Storicamente. Laboratorio di storia

Studi e ricerche

Gli “atti lesivi al prestigio della razza” nell’Africa Orientale Italiana (1936-1941)

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Abstract

Through the funds of the Institute of Ethiopian Studies (Addis Abeba), the author aims to analyze three types of “acts detrimental to the prestige of the race” – offense against authority and honor, manifest drunkenness and interracial violence – in Italian East Africa (1936-1941). In this regard, the essay examines the deleterious effects of these crimes on the colonial order and the power of the colonisers, with a special focus on the economically and socially precarious circumstances of the Italians involved in the criminal trials.

1. Introduzione

Nel progetto coloniale fascista, la guerra di conquista contro l’Etiopia e l’opera di colonizzazione avrebbero dovuto contribuire alla costruzione di quell’“italiano nuovo”, capace di “mantenere salda la superiorità delle forze spirituali” e convinto della propria superiorità razziale nei confronti degli altri popoli (soprattutto quelli colonizzati) (Gentile 2006, 100). Tuttavia, le inefficienze interne al sistema selettivo avrebbero permesso l’arrivo in colonia di italiani considerati inadatti ai requisiti morali – ma spesso anche fisici, economici e politici – richiesti dal regime (Del Boca 1986; Ertola 2014). In questo senso, nell’Africa Orientale Italiana (AOI) [1] vi sarebbe stata “molta gente incolta, rozza, arrogante e presuntuosa, […] impreparata psicologicamente e culturalmente a vivere, comprendere e regolarsi con gente d’altra mentalità e d’altra civiltà” (Del Boca 1986, 229). La documentazione archivistica conferma quanto si ritrova nelle testimonianze autobiografiche e orali circa la presunta “impreparazione razziale” dei colonizzatori italiani. Intendendo, con questo termine, quell’insieme di comportamenti dispiegati dagli italiani in presenza o nei confronti della popolazione colonizzata: relazioni sessuali e promiscuità interraziale, perdita del decoro personale e condizioni di vita degradanti (Pierotti 1959; Poggiali 1971; Podestà 2004). Questo articolo intende fornire alcune indicazioni aggiuntive proprio in relazione a questa “impreparazione razziale”. Nello specifico, si analizzeranno tre tipologie di “atti lesivi al prestigio della razza”: offesa dell’autorità, “manifesta ubriachezza” e utilizzo ingiustificato della violenza interraziale. Ad accumunare questi tre casi di studio vi sarebbe stata l’incompatibilità con il cosiddetto “prestigio della razza”, ossia la necessità da parte dei colonizzatori di mantenere uno stile di vita in grado di rinforzare tanto le gerarchie razziali della colonia quanto il senso di rispetto e obbedienza da parte dei colonizzati (Mlambo 2000, 141; Money e van Zyl-Hermann 2020, 105). Nel contesto coloniale italiano, il prestigio della “razza bianca” doveva passare per l’osservanza di quei “doveri dei colonizzatori” necessari per il mantenimento della “posizione razziale egemonica in cui l’impero di Mussolini li aveva posti” (Poidimani 2009, 20-22). Questo articolo intende spostare l’attenzione dalla retorica coloniale fascista alle motivazioni e ai contesti di vita dei coloni soggetti a condanne penali, nello specifico, indicando l’influenza tanto della propaganda coloniale (fascista) e delle peculiarità del contesto economico creatosi nell’AOI nella trasgressione delle normative razziali da parte dei colonizzatori italiani. In questo senso, l’Etiopia costituisce un perfetto caso di studio per l’applicazione, al contesto italiano, di alcune delle questioni metodologiche introdotte dai nuovi filoni di studio affermatisi dagli anni Settanta e Ottanta per l’analisi del fenomeno coloniale. Da un lato, il collettivo dei subaltern studies ha introdotto problematiche quali le difficoltà di ricerca e accesso delle fonti e memoria popolare dei soggetti subalterni del colonialismo (Guha e Spivak 2002), oltre all’influenza degli immaginari coloniali europei nel periodo coloniale e post-coloniale (Said 1978, 1993). Dall’altro, i settler colonial studies hanno posto l’accento sulle peculiarità del colonialismo di insediamento europeo, evidenziandone tanto le differenze legate al contesto geografico quanto le costanti del fenomeno (Elkins e Pedersen 2005; Wolfe 2006; Veracini 2010). In relazione all’AOI, la pervasività della propaganda coloniale fascista (Labanca 2002, 247) avrebbe influenzato profondamente l’immaginario coloniale e le aspettative degli emigrati italiani. Molti colonizzatori avrebbero associato un alto senso di libertà alla loro esperienza in Africa, vedendo quest’ultima come uno “spazio sociale vuoto” (De Marsanich 1938), privo dell’autoritarismo della madrepatria, in cui trovare facili ricchezze (Ertola 2014, 198-207). In aggiunta, l’entità stessa della migrazione italiana – soprattutto nei primi anni a seguito della conquista dell’Etiopia (1936-1937) – avrebbe avuto conseguenze tanto sulla percezione delle norme di comportamento da tenere in colonia (Barrera 2003) quanto nell’alterazione dei precedenti equilibri sociali delle comunità italiane formatesi dal periodo liberale (Taddia 1991). Infine, il contesto economico-occupazionale caotico e recessivo (Gagliardi 2016) avrebbe portato una buona parte dei colonizzatori, soprattutto lavoratori non-qualificati o subordinati (poor whites), a un maggiore rischio di povertà e promiscuità interraziale con i colonizzati (Taddia 1991; Ertola 2020).

In relazione alle colonie italiane, negli ultimi decenni la storiografia ha intensificato l’attenzione verso la storia sociale degli italiani d’oltremare, riprendendo e ampliando il lavoro avviato da storici quali Angelo Del Boca (1986), Nicola Labanca (2001, 2002) e Alberto Sbacchi (1980). In particolare le nuove ricerche si sono focalizzate su temi quali l’incontro-scontro tra italiani e africani (Sorgoni 1998; Locatelli 2005), l’esperienza di specifiche categorie sociali o microcontesti (Serio 2002; Barrera 2002; Pes 2010) o le divisioni interne alla società coloniale italiana (Taddia 1991). Al pari di alcune ricerche di storia sociale (Locatelli 2005; Stefani 2007; Ertola 2017), questo articolo intende allargare lo sguardo rispetto agli archivi dell’amministrazione coloniale, per concentrarsi su fonti di studio finora utilizzate solo in minima parte (Labanca 2006). Innanzitutto, i fondi dell’Institute of Ethiopian Studies (IES), che conservano soprattutto processi a carico di coloni italiani del Tribunale Penale di Addis Abeba. Riprendendo quanto scritto da Matteo Dominioni (2009), questa tipologia documentaria costituisce uno straordinario strumento di analisi tanto delle “vicende individuali e di gruppo” quanto del “campionario di umanità” presente in colonia. In aggiunta, questa documentazione permette di evidenziare aspetti quali il “disordine sociale” dei centri urbani dell’impero e i conflitti tra autorità fasciste e coloni italiani (Locatelli 2005). Pur rappresentando una fonte di studio imprescindibile nell’analisi della quotidianità dei colonizzatori, questo materiale archivistico deve essere confrontato con altre tipologie documentarie. Oltre ai fondi del Ministero dell’Africa Italiana, si utilizzeranno una serie di testimonianze autobiografiche con l’obbiettivo di compensare quello che Francesca Locatelli (2008, 391) definisce “l’oblio del ricordo” della storia dei coloni italiani, nel secondo dopoguerra, a causa della loro incompatibilità con la costruzione del mito “italiani brava gente”. Nello specifico, si indagheranno quattro diari non pubblicati conservati all’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano, scritti da italiani emigrati nell’AOI tra il 1935 e il 1945, oltre a testimonianze autobiografiche pubblicate di testimoni della colonizzazione fascista. Questa documentazione permette di stabilire un confronto tra storia collettiva e individuale, mettendo in luce rappresentazioni, autorappresentazioni e risposte dei soggetti coinvolti. A livello metodologico, questa documentazione necessita di una critica filologica che ne indaghi cronologia e motivazioni di scrittura, oltre alla veridicità del contenuto. In questo senso, un confronto tra questi diari permette di distinguere i cosiddetti “episodi ricorrenti”, ossia confermati dalla storiografia e da altre fonti documentarie, da quelli viziati da errori di memoria o parzialità ideologiche (Labanca 2001).

