Storicamente. Laboratorio di storia

Dossier

Un “colonialismo corporativo”? L’imperialismo fascista tra progetti e realtà

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Abstract

In the Thirties, the theme of the Empire gained centrality in the Fascist project. Into the debate on the colonial rule, certain intellectuals introduced the myth of corporatism, outlining a new institutional system: the “corporatist colonialism”. According to this perspective, the colonial space represented the most suitable context in order to create a socio-economic cooperation among all the producers. Moreover, a corporatist policy had to legitimize the Fascist Empire as a new colonial model, different from the other European empires. The article deals with this project, which has been underestimated by scholars.

Il mito del “colonialismo corporativo”

Negli anni Trenta, mentre il regime di Benito Mussolini dedicava crescente attenzione alla politica coloniale, prima portando a termine la “riconquista” della Libia (1931), poi aggredendo militarmente l’Etiopia (1935) e proclamando la nascita dell’Africa orientale italiana (1936), il tema dell’impero divenne uno dei motivi dominanti della propaganda fascista. Il messaggio diffuso in polifonia mediatica insisteva in particolare su due nuclei retorici. Il primo concerneva il culto dell’antica Roma, il mito dell’“impero romano” e della “romanità”, sulla base del quale si delineava un imperialismo innervato da una visione storico-culturale intrinsecamente razzista, con la pretesa di riportare in auge la “civiltà latina” e di ribadire il “primato” sulle altre civiltà del mondo. Il secondo rinviava all’idea dell’espansionismo demografico, del mito di un “impero del popolo” o “impero del lavoro”, per cui l’imperialismo italiano veniva giustificato con la necessità di dotare il paese di un grande spazio coloniale, immaginato come una “frontiera”, una sorta di Far West da conquistare per risolvere il problema della sovrappopolazione, ovvero per promuovere una migrazione di lavoratori, e soprattutto di manodopera, al fine di alleviare l’eccessivo peso demografico sul mercato del lavoro italiano [Labanca 2002, 154-157].

Sede del Consiglio coloniale dell'economia corporativa di Bengasi (da “Rassegna economica dell'Africa italiana”).
Sede del Consiglio coloniale dell'economia corporativa di Bengasi (da “Rassegna economica dell'Africa italiana”).
Negli stessi anni, a questi due miti centrali della retorica imperialista fascista - l’“impero romano” e l’“impero del lavoro” - se ne aggiunse un altro, che rimase circoscritto ad alcuni ambienti del regime, ma che era incardinato su uno dei pilastri ideologici e programmatici del fascismo come il corporativismo. Si trattava infatti di un modello di impero, o più precisamente di governo dell’impero, che gli stessi promotori definivano “colonialismo corporativo”: in nuce, consisteva nel progetto di esportare nell’Oltremare il sistema delle corporazioni, di ricreare una comunità di lavoro fondata sulla cooperazione tra tutti i soggetti produttivi, nell’interesse collettivo della madrepatria, ma anche delle stesse colonie. Nonostante in chiave propagandistica il discorso del “colonialismo corporativo” fosse meno potente rispetto al mito della romanità o a quello della colonizzazione demografica, che indubbiamente disponevano di maggior forza suggestiva sull’opinione pubblica e sull’immaginario popolare, anche questa rappresentazione appariva funzionale alla legittimazione dell’imperialismo italiano.

Innanzitutto, essa metteva in connessione il disegno imperiale con l’idea del corporativismo come “terza via” alternativa e superiore al liberalismo e al socialismo; idea che fin dagli anni Venti aveva favorito la circolazione transnazionale del prototipo fascista e il suo inserimento nel mainstream politico dell’epoca [Pasetti 2016]. Mentre sia la retorica della romanità sia quella dell’espansione demografica, per quanto rideclinate in chiave fascista, erano già presenti nella propaganda di età liberale, il discorso del “colonialismo corporativo” rinnovava la “missione civilizzatrice” dell’imperialismo italiano, per così dire fascistizzandola[1]. La sua implementazione avrebbe dimostrato infatti l’esistenza di un modello coloniale originale, propriamente fascista, distinto da tutti gli altri del passato e del presente, contribuendo così a rafforzare l’autorappresentazione del fascismo come forza politica inedita, innovativa, epocale.

Inoltre, almeno secondo alcuni fautori della dottrina corporativa insoddisfatti per i risultati conseguiti su questo versante dal regime di Mussolini, proprio l’allargamento del sistema alle colonie poteva rilanciare il progetto nel suo complesso: come sosteneva Sergio Panunzio nel 1938 sulla rivista del Ministero dell’Africa italiana, l’esportazione dell’ordinamento corporativo nell’Oltremare, dove non esistevano intralci alla sua realizzazione, avrebbe permesso «di spingere al massimo grado di rendimento e di efficienza questo vasto profondo e complesso movimento», portando così «alla maturità anche nel Regno tutto il sistema sociale ed economico corporativo»[2]. L’Oltremare rappresentava infatti il laboratorio in cui l’esperimento sindacale e corporativo poteva trovare «le vere ed organiche condizioni e possibilità del suo pieno svolgimento fino ai limiti estremi», poiché «distrutto il vecchio sistema feudale» africano rimaneva «un terreno vergine», quindi «nessun limite e nessuna resistenza di forme di diritti e di organizzazioni preesistenti»[3]. L’impero fascista trovava perciò ulteriore legittimazione ideologica come «spazio sociale vuoto» - la definizione è sempre di Panunzio - in cui dare vita al più compiuto sistema corporativo della storia.

Il presente saggio prende in esame l’esperienza storica scaturita attorno a questo mito, seguendo l’evoluzione del dibattito nell’Italia degli anni Trenta e verificando l’attuazione di un indirizzo corporativo nei possedimenti coloniali, nel tentativo di valutare se e quanto il paradigma del “colonialismo corporativo” incise sull’imperialismo fascista. Si andrà così a riscoprire un tema rimasto finora in ombra in ambito storiografico, se si escludono un paio di eccezioni che tuttavia adottano prospettive analitiche almeno in parte differenti da quella qui privilegiata. Le eccezioni sono rappresentate dai contributi di Gian Luca Podestà [2004, 261-287], da un lato, e di Jens Steffek e Francesca Antonini [2015] dall’altro. Nel primo caso, in un ampio lavoro sulle politiche economiche nelle colonie italiane dell’Africa orientale, Podestà ha inserito un capitolo sulla legislazione fascista di fine anni Trenta, accreditandola appunto come “colonialismo corporativo”, ma di fatto facendo pochi riferimenti allo svolgimento del relativo dibattito ideologico, che invece - come si vedrà - attraversò l’intero decennio[4]. Nel secondo caso, Steffek e Antonini hanno affrontato il tema focalizzandosi principalmente sulle implicazioni geopolitiche insite nel discorso del “colonialismo corporativo”, ovvero soffermandosi sull’ambigua concezione fascista di un ordine internazionale basato sulla cooperazione tra Europa e Africa, ma lasciando in secondo piano le questioni inerenti l’organizzazione sindacale, la legislazione corporativa, le politiche del lavoro nelle colonie.

