Storicamente. Laboratorio di storia

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Alessio Gagliardi, Il corporativismo fascista, Roma-Bari, Laterza, 2010, XIII-193 pp.

In merito alla questione del corporativismo fascista, la storiografia ha quasi sempre ribadito una vecchia tesi, formulata fin dagli anni ’30, che valutava quell’esperienza storica come un sostanziale fallimento, un grande bluff, una «rivoluzione mancata» per dirla alla Pellizzi. Non c’è dubbio che tale giudizio, che derivava da una disincantata e spesso non imparziale osservazione della realtà, poggiasse su solide argomentazioni. E non c’è dubbio che se si confrontano i fatti con le parole, cioè si misura la realizzazione del corporativismo sulla base delle teorie e degli slogan di produzione fascista, emerge un’evidente discrepanza tra la maestosità dei progetti e la modestia dei risultati. Non è intenzione dell’a. di questo libro dimostrare il contrario. Tuttavia, come dichiara in apertura del suo lavoro, riconoscere l’inconcludenza e l’insuccesso del fascismo sul versante dell’esperimento corporativo non esaurisce la questione. Sia perché, proprio tramite il dibattito sul corporativismo, si instaurò comunque un canale di raccordo tra la riflessione ideologica italiana ed europea nell’ambito della più ampia discussione sulla crisi della democrazia liberale nelle moderne società industriali. Sia perché, per quanto deludente, la politica corporativa messa in atto dal regime non fu priva di conseguenze sul piano dei rapporti tra società e Stato. È soprattutto a quest’ultimo tema che l’a. dedica attenzione, prendendo sul serio l’attuazione del corporativismo e prefiggendosi di esaminarne il funzionamento effettivo. L’obiettivo è insomma ricostruire e analizzare l’attività svolta dalle strutture preposte a realizzare il sistema corporativo, a partire dal Consiglio nazionale delle corporazioni, «nella convinzione che la chiave di lettura del fallimento costituisca non tanto la risposta conclusiva alla domanda su cosa sia stato il corporativismo, quanto un problema da indagare» (p. XIII). Dopo aver passato in rassegna, nel primo capitolo, le principali versioni della dottrina, il libro procede distinguendo tre fasi nell’evoluzione della politica corporativa fascista, secondo una periodizzazione canonica. La prima è quella dell’«autoritarismo sindacale» degli anni ’20, dominata dalla figura del ministro della Giustizia Alfredo Rocco. La legge sulla disciplina giuridica dei rapporti collettivi di lavoro dell’aprile 1926 permise al fascismo di conseguire un primo fondamentale risultato, stabilendo un sistema di controllo dittatoriale sulle relazioni tra le classi sociali che sopprimeva il conflitto senza eliminare le organizzazioni di rappresentanza degli interessi, ora però subordinate allo Stato. Particolarmente interessanti le pagine su un aspetto meno noto del nuovo ordinamento: gli effetti prodotti dalla legge sindacale sulla galassia delle classi medie. L’intento dell’a. è dimostrare che in questa fase le vicende del corporativismo fascista rappresentarono «non la storia di un’irrimediabile e profondissima distanza tra progetti e realizzazioni, di un inequivocabile fallimento, ma la concreta e piena attuazione di una delle sue possibili versioni» (p.38). La seconda fase si aprì con l’inaugurazione del Consiglio nazionale delle corporazioni nel 1930 e venne connotata da un sistema che il suo principale artefice, Giuseppe Bottai, definì «corporativismo senza corporazioni». Si trattava dichiaratamente di una fase di passaggio. Ma almeno finché Bottai non venne allontanato dal Ministero delle Corporazioni nel luglio 1932, il Consiglio funzionò come nuova sede istituzionale per il confronto tra gli interessi sociali, di fatto sostituendo il parlamento, anche se il tentativo di contrastare il potere delle élite economiche venne bloccato. La terza fase, infine, è quella in cui «le corporazioni entrano in funzione», e va dal 1934 al termine degli anni ’30. È forse alla comprensione di questo periodo che l’approccio proposto dall’a. offre il contributo più innovativo rispetto all’interpretazione storiografica consolidata. Considerando infatti i profondi effetti sul sistema sindacale, gli interventi nel campo della politica economica e l’intreccio con la politica autarchica, la tesi del corporativismo come bluff propagandistico, che iniziò a circolare proprio in quegli anni, appare decisamente riduttiva. Il mito della «terza via» tra capitalismo e socialismo rimase più che altro una suggestione ideologica. Ma almeno in certi casi, come quelli più documentati del piano siderurgico o della riforma bancaria, le corporazioni riuscirono a funzionare davvero come un «foro di concertazione» (p.119), trasformando così i rapporti tra soggetti economici e potere politico, e fornendo una parziale alternativa alla svolta dirigistica del fascismo. Come qualsiasi altra indagine sul funzionamento del corporativismo fascista, anche questa sconta inevitabilmente le lacune documentarie, dovute in primo luogo alla perdita degli archivi degli organi corporativi. Ciononostante, il libro di Gagliardi, ben scritto e molto equilibrato nelle posizioni interpretative, è destinato probabilmente a diventare un testo di riferimento nel panorama storiografico sul tema.