2. Gli “atti lesivi al prestigio della razza”:
formulazione giuridica e legislazione razziale

Nella retorica fascista, lo sfruttamento delle colonie avrebbe dovuto portare a compimento (anche) obbiettivi quali la “missione di civiltà” e la “rivoluzione antropologica” auspicati nei confronti del popolo italiano (Isnenghi 1995; Ipsen 1996). La figura del colono, interpretato quale emigrante che cerca fortuna in un nuovo paese, avrebbe dunque acquistato uno spazio crescente all’interno dell’impalcatura propagandistica, portatore di valori della nuova società fascista da impiantare nei territori dell’impero. Il rispetto dei “doveri” degli emigrati italiani sarebbe passato anche e soprattutto dal rapporto di superiorità da instaurare e mantenere nei confronti di popoli considerati storicamente, culturalmente e razzialmente inferiori (Gentile 2006; Pretelli 2010). Per raggiungere questa separazione “gerarchica”, sin dall’inizio degli anni Trenta il regime aveva sancito giuridicamente una maggiore “impermeabilità” tra cittadini metropolitani e soggetti definiti “sudditi” nelle colonie (Falconieri 2012, 50-53). A seguito della proclamazione dell’impero, si sarebbe provveduto all’emanazione di una rigida e minuziosa normativa razziale, avviata dalla prima legge di “tutela della razza” riguardante i rapporti d’indole coniugale fra cittadini e sudditi (RDL n. 880, 19 aprile 1937) e ultimata dalle norme relative ai “meticci” (RDL n. 822, 13 maggio 1940) (Del Boca 1986, 171; Sbacchi 1980, 220; De Napoli 2009, 52-56). In aggiunta, l’amministrazione coloniale implementò le leggi italiane nei nuovi territori, enfatizzando l’assimilazione culturale e giuridica della popolazione della colonia (cittadini e sudditi) alle norme italiane e istituendo un tribunale civile e uno penale ad Addis Abeba (RDL n. 2010, 21 agosto 1936) (Dominioni 2009). La formulazione del reato di “lesione al prestigio della razza” (RDL n. 1004, 29 giugno 1939) avrebbe rappresentato una tappa determinante di questo processo. Nello specifico, sarebbe stato considerato reato qualsiasi “atto commesso dal cittadino abusando della sua qualità di appartenere alla razza italiana o venendo meno ai doveri che da tale appartenenza gli derivano di fronte ai nativi, così da sminuire nel loro concetto la figura morale dell’italiano” (L. 1004/1939, art. 1). Al di là della sfera dei rapporti sessuali, il regime fascista intendeva criminalizzare quei comportamenti legati alla “promiscuità” tra le due razze o alla “perdita del decoro” dei colonizzatori. Nel caso specifico dei reati qui presi in considerazione, gli italiani colpevoli di “manifesta ubriachezza” – ossia colti “in luogo aperto al pubblico riservato ai nativi, o in luogo pubblico” in stato di ubriachezza – sarebbero stati puniti con l’arresto da un mese a un anno e un’ammenda tra 200 e 5.000 lire (art. 14). Infine, gli articoli 17, 18 e 19 del decreto-legge stabilivano l’arresto fino a tre anni o l’ammenda fino a 10.999 lire per gli italiani responsabili di “atti lesivi del prestigio della razza che non siano previsti come reati” se commessi in accordo, a danno o di fronte a un “nativo”. Nel caso dell’offesa dell’autorità, le pene stabilite negli articoli n. 282, offesa dell’onore del Capo del Governo (reclusione da uno a cinque anni), e 341, oltraggio a pubblico ufficiale (reclusione da sei mesi a due anni), del Codice penale Rocco (19 ottobre 1930) sarebbero state aumentate in caso di circostanze “lesive al prestigio della razza”. In aggiunta, sarebbero state vietate una serie di condizioni di vita quali frequentare esercizi pubblici o spacci di proprietà di non-europei, risiedere nei quartieri indigeni o prestare qualunque prestazione lavorativa alle dipendenze di africani (Meregazzi 1939, 70; Businco 1939, 554).

3. La “manifesta ubriachezza”: recessione economica,
promiscuità razziale e malessere

Un confronto tra propaganda fascista ed effettive condizioni di vita in Africa permette di far emergere quella “differenza tra teoria e prassi” evidenziata dalla storiografia in relazione alle colonie italiane (Labanca 2002, 410; Locatelli 2005, 20; Ertola 2017, 172). Nello specifico, Giorgio Rochat (1973, 219) ha sottolineato come “la politica coloniale presenta una divergenza massima tra propaganda e realtà. La classe dirigente liberale prima, quella fascista poi, allettarono l’opinione pubblica con la promessa degli eccezionali vantaggi delle conquiste africane per l’economia nazionale e l’emigrazione”. Nel caso specifico dell’AOI, il regime fascista costruì una campagna propagandistica incentrata sul miraggio del territorio etiopico quale sbocco economico e occupazionale (un “impero del lavoro”) per migliaia di non-occupati, riuscendo così a spostare una larga parte del proletariato italiano verso l’appoggio alla guerra e la colonizzazione (Sbacchi 1980, 246-247; Pes 2010, 105; Ertola 2022, 126). La martellante propaganda del regime avrebbe agevolato tanto l’entità della migrazione verso l’AOI – nel 1939 Eritrea, Somalia ed Etiopia contavano 181.000 italiani, comprendenti soprattutto lavoratori manuali, soldati e coloni agricoli (Briani 1980; Fusari e Buccianti 2013) – quanto le aspettative degli emigrati. Molti italiani arrivarono in colonia con l’obbiettivo di sfruttare le possibilità di avanzamento sociale date da un territorio che veniva dipinto quale “produttore di infinite ricchezze”. Citando le parole di un testimone della colonizzazione, questa vera e propria “febbre dell’oro” veniva motivata dalla volontà di molti emigrati di “essere «qualcuno» più facilmente che non nella affollatissima Europa” (Masotti 1981, 25-26), nel tentativo di condurre uno stile di vita lussuoso e spesso al di là delle proprie possibilità economiche (Locatelli 2008, 381-382). Per molti altri italiani, soprattutto quelli provenienti da contesti individuali e collettivi di sottosviluppo economico e occupazionale, si poneva invece la necessità di trovare un impiego nel breve periodo e ottenere così fonti di sostentamento personali e familiari (Gallo 2010).

