Storicamente. Laboratorio di storia

Dossier

Il nemico del cuore. La Nuova donna nell'immaginario maschile novecentesco

In quanto prodotto dell'immaginario dell'uomo contemporaneo, la figura negativa della Nuova donna va inquadrata nel più ampio contesto culturale della misoginia maschile; a sua volta, la misoginia maschile ha presentato nell'età contemporanea significative connessioni con un secondo atteggiamento, che potremmo approssimativamente definire come "antimodernismo": cioè rifiuto, critica radicale o profondo scetticismo nei confronti di una visione ottimisticamente evolutiva della civiltà occidentale. Il timore di un fatale declino della supremazia maschile, pressante (non senza qualche ragione) in età contemporanea, costituisce lo sfondo simbolico sul quale antimodernismo e misoginia si incontrano, e non di rado si alimentano a vicenda. Lo stereotipo negativo della Nuova donna è in fondo il frutto di questo connubio angoscioso; la misoginia maschile contemporanea, in altre parole, può essere interpretata anche come un atteggiamento di diffidenza o resistenza a processi di modernizzazione che prefigurano un mutamento dell'equilibrio di potere fra i generi.

La caratterizzazione negativa della donna, in generale, non è certo esclusiva dell'immaginario maschile novecentesco. Una lunga tradizione culturale ha identificato, praticamente dalla notte dei tempi, il genere femminile con un soggetto altro dalle caratteristiche fortemente ambivalenti: purezza, pudore, innocenza, sottomissione all'uomo erano le qualità della donna-bambina o angelicata; ribelli, volitive, indipendenti furono le figure femminili immortalate in una mitologia della devianza che dall'Antico testamento, e passando per il Malleus Maleficarum dei processi alle streghe, ha percorso i secoli fino all'epoca contemporanea. Fosse angelo o demone, in questo complesso di discorsi la donna appariva comunque come una misteriosa entità da tenere a bada con le buone o con le cattive, e soprattutto come un essere ontologicamente inferiore all'uomo: la regola fondamentaledi tali rappresentazioni era quella di una differenza che si declinava incontestabilmente come minorità, deficienza, imperfezione. Una simile normativa simbolica appariva alla stragrande maggioranza degli uomini complessivamente sufficiente, fino all'epoca contemporanea, a contenere entro limiti ben definiti l'identità femminile: ad essa si accompagnava naturalmente una ben più prosaica e puntuale normativa giuridica, e l'una e l'altra riproducevano un ordine diseguale del potere come forma immanente di una superiore necessità naturale, morale e divina.

Nascita della Nuova donna

Nel corso del XIX secolo, tuttavia, apparve sempre più chiaro a molti uomini che i tradizionali fondamenti di legittimità della disuguaglianza di potere fra uomini e donne non avrebbero a lungo resistito alla realtà di fatto di un contesto sociale e culturale in continua trasformazione, e soprattutto — nella seconda parte dell'Ottocento — di una messa in discussione collettiva di quella disuguaglianza da parte delle donne stesse. Non si trattava più, come in passato infinite volte era accaduto, di singole donne indisponibili ad accettare singole iniquità, ma di veri e propri movimenti organizzati, e diffusi in quasi tutti i paesi occidentali, che per la prima volta nella storia criticavano, sul piano dei diritti sociali e politici, la logica stessa del privilegio maschile nel pubblico e nel privato. Né era il femminismo l'unica novità nel sistema complessivo delle relazioni fra i generi: nell'ultimo scorcio del secolo, le donne avevano ormai guadagnato un'inedita visibilità nel mondo del lavoro extradomestico, rivendicavano l'accesso pieno alle professioni e all'istruzione a tutti i livelli, guidavano le associazioni moralistiche all'assalto dei templi della socialità maschile (osterie, bordelli, sale da gioco e arene di pugilato), organizzavano in prima persona innumerevoli attività filantropiche ed assistenziali. Esercitavano, insomma, un nuovo protagonismo in campo religioso, morale e sociale.

La rappresentazione stereotipata della Nuova donna prese forma in tale contesto estremamente dinamico: in quella immagine convergevano senza dubbio tratti identitari riconducibili a una lunga genealogia misogina, ma soprattutto veniva sottolineato il carattere di novità e modernità di questa figura ideale. Mentre si collegava a elementi simbolici ereditati da un passato anche molto lontano, l'immagine della Nuova donna fu dunque sin dalla nascita direttamente ed esplicitamente associata a uno scenario storico-sociale inedito: quello della «civiltà moderna» di cui, nei paesi occidentali, si parlava ormai correntemente alla fine dell'Ottocento. La rappresentazione negativa della Nuova donna aveva innanzitutto lo scopo di definire, riassumere icasticamente,e allo stesso tempo condannare senza appello il recente mutamento dell'identità femminile come fenomeno sociale diffuso: fenomeno, questo, legato spesso discorsivamente a un più ampio contesto di degenerazione della società, di cui la Nuova donna avrebbe costituito quindi uno degli effetti più scandalosi e pericolosi.

