Storicamente. Laboratorio di storia

Studi e ricerche

Migrazioni fra luoghi e culture. Le miniere di Cabernardi, il Limburgo belga e Pontelagoscuro negli anni '50

La miniera di Cabernardi: dal benessere all’emigrazione

Il paese di Cabernardi, nel comune di Sassoferrato in provincia di Ancona, è stato fino ai primi anni ’50 del Novecento, il fulcro di uno dei grandi poli minerari italiani ed europei per l’estrazione dello zolfo.

Nel 1888 qui la miniera era entrata in attività sotto la direzione dell’Azienda Solfifera Italiana che era stata a questo fine costituita[1]. Già nei primi anni di attività il sito estrattivo era stato ampliato, con la coltivazione di vari livelli sulfurei e con la costruzione della raffineria a Bellisio Solfare, frazione di Pergola (provincia di Pesaro-Urbino), a circa 10 chilometri da Cabernardi. Nel 1917 la miniera fu rilevata dalla Montecatini, un solido gruppo industriale nel panorama italiano dell’epoca, attivo nel settore chimico e in quello minerario. Con la gestione Montecatini il complesso minerario di Cabernardi ebbe il massimo potenziamento: gli operai erano più di ottocento già nel 1920[2] e intanto vennero costruiti, dalla azienda stessa, numerosi alloggi e un villaggio operaio per dare sistemazione anche a coloro che venivano a lavorare in miniera dall’esterno. Cabernardi infatti, nel corso degli anni, divenne polo di attrazione per molti lavoratori provenienti dal circondario, in prevalenza dai comuni di Sassoferrato e Arcevia, della provincia di Ancona, e dai comuni di Pergola, Serra Sant’Abbondio e San Lorenzo in Campo, di quella di Pesaro e Urbino. Con la crescita dell’attività estrattiva, specialmente dopo la prima guerra mondiale, si sviluppò un sistema economico-produttivo unico nella zona, con l’occupazione in miniera di circa 2.000 persone, che ricevevano buoni salari, da aggiungere al reddito familiare proveniente dalla coltivazione della terra. L’attività mineraria di Cabernardi favorì inoltre l’economia e gli affari dei vari settori collegati: i produttori agricoli avevano trovato nei minatori acquirenti sicuri per le loro merci, i muratori lavoravano proprio nelle case che i minatori volevano costruire o ristrutturare, i commercianti incrementavano i loro profitti, visto il considerevole aumento di abitanti. La miniera, dunque, portava dei benefici anche a coloro che non vi lavoravano, sia a Cabernardi che nei territori vicini.

Il paese, poi, grazie alla presenza della Montecatini (chiaro esempio di company town), si arricchì di servizi e di infrastrutture. C’erano infatti  l’ufficio postale, la banca, il distributore di benzina, la caserma dei carabinieri, l’ufficio di stato civile, la condotta medica e quella ostetrica, la farmacia, l’asilo infantile (gestito dalle suore), la banda musicale dei minatori, un campo da calcio (per la squadra della Società, con le maglie color giallo canarino, in onore dello zolfo). Un lavatoio pubblico, un forno dove le donne potevano cuocere il pane, nonché diversi negozi, arricchivano le possibilità del paese di Cabernardi, insieme alla mensa per gli operai e per gli impiegati e alla cooperativa miniere - uno spaccio aziendale in cui era possibile acquistare le merci a prezzi inferiori di circa il 10 % rispetto a quelli di mercato. E poi c’era il Dopolavoro, punto di ritrovo che ospitava e promuoveva variegate attività ricreative e culturali, nel campo dello sport, del teatro, del cinema, nonché delle gite e delle cerimonie[3]. Dunque, con le sue strutture assistenziali e con le sue attività ricreative e sociali, la Montecatini riuscì a creare un’isola di benessere economico, rispetto alla generale arretratezza del relativo contesto territoriale. Non era quindi raro che i minatori nutrissero un sentimento di riconoscenza verso l’azienda, che era vista come una benefattrice. Ed il lavoro stesso, seppure duro, costituiva comunque una valida alternativa all’emigrazione, fenomeno non nuovo per tutta la dorsale appenninica[4]. È importante però sottolineare le non facili condizioni di lavoro all’interno della miniera [5], dove gli spazi angusti, la polvere, il calore e un’umidità superiore all’80%, facevano sì che spesso i minatori lavorassero pressoché nudi. I turni di lavoro di otto ore, coprivano il giorno e la notte, ma molti lavoratori provenienti dai paesi vicini dovevano fare parecchi chilometri in bicicletta o a piedi per raggiungere il sito minerario. Gli infortuni poi erano frequenti e molti minatori (sicuramente più di centotrenta) persero la vita nei circa ottanta anni di attività estrattiva[6]. Se quindi la miniera da un lato influiva positivamente sulla vita del paese di Cabernardi e di quelli limitrofi con il benessere e la piena occupazione, dall’altro molti erano i costi sociali di questa nuova prosperità.

Ma questa situazione mutò repentinamente dopo il secondo conflitto mondiale, quando lo zolfo subì un declassamento, da prodotto strategico per la guerra, al rango di elemento base per la chimica e con usi limitati in agricoltura. Nella zona di Cabernardi, la preoccupazione per la chiusura della miniera portò alla costituzione già nel settembre del 1950 di un Comitato Cittadino per la Difesa della Miniera, a cui aderirono tutti i partiti, tutte le organizzazioni sindacali ed anche le associazioni di categoria, come quelle dei commercianti e degli artigiani[7]. Tra il 1951 e il 1952 si ebbero numerosi scioperi: i lavoratori chiedevano una coltivazione più razionale del giacimento, che consentisse di prolungare il più possibile la vita della miniera, nonché nuove ricerche nella zona. Nel maggio 1952, la Società Montecatini decise comunque il licenziamento di 860 minatori, che costituivano circa la metà dei dipendenti allora in servizio.