La discrepanza tra propaganda e quotidianità coloniale, con il conseguente diffondersi di disillusione e malessere tra i lavoratori italiani, sarebbe derivata innanzitutto dal contesto economico della colonia. Il grande fiume di finanziamenti per la guerra contro l’Etiopia e i lavori pubblici in colonia avrebbero creato un contesto economico altamente instabile, aggravato dalla confusione monetaria e dalle controversie istituzionali-legislative tra le autorità fasciste a Roma e quelle ad Addis Abeba (Briani 1980, 146-147; Gagliardi 2016, 24-28). Al di là dell’opera propagandistica rivolta all’esaltazione di una struttura sociale in grado di “ridurre le differenze di classe e beneficiare tutti i gruppi economici” (De Marsanich 1938, 850), il contesto economico recessivo a seguito del 1937-1938 e la riduzione dei fondi statali per l’AOI avrebbero poi determinato una chiusura delle opportunità di avanzamento sociale in colonia, specialmente per i lavoratori non-qualificati (Tuccimei 1998, 167). La recessione avrebbe coinvolto quel microcosmo di piccole attività economiche e professioni subordinate all’interno delle quali avevano trovato impiego gli strati inferiori della società coloniale italiana [2]. Nelle parole di Nicola Labanca (1997, 213-214; 2001, 175-176), una “congerie di mestieri e lavori, anche improvvisati, per i quali la duttilità e l’arte di arrangiarsi diventarono risorse indispensabili”, collocati agli antipodi rispetto all’immagine della “vita comoda” propria del riservato “club coloniale” (elites e lavoratori qualificati). Nello specifico, le attività economiche – soprattutto di tipo commerciale, ma anche ristoranti, spacci e alberghi – che si erano sviluppate per rispondere ai bisogni di centinaia di migliaia di soldati e operai italiani avrebbero subito, a causa del rimpatrio coatto delle due categorie, un drastico calo nelle entrate economiche (Taddia 1991, 143). In questo senso, il console inglese ad Addis Abeba (Frank S. Gibbs) aveva scritto come questa politica di taglio della spesa pubblica fosse stata portata avanti “with little regard for the present welfare of the individual. […] Small independent firms that frequently go unpaid, and many have, in fact, lost their capital in this way and are now unemployed” [3].

Le stesse condizioni dell’impiego rappresentavano una fonte di malumori per i lavoratori italiani. Nei riguardi dei circa 200.000 operai stradali emigrati nell’AOI tra il 1935 e il 1941 (Fusari e Buccianti 2013, 125-132), questi ultimi sarebbero stati attratti dalla prospettiva di un impiego di durata temporanea e con paghe superiori a quelle italiane (30-40 lire al giorno) (A. 1939; Podestà 2004, 339). Tuttavia, le condizioni di lavoro furono influenzate in negativo dagli abusi perpetrati dalle ditte stradali, dalla tardiva promulgazione dei primi regolamenti sull’impiego e dalla preclusione della possibilità di avanzare rivendicazioni sindacali a organi di rappresentanza [4]. La tutela della manodopera sarebbe spettata, a differenza della madrepatria, non alle organizzazioni sindacali (sindacati fascisti), bensì unicamente alle autorità del PNF, privando gli operai di un qualsiasi mezzo legale di difesa (Podestà 2004, 395). Le ditte e imprese di costruzione sarebbero state colpevoli di una serie di abusi, tra cui ritardi nel pagamento dei salari, mancata corrispondenza delle indennità disagiate o del cosiddetto “fondo di risparmio”, applicazione di turni di lavoro straordinari senza il dovuto compenso o imposizione arbitraria di multe e sanzioni [5]. Completano il quadro fattori quali la mancanza di adeguati alloggiamenti forniti dalle ditte, la somministrazione del vitto in quantità spesso ridotte e di pessima qualità e la necessità di far fronte all’alto costo della vita in colonia per mandare i risparmi alla famiglia in Italia (Taddia 1991; Serio 2002; Ertola 2020).

Gli appartenenti alle categorie citate in precedenza avrebbero formato quelle che Angelo Del Boca (1986, 238) ha definito “frange di sottoproletari, di disoccupati, di scontenti, di dissidenti, segno che la fortuna non è propizia a tutti in Africa Orientale”. In aggiunta, il fenomeno avrebbe evidenziato come le spazio coloniale non fu, in molti casi, terra di promozione sociale per gli emigrati italiani, almeno per quelli sprovvisti di capitali economici o educativi di partenza (Labanca 1997, 215; Ertola 2014, 109). L’analisi delle testimonianze autobiografiche conferma quanto già sottolineato dalla storiografia. Stando alle parole di un operaio italiano, “conosco italiani che hanno fatto fortuna, ma non molti. Ho visto più italiani ritornare senza niente, neanche un soldo” (Taddia 1991, 104). In questo senso, per molti italiani il confine tra occupazione saltuaria e non-occupazione avrebbe rappresentato una costante. Si trattava di lavoratori manuali impegnati in mansioni giornaliere, che aspettavano tempi migliori in colonia pur nell’incertezza di non ritrovare una fonte di guadagno il giorno successivo. La giornalista tedesca Luis Diel (1939, 219) annotava la presenza di 15.000 di questi coloni nella sola Addis Abeba (1939), i quali “prendono quel che si offre loro e attendono con fiducia il domani”. Non sarebbero mancati poi i coloni ridotti in stato di disoccupazione: stando alle cifre riportate dal console inglese MacKarenth, 5.000 italiani nella sola Addis Abeba (marzo 1940) [6].

Queste condizioni economico-occupazioni sarebbero state all’origine, in molti casi, di contesti di vita sospesi tra marginalità, promiscuità razziale e “atti lesivi al prestigio della razza” (Locatelli 2008, 384; Ertola 2014, 82-83). Innanzitutto, il già citato contesto occupazionale avrebbe portato molti italiani a competere con africani per posizioni lavorative subordinate e non-qualificate (Pierotti 1959, 20). Fattori quali l’alto costo dei materiali di costruzione, l’inadeguatezza delle azioni governative in merito e la recessione economica avrebbero poi costretto numerosi coloni a risiedere in contesti abitativi “promiscui”, occupando tukul di proprietà etiope, condividendo l’abitazione con africani o risiedendo in baraccopoli fuori dai centri abitati (Sbacchi 1980, 219) [7]. Ancora, alcuni tra questi italiani sarebbero stati coinvolti in situazioni di indigenza [8], relazioni sessuali con donne africane (Sorgoni 1998; Stefani 2007) e furti in collaborazione o a danno di colonizzati [9].

