Storicamente. Laboratorio di storia

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Roger Griffin, Modernism and Fascism. The Sense of a Beginning under Mussolini and Hitler

Con Modernism and Fascism, Roger Griffin, già autore di parecchi rilevanti saggi e libri sul fenomeno internazionale del fascismo, propone una lettura della cultura fascista in chiave «modernista», rintracciando le numerose espressioni «moderniste» di fascismo e nazismo. Il libro è diviso in due parti, la prima di natura piuttosto metodologica, la seconda più concreta e «applicata» (sulla presenza del modernismo nel fascismo italiano e nel nazismo tedesco).

Pure essendo di notevole importanza come base metodologica, in questa breve recensione lasceremo da parte i primi sei capitoli per osservare i capitoli 7-11, che contengono l’essenza del discorso di Griffin. L’a. comincia con il fascismo italiano, di cui dapprima tratta le origini. Queste risultano chiaramente radicate nel vitalismo della moderna Italia post-risorgimentale e nel clima «palingenetico» del primo dopoguerra. Da questo studio del fascismo nato from Modernism (capitolo 7) si passa a una minuta analisi delle varie espressioni del modernismo fascista, di questa volontà di creazione ex novo (capitolo 8). Attraverso uno sguardo «interno» – cioè attraverso le parole di vari fascisti e proto-fascisti, attraverso opere d’arte ecc. -, Griffin argomenta che nei loro intenti molti fascisti si comportavano «modernisticamente»: lo Stato fascista voleva essere dinamico e creativo, creatore di un’arte e una cultura nuove, totalitarie, fasciste. In un tempo di «miti», il fascismo non proponeva un ritorno al passato, ma piuttosto una via alternativa nella modernità o, se si vuole, una «terza via». In questo senso, non andava incontro alla modernità, bensì la anticipava.

La parte dedicata alla Germania esordisce con una discussione del nazismo, visto come movimento di «revitalizzazione». Di questo aspetto l’a. rintraccia le espressioni nel primo nazismo dei tempi di Mein Kampf («un manifesto modernista», p. 260) e del romanzo semi-autobiografico Michael di Joseph Goebbels. Seguono altri due capitoli, il primo di natura piuttosto «estetica» o comunque culturale (capitolo 10), il secondo sul tema «(bio)politico» (capitolo 11) che, essendo intimamente legati – il secondo è un tentativo di astrazione del primo -, saranno trattati insieme. Attraverso un’ampia analisi delle arti (architettura, pittura, scultura, letteratura, musica…), la cultura nazista viene interpretata come espressione della volontà «biopolitica» del regime. Quest’ultimo emerge come un movimento totalizzante, che voleva forgiare non solamente la mente, ma anche il corpo, dello Stato e dei suoi sudditi. Voleva inserire tutti gli aspetti della realtà tedesca nella creazione della nuova realtà nazista, che in questo senso si potrebbe definire un Gesamtkunstwerk. Nella mente dei nazisti, in primo luogo di Adolf Hitler, tale «creatività» implicava automaticamente una pulizia, cioè la distruzione di tutto quello – incluse le popolazioni - che fu considerato «non ideale». Certe correnti artistiche, specialmente le più astratte e ‘moderne’, sembrano essere appartenute a questa categoria. Da un altro lato pare che gran parte della produzione artistica nazista non fosse «antimoderna» come si è portati a ritenere. Di conseguenza, si impone una rivalutazione non solamente delle arti, ma anche dello habitus mentis nazista.

Modernism and Fascism è una nuova pietra miliare nello studio dei fascismi italiano e tedesco, e del «modernismo». L’a. non fornisce una definizione del fascismo, ma piuttosto una nuova e molto originale lettura del fenomeno. Permette di riattribuire – beninteso come Sonderwege- fascismo e nazismo alla storia della modernità, e del modernismo. Un lavoro di una densità strabiliante, che certamente farà discutere.