Storicamente. Laboratorio di storia

Dossier

Poteri centrali e periferici di fronte allo sfollamento di massa: il caso della provincia di Forlì, 1940-1944

Come reagì la struttura accentratrice e totalitaria del regime fascista italiano di fronte all’emergenza bellica?
Già nel 1995 Luca Baldissara concludeva, analizzando il caso di bolognese, che tra il ’40 e il ’45 le necessità e le urgenze che drammaticamente condizionavano la vita nella penisola ampliarono e rafforzarono, velocemente e da subito, non normativamente ma di fatto, gli ambiti di intervento e le funzioni di coordinamento delle amministrazioni locali, riassegnando a esse, nell’attività quotidiana, una centralità che la costruzione dello Stato fascista aveva via via compromesso [1].

Anche i miei studi su una delle più diffuse e importanti emergenze provocate dalla guerra nell’intera penisola, quella dello sfollamento, mettono in luce numerose e crescenti (nel numero e nella gravità) contraddizioni, smagliature e mancanze nei tentativi del regime di organizzare, coordinare e controllare dall’alto, totalmente, la vita del paese, in ogni suo aspetto, lungo tutti gli anni di guerra, e ritengo rivelino che, di fronte a un potere centrale in grave difficoltà, gli amministratori periferici (in particolare quelli statali e municipali) dovettero agire di propria iniziativa e non di rado in piena autonomia [2].

Con l’idea che analizzare da vicino il rapporto tra poteri centrali e poteri periferici negli anni della seconda guerra mondiale possa dare un contributo significativo alla storia del regime fascista (e dei totalitarismi) e anche a quella degli italiani in guerra, in quanto le modalità di interazione di questi poteri influì inevitabilmente e profondamente sulla loro quotidianità, in questo mio contributo punterò l’attenzione sugli organi che al centro e localmente si occuparono di gestire gli aspetti organizzativi, politici e assistenziali dello sfollamento e interagirono tra loro, quasi mai linearmente e di rado serenamente, determinando così le coordinate di fondo di quel fenomeno e di quella esperienza nell’ambito della provincia di Forlì.

Un caso di studio, quello del Forlivese (con questo temine farò riferimento sempre a quello che era allora l’intero territorio provinciale, comprendendo
quindi anche l’attuale provincia di Rimini), particolarmente interessante, poiché questa parte di Romagna, per le sue infrastrutture turistiche, già allora in pieno sviluppo, e per la marginalità economica e militare, divenne involontariamente uno dei principali luoghi di destinazione degli italiani che fuggivano dalle zone distrutte e/o minacciate dagli attacchi aerei. Tanto che tra il novembre ‘42 e l’agosto ’43, 20.848 persone provenienti da tutta la penisola vi si riversarono, concentrandosi soprattutto nei principali comuni costieri (quello di Rimini in particolare). Nei mesi successivi, poi, l’evacuazione forzata (ordinata dai tedeschi) o volontaria dalle zone poste in prossimità del fronte militare accrebbe il numero degli “stranieri” presenti di altre 10.000 unità circa. Nel frattempo (siamo nell’autunno del ’43) l’intera provincia diveniva una zona di primaria importanza strategica sia per i tedeschi (che vi costruirono l’estremità adriatica della linea Gotica nonché una linea di fortificazione lungo la costa per coprirsi le spalle da eventuali attacchi dal mare) sia per gli angloamericani (ai quali offriva un corridoio pianeggiante per entrare nella pianura padana).

Volendo analizzare i rapporti tra organi centrali del regime e poteri locali di fronte allo sfollamento in questa fetta di Romagna diviene inevitabile articolare l’analisi sovrapponendo sei piani cronologici: “i fatti” nazionali (primo fra tutti l’8 settembre ’43 che portò in tutta la penisola, e anche nel Forlivese, profondi e successivi cambi di protagonisti e ruoli); quelli locali (per esempio l’inizio dei bombardamenti sulle tre maggiori città della provincia); le fasi della gestione centrale dello sfollamento; quelle della gestione locale; il modificarsi spontaneo del “fenomeno sfollamento” nell’intera penisola; la sua evoluzione nel Forlivese. Semplificando molto si delineano quattro fasi contemporaneamente cronologiche e tipologiche, non però nettamente separate tra loro.

Il “primo sfollamento”, giugno ’40 - autunno ’42

Nel giugno ’40 e nei primi mesi successivi all’entrata in guerra, il fenomeno di
fuga dai grandi centri urbani immediatamente e spontaneamente iniziato coi primi
bombardamenti [3], non venne considerato dal regime come un “problema”, ma come una utile precauzione da sollecitare. Di sfollamento delle città con più di 100.000 abitanti si era infatti parlato in Italia fin dall’inizio degli anni Trenta quando il Comitato centrale interministeriale per la protezione antiaerea (CCIPAA) – organo dipendente in un primo momento dal ministero dell’Interno (MI) poi da quello della Guerra e ramificato localmente in Comitati provinciali presieduti dai prefetti – aveva iniziato a studiare le basi organizzative di un sistema di protezione della popolazione civile dai bombardamenti aerei e si era immediatamente reso conto dell’impossibilità, dovuta a motivi logistici, economici e psicologici, di
garantirne uno realmente efficace, soprattutto nelle città più grandi. Già nel ’31 l’allora responsabile del CCIPAA, il generale Giannuzzi Savelli, aveva così affermato che il provvedimento più sicuro sarebbe stato quello di diminuire la
popolazione da proteggere [4].

