Storicamente. Laboratorio di storia

Studi e ricerche

Inscenare i processi alle streghe 500 anni dopo. Le iniziative culturali in Val di Fiemme

I processi che si svolsero tra il 1501 ed il 1506 in Val di Fiemme, oltre a godere di una certa notorietà in ambito scientifico, sono diventati, a partire dagli anni ’80, occasione per un evento di promozione turistica. I giudizi sulla opportunità, sulla attendibilità della ricostruzione storica, sulla qualità della spettacolarizzazione sono sempre e tuttora contrastati, oggetto di malumori ed origine di schieramenti che coinvolgono ogni anno i residenti. Da una parte vi sono i volontari e gli organizzatori dell'evento, dall'altra una élite intellettuale che disconosce, con argomentazioni diversamente fondate, il significato od il valore della operazione. Nella polemica si intrecciano, a fronte di una ricostruzione più o meno immutata, le chiavi di lettura “colte” che si sono succedute nella interpretazione degli eventi cinquecenteschi, i rilievi storiografici fondati su nuovi studi e nuove ricerche, ma anche le riflessioni sul ruolo del turismo e sui modi di sostenere o proporre o vendere la storia e la cultura locale.
Gli avvenimenti di Cavalese precedono quelli di Fié allo Sciliar ed è ovviamente possibile istituire un legame che vada oltre la contiguità temporale e geografica. Un’interpretazione degli avvenimenti che precedono, dalla guerra con Venezia alla pubblicazione del Malleus maleficarum, e di quelli che seguono, dalle rivolte contadine del 1500 alla loro repressione, possono indicare una cornice di riferimenti comuni. Vi è poi una relazione più stretta sulla quale potrebbe essere utile indagare, una relazione che unisce i Firmian[1], ministeriali del Principe Vescovo di Trento, ed i signori di Fié nei decenni successivi ai processi[2], e che risale a quelli precedenti. Il matrimonio tra Leonard von Völs  e Katharina von Firmian, dura dal 1498 al 1507, proprio il periodo nel quale vengono svolti i processi. Katharina è figlia di Nikolaus von Firmian, (fratello minore di Vigilio), Landeshauptmann dal 1488 al 1498 ed è pertanto la nipote del Capitano vescovile in Fiemme al tempo dei fatti di Cavalese.
Non è tra gli scopi di questo testo esprimere valutazioni di merito sulla qualità dell’evento che si realizza da oltre vent’anni a Cavalese, né suggerire interpretazioni possibili agli accadimenti di cinque secoli fa; quello che ci si propone è di dare qualche indicazione utile per una riflessione sulle possibili intersezioni tra la ricerca storica, l’immagine turistica di un luogo e l’appartenenza ad una comunità. La ricostruzione di quanto accadde in Val di Fiemme nei primi anni del 1500, principalmente attraverso una sintesi della recente ampia ricerca di Italo Giordani[3], precederà il resoconto di cosa viene rappresentato, da più di 20 anni, a Cavalese, delle interpretazioni che ne sono state date e delle reazioni che ha suscitato.

Fiemme nel XVI secolo

Agli inizi del 1500 la popolazione della Valle di Fiemme è in crescita e può essere stimata attorno ai 2.500 abitanti, dei quali circa 400 risiedono a Cavalese, tra essi si annoverano immigrati, soprattutto mercanti, di diversa provenienza, gli edifici censiti, escludendo quelli di Castello, sono oltre 330. I dati sono ricavabili da un documento notarile[4] precedente i processi del 1504 dal quale si ricava anche che non sono molti i possidenti che vivono di rendite feudali e fondiarie, che i benestanti sono soprattutto commercianti di lana, di legname o fabbri, che la popolazione è formata da contadini, pastori ed artigiani. La valle sembra aver iniziato a godere di una espansione economica destinata a continuare per secoli, e deve misurarsi con i tentativi dei principi vescovi e delle famiglie nobili di limitare l’autonomia ed inasprire il prelievo fiscale. Data 1480 il Quadernollo[5], il primo statuto scritto della Comunità di Fiemme. Fino ad allora i fiamazi si erano basati sulle consuetudini ed avevano contrattato la loro autonomia amministrativa e giuridica stabilita nel 1111 nei Patti Gebardini, confermata nel 1314 col Privilegio Enriciano[6], poi dal vescovo Giorgio nel 1403[7] e da una sentenza del duca Leopoldo del 1406, nella quale, al termine di un lungo contenzioso con Egna a proposito della proprietà di boschi e pascoli, si riconoscevano i confini della valle e lo jus regolandi maius[8].

Nell’epoca considerata il territorio e la popolazione della comunità della Valle di Fiemme, che aveva saggiamente messo per iscritto, con un atto notarile, gli istituti del proprio autogoverno, erano, di fatto, sottoposti a diverse giurisdizioni.

