Storicamente. Laboratorio di storia

Dossier

Dagli altari alla polvere. Stilicone da parens Augusti a semibarbarus proditor

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Abstract

The aim of this paper is to recall the life of general Stilicho through propaganda, and to show how the image Stilicho struggled to create and preserve was manipulated by his political enemies after his death. Thanks to Claudianus' poetry and his own political craftiness Stilicho had created the image of the perfect soldier in charge, loyal to the Emperor, to whom he was in fact a “second father”. The paper mentions some of the various attestations of Stilicho pater of Onorius and, therefore, of the Empire. Nonetheless, right after Stilicho’s fall, Jerome, Rutilius and Orosius created a new image of the general through the reiteration of terms such as “traitor” and “semibarbarus”. The purpose was to erase the glorious profile created by Claudianus and to blame Stilicho as the cause of a political crisis of witch he was not responsible at all. He had been, in fact, the unique defender of a fragile equilibrium between Rome and Alaric. Nevertheless, the need to find a scapegoat of Rome’s decay, led to the accusation that Stilicho was even responsible of events that followed his own death. Ultimately, the paper aims to provide a number of Latin quotations concerning the history of positive and negative propaganda surrounding Stilicho's life and death.

Premessa

«Dagli altari alla polvere»: con questa espressione, icastica ed efficace, Santo Mazzarino riassume il percorso politico di Stilicone [Mazzarino 1942, 310]. Il generale di origine vandala fa carriera sotto Teodosio, alla morte di questi diventa tutore dei giovani principi Arcadio e Onorio, regna de facto al posto di quest’ultimo; finché, vittima di una congiura di palazzo, è ucciso nel 408 per ordine dello stesso Onorio, che ne decreta la damnatio memoriae. Il «cangiamento della sorte» di Stilicone, per citare ancora Mazzarino, è improvviso e inatteso. Altrettanto repentino è il mutamento dell’opinione dei contemporanei rispetto al suo operato e persino alla sua figura; su di lui si riversa il malcontento per un momento di profonda crisi, causata dall’impossibilità dell’impero di gestire la presenza barbarica all’interno del limes. Di questo difficile momento storico Stilicone non è responsabile, egli riesce invece nella mediazione con Alarico e nell’alleanza con i Visigoti, diventando artefice di un fragile equilibrio che, senza la sua guida, si infrangerà inevitabilmente.

È possibile evidenziare, attraverso alcune testimonianze a lui contemporanee[1], la netta discrepanza tra l’immagine che Stilicone vuole lasciare di sé e quella diffusa in Occidente dopo il 408, risultato di un processo di demonizzazione, in cui risulterà colpevole persino di eventi successivi alla sua morte.

Un generale custode dell’impero

Claudiano descrive così i dittici eburnei donati da Stilicone in occasione dei giochi del circo:

prodigia immanesque simul Latonia dentes, / qui secti ferro in tabulas auroque micantes / inscripti rutilum caelato consule nomen / per proceres et vulgus eant. stupor omnibus Indis / plurimus ereptis elephans inglorius errat / dentibus: insedit nigra cervice gementum / et fixum dea quassat ebur penitus que cruentis / stirpibus avulsis patulos exarmat hiatus. / ipsos quin etiam nobis miracula vellet / ducere, sed pigra cunctari mole veretur [Cons. Stil., 3, 346-356].

Nella finzione del carmen, i giochi sono organizzati da Diana e dalle ninfe [Citti-Ziosi 2007, 11]; il poeta, con una tecnica a lui consueta, fonde realtà storica e narrazione mitologica, servendosi di immagini di vivo realismo, che sembrano richiamare le scene venatorie dei mosaici di Piazza Armerina [Gualandri 1994, 314]. Nel quadro è la stessa Diana a radunare animali esotici e a intagliare enormi zanne d’avorio per creare tavolette «che rilucono d’oro» [vv. 346-347]. I dittici recano scritto, in caratteri rossi, il nome del console e vengono distribuiti ai senatori e al popolo [v. 349, «per proceres et vulgus eant»]. È possibile immaginare che, durante i giochi organizzati da Stilicone, fossero stati realmente distribuiti dittici d’avorio, recanti il suo nome e le cariche che ricoprì [Cameron 2013, 205].