Su questa linea tra il ’34 e il ’39 erano state approntate una serie di norme generali – che dovevano essere contestualizzate dai prefetti con apposite direttive locali –, poi definite Piano di diradamento della popolazione civile, che alla base, però, non avevano alcun vero “piano”, ma solo l’idea che per “diradare” la popolazione cittadina sarebbe bastato stimolare e riuscire a gestire lo sfollamento di solo una parte di essa e internamente ai territori provinciali, anzi per lo più limitatamente ai contadi, possibilmente solo serale e con predominanti caratteristiche di spontaneità e autosostentamento. Costruito su questa ipotesi, il Piano di diradamento lasciava tutta l’organizzazione e la gestione dello sfollamento nelle mani delle autorità locali: gli aspetti politico-organizzativi (cioè, in pratica, la funzione di coordinamento e controllo superiore) erano affidati alle prefetture, quelli logistici e assistenziali (cioè la vera gestione quotidiana, anche economica) ai municipi.

Ciò che più sorprende e qui più ci interessa è che tale impostazione e l’idea su cui si reggeva – nate da una grave sottovalutazione del problema del tutto affine e strettamente collegata alla superficialità con cui il regime affrontò ogni aspetto della protezione dei civili dagli attacchi aerei – sembrano essere rimaste alla base della gestione centrale dello sfollamento anche negli anni successivi, continuando a scaricare gran parte delle decisioni e delle responsabilità in materia di sfollamento “sulle spalle” di prefetti e podestà. La mancata elaborazione al centro, lungo tutti gli anni del conflitto, di un vero piano che, sia a livello nazionale sia locale, fornisse norme chiare, prevedesse il coinvolgimento di più protagonisti (enti, istituti, organi del partito), delineando precisi ruoli e magari offrendo i mezzi necessari, stupisce ancora di più se si considera che fin dall’estate del ’40 le norme che componevano il Piano di diradamento si dimostrarono insufficienti e troppo vaghe, tanto che in quel luglio il MI era costretto a ordinare ai prefetti di bloccare ogni spostamento di popolazione e anche di favorire il ritorno alle loro case di coloro che erano già sfollati. Insomma, le autorità, centrali e locali, si erano subito trovate in difficoltà nel gestire quella che era stata davvero una fuga geograficamente circoscritta, ma quotidiana e più ampia e disordinata del previsto, nonché attuata soprattutto da sfollandi bisognosi di tutto [5].

Nei due anni successivi (estate ’40-autunno ’42), comunque, poco altro venne detto e fatto, sia al centro sia in periferia, in tema di sfollamento. Non perché l’ordine ministeriale del luglio ’40 fosse riuscito a fermare del tutto la fuga dalle città bombardate, ma perché questa interessava, alternativamente e a singhiozzo, solo alcuni centri urbani della penisola e tendeva a rimanere localizzata [6].

Seconda e terza fase dello sfollamento: autunno ’42-settembre/novembre ’43

Quando, tuttavia, nell’ottobre ’42, l’offensiva aerea nemica si scatenò con una violenza e intensità nuove, in particolare sulle città del nord, il Piano di diradamento fu nuovamente tirato fuori dal cassetto. Ma nell’autunno-inverno ’42 la situazione che si venne velocissimamente a creare era assai diversa da quella ipotizzata dal regime negli anni ’30 e anche da quella che si era tentato di affrontare nel ’40: a spostarsi, a volte (dove era ancora possibile trovare accoglienza) nel corto raggio comunale e/o provinciale, ma anche e sempre più spesso per grandi distanze, era una crescente massa di italiani in fuga, per lo più senza altro che gli abiti indossati, spinti dalla paura, o dal non avere più una casa, o dalla difficoltà di vivere in città i cui servizi stavano saltando per aria, e soprattutto dalle riattivate e continue sollecitazioni a sfollare provenienti dai vertici del regime, ancora inermi di fronte alla necessità di difendere la popolazione dagli attacchi aerei. Il duce stesso il 2 dicembre ’42, alla Camera dei fasci e delle Corporazioni, recuperava e ricordava una propria frase di cinque anni prima: «Bisogna sfollare le città. Soprattutto dalle donne e dai bambini». E il giorno successivo scriveva ai prefetti chiaramente incaricandoli di assumere la gestione dello sfollamento:

Avete udito il mio appello mettetevi all’opera perché gli sfollandi abbiano la prova, col minimo di burocrazia, che nel tempo fascista la solidarietà nazionale si attua in forme concrete, sollecite, generose, sono sicuro che lo farete e informatemi. Mussolini [7].

