Storicamente. Laboratorio di storia

Dossier

I rapporti commerciali italo-ungheresi durante la guerra fredda. Convergenze parallele?

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Abstract

This article deals with the informal side of the economic relation network established during the Cold War between Italy and Hungary, through an analysis of the cooperation between the Hungarian import-export company Terimpex, which played a key role in the Hungarian socialst economy, holding the monopoly on life-stock and cannon fodder, and his Italian counterpart, the trading society Soresco, controlled by the Italian Communist Party with the tacit approval of the Italian authorities.

Una ricerca sulle “zone grigie” dei rapporti est-ovest: sul metodo e le fonti

Fra le molte angolature dalle quali è possibile esaminare la rete di rapporti intercorsi fra l’Italia e i paesi del blocco sovietico, come l’Ungheria, quella economica e finanziaria resta una delle meno esplorate. Da parte italiana gli ostacoli principali alla ricerca sul campo, oltre all’inaccessibilità delle fonti primarie, sono riconducibili alla ritrosia degli storici di professione a occuparsi di un tema suscettibile di un vasto e incontrollato uso pubblico, focalizzato peraltro su un singolo punto della vicenda, ovvero i finanziamenti illeciti percepiti in Italia, attraverso gli interscambi commerciali con l’est europeo, da certe forze politiche e sociali. Il campo resta dunque occupato da giornalisti e analisti i cui volumi, peraltro ricchi di informazioni e spunti, conservano un taglio pubblicistico [Averardi 2000; Riva 2002; Selvatici 2010]. Nell’ampia bibliografia dedicata alla storia del Partito Comunista Italiano, l’analisi del fattore economico-finanziario nelle vicende interne del partito continua a occupare un ruolo piuttosto secondario [Cervetti 1993; Gozzini-Martinelli 1998; Guerra 2005], mentre le nuove ricerche sui rapporti fra il PCI e i partiti comunisti del blocco sovietico tendono a concentrarsi sugli aspetti “politici” di tale sistema di relazioni [Santoro 2007; Garzia-Monzali-Bucarelli 2011]. Nel nostro campo spiccano il contributo di Giuseppe Averardi [Averardi 2000, cap. IX] e il più datato libro-denuncia Vodka-Cola [Levinson 1979], un’eccellente radiografia del commercio est-ovest dietro al cui sconosciuto autore si celavano i servizi segreti italiano e statunitense. In Ungheria, sebbene la storiografia contemporaneistica si sia rapidamente emancipata, dopo il 1989, dai vincoli ideologici e abbia acquisito notevole varietà tematica e metodologica, i rapporti est-ovest, e in particolari quelli con l’Italia, restano tuttora maggiormente indagati negli aspetti politico-diplomatici [Somlai 1996, 2007; Pankovits 2005, Andreides 2008a, 2008b; Horváth 2008; Misur 2010], o in quelli legati all’Ostpolitik vaticana e alla politica religiosa del regime kádáriano [Fejérdy 2005, 2011; Bottoni 2009].

Dalle ricerche internazionali in corso emerge tuttavia in modo crescente la rilevanza storica del problema della collaborazione economica e tecnico-scientifica fra paesi appartenenti a blocchi politico-militari contrapposti [Eloranta-Ojala 2005; Germuska 2009; Judt 2008, 2009]. Le principali domande e i nodi interpretativi cui cerco di rispondere in questo contributo riguardano il complesso rapporto tra affinità ideologica e partnership imprenditoriale negli interscambi commerciali fra l’Italia e l’Europa orientale comunista; l’impatto dei momenti di distensione o crisi politica fra i due blocchi sulle dinamiche dell’interscambio commerciale e, non da ultimo, quali meccanismi di finanziamento illecito della politica furono attivati al fine di agevolare la collaborazione di soggetti operanti in contesti economici diversi: la società di import-export Terimpex e la sua controparte italiana, la società di intermediazione commerciale Soresco di Milano, gestita dal Partito comunista italiano. Dal 1. agosto 1949 – data della sua creazione – al 5 dicembre 1989, quando la riorganizzazione del commercio estero determinò un riassetto societario, Terimpex svolse un ruolo chiave nell’economia ungherese, detenendo il monopolio sulla commercializzazione estera della carne da macello, con importanti risvolti su tutto il settore agro-alimentare e della zootecnia [Lányi 1983, 1986]. Data la struttura produttiva dell’Ungheria socialista, in cui rami tradizionali come l’allevamento e l’industria di trasformazione alimentare conservarono un’importanza assoluta, questo colosso divenne presto il maggiore esportatore ungherese verso i mercati non socialisti, arrivando negli anni settanta a fatturare da solo il 15% di tutto l’export ungherese. Negli anni del Nuovo meccanismo economico, introdotto nel 1968 per dinamizzare il sistema pianificato e agevolare gli scambi commerciali con l’occidente, Terimpex guadagnò un’ampia autonomia manageriale e si conquistò sulla stampa ungherese l'appellativo di principale «fabbrica di valuta pesante»[1] del paese. Non si trattava di un’iperbole propagandistica. Nel 1969 Terimpex contribuiva con oltre 200 milioni di dollari alle riserve valutarie del paese, mentre all’inizio degli anni ottanta il valore delle sue esportazioni rivolte verso l’area del dollaro si avvicinava al miliardo di dollari. Ciò rendeva il trust zootecnico e agroalimentare un vanto, ma anche fonte di preoccupazione per la classe dirigente ungherese durante il regime di János Kádár. L’interscambio di Terimpex era infatti particolarmente significativo, oltre che con l’Austria, con i due principali obiettivi dell’apparato militare e spionistico ungherese nell’ambito della divisione dei compiti all’interno del Patto di Varsavia: la Germania occidentale e soprattutto l’Italia, che dall’inizio degli anni sessanta alla fine degli anni ottanta costituì il primo partner commerciale dell’Ungheria fra i paesi non socialisti. Nel 1958, Terimpex realizzò da sola il 90% delle esportazioni ungheresi in Italia, per un controvalore di diversi milioni di dollari [Pankovits 80]. Nel 1971, il volume d’affari mosso da Terimpex sul mercato italiano aveva superato i 110 milioni di dollari, quasi la metà dell’interscambio complessivo con l’Italia[2], e tale percentuale si mantenne stabile nei due decenni successivi [KSH Külkereskedelmi Statisztikai Évkönyv, 1970-1989].

Le fonti di cui mi sono avvalso per questa ricerca sono molteplici anche se, inevitabilmente, parziali, data la perdurante inaccessibilità dei principali archivi italiani, fatta eccezione per l’archivio del Partito comunista, consultato presso l’istituto Gramsci. Fra le principali fonti reperibili presso l’Archivio Nazionale Ungherese[3] occorre citare il fondo del Comitato centrale del MDP, all’interno di esso Segreteria, Ufficio Politico, carte riservate di Mátyás Rákosi – riferite al periodo 1948-56 –, sezione economica, sezione esteri, la corrispondenza cifrata tra il Ministero degli Esteri ungherese dell’ambasciata in Roma, nonché delle rappresentanze commerciali di Roma e Milano. Tutti i materiali menzionati, inclusi quelli classificati come segretissimi, sono oggi accessibili fino al 1990. Fondamentali sono anche le carte del Ministero del Commercio estero (accessibili fino al 1980) relative agli scambi commerciali con l’Italia e il fondo Terimpex, purtroppo versato all’Archivio nazionale ungherese solo relativamente a due frammenti temporali (1950-56; 1986-91). Ho inoltre utilizzato il faldone Terimpex conservato presso l’Open Society Archive[4], che raccoglie ritagli di stampa e analisi compiute dal centro ricerche dall’emittente radiofonica Radio Europa Libera, e gli annuari relativi all’interscambio commerciale pubblicati ad uso interno dall’Istituto nazionale di statistica[5]. Molto rilevanti, per la loro peculiare funzione di “controllo” politico-ideologico su un aspetto sensibile delle relazioni esterne del regime comunista ungherese, sono infine risultate le carte provenienti dagli Archivi dei servizi di sicurezza[6] riferite all’attività informativa di alcuni funzionari del commercio estero coinvolti nell’interscambio commerciale italo-ungherese, così come gli atti processuali a carico di numerosi diplomatici, funzionari e agenti commerciali che defezionarono in favore dell’Italia nel 1948/49, in seguito alla rivolta del 1956 e ancora nel corso degli anni settanta.