‘Dittico di Stilicone’, Tesoro del Duomo di Monza
‘Dittico di Stilicone’, Tesoro del Duomo di Monza

Tra questi, forse, vi era anche il cosiddetto “dittico di Stilicone”. Custodito presso il tesoro del duomo di Monza, esso costituisce un’utile immagine dell’autorappresentazione del generale e della Stilichonia domus[2]. La maggior parte degli studiosi ritiene che vi siano raffigurati Stilicone, sua moglie Serena e il figlio Eucherio eletto tribunus et notarius nel 395 (a soli 7 anni di età)[3]. Si noti che, nella valva a sinistra di chi guarda (recto), Serena regge un fiore proprio in corrispondenza del figlio: la rosa è il simbolo della successione imperiale e ricorda a chi osserva che Eucherio è nipote dell’imperatore Teodosio [Cameron 2013, 190]. Nella valva a destra (verso), l’uomo indossa un abito da parata tipico degli ufficiali tardoantichi: la clamide, appuntata sulla spalla con una fibula latina cruciforme, una tunica e la cintura (il cingulum), che regge una spada dall’impugnatura tempestata di gemme [Kiilerich-Torp 1989 319-371; Abbatepaolo 2005, 11-13]. La ricercata decorazione delle vesti, il cingulum, la fibula e le armi di pregiata fattura segnalano l’appartenenza del personaggio al più alto rango militare [Kiilerich-Torp 1989, 320]. Se una mano regge la lancia, in una posa che sembrerebbe rievocare le posture della statuaria classica, l’altra poggia sullo scudo ovale, dove, in un clipeus, sono raffigurati i due giovani imperatori Arcadio e Onorio. Il messaggio veicolato è di immediata intelligibilità: Stilicone si autorappresenta come generale al servizio dell’impero e, in particolare, dei due Augusti.

L’idea che Stilicone possa incarnare il guerriero tout court ricorre nella narrazione dell’arrivo salvifico del generale, definito vivida Martis imago da Claudiano:

pulveris ambiguam nubem speculamur ab altis / turribus, incerti socios adportet an hostes / ille globus, mentem suspensa silentia librant, / donec pulvereo sub turbine sideris instar / emicuit Stilichonis apex et cognita fulsit / canities. gavisa repens per moenia clamor / tollitur ‘ipse venit’. portas secura per omnes / turba salutatis effunditur obvia signis. / non iam dilectus miseri nec falce per agros / deposita iaculum vibrans ignobile messor / nec temptans clipeum proiectis sumere rastris / Bellona ridente Ceres humilisque novorum / seditio clamosa ducum, sed vera iuventus, / verus ductor adest et vivida Martis imago [Claud., Carm. 26, 455-472][4].

Dominano la scena l’attesa e il timore, dovuti all’impossibilità di riconoscere nell’esercito in arrivo un alleato o un nemico. La tensione narrativa è spezzata dal grido delle sentinelle: «ipse venit». Riconosciuto tra la polvere sollevata dall’esercito per la chioma bianca che riluce sotto l’elmo [vv. 459-460, «cognita fulsit canities»], Stilicone è salutato con grande sollievo dalla folla e dall’imperatore. È il salvatore della patria, il condottiero per eccellenza, il dio Marte in persona. Claudiano connota il suo mecenate come un eroe dell’epos, impreziosendo l’ἔκϕρασις con particolari ‘visivi’ di grande realismo[5]. Il passo non sembra riconducibile a un atteggiamento di servilismo – del quale Claudiano è stato di frequente accusato – bensì di entusiasmo e piena adesione al progetto politico di Stilicone[6].

