Storicamente. Laboratorio di storia

Biblioteca

Studi recenti sulla crisi della coscienza europea

Oramai da alcuni anni, una nuova serie di studi va producendo una sempre migliore conoscenza della cruciale fase di passaggio dalla fine del Seicento ai primi decenni del Settecento, l'epoca storica che Paul Hazard definì – con una formula felice e, da allora, ampiamente utilizzata – di crisi della coscienza europea , di profonda riformulazione delle categorie concettuali con le quali la cultura del tempo pensava se stessa e il mondo. A entrare in crisi, nella Francia di Luigi XIV come in altri Stati del nostro continente, fu la tradizione del cartesianesimo, affiancato prima e sostituito poi da altre correnti di pensiero. La recente edizione delle missive ricevute da Pierre-Daniel Huet, curata da Elena Rapetti, illumina bene il complesso ed articolato panorama della Kulturgeschichte francese nel tardo XVII secolo, prima della penetrazione delle idee di Newton e del successo riscosso dal sistema esposto nei Principia .

L'epistolario di Huet, vescovo di Avranches, è notevole per mole, quantità degli interlocutori e varietà dei temi affrontati. Si tratta di lettres savantes , che rispecchiano in maniera quanto mai fedele l'ampiezza di interessi di Huet, erudito avant tout , come tiene a precisare la curatrice nella sua Introduzione . Durante una vita tanto lunga quanto operosa, Huet seppe spaziare dalla filologia alla nuova scienza sperimentale, dalla numismatica all'astronomia, dalla storia alla geografia. Nelle lettere a lui inviate si può ritrovare sia l'eco dei salotti mondani e dei dibattiti accademici, sia il riflesso di novità letterarie e accadimenti politico-religiosi. Huet richiede e scambia libri e manoscritti, prestandosi sempre volentieri a revisioni e collazioni. Il dialogo con Leibniz ebbe, già in quegli anni, risonanza pubblica. In altri casi, le lettere non vennero fatte circolare e conservarono, pertanto, il loro carattere privato. Emerge, dai carteggi di Huet, la cura estrema nel redigere, classificare e custodire in modo preciso i frutti del suo commercio letterario. Il vescovo fece dello studio la passione autentica di tutta la sua vita. Famoso rimane l'intervento nel Parallèle des anciens et des modernes di Perrault (1704). Nello spazio ristretto delle lettere ricevute da Huet, il sapere filosofico occupa una posizione indubbiamente proporzionata e congrua rispetto agli altri argomenti. I corrispondenti del vescovo francese, per la parte maggiore, sono tutti eruditi e antiquari, filologi e poeti che condividono i medesimi interessi. I richiami alle dispute filosofiche si presentano spesso come accenni alle novità librarie.

L'epistolario di Huet si presta dunque a una ricognizione circa l'attitudine dei suoi vari interlocutori verso il razionalismo cartesiano. La corrispondenza indirizzata al vescovo si presenta come il filo di Arianna che lega personalità e ambiti altrimenti diversi. Si tratta di scritti destinati a non essere diffusi, come attestano la sincerità e il tono confidenziale, l'amicizia e la stessa libertà di parola. I sei brevi itinerari qui antologizzati tratteggiano altrettante forme di opposizione al cartesianesimo nella seconda metà del Seicento, secolo contrassegnato dall'intreccio fecondo di posizioni assai sfumate, dal tessuto di reminiscenze e innovazioni la cui ricchezza oltrepassa, talvolta, i grandi sistemi post-cartesiani. La novità rappresentata da Descartes si viene a scontrare con l'ortodossia gesuitica ancora dominante nel caso di René Rapin, Louis Le Valois e Antoine Boschet. Avversari agguerriti di Descartes, questi ultimi riassumono con efficacia la duplice vocazione della Compagnia di Gesù all'insegnamento e alla difesa della fede controriformista. L'adesione alle opinioni comuni, la battaglia contro il “nuovo” ed il conformarsi alla lezione della religione tradizionale sono gli elementi – tra loro intimamente solidali – di quel modello unitario di sapere che la Ratio studiorum additò tra Cinque e Seicento.