Nel presente contributo, si mira invece a rileggere l’ipotetica connessione tra politica coloniale e politica corporativa come tentativo di promuovere un originale modello di imperialismo, in grado di connotare il fascismo come fenomeno dotato di una propria idea di “civilizzazione” o di “modernizzazione” delle terre africane colonizzate. Il focus sarà posto quindi sull’interazione tra la teoria del “colonialismo corporativo” e la disciplina degli interessi sociali attuata nelle colonie italiane nel corso degli anni Trenta, attraverso un’indagine condotta dal punto di vista di uno storico del fascismo e non di uno studioso dell’espansionismo europeo o di un africanista - lo si specifica, beninteso, solo per rendere esplicito l’approccio di partenza. Nel procedere, si andranno a incrociare le conoscenze acquisite soprattutto in due campi di studio che si sono giovati, in tempi recenti, di un proficuo aggiornamento delle ricerche, pur avanzando quasi sempre in parallelo. Il primo è dato da un rinnovato interesse per l’esperienza storica del corporativismo fascista, in direzione del superamento della vecchia tesi sulla sua inconsistenza sul piano pratico e di una tendenziale rivalutazione della sua importanza nel processo di trasformazione del rapporto tra società e stato[5]. Il secondo è relativo alla storia del colonialismo italiano, in particolare del periodo fascista: dopo essere stata a lungo trascurata, essa è diventata «un campo di studio dinamico e in crescente espansione» [Pergher 2007], grazie a una ricca stagione di indagini, tuttora aperta, in cui il tradizionale approccio diplomatico-militare è stato integrato da una pluralità di prospettive metodologiche[6].

Un’ultima precisazione: prendere sul serio il progetto del “colonialismo corporativo” non significa attribuire un carattere di eccezionalità all’imperialismo fascista, bensì mettere al centro della riflessione una sua peculiarità ideologica, raccogliendo l’invito a raccordare la storia dell’espansione coloniale italiana sia alla storia politica nazionale, sia all’evoluzione delle forme del dominio coloniale europeo tra le due guerre mondiali [Labanca 2008, 43-46].

L’apertura del dibattito all’inizio degli anni Trenta

Al profluvio di parole che accompagnò, soprattutto durante il ventennio fascista, l’espansionismo italiano, il discorso sul “colonialismo corporativo” contribuì in minima parte, tramite un dibattito sempre di nicchia che certo non raggiunse le masse e venne condotto principalmente da esponenti di secondo piano del regime. Al riguardo, si può osservare che per primo Mussolini ignorò totalmente il tema: nonostante la centralità attribuita alla retorica della “terza via”, da un lato, e il crescente ricorso a una mitologia imperialistica, dall’altro, riferimenti all’eventuale esportazione nelle colonie del sistema corporativo non trovarono adito nell’oratoria mussoliniana[7] (d’altra parte, com’è stato notato, il duce intervenne solo sporadicamente nell’ampia discussione sul corporativismo, limitandosi a un uso propagandistico del concetto [Santomassimo 2006, 31-37]). Così come rimasero ai margini della discussione, se non del tutto estranei, i vertici del governo coloniale, cioè i ministri Emilio De Bono, Alessandro Lessona, Attilio Teruzzi e i vari governatori che si succedettero nell’amministrazione dei territori. Tuttavia, seppur minoritario, il sottofondo del “colonialismo corporativo” nella produzione ideologica fascista attraversò per intero gli anni Trenta, con due fasi di maggior intensità: una nella prima metà del decennio, dal 1930 al 1934, in concomitanza alla “riconquista” della Libia; l’altra verso la fine, nel momento in cui entrò all’ordine del giorno l’estensione del controllo politico-istituzionale sull’Africa orientale italiana (Aoi) dopo la conquista dell’Etiopia.

Ad animare questo dibattito carsico concorsero vari ambienti intellettuali dell’Italia fascista. Da posizione a dir il vero un po’ defilata, parteciparono innanzitutto alcuni teorici della dottrina corporativa, di formazione giuridica, come il già citato Panunzio o Arnaldo Volpicelli[8]. Diedero un contributo significativo anche certi interpreti della scuola geopolitica italiana, e in particolare Paolo D’Agostino Orsini, al quale si deve la definizione più meditata di “colonialismo corporativo”[9]. Ma l’apporto maggiore venne da un gruppo di esperti di questioni coloniali, spesso con incarichi nell’amministrazione dell’Oltremare, che proprio perciò erano i più interessati all’attuazione del progetto. Sedi principali del dibattito furono quindi una serie di periodici legati all’apparato ministeriale dell’imperialismo italiano, come la «Rivista delle colonie italiane», il «Notiziario corporativo della Libia» o la «Rassegna economica delle colonie» (che divenne «Rassegna economica dell’Africa italiana» dal 1937, quando il dicastero che la pubblicava venne rinominato appunto Ministero dell’Africa italiana). Comunque, per quanto di nicchia, va rilevato che il tema del “colonialismo corporativo” travalicò i confini della stampa colonialista e fin dai primi anni Trenta trovò spazio - ma non necessariamente acquiescenza - anche in riviste di primaria importanza ideologica tra la pubblicistica del regime, come «Critica fascista» e «Gerarchia». Così come ricevette attenzione in importanti incontri pubblici, a partire dai tre congressi di studi coloniali che si tennero a Firenze nell’aprile 1931, a Napoli nell’ottobre 1934, e tra Firenze e Roma nell’aprile 1937[10]. Viceversa, minor considerazione ottenne dall’Istituto coloniale fascista, deputato alla diffusione della cultura imperialista tra la popolazione italiana, che nella sua attività propagandistica privilegiò miti, rappresentazioni e linguaggi più facilmente fruibili da un pubblico di massa[11].

Tra i primi ad avviare la riflessione, il giurista Gaetano Napolitano si chiedeva in un opusculo del 1930 (con breve prefazione dell’allora Ministro delle colonie De Bono) se fosse ipotizzabile allargare immediatamente il sistema corporativo alla «nascente colonia della Tripolitania», o se invece «l’organizzazione economica coloniale [avrebbe dovuto] essere prima liberale e quindi trasformarsi in corporativa» [Napolitano 1930, 51]. Dandosi risposta nelle pagine successive, lo stesso autore sosteneva che le colonie non potevano essere escluse dal movimento corporativo, «senza rimanere avulse dalla politica, e senza trovarsi in evidente condizione d’inferiorità rispetto alla attività economica della metropoli»:

Infatti, non potendo l’economia coloniale avere vita autonoma nel suo aspetto agricolo, industriale e commerciale, gli interessi dei coloni si troverebbero indifesi, rispetto a quelli dei produttori metropolitani [...]. Il corporativismo è appunto il sistema adatto per disciplinare e coordinare questi interessi. D’altra parte, lo stato economico della colonia è tale da far ritenere che il regime corporativo possa ivi trovare feconde ragioni di vita, forse ancora più favorevoli di quanto in un primo momento non sia consentito nella Madre Patria [53-55].

Si doveva immaginare di conseguenza un percorso graduale per uniformare l’ordinamento coloniale a quello metropolitano: partendo dall’organizzazione di sindacati di soli coloni italiani, si sarebbero col tempo istituite una confederazione dei lavoratori e una dei datori di lavoro per ognuno dei tre macro-settori economici (agricoltura, commercio e industria), e quindi un Consiglio coloniale corporativo con composizione e funzioni analoghe a quelle del Consiglio nazionale delle corporazioni [58-64].