In cons. Stil. 2, le virtutes, dall’aspetto di divinità, omaggiano Stilicone, ciascuna facendogli dono di qualità indispensabili per un leader, che lo rendono perfettamente romano. La dea Clementia [6 ss.] «pone la sua sede nel petto del generale» e gli insegna ad avere pietà dei vinti; sua sorella, Fides [30 ss.], non permette che la bramosia di potere abbia la meglio su di lui; Iustitia [103 ss.] gli fa anteporre all’utile ciò che è retto, Patientia, Temperies, Prudentia e Constantia [105 ss.] fanno di lui un uomo saggio e moderato [103 ss.]. Stilicone è celebrato da Claudiano come un generale romano vincitore. Un’ulteriore tappa del processo di romanizzazione di Stilicone è anche il confronto con grandi generali del passato, come, ad esempio, Druso e Traiano [Cons. Stil. 1,193], Lucio Emilio Paolo, Mario e Pompeo [Cons. Stil. 3,30 ss.][7].

Stilicho socer est, pater est Stilicho

Scopo della celebrazione di Stilicone è la sua consacrazione a legittimo custos Imperii, vista la giovane età di Onorio; Claudiano si prodiga per legittimare una situazione nuova, che diventerà la norma in seguito: l’imperatore detiene il potere solo formalmente [Mc Cormick 1986, 122; Gualandri 2010, 33, n. 5].

The emperor still occupied the most honorific and ceremonial-bound position in the state, but his power was a mere shadow of what was once denoted by the word “imperium”. While people prostrated themselves before him, someone else behind the scenes manipulated the machinery [O’Flynn 1983, 23].

Stilicone è investito di un ruolo talmente inusuale che, come osserva O’Flynn, non ha ancora una dicitura ufficiale. L’unico modo per legittimare la sua posizione è creare ulteriori legami di parentela con Onorio, che gli permettano di detenere il potere, restando vicino alle truppe in qualità di magister utriusque militiae. Ad avvallare la legittimità del suo ruolo di “secondo padre” di Onorio sarebbe stato lo stesso Teodosio che, morente, avrebbe affidato a Stilicone i figli. Si noti che Ambrogio definisce Stilicone parens di Onorio già nell’orazione funebre per Teodosio [Nazzaro 2013, 195], pronunciata a Milano nel febbraio del 395 alla presenza dei soldati, del popolo, di Stilicone e dell’undicenne Onorio, seduto accanto ad Ambrogio: «Gloriosius quoque in eo Theodosius, qui non communi iure testatus sit; de filiis enim nihil habebat novum, quod conderet, quibus totum dederat, nisi ut eos praesenti commendaret parenti» [Obit. Theod., 5].

Dal testo si evince che Teodosio è degno di ammirazione anche per non aver fatto testamento secondo il diritto comune, scegliendo invece di affidare la tutela dei figli al praesens parens Stilicone. Indipendentemente dall’interpretazione di praesens (come “attuale” o come “qui presente”), è la definizione di Stilicone come parens che consacra il nuovo ruolo del generale e che verrà ripresa da Claudiano con grande insistenza. Nel panegirico per il terzo consolato di Onorio (datato al 396), ad esempio, Teodosio si rivolge a Stilicone raccomandandogli di fare da padre ai figli e di esserne il custos[8]: tu curis succede meis, tu pignora solus / nostra fove: geminos dextra tu protege fratres [Claud. paneg. de III cons. Honorii 152-153]. Si noti che, anche nei versi successivi, Teodosio conferisce a Stilicone il ruolo di padre putativo: indue mente patrem, crescentes derige fetus / ut ducis, ut soceri. iamiam securus ad astra / te custode ferar [ibid. 157-160].

La scelta del lessico da parte di Claudiano non è certamente casuale, l’iterazione dei termini dux e pater in numerosi contesti risponde al bisogno di identificare Stilicone come parens Augusti e, conseguentemente, parens regni. Necessità, questa, scaturita dall’evidenza che la commendatio di Teodosio non era un atto dal valore legale, come evidenziato da Mommsen e in seguito dalla Gualandri [Mommsen 1903, 101 ss.; Gualandri 2010, 35]. Gli stessi termini vengono utilizzati da Claudiano nel De bello Gildonico, quando legittimare Stilicone è necessario, dal momento che il ‘generalissimo’ è dichiarato hostis publicus a Costantinopoli da Arcadio. L’ombra di Teodosio appare proprio a quest’ultimo ed esalta la paterna pietas di Stilicone: tunc ipse paterna / successit pietate mihi tenerum que rudemque / fovit et in veros eduxit principis annos (Gild. 301-303). Anche Onorio si rivolge a Stilicone chiamandolo sancte pater in Gild. 354-355. Claudiano, inoltre, definisce il generale persino verior Augusti genitor, padre “più autentico” dello stesso Teodosio:

sic docuit regnare socer, sic casta iuventae / frena dedit, teneros his moribus imbuit annos, / verior Augusti genitor, fiducia belli, / pacis consilium, per quem squalore remoto / pristina Romuleis iam floruit artibus aetas (Cons. Stil. 3, 118-122).

Nel 398, il bisogno di rafforzare la propria posizione porta Stilicone ad affiancare, al ruolo istituzionale di pater, quello di socer Augusti: suocero di Onorio a seguito delle nozze tra l’imperatore quattordicenne e Maria, figlia di Stilicone e Serena. Alla celebrazione del nuovo ruolo è dedicato carm. 13, in particolare i vv. 5-9, «tractus ab aula rursus in aulam / redeat sanguis. patris officiis / iunge potenti pignora dextra. / gener Augusti pridem fueras, / nunc rursus eris socer Augusti»; e, in seguito, il celebre motto del v. 12, «Stilicho socer est, pater est Stilicho». A riguardo si veda l’interpretazione di Isabella Gualandri, la quale osserva che se l’espressione volesse indicare semplicemente che il suocero di Onorio è il padre della sposa, sarebbe ridondante e ovvia [Gualandri 2010, 38]. La studiosa ipotizza invece che si faccia riferimento alla filiazione diretta sottesa al rapporto di valore sacrale socer/gener. Quella del carmen 13 è solo una delle numerose attestazioni di Stilicone quale socer Augusti, espressione che entra nella titolatura ufficiale come testimoniano, ad esempio, le iscrizioni. Si veda:

CIL 6, 1730 / Fl (avio) Stilichoni, v (iro) c (larissimo) . / Flavio Stilichoni, inlustrissimo viro, / magistro equitum peditumque, / comiti domesticorum, tribuno praetoriano / et ab ineunte aetate per gradus claris/simae militiae ad columen gloriae / sempiternae et regiae adfinitatis evecto / progenero divi Theodosi, comiti divi / Theodosi Augusti in omnibus bellis / adque victoriis et ab eo in adfinitatem / regiam cooptato itemque socero d (omini) n (ostri) / Honori Augusti. Africa consiliis eius / et provisione liberata. Ex s (enatus) c (onsulto).

L’iscrizione è eretta a Roma dopo la sconfitta di Gildone nel 398 ed è datata tra il 398 e il 399, dal momento che non vi si fa menzione del primo consolato di Stilicone (del 400)[9].

E anche:

CIL 6, 1731 [Flavio Stilichoni, inlustrissimo] / viro, bis consuli ordinario, / magistro utriusque militiae, / comiti domesticorum /et stabuli sacri, adque / ab ineunte aetate / per gradus clarissimae / militiae ad columen regiae / adfinitatis evecto, socio / bellorum omnium / et victoriarum, adfini / etiam divi Theodosi Augusti / itemque socero / domni nostri Honori Augusti. / Populus Romanus, / pro singulari eius / circa se amore / adque providentia, / statuam ex aere argentoque /in rostris ad memoriam / gloriae sempiteranae / conlocandam decrevit, / exequente Fl(avio) Pisidio Romulo, v(iro) c(larissimo), / praef(ecto) urb(i).