La scolastica ignaziana delle Constitutiones si fondava sulle due autorità di Aristotele in filosofia e San Tommaso in teologia. La visione cristiana del mondo aveva così la propria unità dottrinale, con la filosofia in posizione ancillare rispetto alla teologia. Peraltro, almeno nelle lettere spedite a Huet, la riaffermazione dell'antico non coincide del tutto con una chiusura dogmatica e intransigente. Tra antichi e moderni, tra aristotelismo e cartesianesimo, traspaiono gli elogi della modestia e della moderazione, le vere virtù degli autentici filosofi. Tuttavia, l'approvazione di Gassendi, la simpatia per l'eclettismo e la riflessione asistematica, uno scetticismo moderato e distante dagli esiti radicali conseguiti da Pierre Bayle, sono tutte esplicitazioni dello spirito tridentino. Una strutturazione dell'albero delle scienze che rivela, illustra la Rapetti, un'«imparzialità strategica, esibita con il surrettizio scopo di accattivarsi il lettore per condurlo infine sulle proprie posizioni, forse piuttosto indizio di un atteggiamento intellettuale che fa della filosofia un mezzo e non un fine, uno strumento che può essere affinato, ma che non va considerato decisivo, esaustivo, totalizzante» (p. 14).

Negli ultimi tre percorsi epistolari, il cartesianesimo si confronta con forme di filosofie rinnovate, quali il sapere delle accademie sostenuto da Simon Foucher, l'epicureismo di Antoine Menjot e la via sincretistica incarnata da Jean-Baptiste Du Hamel. Il rifiuto di volere fondare la scienza sulla metafisica, messo in atto da Descartes, contraddistingue anche Menjot e Du Hamel. Espressione di cultura probabile e progressiva, la fisica (pure quella dei vortici) non può aspirare ad una certezza e verità incontrovertibili. Il ruolo preminente resta quello dell'esperienza. Teoria meccanicistica e finalismo paiono convivere armonicamente nelle lettere di tali novantiqui , non senza riecheggiare fantasmi baconiani. Quanto all'innatismo cartesiano, al dualismo di anima e corpo e allo studio medico dell'automatismo animale, sono i punti – nell'interpretazione dell'organismo vivente – che ispirano critiche di natura morfologica. Du Hamel, più di tutti, tenta di operare una conciliazione, «indice del superamento di posizioni filosofiche ritenute non irriducibili» (p. 18), provando a coniugare la gnoseologia di Descartes con l'orizzonte platonico-agostiniano (un rilettura destinata a non poca fortuna nella Francia del tardo XVII secolo). In conclusione, pare possibile affermare che il cartesianesimo – per quanto respinto nelle sue vesti di ésprit de système – sia stato tuttavia, per gli eruditi francesi vissuti al tempo del Re Sole – un termine di confronto imprescindibile. La filosofia di Descartes, come voleva Leibniz, poteva ben essere una semplice anticamera della verità, ma un'anticamera che si doveva attraversare per raggiungere le altre stanze del sapere. Criticato, vagliato, assunto con riserve anche forti, il cartesianesimo che cercarono di confutare i sei corrispondenti di Huet «è anche l'indice della varietà di posizioni che Descartes ha saputo suscitare, in un'epoca che, a buon diritto, è stata ribattezzata l' aetas cartesiana » (p. 19). Una considerazione, questa della curatrice, che ci sentiamo in sostanza di potere sottoscrivere.

Un altro, interessantissimo libro pubblicato di recente è l'edizione delle Lettere da Venezia a Madame la Comtesse de Caylus dell'abate Antonio Conti, a cura di Sylvie Mamy. Il testo delle missive, risalenti tutte al periodo 1727-1729, è di particolare rilievo anche per la trascrizione di un altro documento inedito, il Discorso sullo Stato della Francia .

In sede di Introduzione (pp. 1-76), la curatrice ricostruisce in dettaglio i due lunghi soggiorni di Conti in Francia, nel 1713-1715 e nel 1718-1726.