Proprio all’interno di questo contesto possono essere collocati i processi relativi al reato della “manifesta ubriachezza”. La storiografia sul colonialismo europeo ha evidenziato come il fenomeno risulta collegato alla presenza di europei ridotti in stato di povertà o indigenza, i quali erano soliti “vagabondare e chiedere l’elemosina per le strade cittadine” oppure risiedere nei quartieri africani assieme ad altre categorie marginalizzate quali prostitute europee o asiatici (Arnold 1979, 115; Constantine 1990, 181; Bickers 2010, 135). Considerazioni confermate, oltre che da alcuni storici del colonialismo italiano (Labanca 2001; Barrera 2003; Ertola 2014), dalla stampa coloniale fascista (Taramelli 1942, 890-891). In linea con quanto visto in precedenza, la diffusione del fenomeno veniva collegata dalla propaganda fascista al “decadimento della razza” (Livi 1937, 934; Manfredini 1939a, 250), e in contraddizione rispetto alla “funzione civilizzatrice” dell’italiano (Manfredini 1939b, 928-929). Questa associazione tra marginalità e incidenza del reato viene confermata dal profilo degli imputati coinvolti dai processi penali dell’IES. Il reato avrebbe coinvolto principalmente lavoratori manuali e operai stradali italiani, soprattutto quelli impiegati nelle Legioni Lavoratori della MVSN (Dominioni 2006, 184). Volendo citare un esempio di sentenza, nell’ottobre 1937 erano stati condannati dal Tribunale Penale di Addis Abeba i muratori Elio e Alberto Molin. Stando al verbale del processo, intorno alla mezzanotte del 27 settembre i due italiani erano stati sorpresi da un carabiniere in “istato di avanzata ubriachezza, emettendo grida ad alta voce, disturbando così le occupazioni e il riposo delle persone che erano a casa o che transitavano tranquillamente” lungo viale Mussolini. Dopo averli portati in caserma, un maresciallo avrebbe dovuto “richiamarli severamente” all’ordine in quanto “cantavano, disturbando il riposo dei militari in caserma”, accertando in seguito che i due imputati “avevano cantato sotto l’effetto del molto bevuto in vari esercizi della città”. Dichiarati colpevoli, i due imputati furono condannati a un’ammenda di 200 lire ciascuno e a sostenere le spese di procedimento giudiziario [10]. Riprendendo quanto sottolineato in relazione agli scarsi capitali educativi di partenza di molti dei coloni ridotti in stato di marginalità, quasi la metà delle condanne per accattonaggio, diserzione o ubriachezza degli operai stradali della MVSN avrebbe coinvolto imputati analfabeti (Dominioni 2009, 31). La maggior parte degli episodi giudiziari risulta essere connesso a una serie di aggravanti quali minacce o “atti osceni in luogo pubblico”. Citando brevemente due processi esemplificativi, nel luglio 1937 un italiano in stato di ubriachezza era stato condannato a tre mesi di reclusione per essersi “congiunto carnalmente” con un’etiope in un luogo pubblico [11] e nello stesso anno un altro colono, nelle medesime condizioni, sarebbe stato arrestato per aver minacciato pubblicamente un connazionale, con l’aggravante di “possesso non autorizzato di coltello” [12]. Ancora, è frequente l’associazione tra il reato e aggravanti quali la “perdita del decoro” di fronte a un indigeno, violenza fisica ingiustificata o ingiurie verso autorità fasciste [13]. Nel settembre 1940, un italiano, proprietario di un esercizio pubblico ad Addis Abeba e in “istato di manifesta ubriachezza”, aveva “usato minacce e violenza fisica” contro militare etiope (zaptiè), “dandogli uno spintone e successivamente colpendolo, con un sasso alla fronte, producendogli una fuoriuscita di sangue”. Nonostante l’etiope avesse cercato di cessare la lite, il primo aveva risposto con “sgarbatezze ricorrendo a mezzi coercitivi” e dimostrando nel successivo interrogatorio presso la stazione di polizia “modi poco dignitosi nei confronti dello scrivente, bestemmiando per ben tre volte in quest’ufficio”, “tentando di giustificare il suo fallo con dire che lo zaptiè ha usato della prepotenza e che voleva bere dell’anice senza pagare”. Dal verbale della sentenza pronunciata nel gennaio 1941 si apprende che l’italiano venne condannato a una pena pecuniaria di 400 lire [14]. In ultimo, sentenze penali di questo genere avrebbero punito anche esercizi commerciali colpevoli di “agevolare il reato”, per esempio prolungando l’orario di apertura o vendendo alcolici a individui in stato di ubriachezza [15].

4. Offesa dell’autorità: autoritarismo e ricerca di libertà

L’intrusione autoritaria del regime nella vita coloniale sarebbe stata un’altra causa del malumore interno della comunità italiana nell’AOI. A differenza della disillusione legata alle condizioni di impiego, propria soprattutto di lavoratori manuali o proprietari di piccole attività economiche, questa delusione, data nuovamente dalla differenza tra quanto auspicato alla partenza e quanto ritrovato in colonia, “sembra essere stata, fin dall’inizio, un sentimento universalmente diffuso”, presente “trasversalmente alle categorie sociali, dall’alto in basso” (Ertola 2014, 209). Confermando un concetto universalmente diffuso nel colonialismo di insediamento, ossia l’idea della colonia quale spazio sociale “vergine” (Bateman e Pilkington 2011, 1-2), i coloni italiani avrebbero assegnato un alto senso di libertà alla loro esperienza in Africa. Luogo, quest’ultimo, visto come “selvaggio”, privo delle convenzioni sociali e dell’autoritarismo lasciato in patria, un territorio da conquistare e da cui cercare di trarre il massimo vantaggio possibile, un “anelito verso un cambiamento di vita, da reinventare in un luogo che offriva opportunità di miglioramento sociale ed arricchimento senza vincoli né freni” (Ertola 2017, 208). La stessa propaganda fascista avrebbe contribuito alla costruzione di questo immaginario, presentando l’Etiopia quale “spazio sociale vuoto” capace di dare alla “razza italiana” nuova terra “per vivere e per svilupparsi” (Pannunzio 1938, 554; De Marsanich 1938, 850). Tuttavia, il regime cercò di normare il comportamento dei cittadini italiani in ogni suo aspetto e in misura maggiore rispetto alla madrepatria. In questo senso, il PNF avrebbe svolto un ruolo di primo piano nell’organizzazione delle masse italiane in colonia, divenendo in molti casi, soprattutto nelle realtà periferiche, il “centro delle attività di socializzazione degli italiani e l’organizzatore delle iniziative propagandistiche del regime”, oltre alla gestione dell’inquadramento militare delle masse operaie (Barrera 2003, 428-429; Dominioni 2008, 114-115). Aspetti quali l’arrivo in colonia, la possibilità di stabilizzarsi e gli stessi rimpatri sarebbero stati rigidamente subordinati all’autorità fascista. I lavoratori italiani avrebbero dovuto superare un cavilloso processo di selezione migratoria, basato su idoneità fisiche, politiche ed economiche (Gallo 2010). Ad alcune categorie occupazionali, soprattutto gli operai stradali o ex soldati che ambivano alla smobilitazione e a una professione “civile”, sarebbe poi stata preclusa la possibilità di stabilirsi a livello permanente in colonia, soprattutto a seguito dell’opera di rimpatrio – e sostituzione con manodopera locale, avviata dal 1937 (Le Cronache dell’Africa italiana 1938, 402; Podestà 2004, 388). In aggiunta, i coloni responsabili di “condotta indecorosa” – tra cui vagabondaggio, gioco d’azzardo e scarso rendimento lavorativo – sarebbero stati confinati in appositi Campi Alloggio Operai, strutture a carattere concentrazionario atte a funzioni di controllo sociale in attesa del rimpatrio coatto (Ertola 2020, 560). Qualora il colono fosse riuscito a superare la selezione migratoria – ritagliandosi un posto all’interno delle 10.000 medio-piccole imprese dell’AOI – avrebbe dovuto districarsi nell’intrico di sussidi statali e nella complessa trafila burocratica “che lo tormenta e lo mette nell’impossibilità di lavorare” (Martelli, Procino 2007, 7; Ertola 2014, 58-59). Riprendendo quanto scritto da un colono di Harar in una lettera censurata, “qui le cose non procedono troppo bene perché si va avanti con la solita burocrazia statale che prolunga in eterno ogni soluzione e crea difficoltà anche nei problemi più semplici” [16]. Quello del governo italiano veniva definito dai coloni come “un amore che soffoca”, “con la sua iperregolamentazione e una macchina burocratica che funzionava con un tale «stridore di ingranaggi» da provocare talvolta qualche isolata ribellione di funzionari” (Ertola 2014, 59).