La giurisdizione della Comunità di Fiemme, a partire dal 1111, si sostanziava nel riconoscimento della amministrazione del territorio e della giustizia bagatellare da parte di uno Scario, nominato annualmente dai Regolani[9], indicati dalle Regole[10] della Valle (Trodena, Castello, Carano, Daiano, Cavalese-Varena, Tesero, Predazzo, Moena) che comprendevano anche i territori di Capriana, Stramentizzo, Valfloriana, Forno, Paneveggio e alcune arimanie o rimanie. La presenza dei Regolani era necessaria ai processi. Anche la custodia dei prigionieri spettava alla Comunità che conservava gelosamente le chiavi della prigione[11].
La giurisdizione vescovile data anch’essa 1111 e prevedeva all’origine un Gastaldione, che almeno due volte all’anno amministrasse la giustizia e riscuotesse i tributi; a partire dal XIV secolo il Vicario vescovile[12], un laico, risedette in Valle, ed a partire dal XV secolo fu affiancato, con compiti soprattutto fiscali, da un Capitano vescovile, anch’esso residente. Tale giurisdizione non insisteva sul medesimo territorio di quella della Comunità: gli insediamenti di Castello, Capriana, Stramentizzo, Valfloriana, Forno, Paneveggio ed alcune case romane (arimanie o rimanie) cadevano, infatti, sotto la terza giurisdizione, quella tirolese[13].
Il sistema, di fatto imperniato sulla competenza della Comunità, funzionava con la feroce efficienza dei tempi: esisteva un Dos de la forca[14], si eseguivano sentenze capitali e mutilazioni, l’uso della ruota e della tortura in genere erano contemplati sia come pena[15], sia come procedura per l’accertamento della verità processuale.

I processi del 1501, 1504-1506

«Una terribile inondazione dell’Avisio provocò il 9-10 luglio del 1500 gravissimi danni ai caseggiati e la morte di parecchie persone. Ma la gente sospettava che queste disgrazie provenissero dall’influsso malefico delle streghe, alcune delle quali erano già state bruciate a Salorno e ad Egna»[16]. Nel gennaio 1501 venne arrestato come stregone, guaritore e indovino un tale Giovanni dalle Piatte[17], di Anterivo. Venne sottoposto a tortura, ma non confessò e venne bandito in perpetuo dalla Valle; la sentenza di condanna previde anche che gli oggetti magici in suo possesso (un cristallo, un libro, erbe e radici) avrebbero dovuto essere distrutti o bruciati.
Antonio Zieger continua, nella pagina da cui è tratta la citazione appena riportata, la sua ricostruzione dei processi alle streghe con il secondo arresto di Giovanni dalle Piatte, quello del novembre 1504, in seguito al quale egli indicò i nomi delle donne poi processate e condannate nel procedimento penale iniziatosi nel dicembre dello stesso anno. Si suggerisce che le accuse di stregoneria traessero sostanza dai sospetti di un collegamento tra le alluvioni, i danni agli uomini ed al bestiame e le pratiche delle presunte streghe.
Italo Giordani propone una interpretazione ed una ricostruzione diversa: «rimane il sospetto, al di là di tutte le interpretazioni che si sono date per lo scatenarsi dei processi di stregoneria, che forse in questo caso si sia approfittato della superstizione indubbiamente diffusa tra la gente, per portare a termine una certa rivalsa, se non proprio una vendetta»[18]. La scansione degli avvenimenti che precedettero i processi serve a sostenere l’ipotesi della ritorsione: nell’anno 1504 si chiuse a favore di Vigilio Firmian il lungo contenzioso con gli abitanti del paese Castello a proposito degli affitti dovuti[19] (il deganato di Castello era stato ceduto per infeudamento dall’arciduca Sigismondo d’Austria proprio alla famiglia Firmian)[20]. Il 27 maggio 1504 l’Assemblea della Comunità di Fiemme si oppose, con una supplica all’imperatore, all’introduzione di dazi commerciali imposti da Vigilio Firmian, questa volta nelle vesti di Capitano Vescovile, Il 21 giugno 1504 l’Imperatore Massimiliano si rivolse al Capitano Firmian raccomandandogli con severità di annullare tali novità,il 30 Ottobre 1504 l’avvocato Pietro Alessandrini chiese un indennizzo di 3000 fiorini per l’offesa subita da Vigilio Firmian a seguito del ricorso. Anche l’avvocato Giovanni Giacomo Calavino per conto del Principe Vescovo Lichtenstein ricorse al Consiglio aulico (che era, tra l’altro, presieduto dal medesimo Principe Vescovo, in questa situazione nella doppia veste di ricorrente e di giudice); subito lo Scario e il Regolano di Moena furono arrestati; il7 novembre 1504giunse la sentenza, che non si conosce con precisione, ma che non dovette essere favorevole alla Comunità:anche se non pagò i 3000 fiorini richiesti, venne obbligata a chiedere il perdono, e sarà proprio il Firmian ad intercedere preso il Lichtenstein. Il 30 Novembre 1504 giunse notizia che Giovanni dalle Piatte era in valle, il primo Dicembre 1504 il Vicario Vescovile Domenico Zen «scorse improvvisamente» Giovanni a Tesero, durante la messa, e lo fece arrestare poco dopo, il 7 dicembre 2004 si riunì il tribunale e Giovanni venne torturato la prima volta,  il 10 e 11 dicembre venne ancora torturato, il 14 dicembre, nella confessione coinvolse le prime 4 donne.
Vengono nelle successive confessioni coinvolte altre donne e qualche uomo. Alla fine dei processi vi furono 28 condanne: 20 condannati furono bruciati, 3 streghe morirono in prigione, 2 furono gettate nell’Avisio, una donna venne sepolta in terra consacrata, 5 fuggirono lontano dalla Valle.
Il notaio del tribunale di Fiemme, il bavarese Silvester Leitner stese una nota[21]: alle 15 streghe bruciate i beni vennero confiscati, 7 streghe risultarono nullatenenti, ai 6 fuggitivi i beni vennero confiscati; in totale il signor Vigilio poté incamerare 1135 fiorini. Circa un terzo di quanto richiesto dall’avvocato Alessandrini, ma pur sempre una cifra considerevole, che i parenti di alcuni condannati, dopo la morte di Vigilio Firmian (29 luglio 1506) chiesero, con toni diversi, al Principe Vescovo venisse restituita[22].
A sostegno della sua tesi Giordani produce il documento[23] in cui compare elenco dei partecipanti all’assemblea generale della Comunità di Fiemme che nominò i procuratori per il ricorso a Massimiliano: 23 hanno legami di parentela con i condannati (sono padri, figli, mariti o cognati), 1 è tra gli accusati ed i condannati.[24]
Con la sua pubblicazione Giordani, diversamente da altri più oltre citati, non si propone la ricostruzione della storia di Fiemme e non si limita alla riproposizione completa, peraltro mai tentata da nessun altro, della trascrizione dei verbali dei processi che venne edita tra il 1888 ed il 1890 da Augusto Panizza[25]. Si sottopone anzi ad una attenta revisione quel lavoro e lo si integra «aggiungendo le parti mancanti, lo si corregge dal punto di vista onomastico e toponomastico ed infine si aggiungono una serie di documenti che danno una visione più ampia e completa del contesto in cui quei processi vennero celebrati[26]» Per questo emergono anche altre riflessioni che riguardano aspetti legati alla realtà sociale della Valle[27] e che sarà opportuno tenere in considerazione quando si affronterà il senso della rappresentazione pubblica del Processo alle streghe. Giudici ed accusati, in alcuni casi, erano consanguinei; non vi fu alcuna esclusione sociale nei confronti dei parenti dei condannati; il processo e la sentenza vennero accettati con serenità e forse addirittura con sollievo da parte della Valle, interessata soprattutto a contenere le richieste economiche della famiglia von Firmian, che aveva rilevanti possessi e privilegi in Fiemme, e che probabilmente aspirava ad assumere lo stesso ruolo che altre famiglie nobili, i Lodron, i Thun, i von Völs, nello stesso periodo, si conquistarono.