Prima di esaminare il caso ungherese, è bene sottolineare un dato utile in chiave comparativa: dalla vasta documentazione esaminata emerge che l’Italia costituisse sin dagli anni cinquanta un caso speciale nei rapporti Est-Ovest, come suggerisce anche la presenza del più grande e influente partito comunista del blocco occidentale. Al tempo stesso, le società specializzate nell’import-export con i paesi del blocco sovietico costituirono in tutta l’Europa della guerra fredda un sistema economico parallelo ma per nulla segreto, noto ai principali attori politici nonché agli organi di sicurezza, e da questi largamente tollerato. Fra le due metà dell’Europa il perdurante conflitto politico e diplomatico convisse con spazi di collaborazione, formale e soprattutto informale, assai rilevanti. Molto resta dunque da scrivere sulla storia sociale del continente diviso per quasi mezzo secolo, e quella dello studio dei rapporti economici transnazionali può rivelarsi una prospettiva sorprendentemente fruttuosa. Proprio da un’analisi economica emerge infatti un complesso e affascinante intreccio di necessità economiche, strategie politiche, scontri e convergenze ideologiche, pratiche amministrative e contabili, rapporti personali, corruzione e spionaggio: la quotidianità della guerra fredda nei suoi vari risvolti.

Il rodaggio del sistema di intermediazione commerciale, 1948-1960

Nei primi anni della guerra fredda, l’accesa competizione ideologico-militare e la creazione da parte della NATO del COCOM, il comitato per il controllo sulle esportazioni delle tecnologie strategiche, determinarono una forte riduzione dell’interscambio con il mondo sovietico. In questa direzione agirono anche le politiche sovietiche riguardo prima le riparazioni di guerra e poi il riorientamento delle relazioni commerciali dei silgoli paesi. Uno dei pochissimi spazi rimasti aperti al commercio inter-blocchi era il mercato dei prodotti agricoli, dai cereali agli agrumi, e delle carni da macello. L’interscambio commerciale in dollari, dunque la necessità di realizzare un profitto, si univa tuttavia alla scelta di Mosca e dei suoi satelliti di utilizzare i canali commerciali legali per sostenere economicamente i partiti comunisti dei paesi occidentali. Per operare sui mercati italiano, tedesco-occidentale, francese, belga, austriaco e israeliano, Terimpex si servì dunque sin dalla sua fondazione di società di intermediazione costituite all’estero. Sebbene la documentazione ungherese relativa alla fase iniziale del sistema di scambi commerciali est-ovest gestiti in regime di monopolio non ci consenta ancora di tracciarne una mappa completa, la presenza di tali società in Italia (Simes, partner dell’ungherese Agrimpex, monopolista in campo agricolo e importatrice di agrumi), Nordexport di Torino, retta dal funzionario comunista Augusto Doro, Co. Ce. Or. ma soprattutto Socofin – in seguito Soresco, dal novembre 1950 partner della Terimpex [7]) è attestata sin dal dicembre 1948, quando i due paesi firmarono un accordo commerciale che avrebbe regolato i rapporti bilaterali fino agli anni sessanta[8].

Da parte del PCI, fino alla metá degli anni cinquanta la responsabilità politica delle iniziative commerciali con il blocco sovietico ricadde sul senatore Eugenio Reale, coadiuvato da Norberto D’Alessandro e in seguito da Nullo Muratori, direttore generale delle imprese di partito operanti sull’import-export con il blocco orientale. Come osservano gli autori della monumentale storia del PCI, nonostante fonti giornalistiche e di polizia arrivassero in quegli anni a stimare in decine di miliardi annui il bilancio del PCI, coperto in gran parte da versamenti diretti attraverso canali diplomatici e da percentuali (“provvigioni”) fino al 5% estratte dagli affari condotti con i paesi comunisti, nulla di ciò trapelava nella corrispondenza riservata interna del PCI, né tantomeno nelle comunicazioni ufficiali [Gozzini-Martinelli 1998, 154-156]. Da parte ungherese, un ruolo fondamentale era invece svolto dall’ufficio commerciale della legazione in Roma e dal capo della referatura italiana presso il Ministero del commercio estero. Reduce da un fruttuoso apprendistato romano, dal 1951 alla fine degli anni settanta la funzionaria Ida Tóth sarebbe rimasta, da parte ungherese, il perno degli intrecci commerciali riservati. Fino al 1956, gli “anni di formazione” del sistema di scambi controllati videro direttamente coinvolti nelle trattative commerciali riservate politici di alto livello: Eugenio Reale, che insieme al deputato Carlo Farini, responsabile del programma radiofonico Oggi in Italia, si recava a Budapest diverse volte l’anno per il «disbrigo di affari riservati di partito»[9], Matteo Secchia, fratello del vicesegretario del PCI e per qualche anno segretario personale di Togliatti, e il deputato Edoardo D’Onofrio, membro del Comitato centrale e, in quanto direttore del servizio d’ordine e informazioni interno, responsabile per il “lavoro politico” dei comunisti italiani emigrati dopo il 1948 in Europa orientale [Sechi 2006, 433]. Data l’impossibilità di condurre trattative dirette con i dirigenti delle società monopoliste del commercio estero, da parte ungherese l’esposizione diretta nelle trattative commerciali e negli aiuti finanziari ai partiti occidentali coinvolgevano addirittura i vertici del partito. Nella prima metà degli anni cinquanta i pro-memoria e i rapporti riservati diretti alla Segreteria furono spesso redatti dal ministro del commercio estero Gyula Háy o l’economista e influente membro del CC István Friss. In diverse occasioni, tuttavia, fu necessario interessare ai complicati intrecci finanziari italo-ungheresi i vertici del partito, dal presidente dell’ufficio per la pianificazione Zoltán Vas al primo segretario Mátyás Rákosi. Sin dalla fine degli anni quaranta, l’interscambio commerciale italo-ungherese si arricchiva di provvigioni concesse dalla controparte ungherese al PCI in cambio dell’assistenza concessa dalle società da questi controllate[10]. Per evitare i rigidi controlli polizieschi, gli ungheresi utilizzarono diversi metodi per far pervenire al PCI i “diritti di commissione” pattuiti. Nel febbraio 1950 Friss, giunto a Roma per colloqui con Togliatti, consegnò personalmente a Matteo Secchia un plico del valore non specificato [11]. Il 25 giugno 1951, la responsabile della sezione Esteri del partito comunista ungherese, Anna Bebrics, comunicò a Reale e D’Onofrio l’avvenuto pagamento, tramite la Banca nazionale ungherese e mediante bonifico sul conto attivato dal PCI presso un istituto di credito svizzero, di una provvigione di 101.613 franchi, pari a circa 14 milioni di lire[12]. Nell’ottobre 1952 la società del PCI Socofin ottenne, per un’affare riguardante carne macellata esportata in Italia del valore di 600 milioni di lire, una provvigione di 3 milioni, pari al 2%, depositata presso l’Ufficio Italiano Cambi[13].

