Storicamente. Laboratorio di storia

Dossier

Georg Iggers: storico della storiografia

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Il 26 novembre 2017 è mancato Georg Iggers, studioso originale della storiografia, cittadino impegnato, professore attentissimo ai suoi studenti, storico curioso sempre capace di ascoltare e di porre domande acute, di quelle che fanno riflettere a lungo, animatore infaticabile di reti internazionali – e negli ultimi anni sempre più globali – di storia della storiografia.

La sua lunga vita (era nato ad Amburgo nel 1926 da una famiglia di commercianti ebrei, gli Iggersheim) è stata attraversata da esperienze dure: l’antisemitismo, l’emigrazione. L’ha sempre vissuta con coraggio e con straordinario, costante impegno civile, spesso fuori dai riflettori. Approdato fortunosamente negli Stati Uniti nel 1938 incontrò ben presto non solo la libertà dal nazismo ma anche il razzismo. Il ragazzo che aveva sperimentato le leggi razziali nel suo paese d’origine si identificò immediatamente con i neri. Il suo impegno contro l’apartheid fu precoce e costante – ed anche in qualche modo non tipico dato che molti ebrei erano anzi ansiosi di integrarsi ed evitavano, forse comprensibilmente, di esporsi.

Il giovane professore cominciò da interventi apparentemente piccoli e in realtà importantissimi: si mosse in modo concreto, dal basso, e divenne subito un punto di riferimento (ma anche un bersaglio politico) nel piccolo centro dell’Arkansas che era lontanissimo dalla vivacità di New York. Le battaglie per installare distributori di acqua refrigerata anche per i neri e quella per accogliere uomini e donne di colore nel consiglio della biblioteca cittadina di Little Rock fino ad allora ad essi preclusa andarono di pari passo e furono vinte con costanza e pazienza. L’impegno a sostegno di organizzazioni giovanili anti apartheid, le manifestazioni (nel 1965 intervenne accanto a Martin Luther King nel 1965), l’attività nei gruppi di insegnanti per l’integrazione sono solo alcuni dei momenti del suo impegno politico, che passa per il pacifismo e l’opposizione alla guerra del Vietnam.

In parallelo, si svolgeva il suo percorso nelle istituzioni di formazione e di ricerca, da Chicago alla New School for Social Research – un vivaio cruciale che apriva le porte a tanti rifugiati dall’Europa totalitaria. Nasceva il suo crescente interesse per la storia della storiografia, che cominciò a studiare negli Stati Uniti ma che approfondì a Parigi con Braudel e Mandrou, e in Inghilterra con Butterfield. Dopo la guerra, il rientro in una Germania in cui – commentava con qualche ironia – gli storici sembravano essere ed essere sempre stati tutti democratici, significò riprendere i contatti con studiosi dall’una e dall’altra parte del muro. In tempi di guerra fredda, non si stancò di guardare con uno sguardo laico le criticità degli studi delle due Germanie, ma non si stancò neppure di cercare di costruire ponti, di procurare occasioni rarissime di incontri e di discussioni dove ritrovarsi in una casa privata poteva aprire la strada a scambi di idee e di punti di vista meno rigidi e cauti.

Iggers ha insegnato per moltissimi anni e fino alla pensione nello stato di NY all’università statale di Buffalo, che era stata fondata con il progetto innovativo di diventare la Berkeley dell’Est degli Stati Uniti e dove erano stati aperti precocemente insegnamenti di studi femministi, sui neri e sulle minoranze. E ha viaggiato moltissimo, sempre stringendo rapporti di amicizia e di scambi intellettuali generosi, ma anche senza mancare di portare sulla realtà attorno a lui il suo sguardo critico, e i suoi interrogativi scomodi. Sono tutti aspetti che bene emergono dalla splendida autobiografia a due voci scritta insieme alla moglie e compagna di una vita, Wilma, autrice tra l’altro di pionieristici studi sulle storiche boeme.