I lavoratori organizzarono nuovi scioperi e manifestazioni di protesta, fino alla grande occupazione della miniera stessa, un evento rimasto indelebile nella memoria collettiva della zona. Il 28 maggio 1952 il turno del pomeriggio, anziché smontare alle 22, rimase nel sotterraneo, dando così inizio alla «lotta dei sepolti vivi» (così definita dai quotidiani, primo fra tutti «l’Unità»), durata quaranta giorni e che coinvolse circa 400 operai, nelle gallerie del tredicesimo livello, a cinquecento metri di profondità[8]. Ma la Montecatini ormai aveva preso le sue decisioni ed individuato nuovi luoghi e nuove strategie di investimento. Così si procedette ai licenziamenti ed i primi a perdere il posto di lavoro furono proprio i «sepolti vivi» e quei dipendenti rimasti fuori a solidarizzare con loro. I più anziani furono pensionati ed i più giovani trasferiti altrove sempre in stabilimenti di proprietà della Montecatini: alcuni andarono nelle miniere della Sicilia, altri in quelle della Toscana, altri ancora furono mandati a Pontelagoscuro (Ferrara) a contribuire alla nascita del nuovo stabilimento petrolchimico. Molti poi attirati dalle proposte che in quegli anni venivano diffuse, si recarono in Belgio a lavorare nelle miniere di carbone.
La prima conseguenza della chiusura della miniera fu quindi l’emigrazione, che interessò il paese di Cabernardi, più direttamente legato alle sorti dell’attività mineraria, ma anche le località ed i  paesi del circondario, la cui economia aveva beneficiato di questa attività produttiva, unica e che si differenziava dal contesto prevalentemente agricolo, governato dal modello mezzadrile[9]. Può essere quindi interessante analizzare i dati Istat dei censimenti, negli anni dal 1931 al 1971, che danno l’idea di quanto lo smantellamento della miniera abbia inciso sulle sorti di molti paesi e di molte famiglie. In particolare Cabernardi, da grande polo di attrazione per lavoratori e famiglie di tutto il circondario, si trasforma e torna ad essere il piccolo centro che era stato prima dell’avvento della miniera. Scompaiono infatti molti di quei servizi che lo avevano reso importante, e l’area della miniera viene abbandonata alle erbacce e ai rovi. Dal 1992, nei locali della scuola elementare del paese, è stato allestito un museo, a ricordo della miniera e del duro lavoro dei minatori di Cabernardi ed è in corso di progettazione un Parco Minerario, con il recupero dell’area, che certamente rappresenta un significativo esempio di archeologia industriale.

Senso del luogo e traslocazioni culturali

Il rapporto che gli individui intrattengono con i luoghi non è dato semplicemente dalle caratteristiche fisiche e concrete di questi ultimi, ma dai processi di identificazione con lo spazio che si mettono in atto e che definiscono gli ambienti di vita. L’attenzione a queste relazioni complesse con i luoghi, ci fornisce ulteriori elementi che arricchiscono il nostro sguardo sulle migrazioni e sullo spostamento delle persone fra luoghi diversi. Il luogo infatti non può essere valutato esclusivamente come uno spazio contenitore, perché ad esso siamo legati da sentimenti soggettivi; nei luoghi viviamo le nostre relazioni sociali, lo spazio percepito come luogo diventa oggetto affettivo e spesso ci si autodefinisce facendo riferimento al proprio senso del luogo. L’uomo immagina simboli che conferiscono un senso al mondo e gli delineano un orizzonte, si situa in tradizioni che gli dicono da dove viene e dove va e che si porta dietro anche nell’esperienza migratoria. Infatti l’identità di un individuo può essere considerata come l’insieme di varie componenti, tra cui quegli aspetti del concetto di sé derivanti dal senso di appartenere a un gruppo unito da comuni origini, cultura e storia[10].

A questo proposito Pierre Bourdieu[11] ha parlato di habitus dei migranti, una rappresentazione mentale, che si riferisce alle personali esperienze ed eredità spazio-temporali accumulate dagli individui, che comprendono il contesto geografico, oltre che quello culturale e delle reti dei rapporti sociali. L’habitus dà alle persone un particolare e specifico senso del luogo in relazione al mondo, un senso che esse portano con sé e che rimodellano nel nuovo contesto quando emigrano[12]. Infatti, i processi migratori da sempre mettono a contatto individui e culture, creando reti fra luoghi, anche fra quelli oggettivamente lontani: le migrazioni si sviluppano sulla base di fattori generali che gli studiosi classificano come pull (di attrazione) e push (di repulsione), ma le persone non si dirigono a caso, piuttosto laddove potranno contare sull’appoggio di altri migranti che li hanno preceduti, guidati dai meccanismi di richiamo della cosiddetta catena migratoria. Per esempio si può pensare all’importanza dei rapporti epistolari, che hanno svolto una funzione nel consolidare il legame tra il mondo di partenza e quello di arrivo, e che ci aiutano a spiegare la direzionalità dei flussi, la scelta di una tra le tante destinazioni possibili. Nel caso dei migranti (o dei migranti potenziali) le relazioni sociali si fondano sulla parentela, l’amicizia, la comune origine, la condivisione di una cultura o di una relazione e hanno la funzione di mettere a disposizione dei membri una serie di opportunità, cementando al tempo stesso il senso di appartenenza[13].