L’analisi delle sentenze penali per “offese o ingiurie contro l’autorità” testimonia come questi episodi rappresentino un importante indicatore dell’insofferenza nei confronti della presenza autoritaria dello stato. Innanzitutto, nella terminologia utilizzata dagli imputati. Due episodi specifici riassumono alcune tra le espressioni verbali più comuni. Nel marzo 1939, un colono aveva apertamente offeso un agente della Polizia dell’Africa Italiana (PAI, istituita a seguito della conquista dell’Etiopia) usando violenza e minacce quali “pezzo di fesso” e “pezzo di merda”, venendo condannato a otto mesi di reclusione [17]. Nel luglio 1937 un italiano era stato condannato a sei mesi di reclusione per aver “offeso l’onore e il prestigio” di un sergente dell’aeronautica, rivolgendosi a quest’ultimo con le parole “non mi rompere il cazzo” [18]. Le due principali categorie di imputati, operai stradali e “padroncini”, portano a indagare ulteriori aspetti sociali ed economici del contesto coloniale. Nel caso dei lavoratori manuali impiegati nella costruzione della rete stradale, le condizioni di malessere della categoria – dovute alle condizioni di impiego, retribuzione e rimpatrio coatto – sarebbero state amplificate dagli abusi perpetrati dai controllori di reparto e sottoufficiali dei cantieri. Le testimonianze autobiografiche insistono soprattutto sull’applicazione arbitraria di multe inflitte dai superiori di reparto [19]. Oltre alle sanzioni per presunto “scarso rendimento lavorativo”, vi erano quelle legate all’assenza temporanea dal lavoro (recarsi al “gabinetto”, riempire la borraccia o raccogliere la biancheria senza autorizzazione) o ad atteggiamenti indecorosi verso i controllori (aver dato inavvertitamente del “tu” al marcatempo). Una descrizione dettagliata del malumore dei lavoratori verso queste autorità si ritrova nel diario di Antonino Barbata, operaio siciliano impiegato intorno a Decameré (novembre 1936-giugno 1937) e Gondar (dal giugno 1937). A seguito dell’ennesima sanzione “futile”, Barbata descrisse i capi squadra del cantiere nei seguenti termini: “sono DISUMANI, fanno male al suo prossimo stesso. […] Loro sono buoni per cercare il pelo nell’uovo per dare la multa all’operaio che fa il suo dovere. I superiori dovrebbero eliminare codesta gente vile” [20]. In assenza di strutture di rivendicazione e rappresentanza collettive, gli operai avrebbero messo in atto una serie di iniziative di protesta di tipo individuale, sanzionate dal regime con il rimpatrio coatto o condanne penali, collegate nella maggior parte dei casi alla manifestazione di sentimenti di disprezzo nei confronti delle autorità di cantiere [21]. Volendo citare un esempio di sentenza, nell’aprile 1938 era stato condannato l’operaio Giovanni Sano, impiegato sotto la ditta Sales, per aver usato “violenza e minaccia” verso il comandante della sua centuria a seguito di un ordine impartitogli (fare ritorno “al suo posto”) e della risposta rivolta a un suo superiore, al quale aveva detto che “lui la guerra l’aveva fatta, che si vergognasse, che non aveva paura di tenenti e simili” [22]. La pericolosità di questi episodi risiedeva, a detta delle autorità fasciste, tanto nella messa in discussione dell’apparato di regime – associata di frequente ad accuse di “disfattismo” e antifascismo – quanto nel carattere “manifesto” di questi reati, a maggior ragione se compiuti in presenza di operai africani, con il rischio di “danneggiare il prestigio della razza italiana” (Del Boca 1986, 229; Dominioni 2006, 220). Gli atteggiamenti di scarsa disciplina e offesa dell’autorità sarebbero stati comuni anche tra i proprietari di automezzi (padroncini), soprattutto nella “resistenza a pubblico ufficiale”. Anche in questo caso, diviene necessario analizzare le condizioni economiche della categoria e le aspettative di partenza dei coloni. Nella prima fase economica dell’impero (1936-1937), le elevate tariffe dei trasporti e l’inadeguatezza delle condizioni stradali avevano consentito profitti ragguardevoli alla categoria, permettendo a molti padroncini di accumulare rapidamente notevoli capitali (Del Boca 1986, 184-185; Martelli e Procino 2007, 62-63). Questa assenza iniziale di regolamentazione avrebbe alimentato il mito in patria di un impiego remunerativo e di relativamente breve durata. Tuttavia, il settore degli autotrasporti sarebbe stato anch’esso coinvolto da un ciclo economico recessivo, nello specifico fattori quali la concorrenza interna, i licenziamenti di numerosi camionisti e dalle riduzioni di guadagno stabilite da una serie di regolamenti statali (aprile 1937, agosto 1938 e 1939) [23]. La stessa creazione della Compagnia Italiana Trasporti Africa Orientale (CITAO) nell’agosto 1937 avrebbe aggravato l’impatto di quest’opera di riduzione della spesa pubblica e licenziamenti [24], con l’emergere di un certo dissenso (da parte di molti padroncini disoccupati) nei confronti del ministro dell’Africa Italiana Attilio Teruzzi (direttore della CITAO) in occasione della sua visita nell’AOI nel febbraio-marzo 1940 [25]. A influire sarebbe stata anche la già citata mentalità coloniale degli italiani. Come ha sottolineato Emanuele Ertola (2014, 207-208), tra le accezioni del “senso di libertà” coloniale vi sarebbe stato l’utilizzo dell’automobile come simbolo del progresso sociale e della superiorità tecnologica nei confronti dei colonizzati, una “marcata tendenza all’alta velocità, anche in città, senza alcun interesse nei riguardi dell’incolumità dei pedoni”. In questo senso, numerosi episodi di “offesa contro l’autorità” sarebbero sorti da liti stradali [26]. Due sentenze permettono di evidenziare dinamiche comuni a molti casi giudiziari. Nel novembre 1939 l’autista Evaristo Tinarelli era stato condannato per aver tirato un calcio, esclamando “sono in casa mia e non vengo”, a un agente della polizia stradale di Addis Abeba, a seguito della richiesta di esibire l’autorizzazione per il trasporto di “indigeni” sul suo automezzo [27]. Nel marzo 1937, un autista aveva sequestrato due vigili a seguito del fermo del suo automezzo per alcune presunte irregolarità, inveendo minacce quali “lei è un delinquente” e “adesso lo porto ad ammazzare”. Nel verbale di condanna, il respingimento di tutte le richieste avanzate dalla difesa riflette la gravità dell’episodio agli occhi delle autorità giudiziarie. L’atto della sentenza motiva la massima pena inflitta con la “necessità di mantenere l’onore e il rispetto dei colonizzati”, ribadendo come “il rispetto dell’autorità legittima”, “cardine inderogabile”, “rientrasse tra i doveri e le responsabilità degli italiani in colonia [28].