Il Processo alle Streghe: l’idea

La presenza dei turisti e la villeggiatura, durante il secolo scorso, non erano fenomeni sconosciuti, ma rimanevano, fino agli anni ’60, una integrazione di reddito, non avevano la rilevanza economica dell’agricoltura, dell’artigianato e del commercio dei legnami. I foresti, ancora negli anni ’70, erano i siori e i parroci mettevano in guardia dal frequentarli[28]. Il periodo in cui con maggiore evidenza si afferma l’espansione turistica della Valle di Fiemme va collocato negli anni ’80: è un’attività ormai consolidata e si incomincia a prendere atto della sua importanza nella trasformazione economica della valle, nella produzione e distribuzione di ricchezza.
La cultura turistica dell’epoca è centrata sul concetto di destinazione turistica, privilegiava il momento della scelta del sito in cui il cliente decideva di trascorrere le proprie vacanze ed aveva tra i suoi fondamenti la soddisfazione dell’immaginario[29] dell’ospite. Non si poneva e non si poteva porre il problema della coerenza tra la fantasia del turista-tipo e la realtà e la storia dei luoghi. Il criterio empirico con cui si opera è quello di attirare il maggior numero di ospiti, in questo modo si corre il rischio di sommare gli stereotipi del turista con quelli sul turista.
I Comuni e le Aziende di Soggiorno si fanno così promotori di feste campestri, sagre, rassegne, spettacoli, giochi ed eventi destinati sia ad intrattenere gli ospiti, sia a coinvolgere i residenti. Un coinvolgimento voluto e cercato non solo per integrare in modo indolore stili di vita e modelli di comportamento ancora distanti, per sviluppare una cultura dell’ospitalità adeguata alle prassi della industria turistica. Non solo, si possono in questo modo realizzare le iniziative con spese di modesta entità, appoggiandosi al tessuto sociale del volontariato: bande musicali, filodrammatiche, pompieri, società sportive.
Anche a Cavalese esiste, promosso da Azienda di Soggiorno e Comune, il Comitato Manifestazioni Locali (CML), che poi si trasformerà in Comitato Turistico Locale (CTL) e darà origine al Comitato per le Rievocazioni Storiche (CRS).
Alla fine dell’83 o agli inizi dell’84[30], su sollecitazione del Comune al Comitato Manifestazioni Locali si prova a pensare ad un evento estivo ed uno invernale, su richiesta del CML, la maestra Miriam Pederiva, appassionata di storia locale, suggerisce di mettere in scena il processo alle streghe, un argomento abbastanza di moda, legato al movimento delle donne, alla psicanalisi[31]. Sarà lei stessa a scriverne la sceneggiatura.