Per certi aspetti, questa rappresentazione costituiva infatti la traduzione in un codice di genere del più ampio tema di una modernità matrigna, distruttrice, disumanizzante: il celebre fisiologo Paolo Mantegazza, ad esempio, scriveva in un'opera significativamente intitolata Il secolo nevrosico che «tutto il lavorìo intellettuale dei nostri tempi è troppo veloce. Le ferrovie e il telegrafo sono due massimi fattori del nostro nevrosismo e più si perfezionano e si moltiplicano i mezzi di guadagnare tempo e più strillano i nostri nervi, che non hanno potuto modificarsi colla stessa rapidità colla quale abbiamo trasformato il carro a due ruote in un treno espresso e il barrocciaio portalettere nel telegrafo»[1]. E aggiungeva subito dopo: «Una volta almeno si manteneva illesa dal nevrosismo la metà dell'umana famiglia, quella che trasmetteva e alimentava i germi della vita dall'una all'altra generazione [...] Oggi anche la donna studia, anche la donna fuma e ahimè anch'essa si inebbria coll'alcool, coi caffeici e colla morfina. Anche il ventre dell'umana famiglia è divenuto cervello e il ventre novrosico genera all'inifinito uomini sempre più nevrosici»[2]. Le donne insomma assomigliavano sempre più agli uomini: tra i più nefasti effetti dell'evoluzione-involuzione che le società moderne attraversavano alla fine del secolo veniva infatti annoverata la dilagante confusione dei generi, che il mutamento incessante allontanava dalla loro naturale vocazione identitaria producendo una vera e propria mutazione epocale del maschile e del femminile.

Perfettamente speculare al motivo della Nuova donna era dunque quello, molto diffuso fra Otto e Novecento, della preoccupante femminilizzazione della società (cioè, evidentemente, della sua componente maschile): così, ruoli e abiti si scambiavano e si confondevano, si sovrapponevano a formare mostruosi intrecci, si moltiplicavano a creare un disordine che minacciava di travolgere ogni istituto civile, ogni legge divina, ogni prospettiva di armonioso avvenire. «Un indizio dimostrativo essenziale di questa degenerazione — scriveva nel 1900 Paul Julius Moebius — sta nella perdita dei caratteri sessuali e cioè si hanno uomini femminei e donne mascolinizzate. Quanto più un popolo diviene nervoso, tanto più saranno numerose le ragazze dotate di talento e munite di spiccate caratteristiche maschili [...] Né la situazione diventa migliore in virtù delle numerose giustificazioni perché giustificata o no, necessaria o no, la mascolinizzazione delle donne sarà sempre una disgrazia»[3]. Per l'ampiezza della degenerazione di cui era il simbolo, e per le terribili conseguenze che causava sul piano sociale, questa nuova figura femminile appariva contraria non tanto agli interessi specifici di una parte dell'umanità — gli uomini in quanto genere, che vedevano contestato e minacciato il proprio privilegio —, quanto all'interesse dell'umanità stessa nella sua interezza di specie: la Nuova donna era innanzitutto un mostro contronatura, antropologicamente regressivo e fisiologicamente sterile, che stendeva la propria ombra sinistra sul futuro della società borghese come esito aureo della plurimillenaria evoluzione umana. Illustri clinici descrivevano le raccapriccianti conseguenze dell'attività intellettuale delle donne, ad esempio, sui loro organi riproduttivi; moralisti e sociologi denunciavano la prossima morte della famiglia a causa del crescente «egoismo» delle giovani donne, riluttanti a considerare la maternità come unica occupazione della propria vita; tutti condannavano con la massima veemenza ogni minima pretesa femminile di sottrarsi all'assoluto imperio dell'uomo all'interno della famiglia. Cosa ancora più grave, simili donne generavano e allevavano figli maschi destinati a un'esistenza infelice perché moralmente e fisicamente gracili, vulnerabili e instabili. La decadenza della civiltà occidentale, come tramonto di un millenario ciclo vitale per dissipazione di un intero patrimonio biologico e morale, era già visibile all'orizzonte.

Alla fine del secolo, una certa elaborazione delle teorie darwiniane allineava in un unico inquietante scenario le donne «mascoline», i popoli «selvaggi» e le specie animali considerate inferiori nella scala evolutiva. Si riteneva che una condizione di bisessualità fosse tipica di uno stadio evolutivo precedente alla civiltà umana: una condizione in cui era sempre possibile precipitare nuovamente, poiché — come aveva avvertito Darwin — caratteri atavici allo stato di latenza si trovavano anche negli esseri superiori, e dunque l'uomo — come avvertivaora Karl Vogt — non era mai al sicuro dal rischio di ridiventare una scimmia[4]. La donna, essere più primitivo dell'uomo, incarnava in potenza questa tremenda prospettiva: non a caso, essaera ritenuta più sensuale dell'uomo, più sensibile nel corpo e nella mente agli atavici impulsi (l'isteria, la passionalità, ma anche la tipica inclinazione alla danza) e allo stesso irresistibile richiamo delle specie inferiori. In un certo senso, King Kong nasce nell'immaginario dell'uomo occidentale a cavallo del secolo, lo stesso uomo che ritraeva una miriade di figure femminili in inquietante simbiosi con serpenti, pennuti, felini di grande o piccola taglia.