CIL 6, 1731. Base marmorea attualmente collocata nei giardini di villa Medici, Roma. Per l’immagine e una scheda dell’iscrizione si veda: inscriptions.etc.ucla.edu/wp-content/themes/visualizing/inscript_statue.php?statueID=34
CIL 6, 1731. Base marmorea attualmente collocata nei giardini di villa Medici, Roma. Per l’immagine e una scheda dell’iscrizione si veda: inscriptions.etc.ucla.edu/wp-content/themes/visualizing/inscript_statue.php?statueID=34

L’iscrizione, databile tra il 405 (anno del secondo consolato di Stilicone) e il 408 (anno della sua morte), era apposta sulla base marmorea di una statua in bronzo e argento del generale, collocata presso i Rostri su ordine del praefectus urbi Flavio Pisidio Romolo. Anche l’arredo urbano di Roma, dunque, ricorda il rapporto di parentela tra Stilicone e l’imperatore: l’appartenenza alla famiglia imperiale sembra ufficializzata e l’origine vandala paterna dimenticata. Tuttavia, l’impegno letterario di Claudiano e dell’intero apparato propagandistico di Stilicone verrà vanificato dalla congiura a danno di questi; ben presto sarà definito un “non romano”, un “mezzo barbaro”, un “traditore”.

Stilicone proditor

Nel 408 Alarico, foederatus di Roma, conduce il suo esercito attraverso la pianura padana fino alle porte dell’Urbe, reclamando un compenso; Stilicone convince il Senato a pagare 4000 libbre d’oro, sventando così la minaccia. In seguito, tuttavia, Stilicone compirà l’errore di progettare di inviare contro l’usurpatore Costantino, che in Gallia raccoglie consensi, proprio Alarico con truppe miste di visigoti e romani[10]. Queste due decisioni rendono Stilicone inviso all’opinione pubblica e di questo malcontento approfitta il magister officiorum Olimpio. In una rapida successione di eventi, Olimpio diffonde la notizia, probabilmente falsa, che Stilicone progetti di incoronare suo figlio Eucherio. I comandanti più fedeli a Stilicone soccombono in un ammutinamento delle truppe del Ticino e, con l’autorizzazione di Onorio, viene emanato un mandato d’arresto contro Stilicone, giustiziato il 22 Agosto del 408. Con lui muore anche l’immagine plasmata da Claudiano del generale perfettamente romanizzato, fedele all’imperatore e difensore dell’Impero. Comincia, invece, una sistematica e ingiustificata demolizione del suo operato[11].

Girolamo nel 409, scrive a Geruchia, una giovane vedova gallica. La lettera contiene un lungo excursus sulle devastazioni barbariche in Gallia e l’autore non ha dubbi su chi incolpare.

Quis hoc crederet? quae digno sermone historiae comprehenderent? Romam in gremio suo, non pro gloria, sed pro salute pugnare? immo ne pugnare quidem, sed auro et cuncta superlectili vitam redimere? Quod non vitio principum, qui vel religiosissimi sunt, sed scelere semibarbari accidit proditoris, qui nostris contra nos opibus armavit inimicos (epist. 123, 16).

L’incredulità nel vedere Roma costretta a combattere all’interno del limes, non per la gloria della conquista bensì per la sopravvivenza, è seguita dal disprezzo per la modalità di resistenza al nemico: Roma non combatte, ma paga per non soccombere. Girolamo chiaramente allude alle 4000 libbre d’oro pagate ad Alarico su insistenza di Stilicone, contro il quale rivolge parole sprezzanti; non sarebbero difatti i «piissimi imperatori» (qui religiosissimi sunt) i responsabili, bensì un semibarbarus proditor, un mezzo-barbaro traditore, che ha armato i nemici dell’Urbe con le ricchezze della città stessa. Con la veemenza che gli è propria, Girolamo è in grado di demolire l’immagine che Claudiano ha creato nel corso di anni, senza neppure nominare esplicitamente Stilicone: il romano di cui si era dimenticata l’origine vandala torna ad essere un mezzo barbaro, il pater Augusti e custos patriae, ora, è un traditore.

Ben più articolato è il J’accuse di Rutilio Namaziano nell’invectiva in Stilichonem, che Mazzarino definisce «L’atto di accusa più eloquente contro di lui, l’invettiva impetuosa e grandiosa del De Reditu suo» [Mazzarino 1942, 310][12].