Il Processo alle Streghe: le fonti ed il testo

Le informazioni che seguono sono desunte in via principale dagli appunti dell’incontro con la maestra Miriam Pederiva[32] avvenuto un pomeriggio del 2006 nei locali del CRS, alla presenza di Michele Zadra, per anni responsabile Comitato.
Le fonti cui l’autrice poté ispirarsi nel 1983-1984 furono i libri disponibili a Cavalese, cioè quelli reperibili nella biblioteca comunale, nella Cartolibreria (il cui proprietario, il sig. Carlo Alberto Spazzali è cultore delle tradizioni e della storia locali), la biblioteca e l’archivio (allora non ancora riordinato) della Magnifica Comunità di Fiemme. I tempi ristretti e la mancanza di collaboratori non le consentirono di documentarsi a Trento e l’autrice racconta, infatti «di non aver avuto il tempo, né le malleverie necessarie per fare ricerche d’archivio a Trento».
Riferimenti esplicitamente positivi sono fatti dalla maestra Pederiva a proposito dei consigli e dei libri del maestro Candido Degiampietro, membro del Comitato sostenitore di pubblicazioni storiche e scientifiche della Valle di Fiemme ed autore di innumerevoli testi sulla storia, gli usi e le tradizioni valligiane. Le sue opere, di stampo divulgativo, non sempre rigorose nell’uso delle fonti, sono diffusissime e continuamente ristampate. Nella sua Storia di Fiemme e della Magnifica Comunità[33], il capitolo XI è dedicato ai processi delle streghe, introdotti da excursus contro la superstizione e l’ignoranza, e concluso da stravaganti considerazioni che si estendono alla contemporaneità. L’interpretazione degli avvenimenti muove dalle alluvioni del 1500 e del 1501, ma il Giovanni dalle Piatte, che nella ricostruzione di Degiampietro, viene connotato come «crapulone», «malvagio ed astuto», ottiene la grazia e continua a vivere in Valle nonostante il provvedimento di bando, in virtù di complicità coi potenti[34]. La maestra ricorda anche una opinione attribuita allo stesso Degiampietro che metteva gli accadimenti in relazione con la volontà di potere del governo vescovile di Trento ed il miglioramento economico della Valle nel ‘500. Alti riferimenti sono stati fatti da Miriam Pederiva alla «donna del Bon Zogo», e dunque al testo della Luisa Muraro[35] che risale al 1976 ed ebbe un discreto successo. Nel capitolo dedicato ai processi in Val di Fiemme sono riportati stralci della trascrizione dei verbali processuali di Augusto Panizza[36] ed è possibile che proprio dal libro della Muraro siano state tratte le citazioni necessarie alla stesura del copione le cui battute rispecchiano i verbali, e che riporta le accuse, la confessione e la resistenza della Marostega. La maestra Pederiva ritiene che le streghe della Val di Fiemme potessero essere medichesse e ritiene che non debba essere dato su di loro alcun giudizio. Nel colloquio viene anche citato don Giorgio Delvai che considerava «povere donne» le vittime dei processi. Nella disponibilità della maestra sicuramente vanno considerati il volume che Zieger[37] scrive per conto della Magnifica e di cui si è già trattato e quello, assai diffuso, di Nino Franzellin[38], che in poco più di una pagina, nella quale riporta in nota uno stralcio dei verbali, liquida i fatti accaduti in «quelle epoche di oscurantismo e di leggenda» e ne attribuisce la responsabilità alla «terribile Inquisizione che tanti orrori legalizzati commise, in quei tempi, in tutta l’Europa».