Dalla fitta corrispondenza di quel periodo emergono, nella collaborazione commerciale fra i due partiti, difetti strutturali che ne pregiudicarono l’efficienza e la redditività. Il PCI e le sue organizzazioni collaterali, dai sindacati alle cooperative, sfruttavano il canale privilegiato ungherese ed est-europeo ai fini esclusivi del proprio finanziamento, in un periodo di violente contrapposizioni ideologiche e diffuse repressioni anticomuniste attuate dalle autorità italiane. Nonostante l’asserita solidarietà internazionalista, gli ungheresi coglievano spesso un atteggiamento di egoismo e sufficienza da parte del PCI nei confronti dei partner dell’est Europa[14]. In altri casi accadeva il contrario: i rappresentanti commerciali ungheresi stringevano affari, dietro pagamento di una percentuale, con ditte e società non controllate dal PCI. Il Ministero del commercio estero si vide più volte obbligato a diramare circolari contenenti la lista delle società da evitare e quelle di riferimento, in primo luogo la Simes, cui presentare gli agenti commerciali[15]. La maggioranza delle imprese italiane interessate agli scambi con l’Ungheria si trovava tuttavia nel Nord, ma a differenza di Bulgaria e Cecoslovacchia, che nei primi anni cinquanta disponevano già di una rappresentanza commerciale a Milano, l’Ungheria fu autorizzata ad aprirla solo nel 1961.

Per un’economia povera come quella ungherese, stravolta peraltro nel 1951-53 dallo sforzo imposto da Stalin dall’attuazione del primo piano quinquennale “rialzato” [Bottoni 2007], le risorse finanziarie messe a disposizione del PCI sotto forma di provvigioni o regalie rappresentavano uno sforzo enorme, non sempre adeguatamente apprezzato dai funzionari italiani addetti alle operazioni commerciali, la cui incerta moralità non mancò di causare dissidi che i mediatori politici erano poi chiamati ad appianare[16]. La mancanza di manager e quadri economici fidati in entrambi i paesi costringeva infine i dirigenti a esporsi, spesso di persona, in transazioni commerciali che si pretendevano “segrete” ma sulle quali gli organi di polizia italiani disponevano di un’ampia documentazione, come avrebbero rivelato le inchieste giudiziarie del 1951 e, in seguito, le perquisizioni effettuate nelle sedi delle società di partito nell’autunno 1954[17]

Il coinvolgimento diretto del PCI esponeva le società da questi controllate a forti rischi di sicurezza, tanto che Reale, insoddisfatto del volume degli scambi e dei metodi utilizzati, offrì a Togliatti le proprie dimissioni, peraltro respinte, già nella primavera del 1949[18]. Il decennio che seguì fu segnato da ripetuti scandali, inchieste interne di partito, arresti o – da parte ungherese – gravi defezioni come quella di György Szekeres. Consigliere economico presso la legazione romana dal 1948 al 1950 profondamente coinvolto negli affari commerciali riservati, Szekeres abbandonò l’incarico per rifugiarsi in Francia e successivamente in Germania occidentale, dove gli organi di sicurezza sovietici lo catturarono per consegnarlo alle autorità ungheresi, che lo condannarono a 4 anni di prigione[19]. Furono probabilmente le informazioni fornite da Szekeres durante la fuga a propiziare una campagna di arresti che coinvolse circa 80 funzionari del PCI coinvolti nei rapporti commerciali con l’Europa orientale. Per qualche mese fu addirittura necessario sospendere gli “affari riservati”, come testimonia un telegramma giunto da Roma a Rákosi nel giugno 1951[20].

Le difficoltà e gli insuccessi spinsero le parti a riorganizzare il sistema di intermediazione commerciale, approfittando dell’autorizzazione concessa dagli Stati Uniti all’Italia di ampliare i suoi contatti commerciali con l’Europa orientale al fine di sostenere la ripresa postbellica. Il governo italiano limitava tuttavia, da una posizione di forza, l’influenza e la portata dell’interscambio commerciale controllato dall’opposizione comunista, escludendone macchinari e strumenti di precisione. Secondo i funzionari del ministero del Commercio estero italiano, con i quali Reale manteneva rapporti di lavoro, l’Ungheria doveva tuttavia accettare di proseguire gli scambi commerciali tradizionalmente incentrati sui prodotti agricoli e il bestiame, altrimenti l’Italia si sarebbe rivolta ad altri mercati, come la Jugoslavia[21]. Occorrevano dunque, alla guida delle società commerciali, uomini nuovi e solo indirettamente legati al PCI, come Vittorio Savi, per oltre vent’anni amministratore delegato della società Soresco. La prima menzione di Savi nelle carte ungheresi risale al 27 ottobre 1952, quando questi giunse in visita a Budapest come rappresentante di Socofin, predecessore di Soresco nell’import-export con la monopolista ungherese Terimpex. Il giovane Savi, serio e preparato, fece un’ottima impressione nella capitale ungherese, e il ministero del Commercio estero gli affidò il segmento di mercato più prezioso, quello del bestiame da macello[22].

Le aperture dei primi anni cinquanta furono tuttavia vanificate da una serie di eventi correlati. In risposta al brutale soffocamento della rivolta dell’ottobre 1956, l’Occidente adottò una strategia di isolamento diplomatico contro il regime filosovietico guidato da János Kádár. Il boicottaggio commerciale venne favorito dalle massicce defezioni che avevano disarticolato un settore vitale quanto delicato per lo stato comunista, in quanto esponeva la propria burocrazia a diretto contatto con il nemico ideologico. Secondo un rapporto del 1957, nel corso della rivoluzione o in seguito ad essa defezionarono 577 funzionari ungheresi di società del commercio estero (17 presso la sola Terimpex), fra cui due direttori e 120 agenti commerciali, 37 funzionari ministeriali e 22 rappresentanti commerciali presso ambasciate e legazioni, fra le quali anche quella di Roma[23]. Sul fronte italiano, il sistema di intermediazione rischiò il collasso in seguito all’abbandono del PCI da parte di Eugenio Reale, creatore e massimo conoscitore del sistema di finanziamento riservato del partito [Averardi 2000, 215-218]. Il ruolo imprescindibile di Reale nel funzionamento di un meccanismo di corruzione consolidato, apparentemente ignoto alla storiografia e alla memorialistica di partito, emerge con brutale chiarezza dalla denuncia, anonima ma assai circostanziata, redatta in vista della Segreteria del 7 gennaio 1957, che decretò l'espulsione di Reale dal PCI.

Pure i suoi rapporti, che teneva lui solo e molto riservatamente, con i maggiori banchieri (vedi Mattioli, Longo) o dirigenti di imprese monopolistiche (Marinotti, Vigorelli, Giustiniani, Valletta o Torazzi) sebbene inerenti alla natura del lavoro, profilavano talvolta riflessi ambigui. Intanto, ed in più casi, non era precisato neppure con intese verbali quale tangente ci spettasse per determinati affari, per cui quello che ci veniva corrisposto aveva spesso l'aspetto di un obolo più che di compenso per un servizio commerciale. Vedi ad esempio il caso di Bertolone della RIV che per quanto ricordi dette a Reale solo un milione per un giro di affari assai cospicuo con la Polonia in cui si era agevolato sia della collaborazione della nostra società di Torino, sia soprattutto dell'ausilio di Spartaco Vannoni che a quell'epoca risiedeva stabilmente a Varsavia. Ugualmente avveniva con la FIAT che pure si avvalse largamente di Vannoni per il contratto dei motori marini (ca. 10 milioni di dollari) con la Polonia, e che se ben ricordo si limitò a concederci (due o tre volte) degli sconti sul prezzo di acquisto delle autovetture. Ed altre incertezze dello stesso genere si verificarono anche quando il compenso era stato pattuito, senza che si potesse intervenire per recuperarlo per divieto di Reale o per impedimenti frapposti (evidentemente in accordo con lui) dai suoi beniamini[24].

