Storicamente. Laboratorio di storia

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Josephine Crawley Quinn, “Occidente”

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Josephine Crawley Quinn, Occidente. Un racconto lungo 4000 anni. Milano: Feltrinelli, 2024. 565 pp.

Il volume di Josephine Crawley Quinn, docente di Storia antica presso l’Università di Cambridge, rappresenta un tentativo – forse il più ampio dal punto di vista dell’arco temporale indagato e della mole, nonché della diversità delle fonti selezionate – di smantellare l’ideologia prettamente ottocentesca del civilisational thinking che ancora oggi è attiva, soprattutto nella divisione binaria del mondo in Oriente e Occidente.

Il civilisational thinking, concetto coniato dall’autrice stessa, implica che i popoli che abitano il nostro pianeta si siano sviluppati in maniera per lo più autonoma, in modo tale da poter dare vita a varie ‘civiltà’, ognuna con le proprie peculiarità che le distinguono dalle altre. Sarebbe questo modo di ragionare che avrebbe permesso agli Europei, a partire dagli anni del Rinascimento italiano e soprattutto in epoca illuminista e poi positivista, di guardare il mondo dall’alto, attribuendosi la presunzione di essere portatori di una ‘civiltà’ superiore, animata dai valori prima della ‘cultura’ greca, poi di quella romana e infine di quella cristiana. Questa artificiale civiltà, classica-europea-cristiana, in virtù della propria autoconclamata superiorità, si è arrogata il diritto di espandersi e inglobare gli altri popoli, considerati in qualche aspetto inferiori.

Questo imponente volume, scandito in 30 capitoli che coprono il periodo dall’Età del Bronzo agli anni immediatamente successivi alla scoperta delle Americhe, svolge la doppia funzione di ripercorrere le tappe che hanno concorso alla stabilizzazione del civilisational thinking e, al tempo stesso, di dimostrare come in ogni parte del globo e in ogni epoca analizzata, l’essere umano abbia sempre attinto il più possibile dal contatto con l’esterno, sia esso pacifico, nel caso di commerci e sinecismi, o meno, nel caso di guerre e trasferimenti forzati.

Già dalla lettura delle prime pagine (pp. 27-29) si evince un peculiare tratto stilistico dell’autrice: per dare ragione della regolarità e dell’intensità dei rapporti commerciali che intorno all’anno 2000 a.C. legavano Biblo, una città fiorita alle pendici del Monte Libano, a varie altre realtà cittadine più o meno limitrofe, tenta una descrizione, anche piuttosto minuziosa, di come potesse svolgersi un giornata-tipo al porto di Biblo, punto d’incontro di varie popolazioni, evidentemente non ancora ‘contaminate’ dal moderno concetto di civiltà. Questo stile, più narrativo che squisitamente storico, conferisce ritmo e respiro al libro, in cui si alternano continuamente momenti di questo tipo (memorabile la ricostruzione dell’arrivo di Ciro, re dei Persiani, nell’arrendevole Babilonia, pp. 208-210), a momenti in cui il discorso è punteggiato da una vasta gamma di fonti, che si susseguono in maniera estremamente rigorosa, al pari di un autorevole manuale universitario.

Al di là del buon numero di mappe, inserite quasi in ogni capitolo, della qualità del materiale illustrativo (pp. I-XVI) e della già menzionata poliedricità delle fonti, che comunque, in virtù degli interessi dell’autrice, sono soprattutto di natura archeologica, Crawley Quinn ha il merito, anche a rischio di affaticare il lettore, di focalizzarsi in più punti sulla funzione di discipline scientifiche, come la genetica o la chimica, che al giorno d’oggi svolgono un ruolo imprescindibile nell’analisi di ogni reperto storico, soprattutto per definire in maniera circoscritta la datazione di un determinato manufatto o resto organico. L’a. non si limita a menzionare l’utilità di queste discipline, ma spesso indulge in spiegazioni metodologiche che, se da una parte conferiscono quell’effetto immersivo ricercato e in massima parte ottenuto dal libro, dall’altra concorrono a fornire un quadro molto dettagliato della fonte di volta in volta esaminata e a mantenere così un ancor più stringente rigore scientifico.

Questo rigore scientifico è a maggior ragione richiesto perché le fonti, ma anche gli àmbiti geografici e temporali di volta in volta analizzati, sono lontani dalla conoscenza comune e, talvolta, anche da quella degli ‘addetti ai lavori’: il civilisational thinking ha infatti imposto anche ai programmi scolastici una visione della storia antica evidentemente monca, basata sugli eventi-cardine della storia greco-romana, relegando più o meno volontariamente il resto del mondo al di fuori della ricostruzione storica, e attribuendo così ai vari popoli esterni alla civiltà classica il ruolo di sporadiche comparse.

A mio parere, il merito più evidente di questa monografia è quello di aver dato risalto a storie, connessioni e realtà spesso complesse e precorritrici di elementi oggi pigramente identificati come segni distintivi dell’Occidente: esempi paradigmatici possono essere gli istituti della πόλις e della democrazia stessa, spesso associati inestricabilmente alla cosiddetta Grecia classica, mentre l’a. sottolinea, con dovizia di particolari, come vari aspetti di questi istituti possano essere sorti in continuità, ma anche in opposizione, a stimoli derivanti dai contatti con le realtà limitrofe, soprattutto le comunità levantine.

Anche quando l’arco temporale in analisi impone di focalizzarsi su eventi-spartiacque come le guerre persiane, l’a. tenta di riportare alla luce il modo in cui gli sconfitti hanno vissuto quei conflitti: proprio la trattazione delle guerre persiane smaschera, in maniera vistosa, le menzogne insite nell’ideologia del civilisational thinking, che ha voluto ammantare questo evento di un’aura epocale, riconoscendolo come la prima grande vittoria dell’Occidente, unito contro un Oriente barbaro e dispotico. In realtà l’impero persiano continuò a influire sulle vicende della Grecia continentale e, per di più, fu solo minimamente scalfito dalle battaglie con gli Elleni, perché i suoi interessi principali riguardavano i territori asiatici e, d’altronde, non fu mai in programma un’espansione verso i territori occidentali, strategicamente meno difendibili, e anche meno redditizi. Qualcosa di simile si può affermare anche riguardo al rapporto tra l’impero romano e quello dei Parti, che però, per la scarsità e la parzialità delle fonti in nostro possesso – spesso autori romani – e per il binarismo che in séguito relegherà l’impero partico al di fuori della cultura ‘classica’, risulta ancora poco chiaro, nonostante l’ampiezza del territorio sotto il controllo dei Parti, che induce l’a. ad affermare che questo impero ha condiviso per secoli con Roma l’egemonia sul mondo conosciuto.

La monografia di Crawley Quinn si sforza proprio di indagare quell’‘altro’ che la cultura ‘classica’ ha lasciato da parte, per far sì che un numero vasto di lettori possa avere un quadro il più possibile completo dei popoli che gravitavano attorno al mondo greco, poi romano, e, infine, europeo-cristiano, e dell’influenza imprescindibile che essi hanno avuto nella costruzione di quella che oggi è l’idea di Occidente.