L’emigrare realizza dunque un vincolo umano fra luoghi, andando anche a modificarli in quanto quelli di origine subiscono spesso abbandono e decadenza - anche se attraverso l’emigrazione di ritorno possono ringiovanire e acquisire nuova vita - mentre quelli di destinazione debbono confrontarsi con le caratteristiche etniche di coloro che provengono da altri paesi[14]. L’idealizzazione del luogo che si è lasciato è molto comune tra i migranti e fa parte del loro bagaglio culturale, spesso si sovrappone al ricordo della fame, della povertà, della fatica della vita rurale, dell’insieme delle condizioni che li hanno trasformati in migranti. La nostalgia, o comunque l’attaccamento che si può provare verso un luogo del proprio passato, fa sì che il suo ricordo spesso sia mitizzato. All’estero, o comunque nella nuova realtà insediativa, i migranti tentano spesso di ricreare l’ambiente di “casa”: il ricordo di un luogo (inteso come un paesaggio, le persone care, una canzone, l’odore di una pietanza, un contesto) è inoltre una base formidabile per istituire un forte senso di identità.

Negli anni ’50 del Novecento le conoscenze del mondo esterno (anche a causa dei bassi tassi di scolarizzazione), nonché le possibilità di mantenere i contatti nella lontananza, erano molto più limitate, rispetto alle condizioni della realtà contemporanea. Oggi, infatti, innumerevoli sono le occasioni di collegamento con realtà molto lontane, rese possibili dalle tecnologie dell’informazione e dei trasporti, mediante i flussi della comunicazione globale e la  compressione spazio - temporale. Si hanno a disposizione molteplici possibilità per conoscere, ma soprattutto per vedere, rappresentato in migliaia di immagini, il mondo in cui viviamo, e che per questo ci appare più piccolo, meno vasto e sconosciuto di un tempo. Ma negli anni ’50, partire per un viaggio significava attraversare luoghi sconosciuti, di cui la maggior parte dei migranti non disponeva di alcuna raffigurazione geografica, né di parametri di riferimento. Quindi anche la percezione che si aveva della distanza fra i luoghi, e fra le persone che si erano lasciate al paese, era sicuramente accentuata da un maggiore senso di spaesamento.

L’emigrato infatti lasciava la condizione di partenza, in cui c’è piena condivisione dell’universo simbolico e una più o meno accentuata integrazione, per entrare in una società di cui non faceva parte e che lo classificava istituzionalmente come estraneo. Una nuova società, dunque, dove a volte le categorie interpretative, che fino a quel momento erano state “utili” nella vita intersoggettiva, non andavano più bene e dovevano essere riviste, perché ci si potesse sentire parte della nuova collettività ed essere da questa considerati tali[15]. Il rapporto con l’altro, che più non ci somiglia, mette infatti in crisi tutta una serie di sicurezze e di certezze, garantite in generale da un ambiente culturalmente ed etnicamente omogeneo.
Dunque i rapporti che legano lo straniero alla società che lo ospita sono contradditori; lo straniero è infatti insieme vicino e lontano, incluso e escluso. I gruppi sociali nei paesi di accoglienza possono infatti manifestare sia il bisogno di escludere lo straniero, affermando così la propria identità e immutabilità, sia anche quello di includerlo al proprio interno aprendosi all’innovazione e al cambiamento sociale[16]. Il processo di integrazione, che si va a sviluppare, rimette in discussione molti dei contenuti e dei significati dell’appartenenza. Il dibattito circa le diverse possibilità di inserimento degli immigrati è certamente aperto e sicuramente non è facile realizzare l’integrazione, che si può considerare avvenuta con la partecipazione piena alla società di adozione. Si deve infatti tener conto che le culture sono fluide e che gli individui interpretano attivamente le loro tradizioni e le rinnovano, per poter gestire i cambiamenti indotti inevitabilmente dalle relazioni con gli altri. L’identità culturale di una persona infatti non può essere intesa come fissata e stabilita per sempre, un involucro impermeabile, bensì come il risultato di un continuo processo di costruzione, negoziazione e relazione sociale e politica, il che costituisce un presupposto importante per facilitare il percorso dell’integrazione.

Marchigiani nel Limburgo e a Pontelagoscuro:
partenze e prime sistemazioni

Per indagare sulle migrazioni che sono avvenute nei primi anni ’50 dall’area interessata all’attività della miniera di Cabernardi, in particolare dai territori di Arcevia e Sassoferrato in provincia di Ancona, Pergola e Serra Sant’Abbondio in provincia di Pesaro e Urbino, si è ritenuto importante andare a parlare direttamente con alcuni dei protagonisti di questa esperienza migratoria. Infatti, solo dando la parola agli interessati, si può cercare di capire le sensazioni provate, le emozioni vissute, le difficoltà incontrate nel corso di questi processi, che hanno portato centinaia di individui a cambiare il proprio contesto di vita. Due aree sono risultate particolarmente significative, come destinazione dei migranti: la provincia belga del Limburgo e la cittadina di Pontelagoscuro (Ferrara). Ascoltare la testimonianza diretta delle persone che sono emigrate in questi luoghi è stato un modo per approfondire i vari aspetti delle loro storie personali e per condividere le vicende e le emozioni vissute durante gli anni trascorsi, prima nei propri contesti di origine e poi in quelli di arrivo.

Con le interviste, effettuate nell’arco di tempo che va da luglio 2004 a maggio 2005, si è cercato, mediante alcune domande aperte, di portare l’intervistato a parlare a lungo e liberamente della sua esperienza migratoria. In tutto sono state ascoltate 51 persone, nel loro contesto abitativo del Limburgo, di Pontelagoscuro e dei quattro comuni marchigiani di emigrazione, dove alcuni sono tornati a vivere dopo qualche tempo. Gli intervistati sono in larga parte (44 su 51) appartenenti alla prima generazione di migranti ed hanno un’età compresa tra i 65 e i 91 anni. Quando possibile, si è parlato anche con i loro figli, che rappresentano la seconda generazione, per cercare di fare qualche raffronto fra la loro esperienza e quella dei loro genitori. Dei 51 intervistati 33 sono di sesso maschile e 18 di sesso femminile. È infatti importante cercare di evidenziare le differenze di genere anche nelle migrazioni, in quanto gli uomini e le donne possono aver vissuto le stesse esperienze in modo diverso ed aver affrontato contesti di vita differenti. Il microcosmo di tempo e di spazio, in cui sono collocate le vicende qui considerate, costituisce quindi un esempio significativo di quei processi migratori che hanno interessato l’Italia nel secondo dopoguerra, in quanto presenta molti caratteri comuni sia alle migrazioni interne al paese (specificatamente da regioni del centro-sud a regioni del centro-nord, dalla campagna alla città, dall’entroterra alla costa) nonché alle migrazioni internazionali, che si sono dirette specialmente (anche se non esclusivamente) verso i paesi del Nord Europa.