5. Violenza interraziale, tra propaganda coloniale e tensione psicologica

Al pari di altre potenze coloniali, il regime fascista avrebbe fatto ampio utilizzo dell’antropologia fisica e dell’eugenetica per dimostrare la presunta inferiorità – fisica, intellettuale e morale – e “bestialità” delle “razze africane”, con conseguente necessità di una separazione tra europei e africani in colonia (Sorgoni 1998, 157-163). In particolare la rappresentazione negativa dell’“Abissino”, privo delle possibilità di riscatto di popolazioni quali quelle dei libici o somali, necessariamente da conquistare e sottomettere anche perché agli antipodi rispetto alla “cultura tecnologica” degli europei (Dore 1983, 483-484). Questa impalcatura propagandistica avrebbe ampiamente influenzato tanto la mentalità dei coloni italiani quanto i comportamenti quotidiani di questi ultimi nei confronti delle popolazioni locali. A tal proposito, è ricorrente nelle memorie autobiografiche l’idea dell’indigeno come “selvaggio” o “fanciullo”, da compatire per la sua inferiorità genetica ma al tempo stesso da sfruttare nella sua “deficienza” (Cortese 1938; Bertoja 1946; Dore 2004). All’interno di questo quadro, i casi di violenza e abusi perpetrati da coloni italiani a danno di africani evidenziano l’interiorizzazione della cultura della superiorità della “razza italiana” veicolata soprattutto da autorità fasciste e PNF (Locatelli 2008, 383; Dominioni 2008, 115). Ritorna poi l’idea dell’Africa quale “terra di frontiera”, libera dagli impedimenti e norme della madrepatria, in cui dispiegare scelte individuali e collettive per ottenere vantaggi economici e sociali, in questo caso sfruttando la posizione di inferiorità dei colonizzati (Barrera 2003, 432). Questi aspetti rimandano alla sensazione di insicurezza dei “bianchi” nelle colonie. A differenza delle settler colonies in Nord America e Oceania (Canada, Australia, Nuova Zelanda), le colonie di insediamento europee in Africa sarebbero state caratterizzate da un forte squilibrio numerico tra coloni e popolazione locale, determinando un senso di vulnerabilità numerica degli europei nei confronti degli africani (Anderson 2010). Nello specifico, quello che Martin Wiener (2009, 132) ha definito un “carico emotivo” dei colonizzatori, declinato nel “timore patologico” del non-rispetto dei nativi e di ribellioni da parte di questi ultimi. A questa condizione di timore, interna alla società coloniale europea, i coloni reagirono in vario modo, ma soprattutto con la violenza [29]. Nel contesto dell’AOI, il senso di insicurezza degli italiani sarebbe stato particolarmente marcato. Innanzitutto, per il perenne stato di guerriglia in alcune regioni dell’Etiopia, con la conseguente pericolosità degli spostamenti al di fuori dei centri urbani (Rochat 1975). Per gli operai stradali impiegati in cantieri isolati e lungo le vie di comunicazione sarebbe stato costante, nonostante la militarizzazione della forza lavoro, il pericolo degli attacchi di partigiani etiopi (shiftà) (Taddia 1991). La sensazione di insicurezza sarebbe stata propria anche degli italiani asserragliati nei centri urbani, ai quali giungevano quotidianamente voci di operai massacrati ed eserciti di “ribelli” alle porte della città, pronti alla riconquista e alla vendetta (Ertola 2014, 141). Al pari delle altre nazioni colonizzatrici (Evans 2009), le autorità fasciste cercarono di imporre una sorta di “monopolio sulla violenza”, frenando i coloni nelle violenze individuali o utilizzandole in momenti precisi per imporre rappresaglie nei confronti dei colonizzati e rinforzare il potere coloniale in occasione di momenti di crisi dell’autorità europea. L’esempio più noto è quello della rappresaglia scatenata dalle autorità fasciste nei giorni successivi al fallito attentato a Rodolfo Graziani (febbraio 1937), in occasione del quale la violenza indiscriminata perpetrata da civili e militari italiani contro la popolazione etiope avrebbe contributo a ristabilire l’ordine ad Addis Abeba (Rochat 1975; Campbell 2018) [30]. Al di là di questi singoli episodi, controllare le tendenze violente dei colonizzatori serviva tanto a imporre regole di comportamento comuni – ossia una “colonists’ ethos”, un’etica condivisa tra i bianchi resa possibile dalla trasmissione di codici di comportamento, verso i colonizzati o gli altri coloni, essenziali per la crescita e stabilizzazione della comunità europea (Kennedy 1987; Barrera 2003) – quanto a evitare eventuali ritorsioni da parte degli indigeni (Jackson 2013, 49). La stessa terminologia giudiziaria insiste sul danno al “prestigio della razza” che questi episodi avrebbero arrecato, soprattutto in relazione all’omicidio, il più temuto tra i crimini proprio perché “potentially inflammatory” (Wiener 2009, 7): “questi delitti macchino il nostro buon nome di soldati e di italiani, seminano l’odio contro di noi e ostacolano il complesso e delicato lavoro di propaganda ai nostri fini presenti e futuri” [31].