Le proposte abbozzate nell’opuscolo di Napolitano sollevarono qualche perplessità e critica, inerenti sostanzialmente la possibilità di equiparare, sul piano sociale e giuridico, metropoli e colonie[12]. Ma nel periodo successivo si susseguirono vari interventi di analogo indirizzo, che andarono a intrecciarsi con le riflessioni, a volte polemiche, sul completamento del sistema corporativo in Italia[13]. Per esempio, il funzionario coloniale Mario Scaparro tratteggiava nel 1931 un dettagliato programma per la progressiva introduzione di un ordinamento sindacale-corporativo in Tripolitania, con particolari adattamenti alle condizioni sociali della colonia e ai peculiari rapporti di lavoro «tra l’elemento metropolitano e l’elemento indigeno» [Scaparro 1931]. Pur senza utilizzare la locuzione “colonialismo corporativo”, anche il Ministro delle Corporazioni Giuseppe Bottai prospettava l’indispensabile estensione dell’ordinamento italiano all’Oltremare: inaugurando l’8 marzo 1932 la VI Fiera internazionale di Tripoli, egli sottolineava infatti la «saldatura economica tra la Madre Patria e le colonie» e auspicava che pure in Tripolitania venisse imposta «l’ordinata disciplina delle classi produttrici e lavoratrici» che - a suo dire - stava permettendo all’Italia di attraversare indenne la crisi mondiale [Bottai 1934, 307-315]. Da lì a poco estromesso dai vertici ministeriali, Bottai tornò molto saltuariamente sull’argomento; ma nel frattempo il discorso del “colonialismo corporativo” aveva trovato i suoi interpreti di riferimento in una cerchia di africanisti e cultori di diritto coloniale che annoverava, oltre a Napolitano e Scaparro, i nomi di Giambattista Castelbarco, Guido Fornari, Alberto Giaccardi, Mario Gianturco, Gennaro Mondaini, Italo Papini, Fernando Valenzi[14].

Quest’ultimo, Presidente della Corte d’appello della Libia, al Congresso giuridico italiano tenutosi a Roma nell’ottobre 1932 cercò di dimostrare non solo la fattibilità dell’idea, ma anche come i principi corporativi espressi nella Carta del lavoro avessero già attecchito nell’Oltremare. Nonostante l’assenza di una legislazione coloniale in materia sindacale e corporativa, Valenzi riferiva infatti che si stava manifestando in Tripolitania «una spiccata tendenza corporativa, sia nell’ambito della vita sociale della colonia, sia nell’azione concreta del governo e nella sua attuale politica economica». E a sostegno della tesi, egli elencava tutta una serie di sviluppi in tale direzione: nella tutela del lavoro, tramite l’ufficio di collocamento istituito alla fine del 1928; nel campo della produzione, grazie all’intervento del governo per la valorizzazione agraria della colonia nel rispetto dell’iniziativa privata; per il problema della contrattazione collettiva, favorendo la conclusione di accordi tra datori e lavoratori (come quello, portato a modello, tra la Tipografia Maggi di Tripoli e le sue maestranze); in mancanza della magistratura del lavoro, attraverso la composizione di una commissione paritetica, organo arbitrale presieduto da un magistrato per dirimere le vertenze tra agricoltori e famiglie coloniche metropolitane; nel settore della previdenza e dell’assistenza, infine, per mezzo di una legge sugli infortuni di lavoro e sull’assicurazione obbligatoria per invalidatà e vecchiaia[15]. Si trattava dunque - nell’ottica di Valenzi - di dare un quadro normativo a un processo di disciplina corporativa della vita economica coloniale che appariva già in atto.

Come specificava dall’alto dell’autorità acquisita nel campo del diritto coloniale Gennaro Mondaini - docente di Legislazione e politica delle colonie a Roma, in precedenza ordinario di Storia moderna e contemporanea, nonché tra i fondatori dell’Istituto coloniale nel 1906 e autore di un noto manuale storico-giuridico sull’espansionismo italiano [Mondaini 1924-1927] - il progetto non si esauriva in poche disposizioni amministrative o legislative, ma investiva l’intero ordine politico, economico e sociale[16]. Riguardava, in altri termini, il modello di sistema coloniale, declinato sulla base della concezione corporativa dello stato professata dal fascismo. Se pure era ragionevole «temere o diffidare di una economia coloniale di derivazione e sostanza corporativa», spiegava Mondaini, era ancor più doveroso riconoscere che una «economia programmatica di tipo corporativo» sul suolo libico avrebbe rappresentato «un progresso di fronte sia alla economia di impero della colonizzazione ufficiale o di stato, [...] sia alla economia individualistica della colonizzazione assolutamente privata, libera ma inorganica e non di rado sacrificante all’interesse particolare del colonizzatore quello generale della madrepatria e della stessa colonia, a non dire delle popolazioni indigene di questa»[17]. Il “colonialismo corporativo”, inteso come sistema integrale, rappresentava di conseguenza un modello superiore a quelli praticati nella storia dell’imperialismo europeo, fornendo d’altra parte un’ulteriore conferma al paradigma del corporativismo come soluzione epocale, universalmente valida, per la generale esigenza di istituzionalizzare i rapporti tra economia, società e stato.

Del resto - proseguiva Mondaini con argomentazioni che abbiamo già incontrato, e sulla scorta di teorie come quelle dell’orientalista bolognese Aldobrandino Malvezzi [1933] - se vi era un ambiente particolarmente adatto alla creazione di un ordine corporativo, questo era «il campo coloniale», sorta di «terra vergine, tabula rasa» da un punto di vista politico, in cui la struttura economica e sociale indigena presentava condizioni ottimali alla realizzazione del progetto fascista:

Il corporativismo trova già nelle società primitive i suoi quadri naturali senza bisogno di crearli artificiosamente: la tribù, la cabila, la famiglia, i capi indigeni, la proprietà collettiva, le istituzioni di carattere rudimentalmente corporativo scaturenti dallo spirito associativo, del mondo islamico in ispecie (confraternite, associazioni di mestiere, ecc.) e così via: tutte categorie, che basta conservare, informandole ai principi nuovi, per avere un ordinamento indigeno intornato col corporativismo; anziché anarchicamente distruggerle o lasciarle distruggere, col risultato di avere una società disorganizzata di tipo individualistico ma senza le virtù che l’individualismo ha creato coi secoli e coi millenni nella società europea[18].

Tra giurisprudenza e geopolitica

Come emerge anche dagli esempi riportati, l’apertura del dibattito sul “colonialismo corporativo” nei primi anni Trenta poneva sul tavolo alcune questioni cruciali, intersecando problematiche che avevano accompagnato l’intero sviluppo del diritto coloniale italiano ed europeo. Esse concernevano infatti sia il rapporto tra metropoli e colonia, nell’ipotesi di un’omologazione istituzionale e legislativa dell’impero, sia la dicotomia giuridica tra coloni e colonizzati, ovvero la distinzione - per riprendere categorie concettuali in uso nella letteratura dell’epoca - tra cittadinanza metropolitana e cittadinanza o sudditanza coloniale[19]. In primo luogo, in quale misura era possibile estendere l’ordinamento corporativo italiano sui territori coloniali? E in seconda battuta, l’integrazione degli interessi socio-economici nel sistema delle corporazioni andava limitata ai colonizzatori, oppure allargata - perlomeno in prospettiva - anche ai lavoratori indigeni? Nel complesso, tracciando un bilancio sulla prima fase del dibattito, è possibile individuare alcune posizioni differenti.

Innanzitutto, vi era da un lato chi negava la possibilità stessa di introdurre nelle colonie un ordinamento corporativo che ricalcasse quello in vigore in Italia, e dall’altro chi invece auspicava un simile processo ma non concordava sulle modalità. All’interno di questa seconda opzione, una linea di divisione correva a sua volta tra un indirizzo sindacale, che come presupposto richiedeva la costituzione di sindacati locali nell’Oltremare [per esempio Scaparro 1931], e una corrente più radicale, che pensava invece alla creazione immediata di organi corporativi in cui fossero rappresentati gli interessi della produzione e del lavoro [per esempio Castelbarco 1934][20]. Allo scopo di esaminare le due opzioni, venne istituita anche una Commissione ministeriale per lo studio dei problemi del lavoro, presieduta dal senatore Carlo Schanzer [Papini 1934, 4].