La chiusura della miniera di Cabernardi, come si è detto, rappresentò un chiaro e irreversibile fattore regressivo per il territorio di riferimento, mentre importanti fattori attrattivi si erano costituiti, e si andavano velocemente consolidando, nell’ambito delle miniere di carbone del Belgio e del polo petrolchimico di Pontelagoscuro. In entrambi i casi si è trattato, infatti, di un movimento migratorio gestito o dai governi, o dalle industrie interessate, attraverso specifici dispositivi d’attrazione.

Nel caso del Belgio bisogna ricordare la cosiddetta «battaglia del carbone» lanciata dal primo ministro Achille Van Acker nel 1946 al fine di raggiungere, grazie allo sfruttamento intensivo del sottosuolo, una produzione massima di carbone per rispondere agli immediati bisogni dell’economia belga. Ma le autorità si trovarono di fronte ad una forte carenza di manodopera locale disposta ancora a scendere in miniera, nonostante le agevolazioni contenute nello Statuto del minatore, come ad esempio i premi in denaro e le ferie supplementari[17]. Era dunque necessario servirsi di manodopera straniera per vincere la sfida della ripresa economica. Così con il Trattato italo-belga del 23 giugno 1946 si stipulò un accordo per la fornitura di consistenti quantità di carbone all’Italia come contropartita della manodopera che sarebbe immigrata. Nel protocollo erano stabilite le condizioni di lavoro, il numero di lavoratori ed i loro diritti e doveri, come per esempio la permanenza obbligatoria in miniera per almeno cinque anni. Va sottolineato che i candidati italiani all’emigrazione in Belgio non erano quasi mai minatori di professione ma contadini, artigiani e operai, spesso poco al corrente del mestiere sotterraneo che li attendeva.

I potenziali migranti provenienti da tutta Italia, venivano avviati a Milano, dove, sotto la stazione (ma anche in edifici adiacenti) attendevano l’arrivo del treno per il Belgio e firmavano il contratto di lavoro, non prima però di aver superato le meticolose visite mediche, al fine di accertare le condizioni di salute, che dovevano risultare perfette. Nel Limburgo belga, i neo minatori vennero inizialmente fatti alloggiare in spazi di proprietà delle varie compagnie minerarie, le cosiddette “cantine” o baracche (molte delle quali erano state utilizzate per i prigionieri di guerra), dove, anche secondo le testimonianze dei marchigiani intervistati, dormivano tutti insieme in grandi cameroni, con la possibilità di cucina autonoma o di usufruire della mensa. La prospettiva però era quella di migliorare le proprie condizioni abitative, per esempio andando a vivere nei quartieri operai (cités), che furono successivamente costruiti nelle aree a ridosso dei siti estrattivi[18].
Le catene migratorie regionali ebbero, in questo nuovo contesto, un ruolo importante.

… sono andato a lavorare nella miniera di Winterslag, perché in quella zona già c’era gente che conoscevo, di Palazzo di Arcevia, ognuno andava dove aveva delle conoscenze, o un parente o un amico, se vai in un posto dove non conosci nessuno ti trovi anche male, conosci un amico già ti fai coraggio…[19]

Come raccontano i protagonisti, quelle famiglie che avevano già avuto la possibilità di sistemarsi, per poter arrotondare le entrate, si organizzavano per cucinare, secondo le abitudini marchigiane, per quei minatori ancora scapoli, i quali altrimenti avrebbero dovuto fare tutto da soli e molti infatti mangiavano presso una famiglia e dormivano da un'altra. Si può dire che, intorno alla presenza dei minatori, si fosse creata una microeconomia, importante per le famiglie dei migranti, in quanto consentiva loro di aumentare le entrate familiari, e allo stesso tempo aiutava i minatori senza famiglia a risolvere i problemi pratici della vita di tutti i giorni. Dunque, è in questa fase iniziale che emerge l’importanza della rete parentale ed amicale, che aiuta l’emigrato, ancora alquanto spaesato, a ricostruire la propria quotidianità.
Nel caso dell’emigrazione verso Pontelagoscuro, invece, si trattò di un trasferimento di manodopera operata dalla stessa impresa mineraria, la Montecatini, che scelse i potenziali migranti da Cabernardi e che organizzò le modalità dello spostamento. L’azienda, infatti,  aveva deciso di realizzare un’industria petrolchimica per la produzione di materie plastiche e prodotti chimici. Questo ingresso nell’economia locale venne salutato con entusiasmo, a Pontelagoscuro, in quanto poteva arginare la grave situazione occupazionale del paese, uscito dalla seconda guerra mondiale pressoché completamente distrutto dai bombardamenti, a causa della sua posizione strategica sul Po. L’economia locale era basata sull’agricoltura, spesso praticata con il sistema del bracciantato; c’era anche qualche attività industriale, che prima del conflitto mondiale aveva mostrato vitalità, ma che si era considerevolmente ridotta, a causa dei danni bellici o della mancanza di materie prime[20]. La Montecatini trovandosi dunque nella necessità di assumere personale, pensò che potesse giovare, anche ai fini di un suo maggiore controllo, sceglierlo da un posto (Cabernardi) in cui era stata benefattrice incondizionata e dove la manodopera, in quel momento, era in forte eccedenza. Così, nei mesi di ottobre e novembre del 1952, vennero trasferiti a Ferrara i primi 8 operai con un certo grado di specializzazione in officina e falegnameria, tutti ex dipendenti della miniera di zolfo. La Montecatini si occupò anche della prima sistemazione degli operai in stanze d’affitto presso alcune famiglie ferraresi, in attesa di costruire, così come aveva promesso, un quartiere operaio a Pontelagoscuro vicino al luogo di lavoro, ancora oggi conosciuto come il villaggio dei marchigiani. Nel mese di dicembre ai primi trasferimenti ne seguirono altri 100 per coinvolgere negli anni successivi circa 250 nuclei famigliari[21]. All’inizio certamente fondamentale fu la capacità di adattamento dei marchigiani, come, d’altra parte, questa qualità è importante in tutte le vicende migratorie. Infatti nell’attesa che venissero costruite le case promesse, gli operai abitarono in semplici stanze.