La Nuova donna, in definitiva, trasformava questa prospettiva regressiva in realtà: pretendendo di invadere campi tipicamente maschili, assumendo atteggiamenti che contrastavano in modo stridente con la tradizionale modestia e passività femminile, minacciando l'ordine patriarcale della famiglia, della morale e della società stessa, questo personaggio si presentava chiaramente come un'escrescenza patologica della corrotta società moderna, una cellula degenerata che avrebbe in breve tempo contaminato l'umanità tutta — già se ne vedevano i segni ovunque—, un nemico pericolosissimo da isolare, colpire, annientare per la salvezza stessa della civiltà umana dall'Apocalisse incombente.

Il primo dopoguerra

Non a caso, gli anni della Prima guerra mondiale costituirono una sorta di tregua nella strenua lotta ingaggiata dall'identità maschile tradizionale contro la donna «moderna». Per la verità, non dovettero essere pochi gli uomini convinti di aver finalmente liquidato la faccenda una volta per tutte ritrovando nel virile profilo del combattente la propria autentica mascolinità, e dunque lasciandosi alle spalle non solo i mediocri abiti borghesi ma anche, insieme ad essi, le vertiginose oscillazioni e incertezze identitarie del passato. In apparenza, infatti, la guerra rispristinava ruoli ed identità netti, necessari e indiscutibili: il guerriero e l'angelo del focolare (o dell'infermeria), entrambi riparati sotto l'ala rigeneratrice della Patria, furono gli sbocchi ideali di una retorica bellicista che esplicitamente invocava, ormai da anni, un bagno di sangue come trionfante catarsi della virilità. Com'è noto, la realtà seguì in questo caso percorsi più tortuosi e complessi: la pressione insostenibile sugli uomini al fronte provocò profondissimi malesseri che mostravano tutta la fragilità di quella mascolinità che la guerra avrebbe dovuto temprare col fuoco[5], mentre nelle retrovie e nelle officine, negli uffici e nelle strade le donne svolgevano — e bene — mansioni tradizionalmente considerate inaccessibili o impossibili al gentil sesso.

Già nel corso del conflitto, dunque, erano apparse decisamente conturbanti le donne in pantaloni a ricoprire ruoli di responsabilità (pur sotto il manto retorico del dovere patriottico assolto con materna dedizione), ovvero a occupare posti simbolicamente cruciali nell'organizzazione quotidiana della vita sociale: tanto cruciali, infatti, che sarebbero state queste immagini — quelle delle donne tramviere, ad esempio — ad assurgere a icone di un'intera epoca di emergenza. Ma emergenza, appunto, era la parola magica che rendeva tollerabile un simile «mondo alla rovescia»; e infatti, chiusa la vacanza dalla normalità, ecco che gli uomini chiedevano a gran voce la cacciata delle donne dai posti di lavoro «maschili» (in realtà, come ha mostrato Barbara Curli, è più che altro una leggenda che le donne avessero occupato gli stessi posti lasciati vacanti dagli uomini partiti per il fronte)[6].      Passata la tempesta, comunque, gli uomini si risvegliarono in un mondo in cui il proprio privilegio di genere non era affatto più sicuro di prima, anzi: le donne ottenevano il voto in gran parte dei paesi occidentali, oltre a più ampi diritti civili (l'autorizzazione maritale, ad esempio, fu abolita in Italia nel 1919 con un decreto che apriva loro anche la strada alla maggioranza delle professioni). Per di più, l'antica nemica risorgeva più forte che mai: gli anni venti furono infatti il decennio in cui la Nuova donna sembrava dilagare ovunque in Occidente, e in cui la flapper, la garçonne, la maschietta divennero delle categorie fisse dell'immaginario collettivo. Soprattutto nelle capitali europee e negli Stati Uniti, il fenomeno si estendeva adesso anche alle giovani donne del ceto medio: desiderose di indipendenza economica, disinvolte negli atteggiamenti in società e nell'abbigliamento, a loro agio nei nuovi frenetici balli e nelle varie occasioni promiscue del tempo libero moderno, queste ragazze marcavano in modo evidente la distanza dalle generazioni precedenti di donne, esibendo, ad esempio, cortissime e inaudite acconciature.

