Storicamente. Laboratorio di storia

Comunicare storia

Patria potestas. Due nuovi contributi alla storia del diritto di famiglia

Nel febbraio 2001 il dottorato di Storia delle donne e di identità di genere, che ha sede a Napoli, all’Università Orientale, e del quale faccio parte, organizzò una settimana di studi dedicata al Pater familias. Tra i numerosi interventi mi parvero particolarmente importanti quelli di Yan Thomas e di Mario Sbriccoli, entrambi storici del diritto. Mentre il primo, Il padre, la famiglia e la città. Figli e figlie davanti alla giurisdizione domestica a Roma è stato pubblicato e lo si può leggere nel volume Pater familias,comparso come “Quaderno” n. 2 del Dottorato[1], quello di Sbriccoli non è mai stato consegnato alle stampe[2]. Ora, a due anni dalla sua scomparsa, vorrei tentare di evocare sui pochi appunti che mi sono rimasti la suggestione della sua lezione che non posso non associare alla recentissima riproposta di questo tema, oggetto dell’ultimo lavoro di Marco Cavina[3], a sua volta studioso di storia del diritto già noto e apprezzato soprattutto – anche se non solo – per i suoi studi sul duello[4].
Fin dal titolo e dalla brillante premessa, Cavina sembra invitare ad una lettura fortemente attualizzata, e ad una chiave interpretativa che percorre la lunghissima storia della patria potestà nei suoi picchi di autorità e nelle sue parziali eclissi, ma che soprattutto si interroga sul suo svuotamento contemporaneo, operato dalle intrusioni dello Stato e dal puerocentrismo, che hanno finito per vanificare lo stesso concetto giuridico di patria potestà (e la figura del pater familias), con un’accelerazione che risale agli anni ’60 del Novecento e alla contestazione antiautoritaria (nella politica ma anche nella famiglia)[5].

Il forte coinvolgimento dell’autore che emerge in molte sue considerazioni e nella stessa dedica ai tre figli, spia di un rapporto fortemente affettivo ma di un altrettanto forte e continuo confronto di personalità, ha una innegabile corrispondenza con il vissuto di molti di noi, coetanei o quasi dell’autore. Questa riflessione sulla contemporaneità è praticamente l’unica chiave di lettura del libro – pur caratterizzato da una molteplicità di prospettive e da un corredo bibliografico ed erudito ricchissimo – ad essere stata valorizzata nelle prime recensioni. Sulla «Stampa» del 17 marzo 2007, Giorgio Boatti ha sottolineato l’eclissi del ruolo paterno, a partire dalla riforma del 1975 che abolì il concetto di patria potestà ed ha enumerato, citando l’autore, una pletora di figure e istituzioni sostitutive autorevoli/autoritarie (essenzialmente l’insegnante, lo psicologo, l’assistente sociale, il giudice). Da parte sua Paola Zanuttini su «Repubblica» del 18 marzo 2007 ha rilevato giustamente come Cavina non scada nel topos del miserabilismo maschile che indica nel femminismo la causa principale della perdita dell’autorità paterna: è invece lo statalismo del Novecento, democratico o totalitario, a erodere il ruolo del capofamiglia; lo dimostra tra gli altri esempi un poco noto progetto fascista del 1937 che propose pari poteri per entrambi i genitori e suggerì di aggiungere al cognome paterno quello della madre.
In realtà il libro di Cavina affronta il suo tema ben oltre i confini della contemporaneità e si muove con sicurezza nei secoli della prima età moderna, ambito storiografico del quale è particolarmente competente, senza sottrarsi però ad una riflessione sui tempi lunghi e lunghissimi. Il filo rosso che ricostruisce i fondamenti giuridico-sociali dell’autorità paterna, quello che il libro insegue dall’antichità e che si è spezzato in anni relativamente recenti, lo si può già rintracciare per Cavina –come già anche Sbriccoli aveva ricordato – nella preistoria e nel mito della società matriarcale.
Sbriccoli evocò Totem e tabù di Freud, e il mito del parricidio originario, dell’orda primitiva, del padre che conquista il monopolio sessuale sulle donne. Questa fase della violenza sarebbe stata seguita dalla ribellione dei figli e dal parricidio, da un lato, dalla spartizione delle donne e dall’esogamia come rinuncia alla violenza dall’altro. La rinuncia al parricidio si sarebbe verificata spostando l’aggressività dei figli sull’animale totemico, ucciso e mangiato ritualmente. Solo allora sarebbe stata possibile la divinizzazione degli antenati e la costruzione delle norme di convivenza sociale basate su morale, religione e sull’autorità paterna.
Per Sbriccoli il richiamo a Freud e alla sua ricostruzione leggendaria dell’evoluzione della società è stato solo l’incipit della sua lezione; per Cavina, abbandonato presto il mito del matrarcato, le suggestioni freudiane continuano a improntare soprattutto la seconda parte del libro, intitolata significativamente Il trionfo di Edipo, e l’ultima, dove si interroga sulle radici del declino sociale dell’immagine paterna, bollata dalla psicoanalisi come fonte di malessere individuale e collettivo. Arrivando a concludere che i padri responsabili di catastrofiche nevrosi non erano i pater familias quasi onnipotenti dell’ancien régime ma i cosiddetti padri carenti stigmatizzati nel tardo Ottocento