Nonostante la crisi attraversata dal PCI in seguito alla rivoluzione ungherese, il 1956 non rappresentò una frattura di lungo periodo per i rapporti bilaterali riservati: già nel 1958 Enrico Mattei, dopo essere stato a Mosca, si recava a Budapest per sondare la possibilità di investimenti italiani nel comparto petrolchimico, mentre nel triennio 1958-60 le autorità ungheresi continuavano a finanziare l’Unità con un contributo annuo di 500.000 fiorini convertibili, quasi 9 milioni di lire al cambio dell’epoca [Pankovits 2005, 63]. Negli anni successivi al 1956, il commercio bilaterale italo-ungherese raddoppiò nel 1960 rispetto ai 20 milioni di dollari del 1955, rendendo l’Italia il terzo partner occidentale dopo l’Austria e la Germania Federale Tedesca. Il regime kádáriano, sebbene ancora impegnato nella repressione della “controrivoluzione”, aveva mostrato di comprendere una parte del messaggio lanciato nel 1956. La risoluzione dell’Ufficio politico del partito comunista ungherese del gennaio 1958 sullo sviluppo del commercio estero come volano dei rapporti economici con l’Occidente aprì la strada a una profonda riorganizzazione del settore, con l’apertura di un’Accademia del commercio estero e la concessione di borse di studio a giovani economisti presso istituzioni finanziarie occidentali[25]. Tali provvedimenti anticipavano il Nuovo meccanismo economico, anche se non riuscirono a emancipare la proiezione internazionale dell’Ungheria dal binomio agricoltura-zootecnia. Sul piano interno, l’esportazione in grandi quantità di alimenti che diventavano inaccessibili al consumatore medio, come la carne bovina, non mancava inoltre di suscitare commenti sfavorevoli e malumori in ampi settori del partito[26]. Negli anni seguenti, la propaganda sulla più redditizia azienda ungherese avrebbe assunto toni assai più sobri.

Dai fasti alla crisi del “commercio protetto”, 1961-1985

All’inizio degli anni sessanta, con il miglioramento del clima politico internazionale mutarono anche le coordinate di riferimento per i rapporti commerciali italo-ungheresi. A differenza dei primi anni della guerra fredda, il fiorente import-export non nuotava controcorrente, ma si inseriva in modo armonioso nel clima di distensione politica fra i blocchi e capitalizzava anche la simpatia del consumatore italiano per un paese “esotico” quanto geograficamente vicino [Pankovits 2005, 95]. Nel settembre 1962, la guida della legazione ungherese a Roma (elevata nel 1964 al rango di ambasciata) venne assunta da un dirigente comunista dai modi affabili e dai gusti più raffinati rispetto ai suoi predecessori, József Száll, che trasformò la propria residenza in un punto di ritrovo per politici, artisti e anche uomini d’affari italiani. La strategia ungherese nei confronti dell’Italia venne delineata il 14 aprile 1964 dall’Ufficio politico del partito, denominato durante la rivoluzione “operaio socialista ungherese” (POSU). L’Italia era vista a Budapest come l’anello debole del mercato comune europeo, del quale si potevano sfruttare oscillazioni interne con l’obiettivo di allentare il legame con gli organismi politici e militari occidentali[27]. A tal fine Budapest attribuì grande rilevanza all’apertura dell’ufficio commerciale e del consolato di Milano, nel 1961, e all’accordo commerciale quadriennale, il primo con un paese del patto di Varsavia, firmato nel 1969. L’interscambio commerciale fra i due paesi iniziò a crescere in modo dinamico e raggiunse i 100 milioni di dollari nel 1964, arrivando a sfiorare i 230 milioni nel 1969 e i 440 milioni nel 1973, all’apice del processo di distensione.

In quel periodo la guerra fredda assunse, nel contesto italo-ungherese, il carattere di una cordiale ostilità, arricchita da importanti “convergenze parallele” e punteggiata, di tanto in tanto, da qualche asprezza legata a casi di spionaggio e defezione. Nell’ottobre 1970 stesso Száll, appena richiamato in patria, defezionò in favore dell’Italia e si stabilì a Milano insieme alla moglie. Come risposta, nel 1973 la giustizia ungherese lo condannò in contumacia a 15 anni di prigione e confisca dei beni per spionaggio in favore dell’Italia[28]. Secondo un rapporto della Commissione parlamentare l’inchiesta sul terrorismo e le stragi, la defezione di Száll venne propiziata dal Servizio Italiano di Difesa e l’ex ambasciatore, divenuto un uomo d’affari, nel 1975 fu cooptato nella loggia coperta P2[29]. Già nel novembre 1966, tuttavia, aveva suscitato clamore l’arresto del consigliere commerciale a Milano, Ferenc Budai, da tempo pedinato in quanto sospettato – peraltro correttamente – di essere un ufficiale sotto copertura del servizio segreto militare ungherese; per ripicca, gli ungheresi incarcerarono il direttore dell’Istituto italiano di cultura a Budapest, Guido Gambella, e la vicenda si sarebbe risolta solo qualche mese dopo, con la concessione della grazia a entrambi gli imputati e il loro scambio[30]. Nel 1973, infine, chiese asilo politico in Italia il potente responsabile dell’ufficio commerciale di Milano, Mátyás Csillag, funzionario che aveva rappresentato società ungheresi in Italia sin dai primi anni cinquanta[31].

Per quanto gravi, questi episodi non riuscirono a scardinare un meccanismo di intermediazione commerciale che, dopo l’apertura dell’ufficio ungherese a Milano, si era ormai consolidato e avrebbe funzionato fino alla transizione politica ungherese del 1989. Nella seconda metà degli anni sessanta Terimpex rappresentava ormai, con il suo apporto valutario frutto soprattutto del settore zootecnico, un fattore politico di assoluto rilievo. Nel luglio 1967 il ministero del commercio estero descrisse alla sezione economica del CC del partito i rapporti con le imprese legate ai partiti comunisti occidentali, rimarcando l’eccezionale grado di operatività raggiunto in Italia, dove si lavorava «con sole due imprese di partito. Tra di esse domina la ditta Soresco di Milano, attraverso la quale Terimpex svolge gran parte del suo volume di affari con l’Italia (nel 1966 circa 50 milioni di dollari, pari al 77%). La ditta assolve bene il suo compito e non vi è nessun motivo che spinga a introdurre modifiche in questo rapporto reciprocamente vantaggioso[32]».

L’espressione «vantaggioso», riferita al commercio estero con le società italiane legate al PCI, ricorre spesso nei documenti degli anni settanta e ottanta e mostra, in filigrana, l’essenza del rapporto di lavoro instauratosi fra le parti. La sempre più agguerrita concorrenza imponeva al colosso ungherese di ampliare e diversificare le proprie attività. Nel 1969 venne creata a Trieste, con la partecipazione della società di commercio estero Hungarocamion, la società mista Eurocar, addetta allo stoccaggio merci in arrivo dall’Ungheria attraverso la Jugoslavia [Lányi 1983, 32-33]. Nel marzo 1972, fu la volta di una vecchia società mista costituita a Roma, denominata anch’essa Soresco in evidente continuità con l’esperienza milanese appena conclusa[33]. La nuova società, di cui erano titolari con quote paritarie Terimpex e il partner italiano Assobrokers, si costituì con un capitale sociale esiguo, due milioni di lire [Riva 2002, 405]. Amministratori delegati furono nominati l’ormai esperto Savi, in quota PCI, e un funzionario Terimpex di nome Eckstein. Qualche settimana più tardi, il presidente del consiglio Giulio Andreotti e il ministro del commercio estero Ripamonti consegnarono a Roma il premio d’impresa Mercurio d’oro, pomposamente definito dalla stampa ungherese “l’ Oscar europeo del commercio[34]”, al direttore della Terimpex Antal Dézsi, potente e stimato manager del colosso agro-alimentare dal 1953 alla morte, nel 1977»[35].