La diffusione di tali modelli innovativi presso strati sempre più ampi del ceto medio urbano era peraltro l'epifenomeno sul piano estetico di trasformazioni lente ma profonde, nelle scelte esistenziali e nel sistema di valori delle giovani donne[7]: un mutamento complessivo, sul piano antropologico, che in Italia era già ben visibile nella seconda metà degli anni venti, e che nel decennio successivo, grazie anche alla crescente influenza della cultura di massa (e del cinema in primo luogo) di importazione straniera, acquisterà proprorzioni ancora maggiori. Già un libello pubblicato nel 1929, e scritto da un giornalista piuttosto noto in quegli anni, s'incaricava appunto di descrivere questa nuova specie di donna, che l'autore chiamava spiritosamente la donna tipo tre. Umberto Notarimuoveva proprio dal punto cruciale per gli uomini: la «enorme estensione di territorio morale, giuridico, economico ch'essi hanno ceduto sotto la lenta, istintiva, organica, irresistibile pressione della donna. Non è il fenomeno conosciuto col nome di Femminismo al quale si vuole alludere»[8], che l'autore considerava limitato a una élite: ma la nascita di una nuova creatura di sesso femminile, figlia della civiltà industriale.

A differenza della donna «uno» (la brava moglie e madre) e della «due» (la femmina, la sensuale), la donna «tipo tre» è quella che «si trova di fronte all'uomo [...] in condizioni di assoluta indipendenza economica»[9]; costei,«se anche si concede, se anche ama, se anche si sposa, non ha più per l'uomo, suo pari nel lavoro e nel guadagno [...] quella stima che costituva il più alto attributo del suo abbandono»[10]. Così, «poco a poco, senza opporre resistenza, quasi senza accorgersene, l'uomo ha lasciato smontare, pezzo per pezzo, l'armatura del suo prestigio domestico, sì da essere ormai un inerme e, più che un inerme, un imbelle»[11]. In campo sociale, la resa maschile è descritta come un fenomeno recente, ma imponente: sommando impiegate, commesse, artigiane e altre fasce sociali in espansione, Notari calcola che «l'uomo, in poco meno di mezzo secolo, ha perduto il controllo su una buona metà del sesso femminile». E dire che «sinora, specialmente in Italia, la donna "tipo tre" si è accontentata di posti subalterni; ma la spinta in direzione delle "cabine di comando" è evidente»[12]. Per completare il quadro, anche nello sport la donna ormai quasi eguaglia, scrive Notari, il povero uomo: infatti, a giudicare da «quanto avviene nei campi sportivi di ogni parte del mondo civile, anche la prevalenza fisica del maschio sembra avviarsi verso l'ecclissi»[13]. La conclusione non sorprenderà chi abbia avuto la pazienza di seguire fin qua i nostri sommari ragionamenti: «In senso generale, non si può contestare la tendenza a una "virilizzazione" della donna e di un "infemminimento" dell'uomo. Non è possibile dire se tale tendenza si arresterà e dove si arresterà»[14].

Negli stessi mesi, l'uomo che insonne, dal balcone di piazza Venezia, vegliava senza sosta sui destini degli italiani e delle italiane approntava le strategie adattead arrestare precisamente tale tendenza. In un certo senso, il regime aveva in effetti tenuto, fino ad allora, un atteggiamento non del tutto univoco nei confronti delle donne: se il tratto di gran lunga più importante della politica fascista dei generi era certamente stato la restaurazione di una piena autorità patriarcale in famiglia e in società, è però vero che la stessa vocazione totalitaria del fascismo, con il volere continuamente mobilitati uomini e donne di ogni età e ceto sociale, aveva finito per differenziarsi — soprattutto quanto agli effetti concreti — da un programma di pura e semplice reclusione delle donne fra le mura domestiche[15].Lo stesso sport femminile, promosso con inedita energia proprio dal fascismo, aveva suscitato non lievi malumori presso gli ambienti più schiettamente reazionari: e il papa, a cavallo fra anni venti e trenta, aveva protestato con decisione di fronte allo scandalo dei cortei di ragazze in abiti succinti che avevano sfilato per le vie della capitale.

Del resto, il lancio della cosiddetta campagna demografica - a partire dal 1927 — riesumava un armamentario di immagini e linguaggi quanto mai regressivi. La donna era primariamente madre, fattrice di figli per la Nazione, e non era minimamente concepibile che si anteponesse una qualche esigenza personale, di realizzazione individuale, di scelta autonoma a questa suprema necessità. Nel 1927 e nel '28 erano stati inoltre varati i primi provvedimenti per limitare il lavoro delle donne: dalla riduzione dei salari femminili alla metà di quelli maschili, all'esclusione dall'insegnamento delle lettere e della filosofia nel licei, al divieto di nominare donne a capo di istituti medi, al raddoppio delle tasse scolastiche e universitarie. Un crescendo normativo che culminerà poi nel decreto legge del 1938, con il quale l'assunzione del personale femminile nel pubblico impiego veniva limitata al dieci per cento degli organici.