Dell'abate padovano, la Mamy ripercorre minuziosamente gli studi e i viaggi, le conversazioni intellettuali e le polemiche scientifico-letterarie. A Parigi, in particolare, il Conti poté dibattere personalmente con Fontanelle e Malebranche, quest'ultimo conosciuto in precedenza dal suo antico maestro padovano, il cartesiano Michelangelo Fardella. Nella capitale francese, vivissimo era l'interesse per le teorie newtoniane sulla luce e i colori. Lo stimolo ad osservare in prima persona gli esperimenti compiuti a Londra venne a Conti in quel milieu . Ecco spiegati il viaggio in Inghilterra, nel 1715, e l'affettuosa accoglienza dello stesso Newton, il quale gli fornì una dimostrazione astronomica e meccanica circa il peso della luna. Conti ebbe così modo di entrare in contatto con numerose personalità scientifiche di rango, come Edmund Halley, nonché con gli ambienti del partito whig – tra gli altri Mylord Pembrock, il duca di Buckingham, il massone Andrew Micheal Ramsay, autore del fortunatissimo Voyage de Cyrus – ed alcuni stuartisti dissidenti (su tutti Bolingbroke). Risale a questa tappa londinese la composizione contiana di poesie didascaliche, su argomenti scientifici newtoniani. Re Giorgio III di Hannover gli chiese anche di mediare tra lo stesso Newton ed il suo acerrimo nemico Leibniz (inutilmente, il matematico tedesco morì infatti nel 1716).

Rimpiangendo molto la fioritura intellettuale inglese, il Conti si rassegnò allora a ritornare in Francia, provandosi a divulgare a Parigi le osservazioni scientifiche newtoniane. Una conferma di quanto il cartesianesimo fosse oramai alle corde e costretto su posizioni di retroguardia. Frequentando il Club de l'Entresol, dove conobbe Montesquieu e dove si discuteva anche di Martin Clifford e del deismo britannico, Conti approfondì la lettura di quella metafisica moderna ispirata da Platone, ritrovando nella scuola di Cambridge i primi maestri del Newton.

Se prestiamo fede alle testimonianze di Voltaire e La Baumelle, Saint-Simon e Toaldo, fu in questo arco di mesi che Conti fece la conoscenza di Madame de Caylus, alla quale sarebbe rimasto – da allora e per sempre – intimamente legato. Lo attesta, anche, la più tarda pubblicazione (1770) dei Souvenirs della contessa. Le lettere presentate qui per la prima volta al pubblico, ottantasette in tutto, conservate alla Marciana di Venezia, ci raccontano di quell'amicizia, di quel canone a due voci di cui possiamo solo immaginare la parte mancante (le risposte, che non conosciamo, della signora).

Nelle missive contiane, talora un po' in codice, si parla molto di attualità politica (il sogno di un'Europa pacificata nel segno della Francia) e di storia, passata e presente. Questa è per Conti un eterno ritorno ai medesimi drammi, diversamente dall'antichità. Disgustato dalla contemporaneità, l'abate veneto si rifugia, spesso e volentieri, nell'utopia. Idealista, Conti si forgia un mondo suo e ne riferisce poi alla sua preziosa e colta interlocutrice. Scrive con gli occhi del sognatore e la mente del filosofo, che non si interessa all'azione concreta. Un risvolto nuovo nella nostra conoscenza del personaggio, altre volte così burbero e propenso a battagliare. Scrive giustamente la curatrice che, «per capire la Storia, a dire del Conti, occorre ritrarsi indietro dai fatti, vederli da lontano, considerarli secondo grandi linee e osservare rapporti diversi comparabili degli elementi che li costituiscono» (p. 24). Per l'abate Conti di queste lettere, il racconto storico va trattato drammaturgicamente, alla Tucidide. Nel passato va cercata una lezione generale, che possa servire all'umanità. Inoltre, quel che della Storia interessa all'intellettuale italiano è una buona scrittura. In una parola, lo stile. Ecco infatti gli esempi delle tragedie degli amici Paolo Rolli e Scipione Maffei.

Quindi le scienze: l'attualità scientifica si trova segnata nel carteggio dalla scomparsa di Newton, avvenuta nel 1727 ed evocata anche nell'elogio scritto in mortem dal Fontanelle (proprio lui, il più devoto dei cartesiani).