Due fattori concorsero tuttavia a minare sul lungo periodo la posizione privilegiata di Terimpex sul mercato italiano. A partire dagli anni sessanta, la Comunità Economica Europea iniziò a varare per gli Stati membri regolamenti che limitavano l’importazione di certi prodotti da paesi terzi, incoraggiando quindi gli scambi all’interno del mercato comune. I primi segnali di allarme per il commercio protetto fra Italia e Ungheria risalivano al 1961-62, con la temporanea sospensione dell’importazione di carne decretata dal governo italiano[36] e, soprattutto, nel 1968, con i provvedimenti restrittivi varati a Bruxelles nel quadro della politica agricola comune. Le restrizioni del 1968 furono presto ammorbidite in quanto l’Italia fece proprie in sede comunitaria le pressioni ungheresi mirate a limitare le perdite in termini di esportazione. Nessuno, tuttavia, poteva prevedere i devastanti effetti del Regolamento comunitario n. 1805 del luglio 1974, che fissava i prelievi all'importazione di vitelli e di bovini adulti nonché di carni bovine diverse da quelle congelate, introducendo generose sovvenzioni agli allevatori comunitari, in particolare francesi e tedeschi[37]. Il blocco provocò nel biennio 1974-75 un crollo delle esportazioni di carne fino all’80%, e la quota ungherese sul mercato italiano si ridusse a un quarto: dal 20% del 1973 al 5% del 1975. Le ripercussioni finanziarie furono gravissime non solo per Terimpex, le cui perdite si aggiravano nell’ordine delle decine di milioni di dollari annui, ma anche per il PCI, economicamente danneggiato in un momento cruciale della vita politica nazionale dal venir meno di importanti provvigioni riscosse soprattutto attraverso la società di intermediazione Soresco. La questione divenne quindi oggetto di pressione politica, come testimoniano i numerosi rapporti diplomatici ungheresi dedicati all’argomento. Nell’aprile 1976 il PCI organizzò a Roma un convegno sui problemi agricoli per lanciare una campagna pubblica di sensibilizzazione Il segretario del partito Enrico Berlinguer, il responsabile per i problemi dell’agricoltura Emanuele Macaluso e il senatore Nicolò Cipolla, delegato italiano al parlamento europeo ed esperto di questioni agricole assicurarono gli invitati ungheresi sull’appoggio politico delle correnti di sinistra della Democrazia Cristiana, inclusi il presidente del Consiglio Aldo Moro e il ministro del Commercio estero, Giovanni Marcora[38]. A parziale risultato della pressione diplomatica italiana in sede comunitaria, sollecitata in più occasioni dal PCI, la CEE abrogò nell’estate 1977 le quote[39], sostituite però da un sistema di dazi assai pesanti. Secondo il ministero degli Esteri ungherese, l’Ungheria aveva così perso tutta la propria competività in quanto, fra dazi e “provvigioni” varie, calcolate in una misura del 4%, i suoi prezzi superavano di un quinto quelli applicati all’interno del mercato comune[40].

In quello stesso 1974 vennero al pettine anche altri nodi irrisolti e più imbarazzanti. L’estrema informalità che dominava la sfera delle società miste era illustrata dalla figura di Vittorio Savi, dal 1952 e per un ventennio rappresentante italiano di Terimpex in qualità di amministratore delegato della Soresco. Ufficialmente designato dal PCI alla guida della società milanese, Savi si ritagliò subito il ruolo di amministratore fiduciario unico del rilevante scambio commerciale, operando in crescente autonomia dai suoi referenti politici a capo di una struttura minuscola (tre dipendenti, oltre allo stesso Savi). La sua intraprendenza e loquacità lo resero noto ai servizi segreti italiani, che monitoravano le attività di import-export con i paesi del blocco sovietico [Riva 2002, 404-405], suscitando il parallelo interesse dello spionaggio ungherese. “Nagy István”, nome in codice di Géza Bíró, funzionario del commercio estero posto nel novembre 1961 a capo dell’appena inaugurato ufficio di Milano, era giunto nella capitale lombarda con l’esplicito compito di seguire i movimenti di Savi, coadiuvato da altri informatori impiegati nella struttura. Dai rapporti di “Nagy István” e del suo successore alla guida dell’ufficio commerciale, l’informatore “Kapás”, emerge un quadro sconcertante. Savi e i suoi collaboratori impedivano all’ufficio commerciale di Milano di occuparsi della compravendita di carne, che consideravano affare di competenza esclusiva di Soresco e dell’ufficio commerciale di Roma[41]. L’influenza dell’intermediatore, che si recava più volte l’anno a Budapest, veniva esercitata attraverso generose regalie di cui non beneficiavano solo gli agenti commerciali ungheresi ma anche le persone di contatto, come Ida Tóth al ministero del Commercio estero, ed istituzioni chiave nel sistema economico comunista come la Banca ungherese del commercio estero [Kövér 2003]. Questa fu infatti diretta per quasi venti anni da István Salusinszki, ex capo dell’Ufficio commerciale di Roma nei primi anni sessanta e autorevole sponsor politico di Savi a Budapest[42]. Savi non trascurò neppure i propri diretti superiori: nel 1961 invitò a proprie spese per un soggiorno di una settimana in Ungheria l’amministratore del PCI, il deputato Giulio Turchi, la cui amicizia cercò di sfruttare a fini commerciali, come osservò contrariato l’informatore dei servizi di sicurezza ungheresi[43]. Savi intratteneva inoltre rapporti sospetti con le autorità di polizia italiane: l’amministratore di Soresco veniva regolarmente contattato da due funzionari dell’Ufficio stranieri della Questura di Milano, ai quali forniva informazioni sugli ungheresi in arrivo in Italia. In cambio, a Savi era garantita una corsia preferenziale in merito alle richieste di visto per l’Ungheria da questi appoggiate. Prima ancora dell’affaire spionistico Budai-Gambella, in cui la magistratura milanese aveva inizialmente coinvolto anche la Soresco, ordinando perquisizioni domiciliari a carico dei suoi dipendenti, Savi aveva dunque intuito ciò che gli atti documentali ungheresi oggi confermano: l’Ufficio commerciale di Milano non era altro che una base operativa di spionaggio per i servizi militari di Budapest, incaricati dal comando unificato del Patto di Varsavia di monitorare le basi NATO dell’Italia settentrionale[44]. Savi era consapevole che gli ungheresi avevano assoluto bisogno dei suoi servigi e non esitò a esercitare il proprio potere ricattatorio sui partner. Nonostante le accuse mosse sul suo conto dagli organismi di sicurezza e nonostante il clima di sfiducia causato nella società dalla guerra interna fra “italiani” (gli uomini di fiducia di Savi) e “ungheresi” (ufficiali e informatori dello spionaggio di stanza a Milano), Savi continuò a ricoprire l’incarico fino al 1974. Ai goffi tentativi operati da parte ungherese per comprometterlo ed estrometterlo dalla posizione conquistata, Savi oppose un argomento inoppugnabile: se divulgata, la natura “mutualmente vantaggiosa” dei rapporti riservati fra una società statale ungherese e il PCI avrebbe causato danni incalcolabili a entrambe le parti.