Ulteriori divergenze si manifestavano attorno all’ipotesi di estendere o meno l’ordinamento sindacale-corporativo anche agli indigeni. Su tale questione le posizioni erano molteplici [Papini 1934, 5-7], variando tra chi negava ogni possibilità di coinvolgimento dei colonizzati [Scaparro 1931], chi si lasciava sedurre dall’idea di una missione pedagogica sulle popolazioni africane al fine di assimilarle alla civiltà europea [Castelbarco 1934], chi sosteneva la necessità di differenziare le legislazioni sulla base delle tradizioni etniche e religiose [Ravizza 1931, 354-357], e chi rilevava nelle strutture sociali tribali elementi di predisposizione al corporativismo che potevano essere valorizzati[21]. Questi elementi proto-corporativi venivano indicati per esempio nel sistema delle esnaf, diffusosi in Tripolitania e Cirenaica ai tempi della dominazione turca: sorta di gilde medievali in cui venivano raggruppati i lavoratori indigeni a seconda dei diversi mestieri, dirette da capi (amin) che avevano la facoltà di intervenire per dirimere le controversie di lavoro [Ravizza 1931, 355]. Ma anche per coloro che auspicavano l’integrazione dei colonizzati nell’organizzazione sindacale-corporativa fascista, il progetto aveva principalmente una funzione di controllo e disciplina dell’intero apparato produttivo (e non certo di emancipazione dei lavoratori o tutela dei loro diritti)[22].

Queste domande, e le relative risposte, portavano alla luce sia la mancanza di univocità all’interno del fascismo, sia l’importanza di un simile dibattito al fine di delineare un’alternativa propriamente fascista agli schemi altrove adottati per risolvere una questione mondiale degli anni Trenta, che riguardava appunto l’amministrazione dei possedimenti coloniali e il rapporto tra colonizzatori europei e sudditi d’oltremare. Il nesso tra colonialismo e corporativismo chiamava in causa infatti la natura più profonda dell’imperialismo fascista, il suo essere non soltanto un progetto di conquista territoriale per soddisfare ambizioni di grande potenza, ma un vero e proprio laboratorio politico, volto a stabilire un nuovo ordine sociale. Tanto più che, come spesso accadeva nell’elaborazione della dottrina corporativa, essa assumeva una valenza radicale, anti-borghese e anti-liberale oltre che anti-socialista: nel caso specifico, trasportato in ambito coloniale, il corporativismo si declinava in chiave internazionale come lotta contro gli imperi plutocratici. Così si leggeva per esempio sulle pagine di «Critica fascista», in un intervento sul tema firmato da Guido Fornari:

La corporazione, risolvendo i contrasti già esistenti tra politica ed economia e tra economia ed etica, soddisfa la sete di giustizia dei popoli offesi dai metodi di sfruttamento praticati nei loro territori e risponde alle domande dei popoli di civiltà arretrata che insorgono contro i colonizzatori. [...] Anche nella sua più recente evoluzione, nel suo graduale trapasso dal governo diretto alle autonomia costituzionali, la colonizzazione liberale continua a vivere nell’equivoco e non elimina il grande malinteso esistente con le razze di colore[23].

Su questo versante, la teoria del “colonialismo corporativo” incontrava quella dell’espansionismo demografico, nella comune immagine dell’imperialismo italiano come «imperialismo della povera gente», che in età giolittiana aveva trovato concordi il nazionalista Enrico Corradini e il sindacalista Arturo Labriola, il poeta Giovanni Pascoli e lo storico Alessandro Chiappelli, istituendo sul piano delle relazioni internazionali un parallelismo con la teoria marxista della lotta di classe [Michels 1914, 92-95]. Solo che la versione corporativa della vecchia polemica anti-plutocratica attribuiva a questa immagine una matrice fascista - nella misura in cui il fascismo stava egemonizzando la riflessione transnazionale sul corporativismo [Pasetti 2016] -, prospettando inoltre un disegno revisionista dell’ordine mondiale.

Dunque, com’è stato osservato di recente [Steffek, Antonini 2015], il discorso sull’esportazione del corporativismo nelle colonie andò mescolandosi al dibattito sulle relazioni internazionali. In effetti, alcuni fautori del “colonialismo corporativo” erano nondimeno tra gli animatori di una corrente geopolitica che prefigurava la creazione di un “grande spazio” tra le due sponde del Mediterraneo, l’Eurafrica, dal quale andavano espulse le potenze plutocratiche in ottemperanza a una sorta di versione fascista della dottrina Monroe [Antonsich 1997; Losano 2011, 145-146]. Si potrebbe quasi vedere in queste teorizzazioni un’anticipazione del modello di impero concettualizzato da Carl Schmitt [1941] alla fine degli anni Trenta - fondato sul principio del Großraum - che ebbe anche in Italia i suoi assertori come unica forma di ripristino della stabilità internazionale [Losano 2011, 62-67; De Bernardi 2011][24]. Naturalmente, la principale potenza plutocratica che andava espulsa dal “grande spazio” fascista era la Gran Bretagna, il cui impero rappresentava la quintessenza di un dominio fondato sul capitale. Nell’autorappresentazione dell’imperialismo fascista, la rivalità con la Gran Bretagna non era semplicemente una questione di politica estera, ma diveniva così lo scontro fra due modelli imperiali, di cui uno solo incardinato su un preciso concetto di stato [Cerasi 2014]. E nella formulazione giuridica di questo concetto di stato, un elemento determinante era dato appunto dal corporativismo.

Anche giuristi come il già citato Mondaini, per esempio, sostenevano l’idea che «una colonizzazione corporativa [potesse] costituire la piattaforma nazionale migliore per la soluzione internazionale di un problema» che mai come in quella congiuntura storica stava agitando sia «le vecchie società europee per ragioni di vita o di morte», sia «le giovani società coloniali per ragioni imprescindibili di sviluppo», ossia la necessità di imporre un nuovo ordine mondiale[25]. E qui Mondaini appoggiava la tesi della «collaborazione triangolare» tra metropoli, coloni e colonizzati, esposta in un libro del 1934 dall’interprete più significativo di simili suggestioni ideologiche, a cavallo tra giurisprudenza e geopolitica: Giuseppe De Michelis [Steffek, Antonini 2015, 152-159].

Nominato senatore nel 1929 su proposta di Bottai, De Michelis (1872-1951) era un intellettuale di formazione eclettica: di origini pistoiesi, cresciuto in Svizzera, laureatosi in medicina a Losanna, divenuto assistente presso la cattedra di igiene, batteriologia e medicina sperimentale a Ginevra, aveva conseguito una seconda laurea in giurisprudenza e si era dedicato parallelamente allo studio dei flussi migratori, svolgendo inchieste per il Consiglio generale dell’emigrazione (Cge). Nel 1904 era diventato funzionario pubblico del Regno d’Italia, con il compito principale di organizzare servizi per gli emigrati italiani in Svizzera. Tra alti e bassi, la sua carriera nell’amministrazione statale era proseguita attraversando la Prima guerra mondiale, fino ai vertici del Cge e alla creazione nel 1920 dell’Istituto nazionale per la colonizzazione e le imprese di lavoro all’estero (Incile). Ma nel dopoguerra De Michelis aveva assunto anche un altro importante incarico, tramite il quale finì per ricoprire un ruolo funzionale al regime di Mussolini: dal 1920 al 1936 egli rappresentò infatti il governo italiano presso l’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil), guidando le delegazioni italiane alle annuali conferenze e adoperandosi per difendere la partecipazione dei sindacalisti fascisti, osteggiata da gran parte dei sindacati europei[26]. In tale veste, De Michelis agì come mediatore politico del fascismo italiano sulla scena internazionale, in un processo di “normalizzazione” del laboratorio dittatoriale e di legittimazione dell’esperimento corporativo tra le opzioni dell’epoca.

