Storicamente. Laboratorio di storia

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Sergio Luzzatto, Ombre rosse. Il romanzo della Rivoluzione francese nell'Ottocento

La Grande Révolution come ossessione della memoria individuale e collettiva, inesauribile fucina mitopoietica e ideologica, "impossibile" oggetto di narrazione e insoluto enigma consegnato al patrimonio genetico del secolo borghese : ad essa sono dedicati i quattro saggi raccolti nel volume (tre dei quali già pubblicati tra 1996 e 2001).

Nel capitolo introduttivo (pp. 7-21), l'autore insiste particolarmente sui temi a lui cari delle generazioni, dei "sopravvissuti" e dei giovani, condannati a misurarsi da sponde opposte con il peso della memoria e della storia, a barcamenarsi tra la schiacciante drammaticità del passato, la logorroica alienazione del presente, l'incombente schiudersi di un futuro non intelligibile se non attraverso il filtro deformante dell' evento fondatore . Per i vecchi carichi di ricordi e segreti, come per i giovani integrati poco e male nei meccanismi della politica ufficiale, divenne allora fondamentale darsi una "missione", immaginarsi e conquistarsi un ruolo nel fibrillante scenario della cosiddetta Restaurazione, cogliendo tempestivamente l'urgente necessità e la sfavillante opportunità della scrittura.

Del processo di consacrazione dello scrittore mirabilmente ricostruito da P. Bénichou (1973), la Rivoluzione rappresentò la causa prima e l'ingrediente essenziale. Sul piano discorsivo, essa fu all'origine di un titanico tentativo di espressione totale, che obbligò la nascente storiografia professionale a inchinarsi alle risorse della memorialistica, della lirica, dell'epica e del romanzo.

Nel primo saggio, Visioni europee della Rivoluzione francese , Luzzatto ripercorre le fasi dell'elaborazione e dell'interpretazione, che per un secolo coinvolsero protagonisti e intellettuali da un capo all'altro d'Europa nel tentativo di fissare un significato definitivo dell'evento tale da conferire senso al presente e al futuro. Giacobini e ultras, liberali e conservatori, cattolici e sansimoniani, democratici e socialisti: il mondo intellettuale fu trascinato senza eccezioni nell'officina della giustificazione o della condanna, della profezia o della critica. Ciascuno adoperò, affinandoli, gli strumenti del suo mestiere; ma raramente si poté prescindere dalle suggestioni dell'arte e della filosofia romantica. La necessità del dire allontanò inesorabilmente il tempo della distaccata sistemazione storiografica, isolata e inane ancora alla vigilia del nuovo secolo.

Negli altri saggi l'autore si addentra nel laboratorio di alcuni fautori della "romanzizzazione" della Rivoluzione. I grandi scrittori - Hugo, Balzac, i Goncourt - emergono dal pullulante mondo di poligrafi che cooperarono con varia bravura e minor fortuna all'opera comune. La vicenda personale e professionale di Balzac che, figlio di uno scaltro opportunista della stagione rivoluzionaria, patì poi un lungo "servaggio" presso gli editori parigini, serve a spiegare sotto una nuova luce la nascita della Comédie humaine quale disperato atto d'accusa mossa da un giovane degli anni venti dell'Ottocento contro il mondo corrotto, crudele, soffocante ereditato dai vecchi padri giacobini.

Su un diverso fronte, la passione repubblicana di Hugo, ingigantita come la sua fama dall'esilio volontario intrapreso negli anni del Secondo Impero, dovette capitolare di fronte al dramma della Comune. La Grande Révolution fu allora ripensata - e accusata - non tanto come evento storico sia pure fondante, quanto come paradigma di un nesso 'metafisico' tra diritti e violenza che non cessava di insanguinare la Francia e il mondo intero. Al coriaceo umanitarismo filogiacobino de Les Misérables (1862), seguì in Quatre-Vingt-Treize (1874) l'amara presa d'atto di un insanabile scollamento tra la volontà degli individui e la malefica potenza di una politica che trascinava tutto e tutti nella distruzione e nella sofferenza.

Troppo grandiosa e ormai schiacciata dalla stessa valanga di discorsi e valori che aveva generato, insostenibile col suo carico di sanguinante attualità, la Grande Rivoluzione doveva peraltro rappresentare il gene portante del nuovo ordine repubblicano e democratico sopravvissuto alla ferita comunarda e alle ricorrenti tentazioni autoritarie. "Incarnatasi", per così dire, nella forma rassicurante delle istituzioni e della vita politica in atto, essa doveva rassegnarsi, per essere finalmente metabolizzata, alla dimensione immobilizzante e sdrammatizzante del reperto e del cimelio museali. Questa fu la grande scommessa della Esposizione storica della Rivoluzione francese organizzata a Parigi nel fatidico 1889. Un'esigenza di miniaturizzazione che nel frattempo sembrava la risposta più idonea al dissacrante «sguardo critico» alla Goncourt e allo «sguardo patologico» di Taine, entrambi destinati a larga fortuna nell'Europa atterrita dallo spettro della rivoluzione sociale. Ma nemmeno il ridondante apparato da Mercato delle pulci bastava a smorzare, di per sé, la dirompente essenza della Rivoluzione alba di una nuova storia, una nuova civiltà e persino una nuova umanità . Tanto che già negli anni quaranta dell'Ottocento l'esame di certe collezioni di scritti e cimeli era bastato ad Augustin Challamel per forgiare un saggio di "antropologia storica" ante litteram in cui le "figure" della rivoluzione e del rivoluzionario assurgevano a verbosi archetipi di una civiltà della parola, dell'ambizione e dell'illusione, le cui aporie e piccolezze bastavano a mettere a nudo le (fragili?) basi della borghese - e rivoluzionaria - religione del progresso.