Nuovamente, i coloni avrebbero manifestato una certa insofferenza verso le costrizioni imposte dalle autorità coloniali, lamentandosi della mancata possibilità di sostituirsi allo stato ed esercitare liberamente e impunemente atti di violenza nei confronti dei colonizzati. In particolar modo gli italiani rivendicavano di esercitare liberamente il “diritto alla violenza derivatogli dallo status di dominatori”, accusando il regime di tutelare eccessivamente la popolazione indigena (Barrera 2003, 425-426; Ertola 2014, 147-158). Le testimonianze autobiografiche insistono tanto sulla necessità avvertita dagli italiani di imporre un maggiore senso del rispetto tra i colonizzati, quanto sull’influenza della propaganda coloniale sugli episodi di violenza. Tra i diari dell’Archivio Diaristico Nazionale, quello di Epifanio Sorrenti riporta alcune indicazioni sul fenomeno. A detta di Sorrenti, autista di Messina emigrato in colonia tra il 1935 e il 1937, vi era la necessità di “inculcare nel cervello di questa sottorazza il senso della sua inferiorità al cospetto del bianco, non visto sotto la veste di autorità, ma come semplice uomo”; ancora, Sorrenti sosteneva che “troppa larga mano hanno avuto i nostri governanti e per reprimerli ora bisognerà sudare […] Ogni bianco ne ha già le tasche piene e non si sente più di cedere come si è fatto per il passato. L’esperienza fa l’uomo” [32]. La necessità di mantenere il prestigio dei colonizzatori viene esemplificata particolarmente dagli episodi connessi a categorie considerate particolarmente vulnerabili, per esempio bambini, donne e anziani. Riprendendo, in questo senso, le paure legate al cosiddetto “black peril”, ossia gli episodi di isteria collettiva verificatisi nelle colonie a seguito di violenze inflitte da africani contro donne europee (Etherington 1998). Volendo citare un esempio, nell’agosto 1940 tre italiani erano stati arrestati ad Addis Abeba per aver “menato a sangue” un etiope, colpevole a sua volta di aver inflitto uno schiaffo a una bambina italiana, con quest’ultimo che avrebbe riportato in seguito “numerose e gravi lesioni e perdita di un dente” [33]. A influire sarebbe stato anche il già menzionato contesto socioeconomico. Il profilo degli imputati coinvolti nelle sentenze penali restituisce come molti di questi ultimi erano emigrati di nuova generazione, accumunati da una maggiore promiscuità interraziale con i colonizzati e frequenti contesti di marginalità (Taddia 1991). Nello specifico, il contesto caotico degli ultimi anni dell’impero (1939-1941) avrebbe innanzitutto favorito l’emergere di nuove tensioni, opportunismi e violenze arbitrarie (Locatelli 2008). Numerose sentenze evidenziano un microcosmo di abusi perpetrati da coloni italiani, finalizzati all’ottenimento di vantaggi economici personali e additati con termini quali “violento”, “aggressivo” e “responsabile di maltrattamenti in pregiudizi di elementi indigeni con grave discapito per il nostro prestigio di razza” [34]. Una controversia del maggio 1940 tra un italiano, proprietario del ristorante Dodecaneso di Addis Abeba, e un suo dipendente di origini slave chiarisce dinamiche ampiamente diffuse. Il primo aveva approfittato dello status di non-italianità del secondo per non corrispondergli il compenso pattuito (mille lire). Nelle parole del dipendente, “mi voleva saldare con minacce asserendo che essendo io Slavo dovevo essere pagato con i pugni, e tanto va aggiunto il lancio di scarpe e minacce” [35]. Non mancano episodi legati alla rivendicazione della posizione di presunta “superiorità razziale” degli italiani, comprendendo anche reati quali sequestro di persona, irruzione in abitazioni di indigeni e “procurate lesioni” [36]. Un esempio significativo sarebbe avvenuto nel giugno 1940. Ulderico Nucci, ex autista disoccupato e residente nel Campo Alloggio Operai di Addis Abeba in attesa del rimpatrio, era stato condannato per aver “usato violenza” contro due ascari della polizia dell’aeronautica italiana. Nello specifico, Nucci aveva tentato di impedire ai due etiopi di ordinare dell’acqua da un esercizio pubblico, per poi dare “uno schiaffo” a uno dei due causandogli una ferita di lieve entità [37]. In ultimo, alcuni episodi evidenziano la ricerca di favori sessuali da parte di donne africane, collegati di frequente a situazioni di promiscuità interraziale, per esempio violenze perpetrate da italiani nei confronti delle proprie domestiche o concubine (Locatelli 2008, 386; Ertola 2014, 164-165). Anche in questo caso è evidente l’influenza della propaganda coloniale, con la visione sessualizzata della donna indigena, vista quale “essere libidinoso” e all’opposto della donna europea in grado di conservare la sua moralità. Agevolando, dunque, il diritto dell’uomo “bianco” a imporre la sua posizione di dominanza (O’Donnell 1999, 42; Ballantyne e Burton 2005, 57). Si vogliono citare due sentenze particolarmente significative. Nel luglio 1939 vennero arrestati due italiani con l’accusa di aver sedotto e “deflorato” una bambina etiope di 11 anni, con l’aggravante di aver procurato a quest’ultima “fortissimi dolori”, sanguinamento e molteplici svenimenti. Per evitare la condanna, i due imputati si difesero dichiarando che la minore fosse una prostituta e avesse chiesto loro di “deflorarla” in cambio di venti lire [38]. Ancora, nell’ottobre 1938 un colono era stato rimpatriato a seguito di una condanna penale subita per aver “sfogato la sua libidine su una bambina indigena di tre anni”, nonostante la sua dichiarazione di difesa relativa alla presunta “esperienza in questioni sessuali” della vittima [39].

6. Conclusioni

Al pari di altre analisi riguardanti la presunta “impreparazione razziale” degli italiani in colonia (Barrera 2003; Locatelli 2008; Pesarini 2020), si è voluto concentrare l’attenzione sui contesti di vita individuali e collettivi alla base degli episodi giudiziari esaminati, oltre all’agency espressa da questi soggetti [40]. Principalmente si è inteso analizzare quanto hanno influito quelli che Gianni Dore (1983) definisce i due differenti livelli di comunicazione – uno “verticale” e controllato dall’alto, per esempio l’influenza della propaganda coloniale o le normative del regime, uno “orizzontale” e spontaneo, ossia il peso delle relazioni tra i coloni e, in questo caso, dei singoli progetti di insediamento – sulle scelte e comportamenti individuali. L’analisi e comparazione delle fonti autobiografiche e giudiziarie permette di formulare alcune conclusioni in merito. Innanzitutto, è possibile evidenziare come gli italiani d’oltremare abbiano rimodulato a loro vantaggio le normative della colonia, selezionando e adottando gli elementi consoni al loro interesse e rifiutando quelli in discordanza [41]. In relazione agli italiani coinvolti in violenze interraziali, questi ultimi sarebbero stati ampiamente influenzati dall’ideologia della superiorità della “razza italiana” e dell’inferiorità degli indigeni. Idee certamente non nuove nella storia coloniale d’Italia e più in generale del razzismo europeo (Said 1978, 1993), ma che assunsero connotati più forti nelle elaborazioni teoriche del fascismo e che ebbero una maggiore centralità nella propaganda del regime (Sorgoni 1998; Locatelli 2008; De Napoli 2009). Nello specifico, l’utilizzo di questa impalcatura ideologica avrebbe agevolato gli italiani tanto a sfruttare gli indigeni per ottenere vantaggi economici o sessuali, quanto semplicemente per rinforzare una gerarchia razziale che percepivano in pericolo. In parallelo, questi ultimi avrebbero rifiutato il monopolio statale della violenza, rivelando tanto una tendenza all’autonomia rispetto all’interferenza della madrepatria [42] quanto un conflitto tra progetto di breve periodo dei coloni e quello di lungo periodo del governo coloniale per il mantenimento del potere (Barrera 2003). Ancor più delle stragi compiute dal colonialismo italiano in Africa (Yekatit 12, Debre Libanos), nelle quali civili e militari sarebbero stati agevolati dallo stato nell’utilizzo della violenza, questi episodi contribuiscono a decostruire l’ancora popolare mito degli “italiani brava gente” (Del Boca 2005), evidenziando come molti individui abbiano sfidato la condanna penale pur di approfittare della loro posizione di superiorità – nell’ambito privato (sessuale) come pubblico (violenze, irruzioni domestiche, ingiurie) – nei confronti dei colonizzati. Il coinvolgimento di categorie marginalizzate all’interno dei tre reati – operai stradali, padroncini a seguito della recessione economica, lavoratori saltuari – rivela infine l’influenza della già citata discrepanza tra teoria e prassi nel contesto coloniale. In primis, il peso assunto dal malessere popolare – derivato dalla realizzazione da parte di molti coloni dell’infondatezza della propaganda fascista riguardante il presunto “impero del lavoro” (Locatelli 2005) o della colonia quale luogo “selvaggio” e “spazio sociale vuoto” – sulla trasgressione delle normative fasciste. In questo senso, i reati per offesa dell’autorità e “manifesta ubriachezza” esemplificano quella che Nicola Labanca (2001) ha definito “l’ampia gamma di atteggiamenti ed espressioni della soggettività” dispiegata dagli italiani verso questa “disillusione coloniale”. Evidenziando, dunque, le reazioni dei coloni verso aspetti quali il controllo autoritario della vita coloniale, gli abusi perpetrati dalle autorità fasciste sulla forza lavoro italiana, il mancato rispetto delle condizioni di impiego stabilite dai regolamenti o la scelta del regime di scaricare i costi sociali della recessione economica dell’AOI sui coloni italiani.