Tra i suoi scritti, il volume La corporazione nel mondo - edito da Bompiani nel 1934, tradotto l’anno successivo in Francia e in Gran Bretagna - rappresenta l’opera più sistematica e ambiziosa. Si tratta di un testo per certi aspetti eccentrico, che affronta varie tematiche intrecciando prospettive disciplinari differenti: dalla demografia all’analisi economica, dalla geopolitica al diritto corporativo. In riferimento al tema che qui interessa più direttamente, De Michelis partiva da una rassegna sui tradizionali metodi di colonizzazione teorizzati o sperimentati dalle potenze occidentali nel corso del XIX secolo (la schiavitù, le colonie penali, il lavoro coatto, le teorie di George Paulett-Scrope e così via), sostenendo che ormai erano sistemi retrogradi. Dopo l’esplosione della Grande depressione, le nuove necessità economiche delle metropoli e delle colonie imponevano forme di «cooperazione» fra europei e indigeni, come auspicavano anche alcune direttive dell’Oil volte all’abolizione del lavoro coatto e alla tutela dei lavoratori [De Michelis 1934, 62-73]. Il passaggio decisivo consisteva nella ridistribuzione delle colonie a tutte le potenze europee, comprese quelle al momento escluse dallo scramble for Africa, tramite il sistema dei mandati [260]. La meta si chiamava «Eurafrica», un grande spazio «strettamente complementare» organizzato attorno a «un grande lago, il Mediterraneo, ch’ebbe altra volta la missione gloriosa di congiungere positivamente nella vita economica e politica i due continenti»: l’Europa avrebbe potuto così realizzare la propria «vocazione di civiltà», portando «la luce del pensiero in regioni che vivono ancora nelle barbarie o appena ai margini della vita civile» [227]. Al fine di alleggerire la pressione demografica che sulla sponda europea del Mediterraneo provocava disoccupazione, bisognava inoltre stabilire una «nuova forma di immigrazione e di colonizzazione» basata sull’adozione dell’ordinamento corporativo anche nelle colonie, creando un’«economia regolata» in grado di assicurare coesione tra produttori e tra razze [295-308]. Nelle conclusioni, De Michelis dava fiato perciò alla retorica sulla missione dell’Italia fascista, «antica e sempre nuova maestra di civiltà», dove vivevano «i germi spirituali di questa evasione dalla pressura economica che tormenta gli uomini e getta l’una contro l’altra le nazioni» [309].

Per come andò configurandosi in questa prima fase, quindi, il discorso sul “colonialismo corporativo” presentava un duplice orizzonte progettuale: da un lato, la riflessione verteva sulla costruzione giuridica di un nuovo ordine economico e sociale nelle colonie italiane; dall’altro, si ipotizzava un diverso equilibrio geopolitico, stabilito attraverso la creazione di un “grande spazio” euro-africano con un assetto corporativo degli interessi economici internazionali.

Dalla teoria alla pratica

Dopo le varie suggestioni affiorate nella prima metà degli anni Trenta, il dibattito riprese tono alla fine del decennio, in seguito all’avvenuta conquista dell’Etiopia e all’accelerazione impressa al programma di colonizzazione demografica. Sebbene a posteriori la realizzazione di tale programma appaia deludente, con l’afflusso di lavoratori italiani nei territori d’oltremare che rimase ben al di sotto delle aspettative [Del Boca 1982, 199-211; Gagliardi 2016], l’obiettivo di “italianizzare” i possedimenti coloniali presentava evidenti nessi con l’ipotesi di estendere il corporativismo all’Impero. In altri termini, secondo una prospettiva esplicita nelle riflessioni di De Michelis, i piani della colonizzazione demografica e del “colonialismo corporativo” risultavano funzionali l’uno all’altro, andavano intesi come dinamiche complementari.

In questa seconda fase, agli autori già incontrati si aggiunsero nuovi interpreti, che in certi casi rappresentavano nomi di rilievo nel campo della giurisprudenza (per esempio Ferruccio Pergolesi) o della geopolitica (in particolare Paolo D’Agostino Orsini). Il discorso si svolse comunque sulla falsariga degli anni precedenti, attorno alle medesime tematiche, se non per una scontata crescita d’attenzione verso il Corno d’Africa e soprattutto per una maggior insistenza sui risultati effettivamente conseguiti nella messa in pratica del progetto. L’obiettivo dell’autarchia e la polarizzazione tra fascismo e antifascismo sul piano politico internazionale rendevano d’altra parte più impellente per il regime italiano l’integrazione economica dell’Oltremare, motivo per cui diventava più urgente anche l’imposizione dell’ordine corporativo[27]. Schematizzando, si possono isolare un paio di nuclei discorsivi centrali.

Un primo tema di fondo continuava a concernere la funzione e il funzionamento dell’ordine corporativo nelle colonie. Nella retorica fascista, l’obiettivo del progetto consisteva sempre nella massima “valorizzazione” - termine ricorrente nel linguaggio imperialista - dei possedimenti d’oltremare[28]. Una “valorizzazione” demografica ed economica regolata dal sistema delle corporazioni nell’interesse collettivo, sia della metropoli che delle stesse popolazioni africane, in modo da differenziare l’imperialismo fascista dai precedenti modelli di espansione dettati dagli interessi del capitalismo monopolista [ Napolitano 1939, 40-54]. Di conseguenza, un ruolo decisivo spettava all’intervento dello stato, che nelle colonie aveva il compito di organizzare dall’alto l’ordinamento corporativo tramite gli apparati ministeriali e altri appositi organi, secondo i dettami stabiliti dalla Carta del lavoro[29].

Tra gli organi appositamente istituiti, una funzione cardinale spettava alle Consulte coloniali corporative, create con Regio decreto del 21 agosto 1936 e stabilite in sei rami di attività economica (agricoltura, industria, commercio, edilizia, comunicazioni, credito e assicurazioni). Un successivo decreto del 28 aprile 1939 le portò al numero di dieci, riordinandole per ciclo di produzione analogamente alle Corporazioni metropolitane[30]. Il loro compito prevedeva di fornire pareri in materia di politica economica, di disciplina del lavoro, di regolamentazione dell’attività produttiva, di retribuzione delle prestazioni e dei servizi, di elaborazione dei piani di sviluppo, con l’aggiunta di alcune funzioni di carattere normativo per quanto riguardava le condizioni lavorative e la stipulazione di contratti collettivi. Tutte erano presiedute dal Ministro dell’Africa italiana. Ognuna di esse era composta da un rappresentante del Partito nazionale fascista (Pnf), dal vicepresidente della corrispondente corporazione metropolitana, dai segretari delle organizzazioni sindacali fasciste, e da alcuni rappresentanti di categoria che operavano nelle colonie. Alle riunioni partecipavano anche alti funzionari ministeriali. Presso il ministero era costituito inoltre un Consiglio generale delle consulte corporative, per l’esame dei provvedimenti di interesse comune [Mondaini 1941, 68-75].