Il nuovo decennio si apriva inoltre con l'ordine, diramato nel 1931 a tutti i mezzi di informazione, di eliminare qualsiasi immagine della cosiddetta donna-crisi: una figura femminile magra, svelta, «mascolinizzata». La solita Nuova donna, insomma: l'incarnazione di quel «maschiettismo invadente» da cui — si diceva nello stesso 1931 — l'italiana era stata «sfiorata ma non contaminata»[16]. E se già nella seconda metà degli anni venti esponenti del più greve moralismo tuonavano contro l'«orribile rettile» della moda straniera[17], nel 1931 un illustre medico sentenziava che «l'eleganza nel vestire e, in ogni modo, la cura della propria toilette influiscono molto sfavorevolmente su la fecondità»[18]; due anni dopo, il regime esaltava la«Madre oscura» dedicandole una giornata del calendario fascista (la Giornata della madre e del fanciullo). Il ripristino di quadri normativi tradizionali della femminilità e della mascolinità fu nel complesso, e soprattutto negli anni trenta, uno dei principali obiettivi strategici del fascismo: ma i risultati, a quanto pare, non furono all'altezza degli sforzi. Un'inchiesta condotta alla fine degli anni trenta presso un migliaio di studentesse adolescenti di Roma, infatti, dava i seguenti risultati: solo una su dieci mostrava interesse per i lavori domestici, mentre il 27% esprimeva repulsione; il ballo, il cinema e le attività sportive risultavano in cima alle preferenze per il tempo libero; lavori femminili come cucito, maglia ecc. non riscuotevano il minimo interesse; infine, concludeva un costernato redattore, «tra le doti individuali predomina la sicurezza di sé ed il desiderio di comandare e non quello di ubbidire [...] L'aspirazione per la famiglia, anche per quelle che già sono fidanzate, è resultata straordinariamente vaga e comunque non gioconda»[19].

Il secondo dopoguerra

All'indomani della Liberazione si apriva, nella società italiana, un periodo caratterizzato da immagini fluide e attraversato da mutamenti non immediatamente visibili: sotto la superficie apparentemente opaca di un decennio— gli anni cinquanta — consegnato (non certo immeritatamente)alla memoria collettiva come un'era di chiusure moralistiche, rappresentazioni edificanti del femminile, rigurgiti oscurantisti e pesantemente censori, scorrevano infatti tensioni e contraddizioni a più livelli. Se è vero che fino ai primi anni cinquanta le immagini femminili prevalenti presentavano un indubbio tratto tradizionale e rassicurante, persino nelle culture politiche della sinistra italiana[20], tuttavia neppure agli stessi contemporanei quella società appariva statica, uniforme e saldamente ancorata al passato. La politica, innanzitutto, coinvolgeva in una mobilitazione senza sosta le donne di ogni età, militassero nelle file cattoliche o nel «partito nuovo» togliattiano. E il voto ottenuto nel 1945, senza dubbio, le poneva al centro della «politica» ben oltre la mera occasione elettorale: perché alle donne altre donne si rivolgevano, scovandole casa per casa, organizzando riunioni in parrocchia, nei caseggiati o nelle sezioni delle borgate, guidando occupazioni di terre o raccogliendo fondi per i partiti e le organizzazioni collaterali. Divenute elettrici, inoltre, le donne erano adesso — per gli stessi uomini — interlocutrici non solo importanti, ma obbligate; la sensazione che esse avevano di «fare politica» anche quando si occupavano di settori apparentemente "minori" (come l'assistenza o le esigenze quotidiane delle famiglie), quantunque frustrata all'interno di organizzazioni a forte dominanza maschile, si traduceva in un'autorappresentazione in termini di protagonismo, stima di sé, valorizzazione delle proprie capacità come singole e come donne in generale.     Tutto ciò dava loro una nuova e grande sicurezza soggettiva, che i compagni maschi avvertivano ora compiaciuti, ora preoccupati.

La straordinaria fioritura di immagini più che tradizionali del femminile negli anni quaranta e cinquanta — da Maria Goretti alle Madonne pellegrine, passando per leggendarie dirigenti del movimento operaio internazionale definite «mogli e madri esemplari»[21] —, probabilmente aveva anche, almeno in parte, la funzione di  esorcizzare, minimizzare, mascherare questo storico ingresso sullo scenario sociale e politico delle donne. Tanto più che oltre la sfera della politica in senso stretto, cioè nel campo delle rappresentazioni di genere diffuse dalla cultura commerciale di origine hollywoodiana, già in questi anni si diffondevano modelli identitariche soprattutto in alcuni contesti locali, solo da pochissimo lambiti dal cinema e la stampa popolare, provocavano effetti a dir poco sconvolgenti.

