Storicamente. Laboratorio di storia

Tecnostoria

Presentazione. Un seminario sulla filologia digitale alla Columbia University

La filologia digitale si propone di produrre edizioni di testi in formato elettronico secondo criteri scientificamente accurati. Il problema che ci si deve porre sin dall’inizio è, sostanzialmente, cosa essa possa aggiungere alla filologia tradizionalmente intesa, quella che finora si è espressa su supporto cartaceo. Senza pensare minimamente ad una glorificazione fine a sé stessa del mezzo elettronico, l’idea alla base del seminario di cui in questa sede si propongono i risultati è quella di riflettere su alcuni progetti in corso ormai da svariati anni: riflettere sui problemi che si sono presentati, valutare alcune delle soluzioni per cui si è optato. Un bilancio, insomma, niente affatto definitivo, e un tentativo di confrontare esperienze diverse sviluppatesi in ambienti accademici in alcuni casi assai distanti, con disponibilità di mezzi alquanto variabili e prospettive di volta in volta differenti.

In nessuno degli interventi si troverà un contributo specifico al dibattito sulle tecniche editoriali, ma, come si noterà, l’accento è posto, in positivo, sulla descrizione e sulle finalità dei progetti, cercando di mantenere, per quanto possibile, il tono dialogico del seminario, impostato sul confronto delle idee e delle esperienze dei partecipanti.

L’elemento unificante, che corrisponde anche ad una ipotesi di lavoro, è la preferenza accordata a progetti che sfruttino al massimo le potenzialità della Rete. Se, da un lato, un lavoro pionieristico molto prezioso è stato prodotto su supporti, per così dire, chiusi (come il CD-ROM e il DVD-ROM)[1], con l’avvento del Web 2.0 – la cui idea guida sembra essere quella di una piattaforma, visualizzabile come un insieme di principi e pratiche gravitanti all’interno di un sistema paragonabile a quello solare – la Rete ha iniziato ad essere considerata un mezzo per migliorare la collaborazione tra studiosi e lo scambio di idee in tempi e modi che solo fino a pochi anni fa erano impensabili[2].

Nel caso in particolare delle edizioni critiche di testi, la Rete consente di mettere a disposizione della filologia tradizionalmente intesa un elemento di novità che supporti elettronici come quelli appena menzionati non hanno la possibilità di offrire: una certa “apertura” del testo, che, senza diventare infinito, può essere sottoposto a verifiche critiche successive. Come ben sa chi si sia avventurato nella preparazione di un’edizione critica, uno dei problemi che si pone nel momento in cui ci si appresti a dare alle stampe il risultato di molti anni di indagini è il dubbio costante che anche un solo testimone sfuggito all’attenzione del curatore possa essere ritrovato a pubblicazione avvenuta, cambiando così le carte in tavola. Anche quando ciò dovesse accadere, non necessariamente le novità risultanti sarebbero da ritenersi decisive per la costituzione del testo – l’esperienza, anzi, insegna che raramente lo sono –; rimarrebbe, comunque, il fatto che la fase di recensio potrebbe risultarne in qualche modo indebolita. Nonostante permangano ancora dubbi non trascurabili sulle possibilità di persistenza nel tempo delle banche di dati immessi in rete – è questo uno dei problemi più gravi all’attenzione degli specialisti di informatica –, l’edizione critica “in linea” può proporre una quantomeno ipotetica via d’uscita per una questione certamente seria.

Un secondo elemento che si è voluto porre in rilievo è quello della collaborazione scientifica tra studiosi. Non è certo un segreto per nessuno che essa sia una realtà pienamente accettata – e non da oggi – nelle scienze matematiche, fisiche e naturali, e anche in quelle sociali. Questa ovvia osservazione produce l’effetto di rendere ancora più esplicito il contrasto con le cosiddette scienze umane: in queste ultime, non godendo il lavoro d’equipe di alcun riconoscimento in ambiente accademico, la ricerca è ancora percepita come un fatto eminentemente solitario, legato assai saldamente ad un’idea molto forte di autorialità. La Rete in questo senso può diventare un ambiente ideale per lo scambio intellettuale tra studiosi di formazione e provenienze differenti – fermo restando il controllo critico e rigoroso dei procedimenti scientifici e il rifiuto energico della interdisciplinarietà fine a se stessa – permettendo alla cultura digitale di evolversi in una cultura essenzialmente “convergente”, cioè a tutti gli effetti partecipativa[3].