Secondo un rapporto inviato il 28 marzo 1974 dall’ambasciata di Roma al responsabile della sezione Esteri del CC del POSU, furono necessarie energiche rimostranze da parte ungherese per giungere a un riassetto societario, delineato durante una riunione cui parteciparono il segretario amministrativo del PCI Guido Cappelloni, il direttore generale di Terimpex Antal Dézsi e il direttore aggiunto ungherese della società a capitale mista Soresco. Vittorio Savi, che pure pretendeva una buonuscita multimilionaria in cambio del proprio silenzio, fu indotto a chiedere il pensionamento, mentre su segnalazione ungherese fu avviata un’indagine interna sul suo successore Stagni, reo di aver commesso due gravi «errori cospirativi» quando si era informato per telefono «su quanti soldi avesse il PCI in Ungheria e in Svizzera». La priorità divenne, in un momento di elevata incertezza politica ed economica, aggravato dall’ennesima defezione presso l’ufficio commerciale di Roma, il «funzionamento sicuro» di una società, Soresco, attraverso la quale nel 1973 Terimpex aveva registrato in Italia un volume di affari di 170 milioni di dollari, pari al 90% dei bovini esportati sul mercato occidentale. Nei calcoli delle autorità ungheresi, tali affari finanziavano direttamente il partito fratello con circa 250 milioni di lire annue[45]. La posizione di Stagni si sarebbe aggravata fino a costringere il PCI a sostituirlo con Enzo Gemma, già amministratore delegato della RestItal, una delle più importanti società di partito, fondata nel 1966 [Riva 2002, 397-401]. Nell’aprile 1976, infine, alla vigilia delle elezioni politiche, Cappelloni informò l’ambasciata ungherese a Roma sull’intenzione di operare ulteriori sostituzioni nel personale della Soresco. L’incarico di Gemma fu ufficialmente assunto da un pensionato, mentre due iscritti bolognesi attivi nella cooperazione assumevano la carica di revisori dei conti. Il senso dell’operazione fu spiegato agli interlocutori ungheresi da Cappelloni: per evitare i sempre più frequenti interventi delle autorità, volti a colpire gli interessi economici del PCI, occorreva trovare persone selezionate come sempre dal partito ma politicamente meno esposte[46]. Negli stessi giorni, un’operazione simile veniva operata sulla Alturist, specializzata in soggiorni turistici nei paesi dell’Europa orientale, la cui proprietà e gestione fu ceduta alla Lega delle cooperative[47]. Ancora due anni prima, la strategia del PCI sembrava essere differente. Il 18 novembre 1975 Armando Cossutta comunicava al CC del POSU che «a seguito di un accordo intervenuto con i nostri compagni della CGIL, la proprietà della società Italimpex è stata trasferita al Partito. L’Italimpex opera in Ungheria da molti anni in modo serio e responsabile e, per quanto ci risulta, con reciproca soddisfazione». Cossutta coglieva anche l’occasione per ricordare «che le aziende che operano in Ungheria e alle quali siamo interessati sono la Rest-Ital, l’Esteuropa e l’Italimpex oltre, naturalmente, alla Soresco»[48].

L’entrata in vigore della legge sul finanziamento pubblico dei partiti, nel maggio 1974, aveva peraltro già scardinato il consolidato meccanismo di pagamento delle provvigioni su conti aperti presso banche svizzere. Un rapporto d’ambasciata del luglio 1975 illustra nei dettagli le modifiche procedurali adottate:

A seguito delle restrizioni imposte dalle autorità italiane al trasferimento di valuta, il PCI ci ha chiesto di interrompere dal 1. gennaio 1974 il pagamento della provvigione sull’attività della società mista italo-ungherese Soresco, sinora effettuato sul conto corrente svizzero stabilito. Il PCI non riesce più, infatti, a portare il denaro in Italia aggirando i controlli delle autorità italiane. Terimpex ha quindi sospeso a partire da quella data il pagamento di bonifici bancari in favore del PCI. Il partito, nella persona del segretario amministrativo, compagno Cappelloni, ha chiesto il 17 aprile tramite l’ambasciata il pagamento della provvigione spettante, pregando il nostro ministero degli Esteri di far pervenire il denaro a Roma[49].

Nel nuovo metodo, un ruolo fondamentale, e nel contempo assai rischioso, fu quindi assunto dalla Banca Nazionale che, dopo aver ricevuto dall’ufficio finanziario di Terimpex l’importo “spettante” ai partner italiani, provvedeva ogni sei mesi a confezionare la provvigione per recapitarla al PCI in valigia diplomatica. Sull’entità dei trasferimenti di denaro negli anni settanta e ottanta possediamo informazioni assai frammentarie, in quanto le autorità ungheresi eseguirono la distruzione di gran parte delle ricevute transitate per il ministero del Commercio estero e la Banca Nazionale Ungherese. Dalle carte conservate presso il ministero degli Esteri, le uniche disponibili su questo periodo, risultano due pagamenti effettuati nel 1975 (365.842 marchi tedeschi, in luglio; 100 milioni di lire a dicembre[50]); un totale di 300 milioni, versati in due tranche, nel 1977[51]; 369 miloni di lire – sempre in due pacchetti – nel 1979[52]. L’ultimo versamento del quale si sia conservata traccia documentale negli archivi ungheresi, una tranche semestrale da 100 milioni di lire, risale al dicembre 1983[53]. Come vediamo, la seppur parziale documentazione disponbile dovrebbe indurre gli storici a una maggiore cautela nell’accettare le spiegazioni fornite dagli ex protagonisti della vicenda in merito alle sovvenzioni d’oltrecortina [Cervetti 1993], sopratuttto per quanto riguarda il nodo dell’interruzione dei rapporti finanziari con il blocco sovietico.

Vantaggi e limiti di un rapporto informale al tramonto della guerra fredda, 1985-1990

Nell’affare Terimpex-Soresco, l’estrema riservatezza nella gestione di un rapporto “vantaggioso” rappresentò per decenni un punto di forza (grazie alla stabilità della situazione finanziaria e alla sostanziale impermeabilità delle società miste all’azione repressiva e giudiziaria) ma anche di debolezza. Le provvigioni trasmesse al PCI sotto forma di denaro contante o, più raramente, di benefit quali soggiorni termali o battute di caccia in Ungheria, entrarono presto a far parte di quell’ampia “zona grigia” che le autorità italiane tolleravano, relegandaole però al margine dell’interscambio economico e della cooperazione tecnologica. Negli anni settanta e ottanta il PCI continuò a utilizzare Terimpex e le carni ungheresi come fonte di un finanziamento occulto il cui valore superava, secondo gli stessi funzionari comunisti, i proventi realizzati con l’intermediazione commerciale italo-sovietica[54]. Il profitto infatti non veniva reinvestito ma ceduto al vero detentore delle quote societarie, l’apparato amministrativo del PCI. Fino a tutti gli anni ottanta le esigenze politiche e ideologiche prevalsero sul fattore più strettamente economico: dalle carte della sezione economica del POSU e della sicurezza statale emerge una situazione paradossale in cui si muoveva l’intero comparto import-export di un paese comunista relativamente aperto al mercato occidentale. I funzionari venivano infatti accuratamente selezionati per svolgere compiti della massima responsabilità (erano gli unici a poter maneggiare denaro "vero"), la maggior parte di essi proveniva o veniva cooptata dai servizi segreti del proprio paese. Al tempo stesso, la corruzione diffusa a tutti i livelli dell’apparato, sfruttata abilmente da tutti i soggetti economici italiani interessati all’interscambio con l’Ungheria, unita al fenomeno delle defezioni per ragioni politiche o personali, rendeva questo apparato fragile e ricattabile. Il meccanismo di rapporti quasi esclusivi con un ristretto giro di intermediari danneggiò sul lungo periodo l’esportatore ungherese.