In alcune rappresentazioni maschili di questi anni ritroviamo precisamente tale associazione fra maggiori diritti politici e più ampi margini di autonomia delle donne nella vita sociale, quando gli effetti della conquistata «democrazia» e l'accresciuta visibilità femminile nella sfera pubblica si univano nella figura della donna emancipata. Un'immagine, questa, ancora una volta complessa e ambivalente: in senso non troppo lusinghiero, l'aggettivo "emancipata" infatti rinviava, di volta in volta, ora alla giovane donna disinibita, «libera», «allegra», ora alla più matura intellettuale — o comunque attivista nel sociale o militante politica — spigolosa e quasi asessuata. Entrambe le declinazioni rimandavano, al fondo, al medesimo punto critico, che era poi quello consueto del protagonismo femminile. Si trattava, stando alle stesse voci maschili, di un protagonismo favorito come mai primadal clima culturale «democratico» e dal rilassamento morale della società: contro tale rilassamento, interpretato anche come diserzione da parte degli uomini dalla sacra missione della vigilanza sulle donne, si mobilitarono nell'Italia degli anni cinquanta moralisti, censori e difensori vari della famiglia tradizionale. Nel corso del lungo dibattito che precedette l'approvazione della legge Merlin, ad esempio, da entrambi gli schieramenti — regolamentisti e abolizionisti — gli accenti francamente misogini fioccarono in abbondanza, a esprimere molto chiaramente l'urgenza maschile di recuperare il controllo di un'evoluzione del costume dagli esiti altrimenti imprevedibili: pochi furono in tale occasione i commentatori che si sottrassero alla corale raffigurazione della donna come, lombrosianamente, per sua natura tendente al vizio, alla corruzione, al peccato. Particolarmente vibranti, in questo florilegio liberatorio di misoginia, furono le vociprovenienti dagli ambienti giuridici: fieri esemplari di una specie professionale che in quegli anni resisteva come uno degli ultimi bastioni rigorosamente monosessuali (fino al 1963, anno in cui la magistratura si aprì all'ingresso delle donne),magistrati, avvocati, giuristi celebrarono per l'ultima volta la magnificenza di un altro monumento alla virilità collettiva, il bordello[22].

In tempi più recenti, a partire dagli anni sessanta del Novecento, l'immagine negativa della Nuova donna — nella forma in cui ha pervaso di sé l'opinione pubblica sin dalla fine dell'Ottocento — è andata incontro a un evidente declino. Con ciò non si vuol certo dire che sia scomparsa: ma indubbiamente, rispetto al passato, ha da allora perso gran parte della sua forza normativa, e in generale ha dovuto fare i conti con mutamenti davvero epocali delle identità e delle relazioni di genere. Il declino dello stereotipo della Nuova donna ha seguito la crisi della identità maschile tradizionale — cui quello stereotipo aveva dato voce —, verificatasi appunto nella società italiana (e non solo) fra anni cinquanta e settanta: da allora, l'obiettivo di stigmatizzare efficacemente ogni tentativo femminile di affrancamento dal pieno controllo maschile, che della figura negativa della Nuova donna era la principale ragion d'essere, si fece sempre più arduo da raggiungere. Ciò, in estrema sintesi, per due ordini di ragioni fondamentali, corrispondenti a due grandiprocessi che hanno attraversato, in successione, la società italiana negli stessi anni: la «grande trasformazione» del boom economico, da un lato, e la rivoluzione politico-culturale del neofemminismo, dall'altro. Entrambi questi processi hanno agito — sebbene con differente immediatezza, com'è ovvio — nel senso di modificare profondamente le relazioni di genere: il primo ha permesso alle donne di conquistare spazi di autonomia, pur tra mille ambivalenze, di estensione inedita, rafforzando il protagonismo femminile sul piano, diciamo così, sociale in senso lato; il secondo ha posto con un'autorevolezza senza precedenti (anche qui, con effetti complessi sulla società) la questione politica del dominio maschile, contribuendo inoltrein maniera decisiva a estendere la sfera dei diritti delle donne e trasformando le dinamiche e il linguaggio quotidiano delle relazioni interpersonali fra uomini e donne. Al termine di questo percorso, il protagonismo femminile nella società ne è uscito ulteriormente rafforzato e legittimato come mai prima, anche sul piano politico ed etico.

A proposito del primo scenario, si può ipotizzare che un ruolo importante nel legittimare in termini positivi l'immagine della Nuova donna sia stato svolto dalla nuova diffusione dei consumi. Già all'inizio degli anni sessanta, numerosi osservatori segnalavano la centralità femminile nel sistema del consumo di massa; una definizione tradizionale e rigidamente patriarcale dell'identità e del ruolo sociale della donna iniziò ad essere considerata, a questo punto, un ostacolo all'espansione su grande scala dei beni di consumo. Gli uomini furono così chiamati ad accettare che mogli, figlie, sorelle godessero di un certo margine di autonomia non solo nelle scelte di acquisto — e dunque nella disponibilità di denaro —, ma più in generale nell'essere più libere di realizzare i propri desideri attraverso le merci: nuove merci che in questi anni, come mai era accaduto, si propagandavano e attiravano il pubblico non più principalmente per il loro valore d'uso in senso stretto, ma anche e soprattutto per il nuovo contenuto simbolico che esibivano, per l'arricchimento che avrebbero apportato nell'esistenza dei soggetti, per la quantità di significati che i consumatori e le consumatrici avrebbero potuto esprimere grazie al loro possesso.