Quo magis est facinus diri Stilichonis acerbum, / proditor arcani quod fuit imperii. / Romano generi dum nititur esse superstes, / crudelis summis miscuit ima furor, / dumque timet, quidquid se fecerat ipse timeri, / immisit Latiae barbara tela neci. / visceribus nudis armatum condidit hostem / illatae cladis liberiore dolo / ipsa satellitibus pellitis Roma patebat / et captiva prius quam caperetur erat. / nec tantum Geticis grassatus proditor armis: / ante Sibyllinae fata cremavit opis. / odimus Althaeam consumpti funere torris; / Nisaeum crinem flere putantur avis. / at Stilicho aeterni fatalia pignora regni/ et plenas voluit praecipitare colos. / omnia Tartarei cessent tormenta Neronis; / consumat Stygias tristior umbra faces. / hic immortalem, mortalem perculit ille, / hic mundi matrem perculit, ille suam (Rut. Nam. 2, 41-60).

Gli stessi termini impiegati da Claudiano contro Rufino sono ora antifrasticamente riferiti a Stilicone (cfr. «proditor» in Claud. Ruf. I, 318 ss.; II, 52 ss.)[13]. Per Rutilio, egli ha tradito l’arcanum imperii, ha bruciato i Libri Sibillini, ha permesso che i barbari penetrassero nel cuore dell’impero e, per questo, è peggiore di Nerone. Se l’imperatore aveva ucciso la propria madre, Stilicone invece ha ucciso l’immortale madre del mondo (vv. 59-60, «hic immortalem, mortalem perculit ille, / hic mundi matrem perculit, ille suam»)[14].

Alessandro Fo spiega così la fenomenologia di questo attacco a Stilicone che, post mortem, è ritenuto responsabile del sacco di Roma del 410:

Assurdo, visto da oggi. Ma anche qui significativo, se ritorniamo mentalmente a un mondo in cui la stessa sventura privata non accade mai ‘da sé’, ma a causa di un qualche demone, di un malocchio, di un mago appositamente assoldato per pestarti i piedi; di modo che occorre sempre avere sotto mano un santo, un holy man ο almeno un tuo contro-mago che ti difenda. Analogamente sarà per gli stati: se vanno a rotoli ci sarà pure un responsabile. E così anche in Rutilio una sventura come il sacco di Roma esige il suo malfattore, appunto Stilicone, apparendoci piuttosto naturale nel suo ambiente che la storia non abbia proprie cause, ma colpevoli [Fo 1989, 67].

Il giudizio di condanna del pagano Rutilio è condiviso anche dal cristiano Orosio:

Interea comes Stilico, Vandalorum inbellis avarae perfidae et dolosae gentis genere editus, parvi pendens quod sub imperatore imperabat, Eucherium filium suum, sicut a plerisque traditur, iam inde Christianorum persecutionem a puero privato que meditantem, in imperium quoquo modo substituere nitebatur (hist. 7,38,1).

Orosio menziona l’origine vandala di Stilicone ed elenca quelle che sarebbero state le sue intenzioni nascoste: tradire Onorio e incoronare Eucherio. Questi, una volta salito al trono, avrebbe perseguitato i cittadini cristiani dell’impero, «poiché meditava di farlo sin da quando era un fanciullo e privato cittadino». Ad Eucherio, dunque, è riservata la stessa caratterizzazione di ‘personaggio nefando’, attribuita al padre; lo storico in seguito accusa quest’ultimo di aver strumentalizzato Alarico e l’intera Gothorum gens, che «chiedevano supplichevolmente e onestamente una pace sicura e una sede qualsiasi»[15]. Orosio inoltre afferma che lo scopo di Stilicone sarebbe stato quello di indebolire lo Stato attraverso i Goti, che avrebbero causato disordini e portato a un’inevitabile sostituzione dell’imperatore[16]. Con questa testimonianza, il rapido processo di condanna sembrerebbe concluso: l’impero ha trovato un colpevole da demonizzare.

CIL 6, 31987
CIL 6, 31987

Il nome di Stilicone, che ad eterna memoria era stato inciso su epigrafi monumentali, viene cancellato a colpi di scalpello, come testimoniato, per esempio, da CIL 6, 31987. L’epigrafe, trovata nel Foro, difronte alla Curia, è conservata in situ[17].