Dal canto suo, Terimpex doveva rimpatriare la propria quota di profitto ottenuta mediante Soresco per assolvere alla propria funzione di procacciatrice di valuta pesante in un paese, come l’Ungheria, che nel maggio 1982 si era trovata a un passo dal default e negli anni ottanta sopravviveva grazie ai prestiti del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale [Berend 2008; sul contesto est-europeo: Lavigne 1991; Csaba 2005]. Scarsa attenzione fu prestata a “dettagli” fondamentali quali la sperimentazione tecnologica, gli studi di mercato e le migliorie logistiche, che avrebbero potuto consentire al colosso ungherese di difendere meglio le proprie posizioni sui mercati dell’Europa occidentale [Lányi 1986; Kunits 1986]. Quando, nel 1985, il crollo del prezzo del petrolio trascinò con sé il settore agricolo e zootecnico, Terimpex entrò in una crisi profonda, dalla quale non si risollevò neppure con il cambio di direzione che portò nell’azienda un vero burocrate-manager, László Ránky, tipico esponente del proto-capitalismo kádáriano[55].

Nella seconda metà degli anni ottanta il travaglio di Terimpex si inserì nel generale disfacimento del modello economico socialista, per quanto “riformato” e contaminato dal mercato. Data la particolare natura di questi spezzoni di capitalismo economico dominanti nei settori “competitivi” (dalla zootecnia alla sempre più redditizia vendita di armi ai paesi del Medio oriente) in un contesto ancora pianificato, e data anche la porosità delle barriere interposte fra comportamenti legali e illegali, la gestione di capitali e la cultura d’impresa nasceva e si alimentava di contesti e pratiche prevalentemente extra-legali. Oltre alla gestione di società commerciali miste, nate in collaborazione con i partiti comunisti occidentali, l’apprendistato capitalista riguardò attività “grigie” come lo spionaggio industriale cui il COCOM costringeva i paesi del blocco sovietico; la vendita di armi e tecnologie belliche, soprattutto ai paesi arabi e del sud-est asiatico in condizioni di libero mercato; e non da ultimo la creazione di joint-venture, banche d’affari a capitale misto nelle quali depositare in sicurezza – con la collaborazione dei servizi segreti del blocco sovietico – i proventi delle transazioni illegali, un settore in cui l’Ungheria deteneva una posizione centrale all’interno del Patto di Varsavia[56] [Kenedi 2008].

Negli anni ottanta Soresco dovette a sua volta confrontarsi con un fenomeno nuovo, che avrebbe segnato in pochi anni la fine del monopolio in vasti settori del commercio italo-ungherese. Non si trattava della crisi terminale del blocco sovietico, che anzi offriva alle aziende e agli istituti di credito italiani opportunità fino a quel momento impensabili, quanto piuttosto dall’ascesa di una nuova classe dirigente e imprenditoriale, quella legata al partito socialista di Bettino Craxi, che non accettava più la “tutela” delle società di intermediazione a guida comunista. I rapporti riservati inviati al ministero degli Esteri dall’ambasciata ungherese in Roma, accessibili sino a tutto il 1990, mostrano che mentre il dinamico settore della piccola-media industria, soprattutto del Nord-Est, manifestava sin dagli anni settanta un interesse crescente per l’area adriatico-danubiana, i governi italiani svolgevano un ruolo frenante, vincolati nello sviluppo degli scambi commerciali con l’Est europeo dai vincoli atlantici (’Italia restava il principale bersaglio militare e spionistico ungherese nell’ambito del Patto di Varsavia) ma, soprattutto, dalle restrizioni commerciali imposte attraverso il COCOM. Dopo il 1983, nel governo Craxi trovarono posto esponenti come Rino Formica al Commercio estero e il reggiano Fabio Fabbri agli Affari regionali, fautori di un’apertura controllata e soprattutto gestita da nuovi attori politici. I rapporti commerciali e finanziari assunsero una struttura duale: nell’import-export, dove l’interscambio raggiunse i 500 milioni di dollari nel 1985 e i 750 milioni nel 1988, l’Ungheria continuava ad affidarsi ai settori agricolo e zootecnico, in quanto non riusciva a esportare prodotti industriali semi-lavorati a causa del protezionismo patrocinato da Formica. Nel contempo, soggetti economici privati fra i quali la Banca Commerciale Italiana, il Banco di Sicilia, le assicurazioni Generali, il gruppo ASSO di Modena, l’azienda zootecnica foggiana Mescia e grandi gruppi pubblici come ENI, IRI-Italstrade, FIAT e Montedison stringevano accordi di cooperazione e joint-ventures con soggetti economici ungheresi (figura 5). Tali iniziative andavano ben al di là dei vecchi schemi di collaborazione economica, in quanto basate ormai sul credito d’impresa per l’import ungherese[57].

Nella seconda metà degli anni ottanta, la crisi politica ed elettorale del PCI si ripercosse inevitabilmente sui tradizionali circuiti economici legati al partito, come la galassia delle società di intermediazione, ormai sistematicamente scavalcate da nuovi attori economici, che si proponevano direttamente sul mercato ungherese con il deciso sostegno del governo italiano. Nel frattempo, le trasformazioni politiche avviatesi in Ungheria determinavano anche il mutamento del quadro giuridico. IL 10 maggio 1988 il CC del POSU dette il via libera alla riforma del diritto societario, che consentiva la creazione di società miste detenute dai partner stranieri fino al 100%, al fine di accelerare l’ingresso di capitale occidentale nell’economia ungherese [Ripp 2006, 134]. Il 5 dicembre 1989, la società mista Soresco fu così cooptata nel riassetto societario assunto dalla casa madre Terimpex che, per far fronte alla sfida del mercato, si ricostituiva con un capitale sociale di quasi 700 milioni di fiorini, pari a 38 miliardi di lire al cambio dell’epoca. L’Italia restava il secondo mercato per volumi di esportazione, con un volume di affari di 100 milioni di dollari, un sesto delle risorse che ruotavano intorno all’intera Terimpex. Insieme alla Eurocar di Trieste, Soresco entrò infatti in una nuova organizzazione costituita a Budapest con capitali misti. Nel 1990, ultimo anno di vita del blocco sovietico come entità economica, la “nuova” Terimpex guidata sempre da Ránky ottenne risultati lusinghieri, con 600 milioni di fiorini di utile, pari a 30 miliardi di lire dell’epoca. Come sottolineò il direttore generale durante la seduta del Consiglio di amministrazione di fine anno, al buon risultato aveva contribuito anche il rientro del capitale precedentemente detenuto nella Soresco, 30 milioni di fiorini[58]. Il legame finanziario che legava le due società e i due partiti si sarebbe così con un divorzio consensuale, gestito con la consueta e necessaria discrezione.

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Note

[1] Szabad Föld, 27 ottobre 1968.

[2] Esti Hírlap, 13 maggio 1972.

[3] Magyar Országos Levéltár [MOL], Budapest.

[4] Open Society Archive [OSA], Budapest, HU OSA 300-40-1, box 762: Terimpex Külkereskedelmi Vállalat 1954-1988.

[5] Központi Statisztikai Hivatal [KSH], Budapest.

[6] Állambiztonsági Szolgálatok Történeti Levéltára [ÁBTL], Budapest.

[7] MOL, fondo MOL KUM XIX-J-1-j [Ministero degli Esteri], Olaszország 1945-64, 4. doboz.