Il 4 dicembre l’Ispettorato per i servizi di guerra del MI (ISG) inviava a tutti i prefetti un Riassunto delle disposizioni impartite in tema di sfollamento e di assistenza alle popolazioni sfollate che iniziava con queste parole:

Nel recente suo discorso il duce ha ancora una volta ammonito perché si provveda in modo rapido allo sfollamento dei maggiori centri urbani e delle città industriali fatte bersaglio dalle offese nemiche. Tale esortazione, che per noi è un ordine, non ha bisogno di commento. […] confido che i prefetti vorranno intervenire con la più ampia opera di persuasione per stimolare, agevolare ed accelerare lo sfollamento volontario di quella parte della popolazione, la cui presenza nei grandi agglomerati urbani o nei centri industriali, soggetti alle offesa nemica non sia giustificata da alcuna particolare ragione inerente all'attuale stato di guerra [8].

Il Riassunto univa le vecchie norme del Piano di diradamento (coi pochi aggiustamenti apportati a esso tra il ’40 e il ’42) a una serie di nuove indicazioni che l’ISG aveva elaborato e diramato in tutta fretta tra l’ottobre e la fine di novembre ’42 e che riguardavano in particolare l’accoglienza, la sistemazione e il sostentamento degli sfollati – quest’ultimo affidato agli Enti comunali di assistenza –, oltre a un tortuoso iter burocratico che doveva accompagnare chi sfollava in modo da offrire al regime la possibilità di seguire ogni minimo spostamento di popolazione e così ridistribuire adeguatamente le risorse (prodotti tesserati, tessere, appositi finanziamenti), come se quest’ultima ulteriore complicazione fosse tranquillamente risolvibile nell’ormai totale crisi del sistema di approvvigionamento [9].

Appare comunque invariata, in queste nuove indicazioni, l’idea che spettasse principalmente alle autorità locali occuparsi di sfollandi e sfollati. In un riepilogo delle principali «norme sulla disciplina dello sfollamento ed assistenza alle popolazioni sfollate», per esempio, inviato sempre il 4 dicembre ’42 dall’Ufficio assistenza dell’ISG ai prefetti, si legge: «i Podestà in ogni Comune sono i soli responsabili di tutta l’organizzazione di ricezione e sistemazione e assistenza degli sfollati» [10]. Ai prefetti venne inoltre riconosciuta la facoltà di intervenire coattivamente, se necessario, senza approvazione superiore, per recuperare alloggi, vestiti, coperte e ogni altra cosa indispensabile alla sopravvivenza degli sfollati [11]. Facoltà che dal marzo ’43, per quanto riguardava gli alloggi, i prefetti poterono anche delegare direttamente ai podestà [12].

Sempre osservando la situazione dal Forlivese, dal novembre-dicembre ’42 all’estate ’43 le disposizioni centrali riguardanti lo sfollamento si susseguirono senza sosta ma, almeno così sembra, ancora senza una vera logica organizzativa. L’idea che si ricava dalla documentazione è quella di una “corsa” a risolvere in modo disordinato e affannoso i problemi che i prefetti italiani, alternativamente e sempre più drammaticamente, segnalavano. E in questa corsa gli uffici romani giungevano molto spesso in ritardo rispetto ai provvedimenti che il prefetto forlivese e/o i suoi podestà avevano già dovuto adottare per fronteggiare il veloce evolversi dell’emergenza. Tanto che non di rado le direttive ministeriali finivano per costituire un problema ulteriore, poiché costringevano gli enti locali a riorganizzare in base ai criteri centrali ciò che seguendo criteri locali era già stato in tutto o in parte approntato. Una tale intempestività scatenava l’insofferenza dei podestà sui quali, come sappiamo, ricadeva tutta la gestione logistica ed economica quotidiana del “problema sfollamento”. Le loro proteste giungevano sul tavolo del prefetto che, dai documenti conservati negli archivi della prefettura forlivese, appare sì un ligio rappresentante dello Stato, e quindi pronto a ribadire le disposizioni centrali, ma con un’indole pragmatica assai forte che lo portava anche a perorare le cause dei propri podestà presso gli uffici ministeriali (questa considerazione vale indubbiamente per Marcello Bofondi, che guidò la provincia di Forlì in questo periodo, fino all’agosto ‘43, ma ritengo si possa estendere anche al prefetto successivo Florindo Giammichele).

Dal canto loro, però, gli organi statali erano del tutto sordi ai problemi particolari ed esclusivamente intenti a cercare di affrontare la “questione sfollamento” esclusivamente tenendo conto dei problemi finanziari dello Stato, di quelli politici interni e internazionali e soprattutto delle esigenze di mobilitazione e di produzione bellica. Cosicché, come sottolinea anche Mauro Maggiorani [13], l’incongruenza tra l’astrattezza delle disposizioni centrali e il dramma quotidiano divenne velocemente assoluta.