Il Processo alle Streghe: lo spettacolo

La rappresentazione, che attira ogni anno centinaia di spettatori, si svolge agli inizi di gennaio per le strade di Cavalese.
Il copione prevede che la prima scena[39] si svolga davanti al Palazzo della Magnifica Comunità[40]: un narratore descrive in italiano contemporaneo il contesto storico, respinge l’idea di dare qualsiasi giudizio, descrive i figuranti ed introduce i personaggi: lo Scario, il Vicario ed il Capitano (indicati come «rappresentanti del potere ecclesiastico e politico del Principe Vescovo») che come tutti gli attori recitano le loro battute in un italiano simile a quello dei verbali. Un corteo che coinvolge decine di figuranti in costume raggiunge il Parco della Pieve, e davanti al grossolano falso che nelle guide turistiche viene individuato come Banco della Reson[41], sei streghe, interpretate da sei belle ragazze, vengono accusate da Giovanni dalle Piatte ed assolte da un eremita. A seguire si svolgono le scene del processo, ed il copione corrisponde in larga parte, anche nella lingua, ad una sintesi dei verbali, che si conclude con la condanna alla gogna[42] di Giovanni dalle Piatte e la condanna al rogo per cinque streghe. Il corteo si sposta ancora nel luogo in cui è stato approntato un falò[43] ed il narratore invita i presenti a gettare tra le fiamme «le nostre streghe: intendiamo le nostre angosce, le nostre incongruenze, i nostri egoismi, le streghe insomma del nostro tempo, ben più terribili, malefiche e perniciose di quelle delle antiche memorie.» Seguono gli auguri del CRS a tutti i presenti ed i ringraziamenti a volontari e sponsor.
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L’autrice dice che dal 1984 ad oggi lo spettacolo «è rimasto sostanzialmente uguale», gli aggiustamenti sarebbero di dettaglio, se si esclude l’inserimento «solo per ragioni sceniche» di un personaggio di fantasia (l’eremita): egli dovrebbe consentire ai personaggi di disporsi per lo sviluppo delle azioni seguenti, ma è indiscutibile che le sue parole di assoluzione significano il perdono divino e sottolineano la fallacità della giustizia umana. Anche le battute finali, secondo alcuni testimoni, sarebbero cambiate: l’invito catartico del narratore avrebbe sostituito un inneggiare popolare alla Magnifica Comunità che poteva essere interpretato soltanto in riferimento ai tempi della rappresentazione dei fatti, non a quelli del loro svolgimento storico.
Miriam Pederiva, nell’intervista del 2006 dice di aver steso un copione nella quale «vi possono essere alcuni errori, o semplificazioni». Il problema non è certo nella loro quantità o nella loro gravità, che si possono facilmente riferire sia alle intenzioni ed alla cultura turistica del momento in cui è nata la stessa idea del Processo alle streghe, sia alla documentazione disponibile a Cavalese negli anni ‘80, sia alle intenzioni di rendere maggiore l’impatto dello spettacolo, di adattarlo alle attese del pubblico, e di realizzare qualcosa di «adatto a tutti». Le ricostruzioni e le interpretazioni dei fatti successive al 1984 o diverse da quella di Candido Degiampietro le sono note, a cominciare da quelle di Pinuccia di Gesaro[44] fino a quelle di Italo Giordani, ma non comportano un diverso punto di vista sui fini della rappresentazione, la necessità di modificare né una sceneggiatura apprezzata dal pubblico, sempre in crescita, né un copione sicuro, entrambi noti agli attori e ai figuranti.

Il Processo alle Streghe: il senso

La rappresentazione è diventata un appuntamento fisso per gli ospiti invernali di Cavalese, che a centinaia assistono alle diverse scene, seguono il corteo, cercano di fissare in video o fotografia i costumi dei figuranti e dei personaggi o il divenire dell’azione. La maggior parte non coglie, non potrebbe farlo, gli «errori, o semplificazioni» di cui parla Miriam Pederiva, né le falsificazioni che solo lo studio dei fatti potrebbe svelare; può nutrire dei dubbi sui costumi, lamentarsi per la difficile comprensione dei testi, lodare o criticare aspetti scenografici o tecnici, ma tornerà all’albergo o all’appartamento con una ricordo ed una emozione da raccontare. L’industria turistica vende emozioni, ha cessato di vendere destinazioni per vendere emozioni.
Altre emozioni, altri sentimenti, altre considerazioni sono state fatte nel corso degli anni alla manifestazione ed ai suoi organizzatori: la maestra Pederiva afferma che quasi ogni anno sono apparse sui quotidiani locali lettere in cui si commenta o si attacca il Processo alle Streghe accusandolo di «pubblicizzare le pagine oscure della storia della Valle» o di «portare offesa alle donne». Pressioni sono state fatte anche allo Scario, da parte di «14 persone che vogliono cancellare la manifestazione» accusata di «sensazionalismo». I rilievi che l’autrice ha riportato durante il colloquio non hanno toccato l’attendibilità del testo o la interpretazione degli accadimenti, che invece vengono messe in discussione da alcune élite di valle che giungono a concludere che si sia persa una occasione per studiare storia, diritto, costume locale, e che il coinvolgimento della popolazione andava cercato con queste finalità. Il CRS viene accusato di non avere un progetto culturale. Tra questi critici vi sono coloro che hanno una conoscenza più approfondita della vicenda e sono più sensibili al significato che può esserle attribuito. Miriam Pederiva si è dichiarata «stupita» della ostilità di alcuni, infatti, le critiche provengono da schieramenti diversi per formazione culturale, hanno fondamenti ideologici diversi, ma sono accomunate nella critica proprio dal fastidio per le semplificazioni.