[8] MOL, fondo MOL KÜM XIX-J-1-j, Olaszország 1945-64, 32.-33. doboz.

[9] MOL, fondo 276. f. 98. cs. [sezione esteri del CC], 63. o.e., pp. 41, 183, 241, 245-246, 269, 367 [rapporti sui viaggi di Farini in Ungheria, 1951-1953]. Vedi anche APC, MF 218: 3 gennaio 1952: relazione del viaggio di Farini del 21-27 dicembre 1951 [Berlino Est-Budapest-Varsavia-Praga].

[10] Ampia documentazione sui primi anni nelle carte Terimpex versate agli archivi nazionali ungheresi. XXIX-G-22-b Állat és Terményforgalmi Külker. Nemzeti Vállalat – TERIMPEX, 1-2-3-4. doboz.

[11] MOL, fondo 276/65/140 [segreteria Mátyás Rákosi]. Rapporto di István Friss a Rákosi, 28 febbraio 1950.

[13] MOL, fondo XXIX-G-22-b [Terimpex], 36. doboz, 82. tétel.

[14] Fra i molti rapporti riservati che documentano i conflitti, il rapporto del ministero degli Esteri ungherese in MOL, XIX-J-1, Olaszország 1945-64, 005631. Roma, 12 giugno 1956. Rapporti commerciali con le società del Partito comunista italiano.

[15] MOL, fondo XXIX-G-22-b Állat és Terményforgalmi Külker. Nemzeti Vállalat – TERIMPEX, 1950-1957, 5. doboz, 02-097. Circolari del ministero del Commercio estero, Budapest, maggio e ottobre 1951.

[16] MOL, fondo 276/98/63, pp. 181-184. Béla Lastofka, consigliere commerciale presso la legazione ungherese in Roma. Nota per il compagno Háy sulla conversazione con Reale e Muratori, 8 ottobre 1951.

[17] MOL, fondo XIX-1-J Italia 1945-1964. 0028/2 – MNK Róma, kereskedelmi tanácsos. 1954. évi gazdaságpolitikai összefoglaló jelentés.

[18] MOL, fondo 276/65/40, pp. 2-3. György Szekeres, consigliere commerciale presso la legazione ungherese in Roma. Nota per Mátyás Rákosi sui messaggi trasmessi dal PCI, 11 giugno 1949

[19] ÁBTL, fondo V-88814, fascicolo personale di György Szekeres.

[20] MOL, fondo 276/65/140, p. 6. Andor Berei a Rákosi, 8 giugno 1951.

[21] MOL, fondo XXIX-G-22-b, 24. doboz, 49. tétel.

[22] MOL, fondo XXIX-G-22-b, 36. doboz, 82. tétel.

[23] MOL, fondo 288/23/16 [MSZMP KB Államgazdasági Osztály], pp. 101-123.

[24] Archivio Istituto Gramsci, Roma. Fondo Mosca, busta 253. Cartella Reale. 6 gennaio 1957, p. 8 .

[25] MOL, fondo 288/23/14, 1958.

[26] MOL, fondo 288/23/13, 1959.

[27] MOL, 288/5/332. Seduta dell’Ufficio Politico del 14 aprile 1964.

[28] ÁBTL, fondo 3.1.9., fascicolo V-159771, vol. 1-3.

[29] Senato della Repubblica – Camera dei Deputati, XIII Legislatura, Doc. XXIII n. 64. Volume I, tomo 3, p. 100.

[30] MOL, fond XIX-J-1-j 96. doboz Italia/1966 [busta caso Gambella].

[31] Sul caso vedi l’inchiesta dei servizi di sicurezza ungheresi, preoccupati della fuga di notizie relative al commercio italo-ungherese. ÁBTL, fondo 3.1.9, V-159884. Fuga di Mátyás Csillag.

[32] MOL, fondo 288/24./9. Rapporto, 3 luglio 1967.

[33] Népszabadság, 28 marzo 1972. A Terimpex kereskedelmi vegyes vállalata Olaszországban

[34] Esti Hírlap, 13 maggio 1972.

[35] Szabad Föld, 11 aprile 1982. Élelmiszergazdaságunk a külkereskedő szemmel. Beszélgetés Vörös Imrével.

[36] MOL, fond XIX-J-1-j, 24. doboz, 1963.

[37] Pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale delle Comunità Europee, 12 luglio 1974 N. L. 188/27. Accessibile al sito http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/
LexUriServ.do?uri=OJ:
L:1974:188:0027:0029:IT:PDF
.

[38] MOL, fondo XIX-J-1-j, 108. doboz, 002969.

[39] MOL, fondo XIX-J-1-j, 103. doboz, 001203. Rapporto di Ida Tóth, referente italiano presso il ministero del Commercio estero.

[40] MOL, fondo XIX-J-1-j, 108. doboz, 002969/1.

[41] ÁBTL, fondo 3.2.1 [rete informativa], dossier Bt-143, p. 82.

[42] Cfr. ÁBTL, fondo 3.2.1, dossier Mt-119 [“Lukrécia”].

[43] ÁBTL, fondo 3.2.1. dossier Mt-8/1 [“Nagy István”], pp. 68-74.

[44] ÁBTL, fondo O-8-157 [dossier obiettivo] Milánói Magyar Kereskedelmi Hivatal, 1962-73.

[45] MOL, fondo 288/32/5 [sezione economica del CC], pp. 98-101. Roma, 28 marzo 1974.

[46] MOL, fondo XIX-J-1-j, 108. doboz, 002932/1. Személyi változások a SORESCO-nál.

[47] MOL, fondo XIX-J-1-j, 110. doboz, 002528.

[48] Archivio PCI, sezione esteri, 084 [Ungheria 1974].

[49] MOL, fondo XIX-J-1-j, 110. doboz, 00425/2. A Terimpex küldeménye.

[50] MOL, fondo XIX-J-1-j, 110. doboz, 00425/3 – Terimpex átutalás.

[51] MOL, fondo XIX-J-1-j, 103. doboz, Terimpex küldeménye Rómába futárral 001822/3-ig.

[52] MOL, fondo XIX-J-1-j, 105. doboz, Terimpex küldemények továbbitása/ Terimpex OKP közös vállalkozás. 00457/8-ig.

[53] MOL, fondo XIX-J-1-j, 102. doboz, 005945.

[54] MOL, fondo 288/32/5, pp. 98-101.

[55] OSA, box 762 [Terimpex]. Radio Free Europe, Hungarian Monitoring, 11 febbraio 1986.

[56] Il ruolo chiave nel trasferimento e riciclaggio di denaro di origine sospetta, proveniente soprattutto dalla Germania orientale venne svolto dal settore bancario e in particolare della Banca Nazionale Ungherese, attraverso la filiale viennese Central Wechsel-und Kreditbank [CW Bank]. Cfr. le indagini condotte dal più prestigioso settimanale ungherese: Tiktos szolgálatok. A CW Bank ügyfeleinek vagyonkezelője. Heti Világgazdaság, n. 22/2000, pp. 125-128; Stasi nyomkeresők. NDK-s pénzek Magyarországon? Heti Világgazdaság n. 8/2004, pp. 113-115.

[57] MOL, fondo XIX-J-1-j, Italia 117. doboz – 1986. 001868/3 Dati su interscambio commerciale nell’appunto del Ministero del commercio estero per presidente del Consiglio dei ministri ungherese György Lázár in visita in Italia, 15 ottobre 1986.

[58] MOL, fondo XXIX-G-22 [Terimpex], 3. doboz. Igazgatósági ülés jegyzőkönyvei 1989-1991. 13 dicembre 1990. Seduta ordinaria del Consiglio d’amministrazione della Terimpex Spa.