Ricadeva pertanto sulle spalle del prefetto e soprattutto dei podestà l’urgenza di trovare e organizzare soluzioni realistiche alle emergenze che il continuo arrivo di sfollati innescava localmente. Soluzioni realistiche, ma che al tempo stesso non dovevano essere in contrasto con le direttive nazionali, e questo era un compromesso non sempre facile da raggiungere.

In questo “quadro” non vi era quasi traccia del partito. A esso, ai suoi organi femminili e giovanili in particolare, le norme del novembre-dicembre ’42 affidavano la gestione dello sfollamento volontario dei bambini dalle città bombardate (oltre a compiti di prima assistenza verso gli sfollandi che giungevano nelle stazioni ferroviarie), concedendo in questo settore totale autonomia gestionale pur all’interno di un rapporto di collaborazione con i poteri locali. Nel Forlivese, in quell’autunno-inverno ’42 come nel successivo evolversi drammatico e veloce dell’emergenza, in realtà il Pnf non sembra avere alcuna voce in capitolo e ben poca capacità d’iniziativa. Ciò sembra confermare, almeno per la provincia di Forlì, l’ipotesi avanzata da Baldissara di un progressivo sostituirsi, nel corso del conflitto, degli enti locali (in particolare dei comuni) al partito [14]. Cosa che invece non avvenne, o non avvenne del tutto, a quanto pare, ad esempio nel vicino Pesarese dove il Pnf cercò fino all’ultimo di avere un ruolo di rilievo nella gestione dei problemi locali, ponendosi anche, a volte, in contrasto col prefetto nel tentativo di ricompattare attorno al fascismo e al regime la fiducia della popolazione “indigena” e pure degli sfollati “stranieri” [15].

L’autonomia che gli enti locali, soprattutto i comuni, si trovarono ad avere nella gestione dello sfollamento fece sì che all’interno della provincia forlivese realtà contraddistinte da maggiori capacità d’iniziativa, prontezza ed efficacia organizzativa si alternassero ad altre in parte o del tutto in passiva attesa dell’intervento prefettizio. E Bofondi (ma anche, successivamente, Giammichele), dovendo intervenire a colmare e a coordinare, tendeva a far proprie e a diffondere le soluzioni elaborate dalle municipalità più efficienti. Tanto che la maggior parte della corrispondenza prefettizia di quel periodo attorno al problema dello sfollamento che ho trovato e analizzato nel fondo del gabinetto di prefettura lega il capo della provincia al commissario di Rimini, Eugenio Bianchini. Fu soprattutto quest’ultimo, infatti, che, sia perché si trovò ad affrontare la fetta quantitativamente più ampia del problema, sia per le sue evidenti capacità “manageriali”, sia perché probabilmente aveva a disposizione risorse economiche e umane più efficaci, diede progressivamente la propria impronta alla gestione dello sfollamento in tutta la provincia.

Fin dal novembre ’42, a partire dalle frettolose e insufficienti norme centrali
[16], Bianchini era riuscito a creare un’organizzazione dell’ accoglienza degli sfollati davvero minuziosa , coinvolgendo gran parte degli uffici ed enti che aveva a disposizione e dando a essi autonomia e potere. Alla Direzione servizi turistici dell'Azienda di soggiorno, per esempio, aveva affidato il compito particolarmente importante e difficile del reperimento degli alloggi e per tale ruolo aveva dato a essa la piena facoltà di disporre d’ufficio, autonomamente, la riapertura degli alberghi e delle pensioni esistenti nel comune man mano che se ne fosse presentata la necessità [17].

A emanare ordini di requisizione di appartamenti e case private, e anche di coperte e stufe giacenti presso commercianti all’ingrosso e al minuto, provvedeva invece Bianchini stesso, prima del marzo ’43 chiedendo di volta in volta l’intervento prefettizio, poi autonomamente [18]. Nell’intera provincia la situazione e i meccanismi tra poteri sin qui descritti rimasero sostanzialmente immutati fino al settembre ’43 nonostante il cambio al vertice della prefettura, alcuni avvicendamenti a capo dei comuni [19] e anche l’improvviso tentativo del regime di attuare una completa inversione di rotta.

Se nel novembre ’42, infatti, era in qualche modo parso possibile gestire il crescente sfollamento spontaneo e addirittura, come abbiamo visto, sollecitarlo, solo tre mesi più tardi la vastità raggiunta dal fenomeno e i gravi problemi che esso stava creando sia nelle città abbandonate sia nei luoghi di arrivo, costrinsero il regime a tentare di bloccarlo. Non solo: tutti coloro che erano già sfollati dovevano essere risospinti verso i luoghi d’origine. Il nuovo sottosegretario all’Interno, Umberto Albini, così scriveva a tutti i prefetti il 19 febbraio ’43, pochi giorni dopo la propria nomina:

Situazione creatasi in questi ultimi tempi at causa accentuate azioni aeree nemiche at centri urbani ha dimostrato che non est assolutamente possibile trasferire et sistemare convenientemente in altre zone larghe masse popolazioni che sfollano da località colpite date scarse capacità ricettive deficienza mezzi trasporto et difficoltà inerenti at servizi alimentari et provvista materiali vari occorrenti per sistemazione sfollati stessi punto [...] Conseguentemente presi gli ordini superiori si dispone due punti Popolazioni debbono continuare at rimanere nei centri urbani sottoposti at offese nemiche punto Prefetti dovranno limitare sfollamento at famiglie bisognose che at seguito bombardamenti siano rimaste senza tetto [...] et poiché sfollamento sarà così ridotto at poche migliaia incursionati est necessario sistemarli ambito rispettiva provincia punto Uomini validi at lavoro dovranno rimanere zone colpite et a cura Prefetti sarà provveduto at loro sistemazione punto Assistenza sarà praticata solo at persone bisognose sfollate per ordine Prefettura punto [...] Popolazioni precedentemente sfollate da località colpite dovranno essere opportunamente sollecitate at rientrare loro residenze sempre che loro abitazioni non siano distrutte avvertendole che a datare dal trentuno marzo ogni forma assistenza at loro favore verrà a cessare punto [20].

In un altro comunicato del 20 marzo ’43 [21] il ministero chiariva che un ulteriore esodo di popolazioni non poteva essere attuato a causa dell'esaurita capacità ricettiva delle province, dell'insufficienza dei mezzi di trasporto ferroviari e automobilistici, delle difficoltà inerenti all'organizzazione dei servizi alimentari nelle zone di afflusso degli sfollati, dei problemi di tipo igienico-sanitario provocati dall'eccessiva densità di popolazione in alcune zone e della stasi quasi completa della vita industriale, commerciale e amministrativa che si determinava nelle città bombardate. Per questi motivi, ribadiva il comunicato, lo sfollamento doveva essere limitato ai senza-tetto che non potessero essere sistemati in locali disponibili nella stessa zona bombardata. Poteva però essere ancora consentita la partenza delle persone che disponevano di mezzi propri per il viaggio e la sistemazione. Ovviamente questi provvedimenti non vennero accolti con favore da coloro che, spinti dalla paura, dalle distruzioni, dal desiderio di una vita più tranquilla, lontana non solo dal pericolo, ma anche dalla costante visione della morte, si apprestavano ad abbandonare i centri urbani, e ancor meno dai tanti sfollati che avevano ormai trovato rifugio in luoghi più sicuri. Nella relazione settimanale del 21 maggio ’43, per esempio, la Commissione forlivese di censura postale scriveva:

Fra gli sfollati si è diffusa la notizia che dovranno ritornare nelle provincie di origine ove saranno sistemati nelle campagne. Tale voce ha dato luogo a viva preoccupazione [22].

Nella consapevolezza dell'impopolarità di quelli che apparivano ora al ministero provvedimenti necessari e improrogabili, i capi delle province venivano sollecitati a far leva, con l’aiuto del partito, sui sentimenti di orgoglio e di patriottismo delle popolazioni. Nella campagna propagandistica appositamente coniata, a partire specialmente dal ’43, le città dovevano essere assimilate alla prima linea del fronte

I Prefetti, avvalendosi anche della collaborazione del Partito, procureranno di suscitare nell'animo del popolo l'orgoglio di sentirsi custode e difensore delle proprie case, delle proprie aziende, delle proprie città, avvicinandolo sempre più, in un comune, alto sentimento di civismo e di sacrificio, ai combattenti che tutto offrono e tutto sopportano per i supremi ideali della Patria in armi [23]

Questo era ora il messaggio che doveva sostituire quello del ’39-’42: “le città
si difendono dalle offese aeree vuotandosi”. Ma da una relazione inviata da Bianchini al prefetto il 23 settembre ’43 si deduce che ancora dopo sei mesi nel territorio forlivese il tentativo di frenare l’arrivo di nuovi sfollandi e di allontanare quelli già ospitati aveva dato assai scarsi risultati:

Continuano tuttora a giungere nel territorio di questo Comune numerosi sfollati, provenienti non solo dalle provincie dell'Italia centrale ma anche da località dell'Italia settentrionale, i quali domandano alloggio ed assistenza, esaurendo da un lato, ormai completamente ogni residua capacità ricettizia locale ed aggravando, dall'altro, sempre più gli ingenti oneri di spesa a carico dell'esausto bilancio dello Stato. Allo scopo di ovviare quanto è più possibile ai suddetti inconvenienti, da parte dei competenti Uffici viene posta ogni cura nel cercare di risospingere verso le rispettive città tali fiotti di gente, sia facendo opera ragionata e intelligente di persuasione sia, nei dovuti casi, rifiutando o frapponendo difficoltà e limitazioni sia nei riguardi della concessione che della durata dell'assistenza [...] [24].