Anche sulla scelta di coinvolgere i residenti e sulle sue motivazioni, che venne posta in maniera vincolante al momento della ideazione del Processo, va tentata qualche considerazione. Si sono già riportate le accuse di aver relegato la popolazione ad un ruolo culturalmente passivo, alla funzione di interpreti o tecnici in qualcosa confezionato da chi non è nato nella Valle[45]. Eppure il coinvolgimento è massiccio, lo dimostrano lo stesso spettacolo, il corteo numeroso, l’attesa che lo accompagna. Non solo per i turisti, ma anche per coloro che sono coinvolti nella realizzazione dello spettacolo si tratta di un appuntamento atteso, per alcuni entusiasmante. Della edizione 2004 esiste un video, prodotto dal CRS[46], che non risulta sia mai stato messo in commercio. La qualità è modesta, la durata è di 32 minuti: nei primi 28 scorrono le immagini del Processo, negli ultimi 4 sono inquadrati i volontari seduti attorno ai tavoli su cui cenano, in un clima di festa. È ovvio pensare che sia la cena a conclusione dello spettacolo, e difatti alcuni indossano costumi, ma è altrettanto ovvio che i destinatari del DVD siano proprio loro: un ricordo di una serata di festa tra amici da conservare e riguardare[47]. La maestra Pederiva parla di «entusiasmo degli organizzatori e dei volontari» ed il video sembrerebbe confermarlo.
La popolazione di Cavalese, compresi gli studenti delle scuole, se sanno dei processi del ’500, li conoscono attraverso questa ricostruzione e credono che i fatti si siano svolti più o meno come rappresentato[48]. Nelle streghe giovani, belle, infamate e tradite, destinate alle fiamme purificatrici ci si può romanticamente identificare, così l’assoluzione che l’Eremita pronuncia libera tutta la Valle, anche dalle responsabilità sui fatti che vengono rappresentati, i suoi giudizi sulla fallacità della giustizia umana consolano e rafforzano il transfert[49]. I rappresentanti del potere religioso e laico, l’abbietto Giovanni sono gli stereotipi di situazioni narrative già viste, persino il suo sfuggire alla condanna ha una funzione tranquillizzante: in fondo il mondo è sempre andato così. L’invito finale del narratore suggella la funzione catartica e precisa le caratteristiche nazionalpopolari dello spettacolo. L’altra versione, senza il personaggio dell’eremita, quella che prevedeva gli evviva del popolo all’indirizzo della Comunità, era più difficile da accettare, poteva avere un significato opposto, colpevolizzante. Avrebbe confermato le osservazioni di carattere sociale che il Giordani ha suggerito e che si sono ricordate più sopra.

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Spazio e luogo

Inscenare i processi alle streghe del ’500 fu una scelta degli anni ’80, motivata esclusivamente da interessi legati alla promozione turistica; sono passati ormai 25 anni, l’iniziativa di allora è divenuta tradizionale, si è legata all’appartenenza, se non alla identità, ha cambiato giustificazione alla sua esistenza. Intanto è cambiato il turismo: sono cambiati i clienti di questa industria, sono cambiati i consumi ed i prodotti, è cambiata profondamente la sua cultura. In Val di Fiemme la Azienda di Soggiorno è stata soppiantata dalla «Azienda per il Turismo s.p.a.». che non cerca più di promuovere un soggiorno da riempire di eventi, ma di vendere prodotti costruiti per fissare emozioni. La Valle di Fiemme allora era intesa come uno spazio, cioè come un vuoto da riempire di oggetti reali (infrastrutture, impianti, alberghi), culturali (gli eventi) e simbolici (l’evasione, la semplicità), oggi viene proposta e venduta come un luogo che è già pieno di oggetti reali (il patrimonio ambientale ed artistico), culturali (la cucina, le tradizioni, la storia) e simbolici (gli sport o il relax). Non c’è la propensione per l’effimero, si diffida del dilettante, si teme la non autenticità, che rendono labili e non emozionanti le esperienze vissute. Probabilmente, oggi, la scelta di raccontare i processi alle streghe del XVI secolo sarebbe affrontata in maniera diversa, forse più rigorosa, forse meno spettacolare, forse più coinvolgente. Ma non è dato saperlo.

Note

* Liceo scientifico – Cavalese

[1] Notizie sulla famiglia Firmian in I. Giordani, Note genealogiche della famiglia Firmian per gli anni 1448-1612 tratte dal MS 1804 della Biblioteca Comunale di Trento, «Studi Trentini di Scienze Storiche», LXXXI (2002), 1, 101-12.

[2] La Soprintendenza per i Beni librari ed archivistici della Provincia autonoma di Trento ha reso disponibile online la traduzione dei Regesti delle pergamene dell’Archivio della famiglia Thun, http://www.trentinocultura.net/catalogo/cat_fondi_arch/progetto_Thun/progetto_Thun_h.asp, in particolare è possibile consultare quello relativo alla linea Castel Thun, conservato presso l’Archivio di Stato di Litomerice – Sezione di Decin (Repubblica Ceca), che riporta le relazioni intercorse a partire dal XVI secolo
http://www.trentinocultura.net/doc/catalogo/cat_fondi_arch/Thun/RegestiThunDecin.doc.