… A Ferrara l’azienda ci aveva trovato un alloggio e  per l’affitto dava un contributo di 6.000 lire; le case erano dei ferraresi che affittavano delle stanze e con i padroni della casa ci parlavamo, tranquilli…sul letto c’era il gelo, mica c’era il riscaldamento, eravamo due per camera, ma un freddo, una nebbia che non vedevi manco da qui a lì, non eri pratico…[22]

Quando alcuni decisero di far arrivare anche la famiglia, dovettero sistemarsi in spazi molto ristretti, con letto e cucina spesso in un unico vano. Come raccontano le testimonianze, si andava al lavoro in bicicletta e si cercava così di cominciare a conoscere la realtà circostante. Già questo contesto generale presentava differenze rispetto ai luoghi di origine, dove l’affitto non era una situazione usuale, dato che le case erano per lo più di proprietà oppure in dotazione del fondo. Inoltre si aveva sempre un pezzo di terra da coltivare ad orto per avere direttamente a disposizione gli ortaggi, e, oltre al maiale, si allevavano anche animali da cortile. Un passaggio, quindi, da un contesto di campagna ad uno di periferia urbana, dove si stava sviluppando un complesso industriale, che nei momenti di massima produzione darà occupazione a circa 5.000 persone. Le case del “villaggio marchigiano” furono costruite su un campo di barbabietole e pertanto nel momento in cui vennero consegnate, il 1° maggio 1954, le strade erano ancora di terra, quando pioveva diventavano fangose e bisognava fare attenzione a dove si camminava. Con dei camion e del legno per fare gli imballaggi, messi a disposizione dalla Montecatini, si poté fare il trasloco di ciò che si era lasciato nelle proprie abitazioni nelle Marche e così piano piano fu possibile sistemarsi dignitosamente, e anche i disagi iniziali scomparirono.

La concentrazione nello spazio di immigrati della stessa origine, determina la formazione di un gruppo distinto, con forti elementi di coesione, che all’inizio può limitare od ostacolare il processo di integrazione con la realtà circostante, in quanto la comunità può tendere ad un ripiegamento verso l’interno. Da parte della società ospitante, invece, si può provare timore nei confronti di un gruppo numeroso, compatto e all’apparenza indistinto. Nei contesti della migrazione dei marchigiani che si sono esaminati - il Limburgo e il Ferrarese - non fu quindi particolarmente favorito, dal punto di vista della dislocazione spaziale, un mescolamento dei nuovi arrivati con la popolazione locale. Questo aspetto se da un lato può aver agito come fattore ritardante per l’avvicinamento con la nuova realtà, dall’altro ha però contribuito a mettere in relazione queste persone, e a far così rinsaldare quelle reti sociali di aiuto reciproco, tipiche dei rapporti interpersonali della società contadina di provenienza e utili nel nuovo contesto.

Fondamentale, dopo i primi mesi di adattamento, fu la possibilità del ricongiungimento familiare, che accelerò l’accesso ai nuovi alloggi, per i quali c’era sempre grande richiesta. La sistemazione in una casa, che potesse definirsi tale, ha rappresentato la realizzazione di importanti aspettative. Innanzitutto quella di vivere con la propria famiglia, che costituisce automaticamente fonte di equilibrio, di stabilità e di forza per affrontare e superare le inevitabili difficoltà di vita in un nuovo contesto. Diventa anche il segno tangibile di una certa riuscita, per persone che spesso nel paese di provenienza vivevano in un contesto mezzadrile, quindi con spostamenti da un fondo ad un altro, senza la possibilità di avere una casa propria. Il poter dire “ora sono in casa mia” significava che si era riusciti a ritagliarsi un proprio spazio indipendente, in cui sentirsi liberi, per ricominciare. La casa non è dunque solo il luogo dove mangiare e dormire, ma rappresenta la famiglia, la riuscita, l’indipendenza e la tranquillità.

Le figure femminili, in entrambi i contesti di arrivo, hanno giocato un ruolo importante per il sostegno emotivo e concreto, sia nella gestione dell’economia domestica, sia nel contributo alle entrate monetarie della famiglia. Molte donne ad esempio si offrivano per alcuni lavori domestici o di cura, come cucinare, lavare i vestiti e fare del cucito, per chi era ancora solo. In questo modo, le donne hanno sviluppato anche una indipendenza lavorativa, come non avrebbero potuto fare nel contesto di origine, dove i ruoli femminili erano ancora legati esclusivamente alla sfera domestica. Sono le donne che poi si muovono nei nuovi spazi della migrazione: portano i figli a scuola, vanno nei negozi a fare acquisti e riescono così, giorno dopo giorno, a far diminuire la diffidenza nei loro confronti, a far superare quei pregiudizi che esistono sempre verso i nuovi venuti.