Alle Consulte si aggiungevano altri organi di stampo corporativo, che non dipendevano dal ministero ma dai singoli governi coloniali, formando tuttavia un ordinamento istituzionale caotico, con alcune incongruenze tra Libia e Africa orientale. In Libia, con un’estensione graduale avviata nell’aprile 1935, gli elementi principali erano costituiti dai Consigli coloniali dell’economia corporativa, che dovevano rappresentare in modo unitario gli interessi delle varie categorie nelle singole circoscrizioni territoriali; dagli Uffici coloniali dell’economia corporativa, con funzioni di osservazione delle problematiche economiche e sociali; dalla Magistratura del lavoro; e dalle Associazioni fasciste dei sindacati coloniali, divise in tre per i datori di lavoro (industriali, commercianti e agricoltori), tre per i lavoratori (industriali, commercianti e agricoltori), e due per esercenti di attività autonome (professionisti e artigiani) [Scaparro 1937, 245-310; Mondaini 1941, 681-687]. In Africa orientale, dove la costruzione di un analogo ordinamento corporativo procedette con maggiori difficoltà, ancora all’inizio degli anni Quaranta risultava preminente la funzione dell’Ispettorato fascista del lavoro, affiliato al Pnf e guidato, fino alla fine del 1939, dall’onorevole Davide Fossa. L’Ispettorato aveva alle sue dipendenze una rete di Uffici del lavoro, istituiti presso le federazioni locali del Pnf e retti da un direttore nominato dal Segretario federale [Mondaini 1941, 530-540]. Qui furono soprattutto questi organi del partito a occuparsi di disciplina del lavoro, applicazione dei regolamenti, composizione delle controversie, collocamento, assistenza sociale[31].

Secondo i commenti di alcuni funzionari, «si riproduce[va] così, nell’amministrazione e nell’economia coloniale, l’ordinamento che esiste[va] nell’amministrazione e nell’economia metropolitana»[32]. In effetti, un comune criterio di architettura istituzionale poteva essere rintracciato nella subordinazione del sistema corporativo allo stato monopartitico. Anzi, come veniva sottolineato dalla stampa di regime, l’importanza attribuita allo stato «come partecipe attivo del potenziamento economico» rappresentava un elemento di originalità dell’imperialismo fascista rispetto alle altre esperienze d’espansione coloniale, che si erano sviluppate senza programmazione[33]. E anche nella letteratura europea tali considerazioni iniziavano a trovare eco, sebbene a volte con intenti polemici: per esempio, un esperto di problemi coloniali come André Touzet [1938], ex capo di gabinetto nell’Indocina francese, non esitava a riconoscere «l’édification d’un système corporatif absolu» da parte dello stato come peculiarità dell’impero fascista, pur sullo sfondo di un’aperta critica nei confronti delle politiche espansionistiche di Italia, Germania e Giappone.

In realtà, anche se coerentemente all’orientamento totalitario il dominio diretto divenne l’imperativo della politica amministrativa del regime [Goglia 1988], il modello dello stato interventista nello spazio coloniale non era un’esclusiva fascista. Dopo il 1929 - mi sembra che le analisi storiografiche tendano a convergere su questo punto, seppure con una lunga serie di distinguo - si innescò infatti una trasformazione nel rapporto tra le potenze europee e i loro domìni d’oltremare: nonostante la concessione di forme larvali di autonomia nella vita politica locale, più o meno in tutti i sistemi coloniali vennero rafforzati i legami con la madrepatria, intensificato lo sfruttamento delle risorse, alzate le barriere protezionistiche, accentuato il controllo amministrativo, sempre secondo una logica di valorizzazione economica condotta dall’alto, tramite l’intervento dei governi centrali [ Labanca 2000, 93-4]. L’esperienza coloniale fascista, col suo embrionale progetto corporativo, va collocata in questo quadro generale. Tanto più che gli stessi interventi legislativi di indirizzo corporativo conservarono un carattere frammentario, disomogeneo, contraddittorio, aprendo un conflitto sia tra le istituzioni ministeriali (cioè le Consulte coloniali corporative) e quelle dipendenti dai governi regionali, sia tra questo apparato e gli organi del Pnf che svolgevano attività in colonia (come l’Ispettorato fascista e gli Uffici del lavoro). Si generò insomma una sovrapposizione di funzioni e di burocrazie. Quel poco di “colonialismo corporativo” che trovò attuazione istituzionale finì per accentuare la burocratizzazione che storicamente già connotava per altri aspetti l’amministrazione delle colonie italiane [ Labanca 2002, 366].

Un secondo nucleo tematico del dibattito di fine anni Trenta riprendeva il nodo dei rapporti tra colonizzatori e colonizzati, e in particolare la questione della “cittadinanza corporativa”. Da questo punto di vista, però, era egemone ormai un indirizzo preciso, che teneva ben separata la popolazione indigena sul piano sia giuridico che organizzativo, abbandonando qualsiasi proposito di assimilazione nelle strutture di rappresentanza degli interessi. Negli equilibrismi lessicali di D’Agostino Orsini, si doveva parlare appunto di «colonialismo corporativo», e non di «corporativismo coloniale», poiché non si trattava di allargare l’ordinamento italiano all’impero, ma di adattarlo «a forme consone all’ambiente geografico, quindi non solo fisico ed umano, ma politico ed economico, che differenzia[va] il territorio metropolitano da quello coloniale», nonostante «un insieme di interessi e di azioni [...] strettamente unitario»[34]. In altri termini, ferma restando la necessità di attuare forme di collaborazione di matrice corporativa, la colonizzazione fascista doveva andare a beneficio primario di tutte le categorie del lavoro italiano, lasciando ai margini la manodopera indigena: bisognava per esempio garantire differenti livelli retributivi, perché «il lavoro indigeno, essendo di scarso rendimento, [andava] compensato con scarso salario»[35].

Sia in Libia che in Aoi, prevalse dunque l’idea «di assimilare il territorio attraverso i coloni e confinare invece i colonizzati in una realtà assolutamente differenziata», in controtendenza rispetto ad altre esperienze di dominio europeo che negli anni Trenta iniziavano a sperimentare prime forme di autonomia della popolazione indigena [Calchi Novati 2011, 218-219]. Questo indirizzo trovava riscontro anche nel mancato inserimento di funzionari africani nel sistema istituzionale e amministrativo: un tratto peculiare del colonialismo fascista, più volte messo in rilievo negli studi storici sul tema [Pes 2010, 128-145; Giorgi 2012, 37]. Ma fu soprattutto la legislazione razziale del 1936-37 a sancire un effettivo regime di apartheid, di divisione tra cittadini e sudditi. Varata nelle colonie con un anno di anticipo rispetto alle leggi antiebraiche in madrepatria, delle quali di fatto rappresentò il preludio ideologico e giuridico [De Napoli 2009], la legislazione razziale fornì un quadro normativo alla separazione tra coloni e colonizzati, estendendola anche in campo economico tramite l’imposizione di condizioni di lavoro differenziate [Labanca 2015, 162-172].

Anche quando, in Libia nel 1939, furono costituiti i primi due sindacati indigeni - uno di datori di lavoro, descritti come «proprietari di aziende pastorali che rappresentano la principale fonte di ricchezza delle popolazioni musulmane della Libia»; l’altro di «braccianti portuali che costituiscono una delle più numerose laboriose tradizionali collettività operaie di Tripoli»[36] -, essi vennero organizzati appunto separatamente, in base a distinzione razziale e religiosa, non vennero integrati nelle Associazioni fasciste dei sindacati coloniali. Queste ultime erano riservate ai cittadini italiani provenienti dalla metropoli. E di conseguenza, a causa dei risultati modesti della colonizzazione demografica, la loro capacità organizzativa rimase piuttosto debole: al 31 marzo 1939 risultavano complessivamente meno di 3.000 tesserati e circa 35.000 rappresentati in tutta la Libia[37]. Nel passaggio dalla teoria alla pratica, l’ordinamento corporativo riuscì a estendere all’Oltremare, prevalentemente nei territori libici, limitate esperienze di contrattazione collettiva e alcune misure assistenziali e previdenziali, ma circoscritte a minoranze di colonizzatori[38].