[3] I. Giordani, Processi per stregoneria in Valle di Fiemme 1501, 1504-1506, Trento, Editrice Alcione, 2005.

[4] Riportato in traduzione dal tedesco in I. Giordani, Processi per stregoneria in Valle di Fiemme 1501, 1504-1506, cit., 31-48. Il fascicolo è conservato presso l’Archivio di Stato di Trento, Principato Vescovile, Archivio del Principato di Trento, sezione tedesca, capsa11, littera “f”.

[5] Lo scritto, steso dal notaio Lodovico Rotello, è andato perduto, ne esiste una trascrizione datata 1533.

[6] Enrico III, Principe di Trento conferma i diritti degli abitanti della Valle e la loro proprietà dei boschi, monti, pascoli, ed i diritti di caccia e di pesca.

[7] A. Zieger, La Magnifica Comunità di Fiemme, Trento, Temi, 1973, 36.

[8] Ivi, 37.

[9] I regolani di villa erano 25 e rappresentavano, con un criterio numerico che forse rispettava la distribuzione della popolazione, i paesi della Valle; i regolani de comun, affiancavano lo Scario ed erano 8 (4 coppie nominate dai regolani di villa dei quartieri di Tesero, Cavalese-Varena, Carano-Daiano, Trodena-Castello).

[10] Tutte queste regole corrispondono ad attuali comuni della Valle, mancano Panchià e Ziano, non ancora esistente, Trodena appartiene ora alla provincia di Bolzano, Moena fa parte del Comprensorio della Valle di Fassa.

[11] Il possesso di queste chiavi è, nei secoli, un motivo costante di attrito con il Principe Vescovo.

[12] Il Vicario, se si occupava «del civile e del criminale» era affiancato da 4 Giurati di Banco, se «del criminale» da 10 Giurati di Consiglio, nominati dai Regolani.

[13] Questi territori appartennero prima ai conti di Appiano, poi ai signori di Egna e, dal 1268, ai conti di Tirolo. A Castello v’era la sede del tribunale: erano previsti 7 giurati i quali eleggevano il degano, che aveva il compito di riscuotere gli affitti per conto del deganato.

[14] Un documento sulle controversie riguardo la localizzazione della forca e della ruota e l’abitudine di abbandonare i cadaveri dei condannati sul luogo del patibolo è in I. Giordani, Processi per stregoneria in Valle di Fiemme 1501, 1504-1506 cit., 66-69.

[15] A proposito delle pene comminate si veda la sentenza criminale del 1515, riguardante anche Sebastiano Zen, figlio del Vicario Vescovile al tempo dei processi alle streghe Domenico Zen, che venne processato per furto insieme a due complici: I, Giordani, Processi per stregoneria in Valle di Fiemme 1501, 1504-1506 cit., 69-72.

[16] A. Zieger, La Magnifica Comunità di Fiemme, cit., 44.

[17] Sulla figura di Giovanni dalle Piatte si veda: G. Kral Il viaggio di Zuan delle Piatte al Monte della Sibilla, in O. Besomi, C.Caruso (eds.), Cultura d’élite e cultura popolare nell’arco alpino tra Cinque e Seicento, Basilea, Boston, Berlino, 1995, 393-431.

[18] I. Giordani, Processi per stregoneria in Valle di Fiemme 1501, 1504-1506, cit. 84.

[19] Ivi, 82-83.

[20] Ivi, 81.

[21] Ivi, 75-79.

[22] Ivi, 392-400.

[23] Archivio di Stato di Trento, Archivio del Principato Vescovile, sezione letina, capsa XII, n° 30.

[24] I. Giordani, Processi per stregoneria in Valle di Fiemme 1501, 1504-1506 cit., 22-824.

[25] A. Panizza, I processi contro le streghe nel Trentino, «Archivio Trentino», VII  (1888), 1-100 e 199-247; VIII (1889), 131-146 e 131bis-142bis; IX (1890), 49-106.

[26] I. Giordani, Processi per stregoneria in Valle di Fiemme 1501, 1504-1506 cit., 102.

[27] Ivi, 291.

[28] Accadde anche all’autore di queste note essere “scomunicato” dal parroco di Tesero. Purtroppo non sono stati conservati i ciclostilati con i quali i gruppi giovanili parrocchiali rimarcavano le preoccupazioni per differenze negli stili di vita che si riscontravano tra i cittadini ed i residenti.

[29] In questo periodo venne teorizzata la rimozione della neve sporca ai lati delle strade e la sua sostituzione con altra pulita, si decise che il ghiaino da spargere sul ghiaccio debba essere bianco per confondersi con il fondo stradale (la pratica è in uso), i nuovi edifici incominciarono ad assomigliare a chalet e ad abbandonare le tipologie caratteristiche dell’edilizia locale.