Nel frattempo, come è noto, l’Italia aveva vissuto alcuni dei momenti più significativi della propria storia – lo sbarco angloamericano sulla penisola, il 25 luglio, l’8 settembre e, proprio nei giorni in cui Bianchini scriveva, la nascita della Rsi – ma tra essi solo l’avanzare del fronte da sud (e i bombardamenti che lo accompagnarono) e l’occupazione tedesca sembrano avere un qualche effetto sul problema e la gestione dello sfollamento. Quasi per nulla significativi risultano i passaggi dal governo di Mussolini a quello di Badoglio e poi al “nuovo” regime fascista. D’altro canto, nei 45 giorni badogliani furono davvero poche nel Forlivese le sostituzioni di podestà (e anche di altri amministratori locali) «che, per l’attività politica svolta durante il periodo fascista, si rendevano incompatibili con il nuovo ordine nazionale» (solo 9 podestà su 50: Forlì, Predappio, Mercato Saraceno, Castrocaro, Dovadola, Rocca S. Casciano, Santarcangelo, S. Sofia) [25]. Benché quantitativamente maggiori, gli avvicendamenti verificatisi con l’insediamento del governo repubblichino non sembrano comunque rilevanti per la mia analisi, a parte la sostituzione (non so se per motivi politici o altro), il 24 novembre ’43, dell’efficientissimo Bianchini con il Commissario straordinario Ugo Ughi, uomo quest’ultimo dotato di assai minore personalità e capacità d’iniziativa.

Si ebbero, tra agosto e novembre, anche due successivi cambi al vertice della provincia: il 16 agosto ’43 Florindo Giammichele sostituì Marcello Bofondi (quest’ultimo aderì poi alla Rsi e venne messo a disposizione del ministero delle Forze armate) e il 25 ottobre fu a sua volta sostituito da Alberto Zaccherini (ravennate, insediato alla prefettura di Bologna dalle autorità tedesche occupanti, confermato prefetto dalla Rsi e inviato prima a Forlì, poi a Ravenna e Novara), ma, come ho già sottolineato, il cambio tra i primi due non sembra incidere sulla politica e l’atteggiamento della prefettura, almeno per ciò che riguarda lo sfollamento, mentre l’operato di Zaccherini, che, come vedremo, si svolse in un contesto profondamente diverso e mutevole, non può essere messo a confronto con le gestioni precedenti. Dopo l’8 settembre i poteri che nel Forlivese si confrontarono e scontrarono attorno al sempre più ingestibile problema dello sfollamento furono quelli dei podestà, del prefetto (ora chiamato “capo della provincia”) e dell’amministrazione tedesca. Le autorità centrali della Rsi intervenivano per lo più come “corrieri” degli ordini tedeschi presso le autorità locali e, più raramente, come deboli (e in genere inefficaci) intermediari delle richieste di queste ultime presso gli occupanti. Era il comando militare tedesco a dettare le linee generali e lo faceva esclusivamente in base alle proprie esigenze. Al prefetto spettava il compito di diffondere gli ordini tedeschi e ai podestà quello di applicarli continuando nel contempo a gestire autonomamente la situazione in tutti quegli aspetti che non interessavano all’occupante; il tutto in un contesto in continua e veloce evoluzione. Con l’avanzata degli angloamericani dal Sud, infatti, alla popolazione in arrivo dalle città bombardate, soprattutto dell'Italia settentrionale, erano andati aggiungendosi coloro che, per scelta oppure obbligati da ordini tedeschi, lasciavano i territori in prossimità del fronte (circa 8.000 ne contò in provincia il prefetto di Forlì nel maggio ’44) [26]. Ma le già costipate ed esauste zone di sfollamento della pianura e della costa forlivesi non erano in grado di affrontare logisticamente ed economicamente questo nuovo esodo, nemmeno l’efficiente Rimini. Non restava che cercare di sospingere gli sfollati fuori dai confini provinciali. Molti di essi però, stanchi e impauriti da quella che sempre più appariva un’odissea senza fine, preferivano risalire le valli forlivesi in cerca di altre zone non troppo lontane in cui rifugiarsi. Negli ultimi mesi del ’43, quindi, nella provincia di Forlì, mentre continuavano quotidianamente a giungere nuovi gruppi di sfollati sia dal nord sia dal centro-sud – nonostante le direttive emanate nel febbraio precedente e reiterate dagli organi centrali nei mesi successivi, anche durante i quarantacinque giorni badogliani –, una gran parte di quelli che le autorità locali cercavano di risospingere verso le province d’origine o di far fluire verso zone più settentrionali, tendeva a distribuirsi invece nelle campagne, colline e montagne circostanti.

Ma proprio mentre si era ancora nel pieno di questa che ho scelto di indicare come la terza fase dello sfollamento nella provincia di Forlì – caratterizzata dal tentativo (fallito) di frenare l’afflusso di nuovi sfollandi dalle città bombardate e di risospingere verso i luoghi di origine coloro che erano già sfollati, dall’arrivo di migliaia di profughi dalle terre invase e dal distribuirsi di molti sfollati nell’entroterra appenninico –, le prime bombe lanciate sul territorio forlivese (novembre ’43) e gli ordini tedeschi di evacuazione del litorale adriatico in prossimità della linea Gotica (marzo ’44) innescavano la quarta fase, l’ultima, la più drammatica e caotica, contraddistinta dal fatto che la popolazione residente da ospitante si trovò in fuga, sfollanda, e dette vita, unendosi ai tanti “stranieri” anch’essi costretti nuovamente a spostarsi, a un massiccio e continuato movimento di popolazione interno alla provincia che le autorità, sia centrali (tedesche e italiane) sia locali, non furono in grado di gestire.