D’altra parte - aprendo una breve parentesi comparativa che andrebbe approfondita - esiti analoghi sono riscontrabili anche nell’unico altro esempio di politica coloniale ispirata a principi corporativi, ovvero quella professata e attuata dall’Estado Novo di António de Oliveira Salazar[39]. Come sottolineava Pergolesi [1937, 31-36] intrecciando diritto comparato e diritto coloniale, la nuova costituzione portoghese del 1933 aveva riflessi anche sulle colonie, poiché estendeva la sovranità dello stato corporativo su tutto il territorio portoghese, compresi i possedimenti d’oltremare. Inoltre, con decreto del marzo 1937 entrarono in vigore in tutto l’impero portoghese l’Estatuto do trabalho nacional, dichiaratamente influenzato dalla Carta del lavoro, e le norme relative al funzionamento dei sindacati e delle corporazioni[40]. Si profilava insomma un secondo progetto di “colonialismo corporativo”, affine a quello fascista. Ma proprio come nell’esperienza italiana, anche nel caso portoghese soltanto una piccola parte della popolazione coloniale - cioè i bianchi, i meticci e i neri assimilati - deteneva diritti di cittadinanza, mentre il 98% della popolazione africana ne era esclusa e veniva quindi regolata da uno statuto speciale: l’Estatuto do Indigenato. L’ordinamento corporativo della madrepatria aveva effetti dunque su una ristretta minoranza di colonizzatori e una residuale élite di colonizzati, ma non valeva per il resto dell’impero portoghese, sottoposto a un regime di lavoro coatto[41]. Come nota Wolfgang Reinhard [2002, 277-278] nella sua Storia del colonialismo, il divieto internazionale del lavoro forzato, decretato nel 1926, venne largamente disatteso nell’Africa portoghese, dove i sudditi avevano per legge l’obbligo di prestare la propria manodopera per un periodo di sei mesi.

Tornando al caso italiano, nonostante i proclami reiterati per tutti gli anni Trenta e alcuni concreti, ma asfittici, sviluppi istituzionali e organizzativi, il discorso del “colonialismo corporativo” non trasformò l’Oltremare fascista in un modello innovativo di imperialismo. Semmai, insieme alla retorica della romanità e dell’espansionismo demografico, contribuì all’autorappresentazione di una diversa forma di impero, che funzionava principalmente come critica alle tradizionali ideologie imperialiste, proponendo sia un ipotetico nuovo ordine interno al sistema coloniale italiano, sia un ancor più velleitario nuovo ordine internazionale. Ma al lato pratico, il tentativo di tradurre in realtà il disegno corporativo nelle colonie si arrestò di fronte a una prassi di dominio semplicemente più anacronistica nel suo essere autoritaria, caotica e discriminatoria. Nemmeno l’agognato «spazio sociale vuoto» dell’Oltremare rappresentò quindi un laboratorio politico adeguato per le aspirazioni corporative del regime, o di alcune sue componenti. Se la “missione civilizzatrice” dell’imperialismo fascista consisteva nell’edificazione di una “società nuova”, nella creazione di una comunità di lavoro fondata sulla cooperazione tra tutti i soggetti produttivi, l’esito fu senza dubbio deludente. Tuttavia, il discorso del “colonialismo corporativo” fornisce nondimeno una dimostrazione della centralità che lo spazio coloniale aveva acquisito nel più ampio progetto politico fascista. Le problematiche giuridiche, economiche, sociali generate dall’espansionismo coloniale non rappresentavano questioni secondarie o contingenti per il regime di Mussolini, bensì un campo di cruciale complessità in cui entravano in gioco una parte significativa dei programmi, dei valori e dei principi ideologici del fascismo, dalle ambizioni geopolitiche alle utopie demografiche, dal concetto di stato all’idea di cittadinanza, dal razzismo al corporativismo.