… Ci dicevano magnabietul, perché i primi arrivati andavano in campagna, abituati alla verdura, han visto queste bietole, sono andati là con un coltello, e si pensa che i proprietari abbiano reclamato alla Direzione della Montecatini, che poi ha provveduto al  pagamento per risarcire il danno di queste bietole tagliate…[23]

Nei racconti di oggi a volte c’è ancora il ricordo di antiche ferite, ma anche l’orgoglio per aver trovato il modo di inserirsi nel nuovo contesto, senza tradire la propria origine e il proprio modo di vivere, imparando ed insegnando ciò che era scambiabile tra le due culture.

… I ferraresi non è stata gente cattiva dai, c’è il bene e c’è il male come dappertutto, come ti ho detto, noi eravamo più indietro di 50 anni, loro più avanti, le cose magari le capivano meglio di noi, onestamente bisogna dirlo, per esempio le donne la sera davanti al bar a prendere un gelato e da noi non le vedevi, era tutto più avanti…[24]

Aspetti e problemi dell’integrazione

La lingua rappresenta un fattore fondamentale per i processi di integrazione, ogni lingua infatti è un confine territoriale che esclude chi non la parla, un mondo a se stante che non rimpiange altri mondi, perché tutto contiene, la lingua fa degli individui un popolo[25].

In entrambi i contesti di arrivo dei marchigiani la differenza linguistica ha rappresentato, almeno all’inizio, uno scoglio non indifferente da dover superare. Nel Limburgo belga la lingua parlata è il fiammingo, molto lontana lessicalmente e sintatticamente dalla lingua italiana e a maggior ragione dalle inflessioni dialettali marchigiane, il che non ha facilitato un pronto apprendimento da parte degli immigrati di prima generazione.  In un’area in cui la concentrazione di italiani era molto alta, le occasioni per entrare a contatto diretto con i belgi non erano molte, limitate perlopiù a relazioni di tipo funzionale (traffici commerciali, rapporti amministrativi). In miniera le occasioni di contatto erano circoscritte a questioni di lavoro, e per parlare con qualche dirigente, c’era la possibilità di usufruire di un interprete. I negozianti belgi, intelligentemente, cercarono di imparare quel po’ di italiano che potesse consentire loro di interagire con i nuovi clienti

… i belgi furbi hanno imparato subito l’italiano, hanno imparato prima loro l’italiano che noi il fiammingo e infatti i commercianti parlano tutti l’italiano, magari a modo loro “cosa volere” ma si fanno capire, anche sotto le miniere era uguale, gli chef si facevano capire…[26]

Ecco così che per gli italiani non vi furono molte possibilità di imparare bene la nuova lingua e ancora oggi, a più di 60 anni dall’arrivo in queste zone, molti emigrati di prima generazione non parlano, o parlano poco, il fiammingo. L’italiano è la lingua della “casa”, utilizzata per dialogare con i figli, i quali, anche se hanno frequentato le scuole fiamminghe, non hanno mai abbandonato la lingua dei genitori e anche molti nipoti di emigrati hanno conservato l’italiano, che diviene a volte l’unico veicolo comunicativo con i nonni. Va detto comunque che alcuni figli/e di emigrati si sono sposati con coniugi belgi e pertanto la lingua che spesso ha prevalso nella comunicazione familiare, con i figli, è stato il fiammingo, compromettendo così le possibilità di un pieno dialogo con i propri nonni.

…i nipoti si sentono più belgi, sopratutto chi è figlio di un matrimonio misto con una parte belga, credo che tenda a prevalere quest'ultima. Chi è figlio di due genitori italiani, l'italiano lo capisce e lo parla, e questo vale anche per la terza generazione, altrimenti l'italiano tenderà a perdersi…[27]

Al di là di quello che si potrebbe immaginare, anche per i marchigiani arrivati a Pontelagoscuro negli anni ’50 e ’60 del Novecento, vi sono stati momenti di difficoltà dovuti alla lingua: qui infatti, specialmente nei luoghi di lavoro, era quasi esclusivamente parlato il dialetto ferrarese, che costituiva inevitabilmente una barriera verso coloro che non condividevano questa specifica competenza linguistica.

… Intanto io ho notato subito una cosa: la maleducazione di fare apposta, secondo me, a parlare in dialetto quando erano in nostra presenza. Non avevano questa delicatezza. Se per esempio c’erano due ferraresi, si scambiavano i pareri sempre in dialetto, questo dappertutto, inizialmente mi sembrava di essere in Belgio quando sul lavoro mi dicevano di andare a prendere la pala e non capivo, me lo dovevo far ripetere due o tre volte fin quando non me la sbattevano sotto  il naso, ma è stato comunque più semplice, ho imparato meglio il francese che non il ferrarese…[28]

Un aspetto importante da sottolineare per quanto riguarda le dinamiche dell’integrazione dei marchigiani provenienti da Cabernardi, è il ruolo avuto dall’associazionismo, vissuto anche semplicemente come modo di ritrovarsi tra persone che condividevano lo stesso contesto etno-linguistico. Nel Limburgo il ruolo di mutuo soccorso svolto dalle prime organizzazioni associative italiane (ACLI, AFI) fu ancora più importante, in quanto queste offrirono un sostegno agli emigrati per il disbrigo delle pratiche burocratiche e per la tutela dei diritti dei lavoratori.

Inoltre, a partire dagli anni ’70 i marchigiani del Belgio crearono delle associazioni specifiche, per ritrovarsi a discutere e per mantenere legami con i propri paesi di origine. Per esempio, l’Associazione dei Marchigiani del Limburgo ancora oggi ha sede al numero 261 di Vennestraat a Genk, con bar, cucina e sala per riunioni e momenti conviviali e molte sono le iniziative che vengono organizzate: dalle attività che scandiscono la vita associativa alle cene con i piatti tipici della gastronomia marchigiana. Il tesseramento coinvolge non solo marchigiani e italiani originari di altre regioni ma anche belgi, che dimostrano di apprezzare le Marche, le loro tipicità culinarie, e le attività che l’Associazione propone, soprattutto i viaggi organizzati in Italia. Molto hanno fatto i marchigiani di prima generazione per costruire questa realtà aggregativa, ma oggi la vera sfida è quella di cercare di coinvolgere la seconda generazione e soprattutto la terza, per provare a tramandare, oltre che un più o meno intenso senso di appartenenza identitario, la memoria dei sacrifici fatti dai genitori e dai nonni.

