Storicamente. Laboratorio di storia

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Karol Modzelewski, L’Europa dei barbari. Le culture tribali di fronte alla cultura romano-cristiana

Lo studioso polacco si muove in un ambito di problemi che la storiografia degli ultimi decenni ha particolarmente innovato, in specie grazie agli impulsi e alle ricerche degli altomedievisti di Vienna. Nella medievistica occidentale c’è ormai diffuso consenso riguardo a un superamento dell’interpretazione del connubio romano germanico come incontro alla pari – si è parlato infatti di “trasformazione del mondo romano” – e l’attenzione ai processi etnogenetici nell’Europa altomedievale è diffusamente indagata in chiave prevalentemente culturale, anche per merito delle nuove prospettive di analisi delle fonti narrative dischiuse dal dibattito avvenuto attorno al linguistic turn.

Il volume è stato originariamente pubblicato, senza il sottotitolo che figura in italiano, nel 2004 a Varsavia (e già nel 2006 a Parigi) e costituisce un rilevante apporto alla discussione da parte di un esponente di punta di una storiografia cresciuta nei “paesi dell’Est” che ha dato buoni frutti, con sguardi originali, quando – a partire dagli anni Novanta –  ha cominciato a occuparsi anche dei temi su cui dibattevano gli storici occidentali.

L’a. ha compiuto scelte metodologiche nette e ben riconoscibili. L’ampia indagine sull’ordinamento sociale e politico delle tribù barbariche – aspetto di gran lunga privilegiato rispetto alla questione etnica – potrà scontentare chi ha visto nell’archeologia una risorsa per un netto rinnovamento delle interpretazioni, perché questo è un fronte che l’a. accantona decisamente a tutto favore delle testimonianze scritte, con un notevole scavo di quelle normative, che completano e correggono le testimonianze delle fonti narrative. La volontà di rompere con il principio positivistico dell’unità di tempo, luogo e azione nell’indagine storiografica accostando testi, anche stratificati, redatti in contesti molto diversi e distanti e relativi a popoli differenti (Tacito e Adamo di Brema, Procopio di Cesarea e Sassone Grammatico per esempio, e tutte quelle «fonti collegate da una matrice culturale comune»), potrà suscitare perplessità in alcuni. L’autore è infatti persuaso che sia lecito attuare questi confronti quando si abbia a che fare con un’analoga situazione antropologica, e tale scelta gli ha consentito una notevole estensione della base documentaria relativa a tutto l’universo barbarico. È infatti incontestabile come con questa ricerca, che giustamente non pretende esaustività, Modzelewski allarghi in maniera risolutiva lo sguardo agli Slavi, trattati con il medesimo approccio dei Germani, e soprattutto li recuperi pienamente nella prospettiva della storia europea, inscrivendoli tutti in un quadro coerente: molte delle prospettive originali aperte dall’a. potranno essere utilmente sviluppate.

Nei sette capitoli (più un Epilogo, dedicato a “La fine del mondo dei barbari”) l’a. si rivolge prima al problema della transizione dalle testimonianze scritte alle società senza scrittura, che implica  indagare le narrazioni sui barbari affrontando il problema della comunicazione interculturale, poi alle leggi dei barbari – cioè al cruciale problema della separazione etnica delle leggi – sostenendo la necessità di una critica individualizzata di questi testi e distinguendo l’eredità arcaica da ciò che è l’effetto delle pressioni del potere regio, delle sollecitazioni del clero e dell’influsso della cultura classica. L’indagine relativa all’uomo in seno alla comunità parentale (con attenzione a vendetta e riscatto, faida e riconciliazione, colpe e responsabilità comuni, le donne) e alle differenze sociali nel regime tribale (schiavi, leti, stratificazione sociale dei liberi) prelude agli ultimi tre capitoli in cui Modzelewski può chiarire la propria interpretazione del collettivismo barbarico e delle sue istituzioni. Della comunità di vicinato sono sottolineate la dimensione territoriale, anche in età assai risalente, e la dimensione politica (sono le funzioni assembleari e giudiziarie di centena, pagus e go in ambito germanico e di kopa e opole in ambito slavo), e in definitiva ne afferma un’autonoma capacità genetica e dunque un’origine che non è opera di un’autorità sovrana, per concludere sulle strutture segmentarie delle tribù, sull’assemblea (quale istituzione politica onnipresente) e il culto, sulla figura del re tribale, non un monarca, bensì un “grande parente”, un “grande guerriero”, un “grande vicino”.