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Note

1. Con AOI (RDL 1° giugno 1936) si fa riferimento all’unione delle colonie italiane nel Corno d’Africa (Eritrea, Etiopia, Somalia) stabilita a seguito della conquista italiana dell’Etiopia (5 maggio 1936).

2. Si veda IES, Enemy Property, fascicoli Capitolato ed elenco prezzi, 274.., 477...

3. Consult–General Gibbs to Viscount Halifax, Italian East Africa, Annual Report, Economic (B), for 1939, IES, MS, 2097, J 5/5/1, 1.

4. Nel caso dei lavoratori alle dipendenze delle Legioni Lavoratori sotto la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (MVSN), a causare malumori tra gli operai sarebbe stato anche l’inquadramento a carattere militare della forza lavoro. Fossa 1938, 278-279.

5. Lavoratori italiani in Egitto immigrati in Eritrea, ASDMAE, ASMAI, 181/48, 230, 9/5/1936 XIV.

6. Cifra non dissimile da quella riportata da Emanuele Ertola (2020, 560): 2-3,000 disoccupati ad Addis Abeba nel 1939. Consult-General MacKerenth, Visit of General Teruzzi to Eritrea and Ethiopia, IES, MS, 2097, 227/4/40, 21/3/1940, 1.

7. Notiziario n. 84, IES, Enemy Property, 270.., 20/270, 15/6/1937, 10.

8. Si veda IES, Enemy Property, fascicoli 285.., 260.., 294...

9. Si veda IES, Enemy Property, fascicoli 4/566, 285.., 409.., 240...

10. Processo penale contro Molin Alberto e Molin Elio, IES, Enemy Property, 285.., 1203/24, 19/10/1937 XV.

11. Processo penale contro Luisi Giovanni, IES, Enemy Property, 272.., 100/272, 16/7/1937 XV.

12. Processo penale contro Floriani Giovanni, IES, Enemy Property, 272.., 74/272, 28/6/1937 XV.

13. Su un esempio di sentenza si veda Processo penale contro Maneli Giuseppe e Uoldetclaimanot Scibesci, IES, Enemy Property, Fascicoli di esecuzione, 48/320, 3/4/1940 XVIII.

14. Processo penale contro Gualtieri Domenico, IES, Enemy Property, 276.., 17/276, 29/9/1940 XVIII.

15. Si veda Processo penale contro Nazzeri Pierino, IES, Enemy Property, 294.., 19/294, 10/11/1939 XVIII.

16. Lettera censurata di Piana Remo, Harar, al Dr. Enrico Loffredo, Roma, ASDMAE, ASMAI, 181/37, Campagna ufficio censura.

17. Processo penale contro Tronci Efisio, IES, Enemy Property, 502.., 3/502, 30/5/1939 XVII.

18. Processo penale contro Masia Gigi, IES, Enemy Property, 272.., 102/272, 16/7/1937 XV.

19. L. Pillosio, Diario o brevi note, ADN, DG/94, 1994, 39, 134, 151-152.

20. A. Barbata, Notes e diario dell’A.O.I., ADN, DG/Adn2, 2010, 36, 42, 52, 62, 68.

21. Per una panoramica si veda IES, Enemy Property, fascicoli 409.., 360...

22. Processo penale contro Sano Giovanni, IES, Enemy Property, 409.., sentenza n. 655/38, 13/10/1938 XVI.

23. Decreto tariffa n. 1007 con decorrenza 1° agosto 1938, IES, Enemy Property, 574.., 39/574, 29/8/1938 XVI.

24. A. Teruzzi, Esercizio delle attività economiche, ASDMAE, ASMAI, Gabinetto Archivio Segreto, 256, Appunti per la relazione al Duce, 4-5.

25. Consult-General MacKerenth, Visit of General Teruzzi to Eritrea and Ethiopia, IES, MS, 2097, 227/4/40, 21/3/1940, 1.

26. Per una panoramica si veda IES, Enemy Property, fascicoli 284.., Fascicoli di esecuzione.

27. Processo penale contro Tinarelli Evaristo, IES, Enemy Property, senza nome, 28/467, 9/11/1939 XVIII.

28. Processo penale contro De Monte Ivo, IES, Enemy Property, 294.., 9/294, 11/8/1937 XV.

29. Riprendendo le riflessioni dei settler colonial studies, tra i tratti peculiari del colonialismo di insediamento vi sarebbe stata la tendenza all’occupazione della terra di proprietà dei nativi, oltre che l’eliminazione – per forme genocidiche o meno – di questi ultimi. Wolfe 2006; Veracini 2010.

30. Un esempio della descrizione della strage si ritrova in O. Pasquinelli, Dalla caserma Nomentana, ADN, DG/11, 2011.

31. Atti criminosi compiuti da militari, ASDMAE, ASMAI, 35/16, Arresti-denunce-segnalazioni-rapporti CC.RR., 26/2/1936 XIV.

32. E. Sorrenti, Un autista nel fronte sud, ADN, DG/14, 2014, 127.

33. Procedimento penale contro Dalle Fusine Giuseppe, Paiola Ferruccio e Donzelle Alfredo, IES, Enemy Property, Fascicoli di esecuzione, 16/320, 11/3/1941 XIX.

34. Espulsione dall’A.O.I. di Fizialetti Aristide, ASDMAE, ASMAI, 181/55, Espulsioni dall’A.O.I., 11/10/1938 XVI.

35. Esposto presentato dal certo Simonic Francesco contro Baggi Luigi, IES, Enemy Property, 446.., protocollo numero 443, 9/3/1940 XVIII.

36. Processo penale contro Lagotti Benigno e Prosperi Filippo, IES, Enemy Property, 439.., 4/439, 14/4/1938 XVI.

37. Processo penale contro Nucci Ulderico, IES, Enemy Property, Fascicoli di esecuzione, 37/320, 11/6/1940.

38. Processo penale contro Spezia Carlo e Cascapera Enrico, IES, Enemy Property, 295.., 23/295, 7/8/1939 XVII.

39. Espulsione dall’A.O.I. di Tiziani Giovanni, ASDMAE, ASMAI, 181/55, Espulsioni dall’A.O.I., 7/10/1938 XVI.

40. Dai verbali dei processi emerge anche l’agency della popolazione africana, nello specifico la manipolazione delle leggi italiane a loro vantaggio, per esempio come strumento di autodifesa dagli attacchi dei coloni italiani. Si veda Taddia 1996; Barrera 2002; Locatelli 2007.

41. Aspetto già sottolineato da alcuni lavori di storia sociale del colonialismo italiano. Si veda Taddia 1991; Labanca 2001; Locatelli 2005.

42. Caratteristica distintiva delle colonie di popolamento. Veracini 2010, 12.