A Pontelagoscuro nel 1957 venne costituito il circolo ACLI, che rappresentò un luogo di incontro e confronto molto importante per i marchigiani di allora e per i giovani che, negli anni, lo hanno frequentato. Fu attraverso il circolo che si organizzarono le gite per tornare a Cabernardi, e nel tempo quello divenne un luogo anche di incontri e dibattiti politici e culturali. Ma il circolo costituiva soprattutto una sorta di dopolavoro, in cui ritrovarsi, giocare a carte e in qualche maniera ricostruire quella socialità che si era andata perdendo con il processo migratorio. Va detto che molti dei lavoratori marchigiani lavoravano su turni, facevano molte ore di straordinario, per cercare di aumentare la paga base, e dunque la loro vita si alternava semplicemente tra casa e lavoro. Per tutti loro il circolo rappresentò quindi un luogo importante dove concedersi un po’ di svago. Da un altro canto, la presenza del circolo esclusivo è stato un elemento che ha ritardato l’incontro tra le comunità presenti sul territorio, contribuendo anche a rendere all’esterno l’immagine di una comunità marchigiana più chiusa di quanto fosse in realtà.

Il mantenimento della tradizione culinaria delle aree marchigiane di provenienza è un altro aspetto importante, da rilevare sia nel contesto delle case di questi emigrati, sia come importante interfaccia di dialogo con la società di accoglienza. La gastronomia è un ambito, attraverso cui passano la cultura e l’identità di una comunità, che con il rito del cibo ripropone a se stessa e agli altri la propria tradizione e la memoria del proprio passato, ma è anche un contesto con cui si possono facilitare i processi di conoscenza reciproca e di integrazione.

A Pontelagoscuro per esempio la “filetta” di pane marchigiano ha fatto la sua comparsa fin dal 1956 in alcune panetterie del paese, accanto alla tradizionale “coppia” ferrarese. Fu proprio una marchigiana ad insegnare le modalità di panificazione e oggi “la filetta” viene gustata anche dagli abitanti di Pontelagoscuro. Lo stesso vale anche per altri alimenti tipici della zona marchigiana di riferimento, poiché alcuni negozi di alimentari e rosticcerie cominciarono a vendere prodotti marchigiani, fatti venire appositamente dalle Marche, come vino, olio, formaggi e salumi.

In generale, dall’analisi delle interviste realizzate ai migranti di Cabernardi, si ricava la sensazione che l’inserimento e l’integrazione della prima generazione di emigrati non possono dirsi completamente raggiunti, soprattutto per coloro che sono andati in Belgio, dove la lingua fiamminga ha costituito di fatto un ostacolo importante. L’esperienza di vita della migrazione ha sicuramente fornito a queste persone maggiori strumenti per interagire con la complessità della vita contemporanea, rispetto ai loro coetanei che non hanno lasciato il proprio paese; ma il vivere lontano dai luoghi di origine non ha scalfito l’affetto verso di essi e soprattutto non ha cambiato le abitudini, nel condurre la vita quotidiana, acquisite nella società di partenza. Queste persone sono rimaste strettamente legate alla propria terra, ed hanno mantenuto per tutta la vita un’identità culturale riconducibile ad essa, che è testimoniata dalle abitudini e da una quotidianità, in cui hanno ricreato e ricreano tutt’oggi, quanto più possibile, il mondo abbandonato. In questo senso si può dire che questi emigrati, pur vivendo in Belgio e a Pontelagoscuro da decenni, sono rimasti italiani e marchigiani, con un modo di vivere al cui centro è posta la famiglia ed il suo benessere

… Io mi sono sempre comportata da marchigiana, pure il parlare non lo senti? Ho sempre fatto tutto come si usa in Italia, per esempio anche alle feste stiamo ancora tutti a casa mia...[29]

Entrando nelle loro case non è difficile trovare fotografie dei figli, dei nipoti, del matrimonio, appese ai muri o in bella vista sui mobili della sala. È la famiglia il fulcro della vita di questi emigrati; molti sacrifici sono stati fatti per i figli, per esempio per poter dar loro un’istruzione, e oggi, quando ormai grazie alla pensione, per molti di loro sarebbe possibile tornare a vivere nel paese di origine, non lo fanno, proprio perché ora hanno figli e nipoti. Bisogna dire che, praticamente, tutti gli emigrati di prima generazione sono tornati occasionalmente al proprio paese nel corso degli anni e ancora oggi chi non è impedito da ragioni di salute cerca di tornare almeno una volta all’anno. Quello che emerge dalle interviste è che il legame con il paese di origine resta forte fino a quando sono ancora in vita parenti e amici da poter andare a trovare e con i quali raccontarsi le novità. Mano a mano che questa rete parentale e amicale viene meno, si può perdere anche il desiderio di tornare. Il luogo di origine, seppur sempre caro nei ricordi, diviene come un contenitore vuoto e la sua immagine un po’ sbiadita riacquista colore solo quando si va con la mente a episodi e persone del proprio passato. Inoltre, va detto che, se al momento del rientro al paese c’è sempre l’entusiasmo di vedere amici e parenti, dopo un po’ di tempo, immancabilmente, si sente il desiderio di tornare alle proprie case in Belgio e a Pontelagoscuro, perché è lì ormai che si ha la propria famiglia. Quindi, il paese di origine riveste sempre un ruolo importante per gli intervistati, ma la famiglia è l’affetto più grande a cui si decide di stare vicini. Gli emigrati, dunque, pur considerandosi italiani e marchigiani non sentono di appartenere ad un unico territorio ma sono legati, per ragioni diverse, ad entrambi e verso entrambi si sentono leali[30].