in due profili originariamente distinti, poi giustapposti in una nozione unitaria. Il primo si rappresentava nella carenza di cultura e patrimonio, cui si connettevano brutalità e alcolismo. Il secondo si sostanziava nella carenza di autorità e identificava la figura del padre assente e indifferente[6].

Sbriccoli, come Cavina, si interrogò naturalmente sulla patria potestà nel diritto romano e in particolare sullo ius vitae et necis, invitando a non enfatizzare il secondo termine (poco praticato e secondo alcuni forse mitico). Quanto all’evoluzione medievale, egli parlò di una decolorazione della potestas sotto la spinta di società comunitarie, pattizie, conflittuali in cui un potere individuale così esteso non poteva aver spazio: la figura del pater si dovette integrare nel sistema sociale ed economico della famiglia lignatica, né la Chiesa poté assecondare alcuni attributi della patria potestas, in primo luogo vietando che venissero ostacolate le scelte matrimoniali dei figli. Ma soprattutto ostava all’esercizio esteso della patria potestas la diffusa conflittualità interlignatica e l’esigenza che la propria famiglia fosse il luogo della solidarietà, che il capo non fosse un tiranno temuto.
La concezione medievale della potestas del capofamiglia delinea un potere personale contenuto dalle norme del diritto e dell’etica. Quanto ai giuristi dell’età moderna, Sbriccoli li definì mediocri e ripetitivi: i grandi riassunsero i termini romanistici de iure e de facto. Fra la formula romanistica e la realtà c’era però contraddizione, risolta dal principio giuridico dell’età intermedia: adattare le fonti alla realtà. Il rimaneggiamento che si produsse fra realtà e principio giuridico si tradusse nel principio della reverentia filii nei confronti del padre e nell’antitesi fra castigatio e pietas per il figlio da parte del padre. Un francescano della fine del Seicento, Ludovico Sinistrari, afferma che la coppia padre e figlio si rivela stretta da un fortissimo vincolo d’affetto: sono una sola persona, tanto da poter portare l’exemplum di una confessione resa da un padre perché cessasse la tortura al figlio, sentita come una lesione inflitta al suo stesso corpo.
Non per questo la potestas viene meno: la figlia adultera o il figlio sodomita possono essere uccisi ma non arbitrariamente (in virtù di una potestas superiore alle leggi): il padre può uccidere iuxta ira ex atrocitate iniuriae. Già i penalisti del Quattrocento dicono che il padre non ha il privilegio di muovere l’accusa né tantomeno di uccidere. È specularmente legittima una perdita d’autorità a favore del figlio per una simile enormitas: è lecito il parricidio per legittima difesa o nel caso di adulterio commesso dal padre con la nuora. A sfumare l’impressione di autorità incontrastata concorre anche la circostanza, che Sbriccoli ricordò citando ancora Sinistrati, che veniva ritenuto molto più grave uccidere la madre che il padre, poiché il padre non deve sostenere le fatiche dell’allevamento del figlio ma solo quelle di una voluttuosa inseminazione.