I suoi libri sono numerosi, e importanti, a cominciare dal provocatorio saggio sui sansimonisti e dal celebre The German conception of History: the National Tradition of historical Thought from Herder to the Present: una riflessione che andava ben oltre l’ambito storiografico e rifletteva in modo innovativo sul modo in cui lo storicismo tedesco aveva legittimato la politica di potenza e aveva aperto la strada ad una accettazione del nazismo. Questo studio negli Stati Uniti fu recepito come un contributo accademico, ma ebbe sorte ben diversa in Germania, dove fu immediatamente letto come un libro intrinsecamente politico e fu subito pubblicato anche in una edizione tascabile. Dopo i primi studi sulla storiografia tedesca Iggers aveva via via allargato lo sguardo verso le tendenze della storiografia contemporanea, le storiografie marxiste (si noti il plurale) anche in prospettiva globale, la storiografia e l’identità ebraica, i temi dell’esilio e dell’impatto delle leggi razziali sul corpo accademico, e più di recente aveva lavorato insieme a Q. Edward Wang a una storia globale della storiografia, di cui è uscita proprio nel 2017 la seconda edizione da Routledge.

Che rapporto c’era tra l’impegno politico e l’attività di storico? Nell’intervista a me rilasciata Iggers scriveva:

Il mio libro sulla concezione tedesca della storia aveva uno scopo politico, quello di mostrare fino a che punto la professione storica tedesca sotto le vesti dell’obiettività nascondesse in realtà un progetto politico. Volevo mettere in luce fino a che punto lo storicismo avesse significato respingere l’illuminismo e il concetto di diritti umani e intendeva sottolineare i pericoli a cui tutto questo aveva portato. Il mio lavoro per l’integrazione razziale, per il movimento dei diritti civili e per il pacifismo è stato meno direttamente collegato alla mia professione, ma mai del tutto separato da questa [Porciani 2004: 109].

In un suo ricordo pubblicato sul Feuilleton della «Frankfurter Allgemeine Zeitung» in occasione della sua scomparsa, Stefan Berger racconta che la risposta che Iggers dette alla stessa domanda in occasione di un convegno sull’impegno degli storici fu leggermente diversa e più radicale: con quel suo tono modesto e gentile Iggers spiegò che questi due aspetti della sua vita avevano avuto ben poco a che fare l’uno con l’altro [Berger 2017]. In fondo, da storico non si era mai veramente occupato dei temi dell’etnicità e della razza che tanto lo avevano impegnato come cittadino.

All’insieme del suo contributo storiografico – di cui qui sarebbe troppo complesso parlare – sarà dedicato uno dei prossimi numeri di «Storia della Storiografia», rivista a cui ha a lungo lavorato, e che in qualche misura ha rispecchiato anche l’attività della commissione internazionale di storia della storiografia del CISH, di cui Iggers è stato animatore fino al congresso di Sydney. I suoi libri sono stati tradotti tra l’altro in polacco, spagnolo, ceco, cinese, turco, e uno di essi in italiano.

Nel concludere l’intervista che ho appena ricordato Iggers diceva «Ho sempre cercato di costruire ponti, per esempio portando negli Stati Uniti storici della Repubblica Democratica Tedesca» [109]. Nella stagione della guerra fredda era di certo una bella impresa. Ma non si è fermato lì: ha portato a Buffalo studiosi coreani in difficoltà con il regime del loro paese dopo essersi esposti nel movimento degli studenti, e ha così aperto una sorta di filiera di amici-colleghi a Seoul. Ha dialogato con giovani che si formavano alle università della Cecoslovacchia comunista e in varie università tedesche, è stato invitato dovunque all’estero: in molti paesi europei, a Cuba (e infatti il Feuilleton della «Frankfurter Allgemeine Zeitung» ne riporta un curioso e perplesso ritratto sotto la parola REVOLUCION), in Australia, in Canada. Ne ha sempre approfittato per incontrare persone, e per cercare di guardare il mondo da punti di vista diversi.

La sua casa di Gottinga, quasi di fronte a quel Max Planck für Geschichte, che sterili rivalità accademiche hanno annientato, era un approdo obbligato. Quando passava da Berlino convocava gli amici e giovani colleghi al caffè di Bahnhof Zoo, e trasformava quel luogo, in anni in cui certamente non appariva come uno spazio di conversazioni intellettuali, in un’occasione per discutere di manoscritti e per fare progetti.