[30] La difficoltà incontrata a mettere una data certa all’ideazione dell’evento non riguarda solo la indisponibilità degli archivi legata al trasloco della sede comunale; non si sono trovati verbali od atti relativi, e nei ricordi di chi allora aveva un ruolo pubblico la genesi del Processo alle Streghe non si definisce chiaramente, ma piuttosto si connota di giudizi impliciti.

[31] Tra i testi più noti di quegli anni v’è la traduzione italiana di H. Institor (Krämer), J. Sprenger, Il martello delle streghe, Venezia, Marsilio, 1977, con una introduzione di Armando Verdiglione ed un sottotitolo ardito: La sessualità femminile nel transfert degli inquisitori. Ancora più recenti sono i tre fondamentali volumi di R. Mandrou, Magistrati e streghe nella Francia del Seicento – Un’analisi di psicologia storica, Bari, Laterza, 1979.

[32] La maestra Miriam Pederiva, è scrittrice, ed oltre che autrice della sceneggiatura del Processo alle Streghe, è anche fondatrice ed animatrice del Gruppo folk El Salvanel ed instancabile ed entusiasta di tante altre iniziative legate alla storia, alle leggende ed al folclore locale.

[33] C. Degiampietro, Storia di Fiemme e della Magnifica Comunità, Calliano, Manfrini, 1972, 66-70.

[34] Ivi, 68-69.

[35] L. Muraro, La Signora del gioco  Episodi della caccia alle streghe, Milano, Feltrinelli, 1976.

[36] A. Panizza, I processi contro le streghe nel Trentino cit.

[37] A. Zieger, La Magnifica Comunità di Fiemme cit.

[38] N. Franzellin, Fiemme attraverso i secoli, Trento, Arti grafiche Saturnia, 1936, 34-35.

[39] Ciò che viene descritto è desunto dal copione della edizione del 2005, il copione è stato cortesemente messo a disposizione da M. Pederiva. Un timbro del CRS sul frontespizio avvisa che si tratta del Testo Depositato all’Ufficio del Registro di Cavalese, n° 104S3 27/05/94.

[40] Motivo di qualche fraintendimento può essere il fatto che l’attuale Palazzo della Magnifica Comunità nel ’500 fosse il Palazzo vescovile. Il Banco della Reson, il luogo nel quale, secondo la tradizione, si amministrava la giustizia avrebbe avuto sede proprio di fronte al suo revellino, sul lato opposto della attuale strada statale n° 48, ed al suo fianco vi erano le prigioni. Tutta la scena dunque potrebbe o dovrebbe svolgersi quasi interamente lì.

[41] Quello che si trova al Parco della Pieve e viene indicato nelle guide turistiche è stato probabilmente realizzato a fine ’800: prima non se ne trova alcuna traccia.

[42] Una pena ancora più leggera di quella ipotizzata da Candido Degiampietro e comunque non corrispondente a quanto risulta agli atti.

[43] Il narratore, questa volta, informa i presenti che il luogo non corrisponde al Dos de Rizol, quello in cui le sventurate vennero arse, che si trova in una zona prossima all’ospedale ed oggi edificata.

[44] P. di Gesaro, Streghe. L’ossessione del diavolo, il repertorio dei malefizi; la repressione, Bolzano, Praxis 1988.; I giochi delle streghe. Stregonerie confessate nei processi del Cinque e Seicento e convalidate dai massimi demonologi, Bolzano, Praxis,1995; Le streghe dolomitiche - i processi alle streghe in Tirolo, Bolzano, Praxis, 2000

[45] È ora opportuno anche notare come né la Pederiva, né il Giordani siano fiamazi, e riportare le considerazioni, fatte in occasione della commemorazione del centenario della morte di don Delvai, da un altro storico locale, il prof. Arturo Boninsegna, che lamenta l’assenza di studiosi nati in Valle, lo stato del tutto insoddisfacente degli studi, la estraneità dei giovani, tranne pochissime eccezioni, ai temi della memoria, della storia, della civiltà, dell’arte e dell’ambiente per i luoghi in cui sono nati e vivono.

[46] Video sul Processo alle streghe, Cavalese, Comitato Rievocazioni Storiche, 2004. Si tratta di una produzione in piccola serie, con caratteristiche amatoriali. Per cortese concessione del signor Michele Zadra.

[47] Non vi sono né una introduzione, né commenti, né voci fuori campo, ma solo didascalie che consentono di datare l’edizione e riconoscere gli enti coinvolti.

[48] Una teoria dei meccanismi di costruzione della memoria collettiva e delle loro implicazioni si trova in J. Assmann, La memoria culturale, Torino, Einaudi, 1997.

[49] Tra gli enti promotori, le collaborazioni, i finanziatori, gli sponsor e gli organizzatori figurano anche la parrocchia di Santa Maria Assunta e il Comitato Oratorio di Cavalese; una presenza che forse vuole essere una risposta alle accuse illuministiche presenti nei libri citati, da quello di Franzellin a quello del Degiampietro ed alle quali intende opporsi, ma in altro modo, il libro di Giordani.