Secondo Sbriccoli la figura paterna e la sua potestas si indeboliscono soprattutto perché vengono fatte interagire con altri valori e potestates. Di fronte ad un elemento giuridico – il paradigma della successione – che è la chiave del ruolo, della figura e dei poteri del padre, un altro principio fondante della società, il valore culturale della conservazione – di sangue, nome, patrimonio, anima – si colloca spesso su un piano di antagonismo. Quanto al sangue, ovviamente per Sinistrari quello della madre è sempre certo, mentre quello del padre «lo sa Iddio» (per questo è più grave uccidere la madre). Il nome come valore di conservazione si traduce nell’ossessione del figlio maschio e della sua legittimità, un’ossessione che mina a sua volta la forza dell’autorità paterna. Inoltre, il patrimonio e la sua conservazione mercificano i rapporti familiari che sono ulteriormente condizionati dal problema del padre potente (economicamente) che non muore mai, che finisce quindi per rendersi odioso ai figli, tenuti fino ad età avanzata in condizione di subalternità.
L’introiezione dell’autorità paterna è però un valore altrettanto forte ed è indotta dall’ ossessione della reverenza e della fedeltà morale, e dalla coazione ad obbedire e conformarsi a questi obblighi, che la salute dell’anima esige che vengano praticati. Quest’ultimo aspetto del valore della conservazione – quello dell’anima – è quello che contrasta la diminuzione dell’autorità paterna operata dagli altri, obbligando a mantenere e trasmettere l’archetipo di Anchise e l’obbligo di sottostare all’autorità dei genitori da parte dei giovani adulti.
Il passaggio ad una nuova concezione della paternità è graduale e si manifesta nel Settecento come trasformazione dell’autorità in equità e dell’emotività incontrollata in affetto equilibrato e razionale.
È un passaggio che si può definire come evoluzione dal potere (potestas) al paternalismo e alla focalizzazione delle inclinazioni dei giovani e delle loro scelte. Il Code Napoléon dette nuova vita alla patria potestà, intesa come il diritto e la giurisdizione che la legge attribuisce al padre sulle persone e sui beni dei figli e dei nipoti ex filio. Secondo il codice il figlio era soggetto all’autorità paterna fino alla maggiore età, con prerogative stabilite dalla legge che rompeva la dipendenza ma non creava l’indipendenza Ad esempio, perché il figlio non può abbandonare la casa paterna senza la volontà del padre. E comunque, come ha ricordato Cavina, rimaneva sempre l’obbligo di rispetto reverenziale per il padre. A questi restavano inoltre mezzi di correzione come la disposizione dell’arresto. Faceva eccezione la legislazione austriaca che privilegiava invece la famiglia al potere dispotico del padre: ambedue i genitori avevano la patria potestà; alla pubertà un figlio poteva contrastare la volontà del padre rivolgendosi al tribunale; i genitori perdevano la patria potestà sui figli quando li trascuravano o ne abusavano[7].
Sbriccoli ha ricordato che il parricidio è inseparabile dalla patria potestà, è già un’ossessione per i romani. Si supponeva che il figlio potenziale parricida potesse indebitarsi, anche per pagare il sicario. Esemplare di tale ossessione è un senatoconsulto che bloccava l’eredità finché non si scopriva l’assassinio di un morto nella propria casa. Questa ossessione evoca padri tirannici e avari, ampiamente presenti negli exempla dei retori. Tale ossessione, infine, era l’effetto della potenzialità della patria potestas romana e della legalità dell’arbitrium del padre romano. Come considerare allora alcuni casi di parricidio che Sbriccoli aveva incontrato nell’area del piceno, nel XIX secolo, molto lontani quindi dall’epoca dell’ossessione del parricidio? Si trattava, in quasi tutti i processi esaminati, di contadini – e sono parecchi: negli anni Trenta sono 28, negli anni Quaranta sono 32.