Quarta fase dello sfollamento: novembre 1943 - novembre 1944

Le prime bombe colpirono i maggiori centri urbani della provincia di Forlì – Forlì, Cesena e Rimini – tra il novembre ‘43 e il maggio ’44. La prima a essere bombardata (1 novembre ’43) e la più colpita fu proprio quella Rimini – collocata in una strettoia tra il mare e l’Appennino in cui si incrociano le principali vie di comunicazione, canale strategico dal punto di vista militare sia per i tedeschi sia per gli angloamericani – che, come sappiamo, ospitava il numero più alto di sfollati.

Rimini si svuotò: tra il novembre ’43 e il maggio successivo quasi tutti i 35.000 abitanti riminesi e i circa 20.000 sfollati lì accolti lasciarono la città e si sparpagliarono nei territori più interni della provincia [27]. Residenti e “stranieri” si trovarono così a condividere la ricerca di un nuovo rifugio nelle campagne e sulle montagne dell'Appennino, nelle case di contadini e mezzadri, nelle scuole e nelle canoniche dei piccoli paesi. Si era di fronte a una autentica rivoluzione migratoria che dal maggio ’44 coinvolse anche gli abitanti di Forlì e Cesena, benché in misura quantitativamente minore rispetto ai riminesi [28], e che venne subita in tutta la sua ampiezza e drammaticità da un contesto rurale del tutto impreparato ad affrontarla. I paesi e le campagne delle colline e montagne forlivesi, che ancora in prevalenza vivevano di una economia di autosussistenza (ora ridotta al minimo anche dai “prelievi” fascisti e tedeschi) e che per la mancanza dei mezzi di trasporto non riuscivano a commerciare i loro prodotti in pianura, non potevano infatti contare né su cibo né su risorse economiche sufficienti per fronteggiare quel nuovo ed enorme spostamento di popolazione. Non possedendo nemmeno le strutture igieniche necessarie a tutelare la salute di abitanti e sfollati, soprattutto in una situazione di sovraffollamento e di convivenza forzata, alcuni di essi si trovarono ben presto sulla soglia del collasso economico, alimentare e sanitario. Per avere un'idea di quello che stava accadendo fin dai primi giorni del novembre ’43 leggiamo l’amaro comunicato inviato al prefetto da Bianchini:

Come Vi è noto la popolazione della Città è in pieno esodo. Migliaia di persone sfollano: parte ha saturato le campagne di Rimini e i Comuni di Verucchio [sic] e Santarcangelo; la valle del Marecchia è pure satura; gli altri Comuni della Provincia fanno conoscere di non poter ricevere sfollati; Forlì li rifiuta, mentre i Comuni litoranei sono sotto la preoccupazione di una eventuale evacuazione almeno parziale. Tutte queste persone affollano il Comune per essere munite della dichiarazione di sfollamento e per essere indirizzate a luoghi di assorbimento, che questa Amministrazione non conosce, perché, come ho detto, la quasi totalità dei Comuni della Provincia o non aderisce o non ha istruzioni [29].

Ad aggravare ulteriormente l’esodo verso l’entroterra, e le sue conseguenze, intervennero le esigenze militari tedesche: alla fine del marzo ’44 il «Comando Germanico», dopo aver allertato già a dicembre il prefetto e, attraverso lui, le amministrazioni comunali interessate, ordinava alla popolazione abitante la fascia costiera della provincia di tenersi pronta a sfollare in brevissimo tempo. La zona litoranea colpita da questo provvedimento era lunga circa 50 chilometri, si addentrava nel territorio provinciale di 10 e comprendeva, del tutto o in parte, diciotto comuni. In totale un’area di circa 480 kmq. con una popolazione di 146.579 abitanti [30]. A motivare questa evacuazione era la necessità di predisporre militarmente e sgombrare da ogni interferenza, umana e architettonica, una linea di difesa costiera in grado di impedire agli angloamericani di sbarcare alle spalle del sistema di fortificazioni che i tedeschi stavano predisponendo sull’Appennino. Secondo i piani di Kesselring, comandante in capo delle truppe germaniche in Italia, tutte e due le coste, tirrenica e adriatica, dovevano essere disseminate di filo spinato, mine, fossati anti-carro e bunker in cemento armato, da Livorno al confine francese e da Ancona alla Croazia [31]. La minacciata evacuazione si fece realtà nel maggio ’44. Dal 12 marzo a capo della provincia era Pietro Bologna, forse l’uomo con più polso, verso i municipi ma anche e soprattutto verso le autorità centrali della Rsi e i comandi tedeschi, che la provincia di Forlì conobbe durante la guerra. Prevedendo le enormi difficoltà che l’evacuazione avrebbe scatenato, Bologna tentò da un lato di provvedere con maggiore severità all’allontanamento degli sfollati giunti dalle province del nord e del centro-sud durante il secondo e il terzo
sfollamento e ancora presenti nel suo territorio, dall’altro di frenare almeno
in parte lo sgombero della fascia costiera cercando di convincere il comando
tedesco a limitarne l’estensione. Così infatti relazionava i propri movimenti
alla Dgsg il 6 maggio ’44:

