Storicamente. Laboratorio di storia

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David Cosandey, Le secret de l’Occident: vers une théorie générale du progrès scientifique

È la seconda edizione, aggiornata e arricchita da un corposo saggio introduttivo di Christophe Brun, Une géohistoire de l’innovation, di un saggio uscito nel 1997 e accostato da molti critici a un altro libro comparso nello stesso anno, Guns, germs and steel di Jared Diamond. Entrambi gli autori, senza essere né storici né geografi di formazione (il primo fisico teorico, il secondo biologo) hanno affrontato, con studi svolti sul lunghissimo periodo e a scala planetaria, il problema delle cause storiche e geografiche del successo dell’Europa, che ha portato quest’ultima a espandere in età moderna il suo potere, o comunque la sua influenza, su gran parte degli altri continenti. La particolarità del saggio di Cosandey sta nel grande rilievo che l’a. attribuisce alle spiegazioni di tipo geografico, evidenziate dall’introduzione di Brun che, sottolineando la natura geostorica dell’opera, ne ricorda uno degli autori di riferimento, Fernand Braudel, sul quale si basa la ricostruzione delle origini del capitalismo europeo. Nell’introduzione si fa anche riferimento al ritorno delle idee di uno dei grandi geografi dell’800, Carl Ritter, che ha elaborato per primo una teoria geografica dell’articolazione costiera dell’Europa come chiave del suo sviluppo, confrontandola a forme e dimensioni degli altri continenti. Discorso che troverà la sua più completa applicazione nella Nouvelle Géographie Universelle di Elisée Reclus.

Cosandey, che non fa rifermento esplicito a nessuno dei due geografi citati, arriva per strade proprie a quella che definisce «ipotesi talassografica». Lo scopo dichiarato del saggio è rispondere alla Grand Question di Joseph Needham, ossia spiegare il perché del maggiore impulso dato dall’Europa al progresso scientifico e tecnologico (concetti, questi ultimi, ritenuti distinti ma direttamente correlati) nell’arco complessivo dell’ultimo millennio, rispetto a Islam, India e Cina. I primi due capitoli del libro sviluppano uno studio comparativo delle quattro macroaree individuate, esponendo le diverse spiegazioni che sono state fornite in proposito. Discusse varie ipotesi come quella culturale, quella religiosa, quella etnica, quella climatica, si arriva a enunciare la cosiddetta théorie méreuporique, neologismo con il quale l’a., fondendo i termini greci meros, «dividere», ed euporeos, «prosperare», dimostra che le condizioni migliori per il progresso scientifico e tecnologico sono, sulla longue durée, una stabile divisione politica e una crescita economica costante. Situazione della quale l’Europa ha potuto beneficiare per molti secoli fra Medioevo ed età moderna.

Nei capitoli successivi si confrontano le dinamiche dell’evoluzione delle scienze e delle tecnologie nelle aree citate, per arrivare a sostenere che le condizioni di crescita e divisione politica sono state rese stabilmente possibili, nel nostro continente, dai vantaggi della sua «talassografia articolata». Lo sviluppo della sua articolazione costiera e la presenza di innumerevoli regioni distinte da limiti naturali, l’hanno aiutato a mantenere un equilibrio fra sicurezza e libertà, favorendone la divisione in diverse entità politiche indipendenti fra loro, ed allo stesso tempo consentendo la circolazione dei saperi e delle merci. Per Cosandey, come per i geografi dell’800, questo percorso trova radici storiche nel Mediterraneo, in particolare nell’antica Grecia.

Negli ultimi due capitoli si affrontano le trasformazioni avvenute su scala planetaria in età contemporanea, aprendo il problema della possibilità di applicare un’ipotesi talassografica alla globalizzazione. Un libro che nonostante la mole e la complessità dei temi affrontati è scritto in maniera piacevole, e del quale si auspica una prossima traduzione in italiano.