Questi dati si possono confrontare con i 70 parricidi alla Cassazione di Parigi citati da Foucault nel famoso libro sui parricidi multipli compiuti da Pierre Rivière, condannato a morte nel 1835[8]. Nel maceratese studiato da Sbriccoli il padre di queste famiglie contadine ha un potere puro (senza beni). I livelli di violenza nella società e interfamiliari sono elevati e consistono in percosse, risse e ferimenti in luoghi pubblici e sono in molti casi provocati da suscettibilità per questioni d’onore. C’è invece rispetto delle gerarchie sociali e manca la mobilità, sia sociale sia fisica (la gente è confinata in casa). Il numero dei parricidi crolla dopo l’Unità, con l’inurbamento e l’emigrazione.
Il parricidio è un delitto che ha una lunga incubazione, è premeditato. Spesso viene attuato con un agguato. Quanto agli altri familiari, la casa risulta divisa in due fazioni ma poi tutta la famiglia è complice e omertosa. È frequente anche il crimine speculare, l’uccisione del figlio, e si radica nella stessa trama di rapporti. Questi delitti comunque sono una manifestazione estrema di una società complessivamente violenta, armata fino ai denti. Le sentenze dei giudici sono severe ma le grazie sono molte. Le condanne a morte eseguite sono invece molto poche. L’autorità giudiziaria è comunque ostacolata dalla comunità che copre gli assassini.
In città il parricidio si manifesta con tipologie diverse a seconda dei ceti di appartenenza ma i casi sono pochi e complessivamente il livello di violenza è minore che nelle campagne. Le persone non sono chiuse nella loro cerchia familiare, nella casa in mezzo al podere, ma inserite in una rete di mediazioni. Sostituiscono il parricidio le sue metafore, come la fuga, il tagliare simbolicamente i legami d’autorità e soggezione. Ma anche quando, in questi ceti, il potere del padre si manifesta come eccessivo tanto da spingere alla fuga i figli, spesso intervengono figure di intermediari e pacieri (i parenti, la Chiesa, la madre). Nello Stato pontificio nei casi di insubordinazione dei figli prevale il modello polemico delle relazioni familiari: e in particolare il modello del padre avaro, prodigo, tirannico, che rimprovera troppo, inetto ma dispotico, il padre, infine, risposato con una matrigna falsa mediatrice, anzi suscitatrice, di conflitti[9].
Nella famiglia contadina, più violenta, il padre spaventato dalla mortale sovversione dei figli non può che reagire alla privazione dei suoi poteri con la repressione o subire l’aggressione. Paradossalmente l’intrusione dell’autorità istituzionale nell’ambito delle famiglie e la repressione disciplinante delle loro conflittualità inter e infra parentali prima dell’affermazione dello Stato unitario provoca un ripiegamento dei rancori e delle tensioni nel chiuso delle mura domestiche che può frequentemente sfociare nel parricidio. Torniamo così a Freud e alla consapevolezza che si fece strada, già nell’Ottocento, di un malessere nascosto e diffuso che, se non sempre sfociava nel delitto, poteva però causare gravi patologie mentali.
Le ricerche d’archivio di Sbriccoli sulle derive criminali del malessere familiare nell’Ottocento marchigiano preunitario confermano e rafforzano il quadro evolutivo generale tracciato da Cavina, che – pur partendo da prospettive molto diverse – a sua volta colloca tra Otto e Novecento la rottura di un modello sociale che aveva per secoli garantito stabilità e coesione alla società e che ormai non poteva più far fronte alle contraddizioni che con quello stesso modello erano sempre coesistite. Cavina conclude con la bella citazione da Aldous Huxley.

