Storicamente. Laboratorio di storia

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Isa Blumi, Reinstating the Ottomans, Alternative Balkan Modernities, 1800-1912, Palgrave Macmillan, New York 2011, 250 pp.

Reinstating the Ottomans è il risultato di una ricerca pluriennale che Isa Blumi ha svolto presso numerosi archivi e su un vasto repertorio pubblicistico e bibliografico. L’oggetto di questo libro è un’analisi del periodo in cui sorsero e si affermarono le questioni nazionali nei Balcani occidentali. Nello specifico Blumi si sofferma sull’evoluzione della questione albanese. Rispetto alle tradizionali monografie sull’argomento l’autore adotta una nuova prospettiva d’indagine prediligendo un punto d’osservazione che si può definire emico. Egli vuole restituire all’Impero Ottomano un ruolo di primo piano nel processo di modernizzazione dello Stato, processo che è spesso attribuito a pressioni esterne. A suo avviso gli studi storici hanno tentato di tracciare profili dello sviluppo nazionale solo unilateralmente senza prendere in considerazione ciò che l’Impero Ottomano ha fatto per la formazione di tali entità: «There is, in other words, no possible justification for writing an exclusive national story prior to the demise of the ottoman State».

I Balcani occidentali erano popolati da comunità poliglotte con identità fluide. Il teorema su cui poggia la sua critica delle storiografie nazionali si basa su questo presupposto e può essere formulato nel modo seguente: giacché non esisteva un’identità etnica ogni tentativo di rintracciare la storia della formazione di uno Stato nazione che fonda la propria legittimità sull’esistenza di tale identità, si riduce a una pratica mistificatoria. Per comprendere le dinamiche sociali e politiche intercorse nel XIX secolo Blumi suggerisce di tornare al contesto ottomano. Il suo intento è creare una contro-narrativa sui Balcani occidentali allo scopo di analizzare le mutevoli contingenze sociali, politiche ed economiche indotte dai processi di modernizzazione (Reinstating the Ottomans) e il modo in cui gli attori si adattavano a questi cambiamenti (Alternative Balkan Modernities).

Quest’opera offre un importante contributo allo studio di personaggi ed eventi che sono spesso trattati in maniera parziale dalle storiografie nazionali. Tuttavia l’autore dedica troppa attenzione alla disamina di una storia scritta prima degli anni novanta e sembra non aver consultato a sufficienza testi più recenti. Ciò lo porta a deduzioni già note ad altri che Blumi apparentemente ignora. Ad esempio, le conseguenze del Congresso di Berlino sulle relazioni tra albanesi e slavi del sud e il dissidio tra gli intellettuali albanesi dell’epoca, sono argomenti centrali del dibattito corrente tra gli storici albanesi e non. L’autore inoltre tradisce un sentimento di nostalgia per il perduto milieu balcanico pre-moderno che egli considera più integrato e meno conflittuale di quello odierno. Su questo punto possono essere sollevati diversi dubbi dato che molti studiosi riconducono l’origine della differenziazione etnica regionale all’istituzione ottomana del sistema dei millet.

L’impressione generale che si ottiene dalla lettura è che Blumi tratta il periodo 1800-1912 come la fine di un’epoca, l’ottomana, anziché l’inizio di una nuova, quella degli Stati nazione. Dal momento che rovescia il punto d’osservazione per analizzare i fatti con una lente retrospettiva si deduce che le comunità e gli individui di cui parla sono restituiti alla sovranità del sultano e la critica che rivolge alle storiografie post-ottomane da corpo alla tesi implicita che i popoli dei Balcani occidentali possedevano un’identità ottomana. Il metodo che Blumi impiega non è però qualitativamente differente da quello di autori che lui giudica nazionalisti. Se questi ultimi s’impegnano a trovare dati utili a congetture che dimostrano la vocazione dei popoli a emanciparsi in senso nazionale, Blumi, con un’analoga audacia interpreta fatti e circostanze a comprova del contrario. Questa impronta si nota chiaramente nei cinque capitoli del libro e porta l’autore a fare ipotesi discutibili sullo stato di coesione dell’Impero Ottomano nei suoi ultimi mesi di dominio in Europa.