CIL 6, 31987 Fidei virtutiq(ue) devotissimorum / militum dom(i)norum nostrorum / Arcadi, Honori et Theodosi, / perennium Augustorum, / post confectum Gothicum / bellum, felicitate aeterni / principis dom(i)ni nostri Honori, / consiliis et fortitudine / inlustris viri, comitis et / [[[magistri utriusq(ue) militiae]]] / [[[Fl(avi) Stilichonis, bis co(n)s(ulis) ord(inarii)]]], / s(enatus) p(opulus)q(ue) R(omanus), / curante Pisidio Romulo, v(iro) c(larissimo), / praef(ecto) urbi, vice sacra / iterum iudicante.


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Note

1. Si noti che quelle proposte sono solo alcune delle numerose fonti su questo personaggio, scelte, tra quelle latine, perché in maniera chiara delineano la parabola di vita e fortuna del generale. Un’identica selezione è stata operata rispetto alla bibliografia, ormai amplissima su questo personaggio.
2. Fondamentale la descrizione del dittico in Delbrueck [2009, 370-377]. In particolare in merito al recto [374-375] e al verso [371-374].
3. Come in Cracco Ruggini 2010, 77-79. Di diverso avviso è Shelton 1982,132-171 che ritiene si tratti di Flavio Costanzo Felice (console nel 428), assieme alla moglie Padusia e al figlio [PLRE II, 461 s.v. Fl. Constantius Felix 14].
4. Si veda anche Claud. Cons. Stil. 1, 91-108. Nel passo Stilicone è detto persino superiore rispetto agli eroi dell’epos, perché per vendicare la morte dell’amico Promoto ha sterminato un intero popolo: non ha rivolto la sua ira contro una sola persona come Achille.
5. Riguardo all’impiego di questa tecnica narrativa in Claudiano e in altri autori tardoantichi si veda Gualandri 1994.
6. Cameron ha di recente ridimensionato i giudizi più severi [1970] in merito all’autore: «Claudian was not a hired propagandist, but a member of Stilicho’s inner councils, who took it upon himself to exploit his personal success as a poet, in the interest of his patron. There is no duality here, a poet forced to become a propagandist», Cameron 2000, 136.
7. «Il frequente schema della synkrisis utilizzato da Claudiano per Stilicone, è imperniato sul confronto sia con personaggi mitologici, sia con personaggi storici, vede significativamente infittirsi nel tempo, a mano a mano che la carriera di Stilicone procede, il richiamo ad eroi della storia romana, da lui raggiunti e superati»: Gualandri 2010, 56. In merito si veda anche Gualandri 2007.
8. In merito si veda Gualadri 2010, 40-41. La studiosa riflette sull’ambivalenza del termine custos, che designerebbe Stilicone non solo come protettore dei due giovani, ma in particolare dell’impero minacciato dai barbari.
9. PLRE I, 855 ss.; CIL 6, 1730.
10. PLRE I, 857; Cracco Ruggini 1986, 42; McEvoy 2013, 185.
11. Cth. 9, 42, 22; PLRE I, 857.
12. Si veda anche Lassandro 2000, 305 ss.
13. In merito al reimpiego, contro Stilicone, di espressioni di Claudiano, si veda Castorina 1967, 242-244.
14. Anche in questi versi Castorina rintraccia la volontà di rievocare un passo claudianeo. Difatti in Gild. 17-25 il poeta descrive il declino dell’Urbe per mettere in risalto la nuova aetas inaugurata da Stilicone, Rutilio, invece, non prospetta un futuro di rinnovamento per la “madre del mondo” [ibid., 246].
15. Trad. in Lippold-Chiarini 1998, 379.
16. Si veda Fabbrini 1979, 241; 287; Lassandro 2000, 308.
17. Sulla base vi era una statua di Stilicone, che affiancava quella di Onorio. In merito alla collocazione dei due monumenti nel Foro (di fronte al monumento celebrativo della dinastia teodosiana) e per un’ipotesi circa la data di collocazione delle statue si veda Kalas 2015, 91 ss.; Hendrick 2000, 110.