Il nostro Freud era stato il primo a rivelare gli spaventosi pericoli della vita familiare. Il mondo era pieno di padri ed era perciò pieno di miseria; pieno di madri e perciò di ogni specie di pervertimenti, dal sadismo alla castità; pieno di fratelli e sorelle, di zii e di zie; pieno di pazzie e di suicidi[10].

Dopo aver evocato questo giudizio impietoso è veramente auspicabile che si possano trovare nuovi equilibri.

Note

[1] Il libro è stato pubblicato a Roma da Biblink, a cura di A. Arru, nel 2002. Il saggio di Y. Thomas è alle pp. 23-57.

[2] Sarebbe irrispettoso pretendere di evocare nelle poche righe di una nota l’importanza degli studi di Sbriccoli per la storia del diritto e per la storia tout court. Vari convegni e incontri sono stati organizzati per riflettere sulla sua eredità scientifica. Cito in particolare A. Gamberini, R. Orlandi (eds.), Delitto politico e diritto penale del nemico. In memoria di Mario Sbricioli (Bologna, Monduzzi, 2007) che raccoglie gli atti del convegno di Trento del 10-11 marzo 2006. Un altro importante incontro è stato organizzato dall’Università di Macerata, nella quale Sbriccoli insegnava, il 26-28 ottobre 2006 sul tema Penale, giustizia, potere. Metodi, ricerche, storiografie. Da parte mia mi limito a ricordare che la sua curiosità intellettuale non aveva trascurato di sondare le implicazioni teoriche della storia di genere. Oltre all’intervento al seminario del Dottorato di Napoli, dove si trattenne ben oltre il tempo della sua relazione, regalandoci preziosi momenti di godimento intellettuale e di leggerezza conviviale, voglio ricordare il suo contributo “Deterior est condicio foeminarum”. La storia della giustizia penale alla prova dell’approccio di genere, apparso in G. Calvi (ed.), Innesti. Donne e genere nella storia sociale, Roma, Viella, 2004, pp. 73-91.

[3] M. Cavina, Il padre spodestato. L’autorità paterna dall’antichità a oggi, Roma-Bari, Laterza, 2007.

[4] Dei suoi numerosi lavori su questo tema citerò solo l’ultimo e più noto anche a un pubblico di non specialisti: Il sangue dell’onore. Storia del duello, Roma-Bari, Laterza, 2005.

[5] Riferimenti obbligati alla contestazione antiautoritaria di quegli anni ai quali si può far risalire l’eclissi della patria potestas sono soprattutto A. Mitscherlich, Verso una società senza padre. Idee per una psicologia sociale. Giustificazione e critica dell’antiautoritarismo, Milano, Feltrinelli, 1970 (ed. or.: München 1963) e il successivo saggio di I. Magli, Il potere nella famiglia, pubblicato nel volume In nome del padre, Roma-Bari, Laterza, 1983, pp. 279-311.

[6] M. Cavina, Il padre spodestato cit., p. 299.

[7] Sull’evoluzione sette-ottocentesca dell’autorità paterna Cavina si sofferma ampiamente nei capitoli I e II della seconda parte de Il padre spodestato, cit.

[8] Io, Pierre Rivière avendo sgozzato mia madre, mia sorella e mio fratello... Un caso di parricidio nel XIX secolo, a cura di M. Foucault, introduzione di P. Crepet, Torino, Einaudi, 2000 (ed. or: Paris 1973).

[9] Per i delitti compiuti a Bologna nella cerchia familiare mi permetto di rimandare al mio Crimini nascosti. La sanzione penale dei reati “senza vittima” e nelle relazioni private (Bologna, XVII secolo), Bologna, Clueb, 2007.

[10] A. Huxley , Il mondo nuovo. Ritorno al mondo nuovo (1932), Milano, Mondadori, 1991, p. 37.