi di rigoroso confronto documentario, si alternano riferimenti generici, come quello dei fascisti uccisi dopo la liberazione (p. 118). Alla luce delle fonti sinora disponibili, sono accertabili circa 10.000 morti. La cifra di 20.000 fascisti uccisi, sostenuta dall’a., non è al momento in alcun modo documentabile.