Il Conti che emerge dalle lettere è, innanzitutto, un grande erudito non esente da contraddizioni, forse un philosophe (ricordiamo che, secondo Nicola Badaloni, l'abate veneto era un libero pensatore che si muoveva tra Newton e Voltaire). La Mamy lo allontana maggiormente dalla realtà dei fatti e ne fa, forse esagerando, un uomo che vive in un mondo di idee. L'ansia di coerenza e organicità, il bisogno di alimentare continuamente la propria preparazione filosofico-scientifica sono, d'altronde, tratti salienti del nostro. Con Madame de Caylus, Conti ne conobbe anche il figlio, destinato, presto, a diventare amico dell'abate veneto e gentiluomo raffinato. Egli fu collezionista e incisore, antiquario e figura di spicco della società accademica parigina. Esteta e appartato, talento a un tempo enciclopedico e indipendente, il Caylus fu, inoltre, piuttosto libertino. A Parigi, il Conti si avvicinò pure al salotto musicale di Pierre Crozat, finanziere e amico delle arti, colui che introdusse Haendel in Francia. Con il conte di Caylus l'abate italiano aveva in comune la passione per le diatribe sulla musica antica e moderna. E qui le preferenze dell'intellettuale veneto andavano, ancora una volta, alla prima (greca soprattutto), mentre il giovane aristocratico transalpino prediligeva la musica rinascimentale. Conti fece poi conoscere al suo nobile sodale Vivaldi e Albinoni, non mancando neppure di esternargli il disappunto per la troppo grande fama – a suo dire – di cui il castrato Farinelli godeva sia a Napoli sia a Venezia. L'abate, nella capitale francese e poi al ritorno in patria, si improvvisò anche poeta di cantate.

Le lettere scambiate con Madame de Caylus sono la storia di un sodalizio fatto di piccole e grandi cose, di un rapporto non solo tra persone, bensì tra due veri e propri clan. Difatti, «queste lettere da Venezia – osserva la curatrice – non sono indice soltanto di un discorso fra amici, o del filo di quel discorso, quando anche, e forse più, sono lo specchio di una conversazione fra due comunità, due gruppi di persone», rispettivamente francesi ed italiane (tra le prime ricordiamo perlomeno Desmolets).

Fino alla morte della contessa, sopraggiunta improvvisa, per malattia, nel 1729, il Conti visse con lei – sia pure solo epistolarmente – colloqui e scambi d'idee, tristezze e gioie, nel tentativo continuo di annullare le distanze, di immaginare, sempre, l'altro che non c'è. Mentore e guida, suggeritore e consigliere fidato, il Conti soffrì sino in fondo – una volta perduta l'amica – la nostalgia dell'assente. A consolarlo, rimaneva lo stoicismo di sempre, mentre il tempo pareva perduto e sospeso. Il Nostro rimase quello che Madame de Caylus aveva conosciuto, fino alla morte nel 1749, dopo un ventennio d'inalterati ricordi. Nelle lettere inviate all'amica, tuttavia, non si rilegge oggi solamente la pura saldezza di un legame intenso. Anche se la contessa non amava (eccessivamente) la precisione dei discorsi scientifici e delle osservazioni sperimentali, il Conti non rinunciò alla sua volontà (che condivideva con i soci della Royal Society) di diffusione della scienza e del sapere. Scopo della vita del Nostro fu la conoscenza, la spiegazione e la comprensione. Comunicare la crescita della conoscenza, ricevere e spedire libri, incentivare traduzioni e stampe (si pensi alla pubblicazione della Géométrie di Malezieu e alla promozione degli scritti biologici del fedele Antonio Vallisneri): furono solo questi gli obiettivi che l'abate veneto perseguì sino alla fine dei suoi giorni. Il Conti che scriveva da Venezia alla contessa era quindi un duplice interlocutore: da un lato l'amico che confessa, solitario, se stesso a un altro se stesso; dall'altro lo scienziato e l'uomo di cultura – una cultura, dice bene la Mamy, franco-italiana – che non teme a incoraggiare la lettura di libri importanti. Tra questi, ad esempio, il Cato di Joseph Addison (rappresentato per la prima volta nel 1713) oppure i Gulliver's Travels di Jonathan Swift (usciti, com'è noto, nel 1726). Tra le opere scientifiche, il Conti segnala a Madame de Caylus la Universal Arithmetick newtoniana, ristampata in Londra nel 1720 (la prima edizione, frutto delle lezioni tenute all'Università di Cambridge negli anni Sessanta del Seicento, era apparsa nel 1707). Coraggiosa, è il caso di dirlo, la citazione contiana dell' Istoria civile del regno di Napoli di Pietro Giannone, nella traduzione francese (La Haye 1724).