Desidero concludere questo breve contributo condividendo alcuni episodi dei quali sono stata testimone. Non si tratta di cedere ad esercizi di memoria, come accade quando si comincia a sentire la mancanza di un amico. Ho sempre ritenuto – forse anche grazie alla frequentazione dei lavori di Iggers – che l’attività del fare storia sia fortemente radicata negli spazi concreti, scelti o obbligati, si tratti di un’aula universitaria, di un istituto, di un seminario, o di altri luoghi informali di comunicazione. Georg Iggers è stato capace di usarli tutti, forse privilegiando proprio quei luoghi e quei momenti non ortodossi che consentivano scambi di idee approfonditi, laici, indipendenti e spontanei, che consentivano alle domande di prendere forma e alle questioni di essere discusse con calma, per capire meglio o semplicemente per conoscere temi, lavori, eventi di cui non sapeva. Infatti, era molto curioso. Con l’età, quando in genere si rischia di chiudersi su di sé, la sua curiosità verso gli altri era invece se possibile cresciuta. Più che ascoltarsi, gli piaceva porre domande e ascoltare.

Iggers era un amico e una persona straordinaria. Acuto, gentile, generoso e simpaticamente distratto. Un giorno mi chiamò al telefono da Buffalo per chiedermi se avevo sempre il dischetto con la versione inglese aggiornata della sua autobiografia a due voci con Wilma. L’aveva perduta. Per fortuna aveva mandato il testo a me (e certamente anche a qualche altro amico) e così fummo in grado di recuperarlo e di farlo avere all’editore.

I miei ex studenti bolognesi si ricordano ancora di un suo mitico seminario di molti anni fa in cui esordì facendo volare per aria i fogli della lezione che si era preparato e improvvisò una conversazione vivacissima, e dunque necessariamente più spontanea e dialogica, sui problemi di una storia globale della storiografia poneva e sulle difficoltà che implicava. Dopo andammo a mangiare insieme e lui non si stancava di chiedere ai giovani notizie dei loro lavori, delle loro tesi, dei loro interessi.

Ogni anno, nel mese di dicembre, mandava a tutti noi amici-colleghi una lunga, a volte lunghissima lettera in cui il resoconto delle vicende della famiglia e della vita dei suoi figli e nipoti si mescolava al racconto di studi suoi e della formidabile Wilma, ai commenti sui molti paesi visitati, sui libri letti, sulla politica. Ricordo in particolare per un verso le sue descrizioni degli incontri con gli studiosi cinesi e per l’altro un lungo commento assai critico sul Patriot Act dopo l’11 settembre, e un commento molto politico sulla politica dell’ambiente e sulle conseguenze dell’uragano che aveva colpito New Orleans che dimostrava grande attenzione all’impatto di questa come di altre catastrofi cui ceti più bassi e sui poveri delle città.

Tutti i destinatari di quelle lettere si stanno ora scrivendo, letteralmente da un capo all’altro del mondo, dal Regno Unito all’Australia, alla Germania, agli Stati uniti, al Giappone, alla Cina, alla Grecia, all’ Italia e condividono impressioni e ricordi. Questo storico che ha costruito tanti ponti e tante reti sembra averci lasciato in eredità proprio una rete fitta di tante maglie, un network come si dice, che ci fa sentire il grande privilegio di averlo conosciuto.


Bibliografia

  • Berger, S. 2017, Zum Tod von Georg Iggers : Emigrant, Pionier und Brückenbauer, «Frankfurter Allgemeine Zeitung», Feuilleton, November 29.
  • Iggers G. 1970, The cult of authority : the political philosophy of the saint-simonians XXX, The Hague: Nijhoff.
  • — 1981 Nuove tendenze della storiografia contemporanea, Catania: Edizioni del prisma.
  • — 1983, The German Conception of History: The National Tradition of Historical Thought from Herder to the Present, Middletown: Wesleyan University Press. ISBN 8019560804
  • — (ed.), 1991, Ein anderer historischer Blick. Beispiele ostdeutscher Sozialgeschichte, Frankfurt am Main : Fischer-Taschenbuch-Verl.
  • Iggers W., Iggers G. 2002, Zwei Seiten der Geschichte. Lebensbericht aus unruhigen Zeiten, Göttingen: Vendenhoeck und Ruprecht (2006, Two Lives in Uncertain Times: Facing the Challenges of the 20th Century as Scholars and Citizens, New York: Berghahn Books).
  • Iggers G. G., Wang Q. E. (eds.) 2016, Marxist historiographies : a global perspective, New York: Routledge.
  • Iggers G., Wang Q. E., Mukherjee S. 2016, A Global History of Modern Historiography, London: Routledge.
  • Porciani I. 2004, Attraverso molti confini. Intervista a Georg Iggers storico indipendente, «Passato e Presente», 64: 97-117. DOI: 10.1400/63722