La nuova società compiutamente «moderna» esigeva una Nuova donna, e questa esigenza rappresentava un fatto inconciliabile con la riproduzione incontrastatadel vecchio stereotipo negativo. Peraltro, non furono pochi gli uomini che iniziarono ad apprezzare una certa figura femminile dai caratteri di novità: in fondo, essi potevano constatare, una donna più libera, più indipendente, più sicura di sé non era necessariamente un nemico. Perché, in effetti, la consumatrice modernanon dava segni di voler istituire una dittatura matriarcale, di voler distruggere il genere maschile, e neppure di voler sovvertire l'equilibrio patriarcale del potere. Anche un clima generale meno rigoroso, dal punto di vista della morale sessuale (sono, gli anni sessanta, quelli in cui riferimenti sempre più espliciti alla sessualità iniziarono a essere sfruttati nei messaggi pubblicitari) poteva essere accettato da molti uomini, soprattutto dai più giovani, come una realtà di fatto non necessariamente spiacevole, piuttosto che come un sicuro segnale di apocalittiche sciagure; d'altro canto, sempre meno ragazzi e ragazze trattavano le esperienze sessuali prima del matrimonio alla stregua di un tabù inviolabile o innominabile (come mostrò il famoso scandalo della «Zanzara», il giornale studentesco di un liceo milanese che nel 1966 procurò un processo ai suoi redattori e redattrici).

In secondo luogo, il neofemminismo degli anni settanta, pur segnando una ovvia e consapevole rottura con la consumistica della femminilità del decennio precedente, rappresentò oggettivamente un ulteriore e fatale colpo assestato alla possibilità che l'identità maschile tradizionale riuscisse a sopravvivere alla propria crisi. Se di fronte alle trasformazioni degli anni sessanta gli uomini avevano potuto concludere che, tutto sommato, delle relazioni fra i generi cambiava la forma, ma molto meno la sostanza— quella supremazia maschile, cioè, che rappresentava la vera posta in gioco del discorso misogino —, le femministe degli anni settanta portarono all'attenzione dell'opinione pubblica precisamente la questione della disuguaglianza di potere, e lo fecero con una determinazione e una radicalità senza precedenti. Non più riproponibili con successo apparivano adesso le vecchie strategie retoriche a difesa di quella supremazia: il richiamo alla tradizione e a una norma trascendente suonava decisamente anacronistico in una società le cui logiche economiche e culturali non consideravano — come lucidamente avrebbe scritto Pier Paolo Pasolini[23] — Dio, Patria e Famiglia molto più che commoventi fotografie ingiallite; i vecchi argomenti scientifici sull'inferiorità della donna, dopo aver prolungato un'onorata carriera fin dentro gli anni cinquanta, apparivano ora a tutti tanto vetusti quanto lo erano i palazzi umbertini che li avevano visti nascere; la risorsa del rilancio del virilismo in chiave nazionalista e bellicista risultava quanto mai inadeguata in un decennio che si configurava, all'interno del secolo, come il più antiautoritario e antimilitarista.

La Nuova donna — quella figura negativa dell'immaginario maschile con i caratteri e le funzioni che abbiamo provato sommariamente a descrivere in queste pagine — negli ultimi due decenni non è scomparsa, ma siè forse trasformata radicalmente: continua ad esprimere il disagio maschile per il protagonismo femminile nel pubblico e nel privato, ma è ormai l'emblema di una strategia discorsiva che suona quasi di retroguardia, avendo la logica patriarcale perso gran parte del consenso di cui ha goduto ininterrottamente nel passato. Ciò non toglie che molti uomini abbiano continuato a produrre rappresentazioni analoghe fino ai giorni nostri. Negli anni settanta fu proprio la «femminista» (erede diretta della donna mascolinizzata, della suffragetta, della donna-crisi, della emancipata) a essere raffigurata come una creatura mostruosa e inquietante: una dinamica comunicativa che le stesse donne colsero perfettamente, e rovesciarono ironicamente («le streghe son tornate»). Negli anni ottanta fu il turno della donna in carriera: algida, calcolatrice, spigolosa, dai più considerata —con ammirazione —una donna in possesso di chiari attributi virili. Anche nel caso di questa icona maschile del potere femminile si era indecisi fra l'etichetta rosa e la azzurra, si riesumava cioè lo spettro dell'androgino, o quello dell'ermafrodito.

