Storicamente. Laboratorio di storia

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Joanna Bourke, Stupro. Storia della violenza sessuale dal 1860 ad oggi

Secondo Bourke non esiste una modalità univoca per definire lo stupro, poiché esso si costruisce entro situazioni e scenari diversi, così come diverse di volta in volta sono dinamiche di azione, motivazioni e circostanze. Secondo l’a. cosa sia uno stupro può dirlo soltanto la vittima: se essa definisce ciò che le è accaduto «stupro» quello è «stupro». Più che di una definizione, si tratta quindi una pratica della parola e una «messa in atto» del discorso. Per parlare di stupro non è nemmeno necessario che si verifichi un atto perpetrato attraverso un organo sessuale: l’ampia trama argomentativa del volume si apre infatti su questo scenario privo di restrizioni e si dipana attraverso un excursus sulle forme, definizioni e tipologie di violenza sessuale studiate e argomentate in un arco di 150 anni e con casistiche relative a paesi sparsi in tre continenti. Per dar corpo alla vastità enciclopedica della ricerca l’a. si è avvalsa di strumenti giuridici, antropologici, testimonianze e documenti storici, mostrando come sia possibile leggere il fenomeno non solo attraverso i dati che lo quantificano e le parole delle vittime, ma anche e soprattutto attraverso l’analisi di «chi causa la sofferenza». La ricerca si concentra infatti specificatamente sui «perpetratori»: raccontare la loro storia (quasi sempre uomini, ma vi sono anche delle donne), «puntare su di loro uno sguardo gelido» contribuisce a decostruire lo stereotipo dello stupro. Non si tratta di un virus, esso non è un germe che si contrae passando per la strada. Lo stupro, sostiene Bourke «è un atto umano» (p.5), una terribile modalità di relazione che può avvenire, per nulla biologica, culturalmente costruita e fortemente ritualizzata, che varia da paese a paese, cambia nel tempo e che come costante ha solo la sofferenza della vittima. È una «crisi della virilità», continua l’a. (p. 495), che può colpire coloro che vivono sotto la pressione di un contesto culturale e sociale in cui il modello maschile è per forza aggressivo e aggressiva è ogni manifestazione che si richiede per «stare dentro» quel modello. È possibile intravedere una possibilità di cambiamento? Sì, perché «attraverso l’invenzione di nuove categorie della mascolinità noi possiamo creare un futuro nel quale la violenza sessuale non è più inevitabile» (p.20). La strada che viene indicata è quella del rimettere in gioco il discorso che definisce i concetti di uomo, donna, maschile e femminile, proponendo un immaginario in cui la violenza sessuale non sia più elemento di relazione umana. Per attivare questo cambiamento culturale serve il riconsocimento e la decostruzione sistematica degli stereotipi che hanno circondato e tuttora circondano il concetto di stupro. L’a. indica tra gli stereotipi più difficili da decostruire, e che trae sostegno dalla medicina ottocentesca, quello secondo cui «il corpo femminile [sarebbe] stato creato per resistere ad ogni aggressione» e quindi «grazie alla forza dei suoi muscoli pelvici» (p.45), se la donna resiste all’aggressione sessuale non vi è nulla da fare, l’uomo non riuscirà ad aver ragione del suo rifiuto. Secondo questo ragionamento la violenza sessuale semplicemente non esisterebbe, il tutto basandosi «unicamente sulla percezione dell’uomo, considerata più importante del giudizio della vittima» (p.57). Le mitologie sullo stupro devono la loro individuazione e decostruzione all’elaborazione femminista sul corpo come luogo del discorso, sull’autodeterminazione femminile e sull’apertura di quello spazio privato che teneva le donne prigioniere e lontane dalla scena pubblica. È quindi il nuovo vocabolario delle donne che ridefinisce i concetti basilari delle relazioni tra i sessi, ricorda l’a., ad aprire nuove possibilità di analisi e di soluzione. Ma che strumenti possono avere i violentatori, per tentare un percorso che li porti a riconoscere il proprio agire come sbagliato? La risposta sta nel potere della parola, in quel meccanismo di narrazione del dolore (contenere il dolore attraverso il racconto) che ha salvato le donne e che, se fatto proprio dal genere maschile, potrebbe salvare anche gli uomini (contenere la violenza attraverso il racconto). Bourke si imbatte tuttavia in contesti in cui ragionamenti del genere sembrano improponibili: situazioni in cui, saltate completamente le regole, lo stupro diventa variabile impazzita, si carica di significati che vanno al di là dell’imporre con la violenza l’atto sessuale. In ambienti coercitivi come il carcere, l’esercito e lo «stato di guerra» lo stupro assume altri e più feroci significati. L’abuso sessuale si fa arma e la vittima non è più una persona, ma la nazione intera. Lo stupro diventa un modo per punire il nemico attraverso la violazione di quel territorio che è il corpo femminile, di coloro che genereranno i nuovi cittadini. Purtroppo, la trattazione approfondita di fenomeni così complessi non trova spazio sufficiente; l’a. deve limitarsi ad accennare a questioni che meriterebbero ben altro respiro. «Stupratori non si nasce ma si diventa»(p.164) è il concetto sostanziale, espresso con la speranza che si possa imparare a non diventarlo. Tuttavia, è innegabile che senza un’adeguata riflessione sul loro corpo e sul loro agire, senza cioè le parole per dirlo, gli uomini non potranno che rimanere i principali autori di uno dei crimini più sottovalutati del nostro tempo.