Si vorrebbe, per concludere, che i progetti presentati e discussi dai partecipanti al seminario fossero collocati in questo più allargato contesto teorico.

Gli interventi che seguono sono da inserire nel quadro di un seminario da me organizzato il 2 maggio 2006 mentre mi trovavo alla Columbia University di New York come “fellow” della Italian Academy for Advanced Study in America. Senza il supporto, generoso e incondizionato, del suo direttore, professor David Freedberg, senza l’incoraggiamento del direttore ad interim, professor Achille Varzi, e senza l’assistenza sollecita e precisa del personale tutto della Italian Academy, e in particolare di Allison Jeffrey, Robbie Brooks e Will Buford, non solo il seminario non sarebbe stato possibile, ma difficilmente si sarebbe potuti arrivare ad una, pur ritardata, pubblicazione degli atti relativi, che, come è giusto che sia, vedono la luce elettronicamente.

A tutti loro vanno i miei ringraziamenti più sentiti, nonché la mia riconoscenza profonda, da estendere anche ai partecipanti al seminario: Consuelo W. Dutschke (Rare Books and Manuscripts Library, Columbia University, New York), Vika Zafrin (Department of Italian Studies, Brown University, Providence), Rodney L. Ast (Digital Programs Division, Butler Library, Columbia University, New York), Stephen P. Davis (Digital Programs Division, Butler Library, Columbia University, New York), Ernesto Priani Saisó (Faculdad de Filosofía y Letras, Universidad Nacional Autónoma de México, Città del Messico), Mike Papio (Department of French and Italian Studies, University of Massachusetts, Amherst), Massimo Riva (Department of Italian Studies, Brown University, Providence) e Dino Buzzetti (Dipartimento di Filosofia, Università di Bologna). Di quest’ultimo, sfortunatamente, non è stato possibile includere l’intervento, mancanza questa bilanciata in qualche modo dall’aggiunta di quello di Paolo Ferragina (Dipartimento di Informatica, Università di Pisa), che, pur impossibilitato a presenziare all’appuntamento, ha avuto modo di inviare il contributo suo e dei suoi collaboratori (Alida Isolani, Dianella Lombardini, Tommaso Schiavinotto, Scuola Normale Superiore, Pisa).

Note

[1] Basti ricordare, ad esempio, il lavoro svolto da Peter Robinson e Prue Shaw nell’ambito delle iniziative promosse dall’Institute of Textual Scholarship and Electronic Editing della Birmingham University (http://www.itsee.bham.ac.uk/) ed in particolare ai progetti dedicati a Chaucer e Dante (http://www.canterburytalesproject.org/; http://www.sd-editions.com/Monarchia/index.html: è in preparazione anche il testo della Commedia), oppure la serie di edizioni digitali apparse nella collana dedicata ai “Classici del pensiero europeo” da Nino Aragno Editore, a cui si deve l’edizione delle opere di Giordano Bruno, Giovanni Pico della Mirandola e Pierre de Ronsard (http://www.ninoaragnoeditore.it/?mod=COLLANE&id_collana=53).

[2] Si vedano al riguardo le considerazioni che aprono il contributo di Paolo Ferragina e dei suoi collaboratori.

[3] Il riferimento teorico è agli studi di Henry Jenkins, che sin dall’inizio degli anni Novanta si è occupato di temi legati alla cultura partecipativa e convergente. Seppur il suo interesse non sia rivolto alla cultura accademica, nè tantomeno alla filologia in specifico, molti dei temi trattati nei suoi libri potrebbero essere proficuamente dibattuti con riferimento alle pratiche universitarie: si veda, in particolare, il recente Convergence culture. Where old and new media collide, New York and London, New York University Press, 2006 (trad. it. Cultura convergente. Dove i vecchi e i nuovi media collidono, Milano, Apogeo, 2007), ma anche il pionieristico Textual poachers. Television fans and participatory culture, London, Routledge, 1992, da leggersi ora insieme a Fans, bloggers, gamers. Exploring participatory culture, New York and London, New York University Press, 2006. Di interesse più specifico rispetto alle questioni sollevate nel corso del seminario sono da tenere presenti almeno i due essenziali studi Radiant textuality. Literature after the World Wide Web, New York and Basingstoke, Palgrave, 2001 (trad. it. La letteratura dopo il World Wide Web. Il testo letterario nell’era digitale, Bologna, Bononia University Press, 2002) di Jerome McGann e Humanities computing, Basingstoke and New York, Palgrave Macmillan, 2005 di Willard McCarty.