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Note

1. La continuità di fondo della propaganda politica dell’espansionismo italiano è piuttosto evidente anche da un punto di vista lessicale: per un’analisi di stampo linguistico, cfr. Ricci 2005, 33-58.
2. Panunzio S. 1938, I sindacati e l’organizzazione economica dell’Impero, «Rassegna economica dell’Africa italiana», aprile: 553-564, cit. 554.
3. Ibidem, 557.
4. In seguito, lo stesso autore ha riproposto la sua argomentazione all’interno di un’opera collettanea sull’amministrazione dell’Oltremare [Podestà 2013], ma senza aggiungere nuovi spunti rispetto al lavoro del decennio precedente.
5. Un primo bilancio della nuova fase di studi sul corporativismo fascista in Cau 2010, ma si veda anche Gagliardi 2014. Va notato che la riscoperta di questo tema non è circoscritta al caso italiano, ma ha riguardato vari esperimenti di tipo corporativo dell’epoca tra le due guerre mondiali: per un quadro complessivo e aggiornato, si rinvia a Costa Pinto 2017.
6. Oltre al citato intervento di Roberta Pergher [2007], già sul finire del decennio scorso varie rassegne facevano il punto sul rinnovamento degli studi sul colonialismo italiano: in merito agli studi sull’imperialismo fascista, si veda in particolare Labanca 2008.
7. Sul mito dell’impero nei discorsi pubblici di Mussolini, si veda Pes 2007.
8. Di quest’ultimo si veda per esempio Volpicelli A. 1934, Corporazione e ordinamento internazionale, «Archivio di studi corporativi»: 329-39.
9. Cfr. in particolare D’Agostino Orsini di Camerota P. 1938, Colonialismo corporativo. Il nuovo sistema fascista, «Rassegna economica dell’Africa italiana», luglio: 1073-1081.
10. Nel corso dei tre congressi vennero presentate varie relazioni sul tema dell’ordinamento corporativo nelle colonie: si vedano in particolare quelle di Alberto Giaccardi in Centro di studi coloniali 1931; di Gennaro Mondaini, Arnaldo Cicchitti, di nuovo Giaccardi, Carlo Matteoda, Giambattista Castelbarco e Giuseppe De Michelis in Centro di studi coloniali 1935; di Eugenio Massart e Mario Pozzi in Centro di studi coloniali 1937.
11. Sull’organizzazione e l’attività dell’Istituto coloniale, fondato nel 1906 ma cooptato tra gli organi del regime fascista nel 1928, si rinvia a Deplano 2015.
12. Cfr. per esempio il commento di Marroni C. 1930, Organi corporativi in colonia, «Critica fascista», 15 aprile: 146.
13. Tra gli ambienti intellettuali del fascismo italiano, la prima metà degli anni Trenta rappresentò in effetti il periodo di maggior intensità del dibattito sul corporativismo: per un inquadramento storiografico, si rinvia in particolare a Santomassimo 2006 e Gagliardi 2010.
14. Sul generale asservimento del diritto coloniale italiano alla causa fascista, si veda Labanca 2006, 210-220. Da un punto di vista di storia del diritto, sulle implicazioni delle questioni coloniali nell’evoluzione della cultura giuridica italiana si rinvia a Bascherini 2012.
15. Valenzi F. 1933, Legislazione fascista e corporativismo in colonia nei riflessi della politica economica coloniale, «Rivista delle colonie italiane», gennaio: 16-24.
16. Cfr. la relazione Colonie e corporativismo tenuta da Mondaini il 3 ottobre 1934 al secondo Congresso di studi coloniali, in Centro di studi coloniali 1935, 53-91. Nelle seguenti note si rinvia alla pubblicazione dello stesso testo in due parti sulla «Rivista delle colonie italiane». Ulteriori informazioni sulla figura di Mondaini in Carrattieri 2011.
17. Mondaini G. 1934, Colonie e corporativismo (Parte I), «Rivista delle colonie italiane», novembre: 919-936, cit. 935-936.
18. Mondaini G. 1934, Colonie e corporativismo (Parte II), «Rivista delle colonie italiane», dicembre: 993-1005, cit. 998.
19. Si veda, per un intervento sul tema da parte di un fautore del “colonialismo corporativo”, Papini I. 1934, La condizione giuridica delle popolazioni nelle colonie italiane, «Rivista delle colonie italiane», febbraio: 82-96. Sull’evoluzione della legislazione fascista relativa alle condizioni di cittadinanza e sudditanza in ambito coloniale, si veda Renucci 2004-2005. La riflessione giuridica su queste categorie non era comunque una novità del periodo fascista (cfr. Capuzzo 1995; Bascherini 2012), né tanto meno un’esclusiva del caso italiano (per un’interessante, anche se concisa, analisi comparativa col caso tedesco, cfr. Camilleri 2013).
20. Sulla contrapposizione tra le due correnti, cfr. la relazione di Alberto Giaccardi, Il corporativismo coloniale ed i più recenti sviluppi dell’ordinamento corporativo, in Centro di studi coloniali 1935.
21. Questa posizione era espressa per esempio, oltre che dal citato Mondaini, da Fornari G. 1934, La Corporazione come nuova politica coloniale, «Critica fascista», 15 aprile: 143-145.
22. Si veda per esempio Brancoli Zappi V. 1934, L’indigeno nei sindacati, «I Commentari dell’azione fascista», 1 aprile, che così motivava la sua presa di posizione a favore della sindacalizzazione degli indigeni: «sindacare il commerciante nazionale ignorando quello indigeno significherebbe lasciare a quest’ultimo tutta la libertà d’azione necessaria ad assicurarsi il dominio del mercato».
23. Fornari G. 1934, La Corporazione come nuova politica coloniale, «Critica fascista», 15 aprile: 144.
24. Ciò non toglie che la nozione di “grande spazio” nell’Italia fascista e nella Germania nazionalsocialista venisse tradotta in differenti progetti di espansionismo, determinati da una combinazione di fattori non solo ideologici [Kallis 2000, 47-56].
25. Mondaini G. 1934, Colonie e corporativismo (Parte II), «Rivista delle colonie italiane», dicembre: 1004.
26. Per queste e ulteriori informazioni biografiche su De Michelis, in assenza di monografie su una figura che invece meriterebbe un’indagine più approfondita, cfr. Ostuni 1990. Si veda inoltre Archivio Storico del Senato della Repubblica (Assr), fasc. 794. Sulla contestata partecipazione dei delegati sindacali fascisti alle conferenze dell’Oil, si veda fra gli altri Gallo 2013.
27. Cfr. per esempio D’Agostino Orsini di Camerota P. 1940, Le direttrici geopolitiche dell’espansione italiana, «Rassegna sociale dell’Africa italiana», maggio-giugno: 373-382.
28. Cfr. D’Agostino Orsini di Camerota P. 1938, Il piano di valorizzazione economica dell’Africa Orientale Italiana, «Rassegna economica dell’Africa italiana», marzo: 390-401.
29. Cfr. Bortolotto G. 1938, Regime corporativo ed economia coloniale, «Rassegna economica dell’Africa italiana», aprile: 577-581.
30. Tre a ciclo economico completo: agricoltura; tessile; zootecnia e pesca. Tre a ciclo produttivo e commerciale: chimica e produzione di energia; settori minerario, metallurgico e meccanico; costruzioni. Quattro dei servizi: comunicazioni; ospitalità e spettacolo; previdenza e credito; professioni ed arti. Sulle novità introdotte dalla riforma del 1939, si veda R.B.G. [Basile-Giannini R.] 1939, Il nuovo ordinamento delle Consulte corporative dell’Africa Italiana, «Rassegna economica dell’Africa italiana», marzo: 251-254.
31. Cfr. Vecchioni B. 1938, La disciplina del lavoro nell’Impero, «Rassegna economica dell’Africa italiana», maggio: 718-720; Del Giudice R. 1938, Compiti e sviluppi degli Uffici e dell’Ispettorato fascista del lavoro per l’Africa Orientale Italiana, «Rassegna economica dell’Africa italiana», ottobre: 1551-1555; Sega C. 1938, Le categorie economiche e la funzione del partito nell’Impero, «Rassegna economica dell’Africa italiana», novembre: 1705-1713. La storiografia ha più volte confermato la preminenza del Pnf nella configurazione istituzionale dell’Aoi: cfr. Labanca 2002, 352; Dominioni 2008, 112-117; Pes 2010, 173-174.
32. Bortolotto G. 1938, Regime corporativo ed economia coloniale, «Rassegna economica dell’Africa italiana», aprile: 577-581, cit. 580, che così proseguiva: «al Consiglio nazionale delle corporazioni e al Comitato corporativo centrale corrispondono le Consulte coloniali corporative; ai Consigli provinciali dell’economia corporativa corrispondono i Consigli coloniali dell’economia corporativa; agli Uffici provinciali dell’economia corporativa corrispondono gli Uffici coloniali dell’economia corporativa».
33. Cfr. Trevisani R. 1938, Originalità nelle direttive e nei metodi della colonizzazione fascista, «Rassegna economica dell’Africa italiana», aprile: 582-588.
34. D’Agostino Orsini di Camerota P. 1938, Colonialismo corporativo. Il nuovo sistema fascista, «Rassegna economica dell’Africa italiana», luglio: 1073-1081, cit. 1076.
35. D’Agostino Orsini di Camerota P. 1939, Colonialismo corporativo. Colonizzazione e lavoro, elementi collaborativi, «Rassegna economica dell’Africa italiana», maggio: 574-584, cit. 584.
36. La costituzione dei primi Sindacati Italiani Musulmani della Libia, «Notiziario corporativo della Libia», giugno 1939: 2.
37. Cfr. Consistenza e movimento degli associati e rappresentati dai Sindacati Coloniali aderenti alle Associazioni Fasciste della Libia, «Notiziario corporativo della Libia», giugno 1939: 15-16.
38. I bollettini sindacali coloniali, tra i quali il «Notiziario corporativo della Libia», offrono dettagliate informazioni sull’attività delle organizzazioni fasciste, cercando di dimostrare la vitalità del processo di sindacalizzazione e corporativizzazione dell’Oltremare, ma svelando in realtà una consistenza modesta. D’altra parte, è sintomatico di una marginale presenza dell’ordinamento sindacale-corporativo nell’esperienza coloniale anche il fatto che non emergano testimonianze dirette sul fenomeno nelle pagine diaristiche o memorialistiche raccolte in Labanca 2001.
39. Per un inquadramento generale del sistema corporativo salazarista, tra un’ampia letteratura storiografica, si rinvia a Garrido 2016.
40. Cfr. Pergolesi F. 1937, Carta del lavoro e corporativismo coloniale, «Rassegna economica dell’Africa italiana», ottobre: 1488-1495.
41. In assenza di studi monografici sul corporativismo nelle colonie portoghesi, per queste informazioni ringrazio Álvaro Garrido e Fernando Tavares Pimenta.