Concludendo, si può quindi evidenziare come, dalle interviste realizzate ai marchigiani emigrati nel Limburgo belga e nel Ferrarese, siano emersi vari aspetti che configurano il loro profilo: da un lato ci sono i fattori che hanno costituito degli ostacoli ai processi di integrazione, e fra questi specialmente la lingua e la diversità del contesto di migrazione. Da un altro lato però sono stati valorizzati anche i fattori di coesione delle comunità emigrate, individuabili specialmente nell’associazionismo e nella cultura culinaria, i quali hanno contribuito, per la prima generazione di migranti, al mantenimento dell’identità di marchigiani fuori dalle Marche. Riguardo alle generazioni successive, si è avvertita invece una diversa declinazione dell’appartenenza, e una tensione verso quelli che possono essere considerati come loro nuovi compiti: il mantenimento della memoria dell’esperienza dei padri, ma anche il suo superamento nella dimensione interculturale in cui sono inseriti. Nel campo dell’associazionismo, per esempio, è da rilevare l’apertura alla comunità di accoglienza, nel segno della valorizzazione delle diversità artistiche e culturali.

Note

[1] Cfr. D. Marcucci, G. Paroli, Cabernardi, la miniera di zolfo, Sassoferrato, Associazione La Miniera Onlus, 1992.

[2] Cfr. B. Fabbri, A. Gianti, La miniera di zolfo di Cabernardi e Percozzone, Sassoferrato, Istituto internazionale di studi piceni, 1993.

[3] Cfr. A. Ciuffetti, Casa e lavoro. Dal paternalismo aziendale alle “comunità globali”: villaggi e quartieri operai in Italia tra Otto e Novecento, Perugia, CRACE, 2004.

[4] Cfr. G. Leonori, La miniera di Cabernardi e il settore dello zolfo in Italia tra fine '800 e dopoguerra, «Proposte e ricerche», 41 (1998), pp. 139-157.

[5] Società Montecatini, L’industria degli zolfi di Romagna e Marche, Documentario muto realizzato alla fine degli anni ’20, restaurato e distribuito dalla Mediateca delle Marche in collaborazione con la Cineteca Nazionale di Roma e il Comune di Cesena, Ancona, 2004.

[6] Le cause degli infortuni e dei decessi erano diverse: distacchi di roccia o di minerale (il cosiddetto “chioppo”), inspirazione di anidride solforosa, avvelenamento per idrogeno solforato, esplosione di gas, incendi, asfissia, investimenti da vagoncini e da gabbie, fulminazione per corrente elettrica, scoppio di mine. Fonte: Fondo Archivio Montecatini, Distretto Minerario Emilia - Romagna/Marche, in Archivio Storico di Stato di Bologna.

[7] Cfr. G. Pedrocco, Zolfo e minatori nella provincia di Pesaro e Urbino, Urbania, Provincia di Pesaro e Urbino, 2002.

[8] Cfr. G. Rodari, Viaggio sulla terra dei sepolti vivi, «Vienuove», 27 (1952), pp. 12-14.

[9] Cfr. M. Moroni, L’Italia delle colline. Uomini, terre e paesaggi nell’Italia centrale (secoli XV - XX), Senigallia, Quaderni di Proposte e Ricerche, 2003.

[10] Cfr. L. Zanfrini, Sociologia delle migrazioni, Bari, Laterza, 2004.

[11] Cfr. P. Bourdieu, Outline of a Theory of practice, Cambridge, Cambridge University Press, 1977.

[12] Cfr. D. Massey, P. Jess, (eds.), Luoghi, culture e globalizzazione, Torino, Utet, 2001.

[13] Cfr. M. Boyd, Family and Personal Networks in International Migration: Recent Developments and New Agendas, «International Migration Review», 3/23 (1989), pp. 638-670.

[14] Cfr. V. Teti, Il senso dei luoghi. Memoria e storia dei paesi abbandonati, Roma, Donzelli, 2004.

[15] Cfr. F. Berti (ed.), Processi migratori e appartenenza, Siena, Università degli Studi-Dipartimento di Scienze Storiche, Giuridiche, Politiche e Sociali, 1999.

[16] Cfr. S. Tabboni (ed.), Vicinanza e lontananza. Modelli e figure dello straniero come categoria sociologica, Milano, Franco Angeli, 1986.

[17] Cfr. S. Berti, E. Renzi “…e siamo dovuti andare sottoterra a lavorare…” I Sammarinesi nei bacini carboniferi del Belgio 1946-1960, Repubblica di San Marino, Edizioni del Titano, 1999.

[18] Cfr. A. Morelli, Gli italiani del Belgio. Storia e storie di due secoli di emigrazione, Foligno, Editoriale Umbra, 2004.

[19] Intervista a Altero Curzi, effettuata il 3.11.2004.

[20] Cfr. Comitato Cristalli nella nebbia - Comune di Ferrara, Cristalli nella nebbia, minatori a zolfo dalle Marche a Ferrara, Ferrara, 1996.

[21] Ibidem.

[22] Intervista ad Anito Angioletti, effettuata il 13.5.2005.

[23] Intervista a A. F., in Cristalli nella nebbia cit., 70.

[24] Intervista ad Anito Angioletti, effettuata il 13.5.2005.

[25] Cfr. M. Fenoglio, Vivere Altrove, Palermo, Sellerio, 1997.

[26] Intervista a Erino Santini, effettuata il 22.11.2004.

[27] Intervista a Luigi Trionfetti, effettuata il 19.11.2004.

[28] Intervista a Gualtiero Pradarelli, effettuata il 20.12.2004.

[29] Intervista a Vilma Gelsi, effettuata il 19.11.2004.

[30] Cfr. L. Baldassar, Tornare al paese: territorio e identità nel processo migratorio, «Altreitalie», 23 (2001), pp. 9-37.