Si trattava sempre, dopotutto, di una figura femminile che sconfinava, trasgrediva, scompigliava l'ordine costituito: ciò che di lei faceva davvero scandalo era sempre la vocazione luciferina a sfuggire a un apparato normativo che voleva la donna limitata nella sua libertà, nell'interesse collettivo ovvero per la salute complessiva dell'«umanità». E infine, siamo poi sicuri che questi verbi debbano essere coniugati solo al passato? Nel dicembre del 2003, su un quotidiano bolognese, un articolo presentava l'ultimo rapporto sulla diffusione dell'Aids; il titolone avvertiva che le donne in carriera risultano ai primi posti fra i soggetti a rischio crescente. La spiegazione è facile, veramente alla portata di tutti: viaggiano sole per lavoro, dispongono di camere d'albergo, macchine aziendali… Insomma, sono libere, più libere di quanto forse — si capisce — sarebbe giusto e persino igienico. E qual è, tirando le somme, il risultato di tanta libertà femminile? L'aumento della diffusione di un virus terrificante nella società. Tremate, la Nuova donna è ancora fra voi.

Raccolta di immagini "La donna nel Novecento"

Esergo

Ma perché, mi si domanda, tanto sdegno hai concepito contro la «donna nuova»? — Non certo per considerazioni personali, poiché io me ne sto tutto solo e non ho più alcun desiderio personale e, in verità, mai una donna nuova mi ha recato il minimo dispiacere. Ma dove davvero sono stato preso da sincero sdegno fu all'apparire della Nora (Casa di bambola) dell'Ibsen.

Paul Julius Moebius, L'inferiorità mentale della donna

Note

[1] Paolo Mantegazza, Il secolo nevrosico, Pordenone, Edizioni Studio Tesi, 1995 (ed. or. 1887), p. 58. Corsivo nel testo. Più in generale, sul complesso rapporto fra modernità e mascolinità, cfr. il fondamentale testo di George L. Mosse, L'immagine dell'uomo. Lo stereotipo maschile nell'epoca moderna, Torino, Einaudi, 1997.

[2] Mantegazza, Il secolo nevrosico cit., pp. 60-61.

[3] Paul Julius Moebius, L'inferiorità mentale della donna, Torino, Einaudi, 1978, p. 19.

[4] Cfr. Bram Dijkstra, Idoli di perversità. La donna nell'immaginario artistico, filosofico, letterario tra Otto e Novecento, Milano, Garzanti, 1988, p. 322 (ed. or. 1986);  Id., Perfide sorelle. La minaccia della sessualità femminile e il culto della mascolinità, Milano, Garzanti, 1997 [ed. or. 1996], passim.

[5] Cfr. Elaine  Showalter, Rivers and Sassoon: The Inscription of Male Gender Anxieties, in M. Randolph Higonnet, J. Jenson, S. Michel, M. Collins Weitz (a cura di), Behind the Lines. Gender and the Two World Wars, New Haven and London, Yale University Press, 1987.

[6] Cfr. Barbara Curli, Italiane al lavoro 1914-1920, Venezia, Marsilio, 1998.

[7]Cfr. Bruno P. F. Wanrooij, Storia del pudore. La questione sessuale in Italia 1860-1940, Venezia, Marsilio, 1990, pp. 89 sgg.

[8] Umberto Notari, La donna "Tipo tre", Milano, La vita felice, 1998 (ed. or. 1929), p. 13.

[9] Ivi, p. 11.

[10] Ivi, p. 41. Corsivo nel testo.

[11] Ivi, p. 107.

[12] Ivi, p. 101.

[13]Ivi, p. 103.

[14] Ivi, p. 112.

[15] Il testo essenziale di riferimento, su tali questioni generali, è Victoria de Grazia, Le donne nel regime fascista, Venezia, Marsilio, 1993, passim.

[16] Così nell'articolo non firmato La donna madre nel fascismo, in "Critica fascista", n. 11, 1931, riprodottoin Piero Meldini, Sposa e madre esemplare. Ideologia e politica della donna e della famiglia durante il fascismo, Rimini-Firenze, Guaraldi, 1975, p. 194.

[17] De Grazia, Le donne nel regime fascista cit., p. 279.

[18] C. Grillenzoni, I caratteri del fisico e del vestire considerati come fattori demografici, Ist. poligrafico dello Stato, Roma, 1931, in Meldini, Sposa e madre esemplare cit., p. 192.

[19] L. Gozzini, La donna nel quadro del Regime, in Almanacco della donna italiana 1939, Firenze, Bemporad, 1938, ivi, pp. 263-264.

[20] Ne ho trattato nel mio La morale comunista. Pubblico e privato nella rappresentazione del Pci (1947-56), Roma, Carocci, 2000.

[21] Il lettori scrivono, Vie Nuove risponde. Vita eroica di Clara Zetkin, in «Vie Nuove», n. 49, 12 dicembre 1954, p. 3, risposta di Arturo Colombi.

[22] Ho affrontato più estesamente questi temi in Un mondo senza Wanda. Opinione maschile e legge Merlin (1948-1958), in "Genesis. Rivista della Società italiana delle storiche", a. II, n. 2, dicembre 2003.

[23] Cfr. Pier Paolo Pasolini, Studio sulla rivoluzione antropologica in Italia, in Id., Scritti corsari, Milano, Garzanti, 1992 [1975],