Il Comando Germanico ha ordinato lo sgombero, pel 15 corrente, di alcune zone costiere da Bellaria a Miramare e di alcune altre del Comune di Riccione, per una massa complessiva di oltre 7.000 mila [sic] abitanti, in prevalenza coloni, marinai ed ortolani, che molto faticosamente si potrebbero sistemare in questa Provincia [...] Per fronteggiare tali sgomberi e gli altri possibili successivi, nonché le esigenze dei 50.000 sinistrati riminesi disseminati nel territorio […] si sono fatte proposte al Comando Germanico per la riduzione delle zone di sgombero, per l'esonero di alcune categorie (ortolani e pescatori), o quantomeno per l'autorizzazione alle stesse di recarsi al lavoro sul posto dall'alba al tramonto [32].

Contemporaneamente Bologna cercò anche di impedire l’arrivo di nuovi profughi dal Sud. Il 15 marzo gli era infatti giunto un telegramma dal MI [33]:

Autorità militare germanica rappresentano [sic] ancora la necessità di far sfollare at nord popolazione civile evacuata da zone meridionali alt Tenuto conto gravi difficoltà altre zone sature et minori difficoltà cotesta pregasi esaminare con precisa esatezza [sic] quale sia capacità recettiva codesta provincia et numero sfollati che necessariamente potrebbero accogliersi. Habet carattere assoluta urgenza

Che fosse l’autorità tedesca a muovere quella italiana, e con urgenza, non aveva intimidito Bologna che così aveva risposto, con brevità e fermezza, tre giorni più tardi:

Questa Provincia già completamente satura popolazioni sfollate altre zone et con fascia costiera in fase di sfollamento non habet alcuna possibilità ricettiva alt [34]

Richieste del tutto analoghe continuarono a giungere al prefetto forlivese nei mesi successivi e Bologna non si stancò, saldo, di ribadire la propria risposta [35]. Poiché anche i prefetti di altre province, similmente interpellati, avevano negato ogni possibilità di accogliere nuovi sfollati e profughi nelle loro terre [36], in maggio la Dgsg fu costretta a inviare un accorato appello all’ambasciata germanica nella speranza di convincere le autorità tedesche a interrompere l’evacuazione dei civili dalle zone di operazione dell’Italia centro-meridionale:                                                    

 […] La popolazione sfollata dovrebbe essere trasferita nelle provincie dell’Italia Settentrionale molte delle quali debbono già provvedere ad eseguire ordini di sfollamento delle Autorità Militari Germaniche (fasce costiere Pesaro - Venezia = Viareggio e costa Ligure = Civitavecchia - Castiglione Pescaia) e che sono continuamente sottoposte a intensi bombardamenti, i quali causano gravissimi danni con conseguente necessità di sistemare i sinistrati che assommano ormai a cifre notevoli. Sicché le provincie del Nord non hanno più possibilità di accogliere i profughi del Sud [...] appare necessario soprassedere al trasferimento di altre popolazioni civili dalla zona da esse abitata, anche se si trovano in zona di operazione [...] [37].

Nessuno dei tentativi intrapresi sia al centro sia localmente per frenare ulteriori spostamenti di popolazione ottenne però alcun risultato presso i comandi tedeschi. Così almeno sembra dato che nel Forlivese continuarono a giungere profughi dall’Italia centrale e l’evacuazione della fascia costiera proseguì, pur con lentezze e successivi ridimensionamenti rispetto ai progetti iniziali, fino all’agosto ’44 interessando le intere città di Rimini e Cattolica e alcune zone dei comuni di Cesenatico, Bellaria e Riccione [38].

In quell’agosto l’avvicinarsi dell’esercito angloamericano alla zona appenninica della provincia (il 25 agosto gli Alleati sferravano il primo attacco alla linea Gotica) costrinse i tedeschi a spostare tutta la loro attenzione verso questo settore. Le popolazioni che abitavano l’Appennino romagnolo furono a loro volta rapidamente coinvolte dal comando germanico in appositi piani di evacuazione: lungo i fondovalle vennero individuati punti di sosta e ristoro; in pianura le tre località di Villanova di Forlì, Diegaro di Cesena e Gatteo, furono scelte come punti di raccolta dai quali, con mezzi tedeschi o di fortuna, gli evacuati dovevano poi essere sospinti verso nord. Alla fine di agosto risultavano forzatamente sfollate alcune migliaia di persone provenienti dai comuni di Montegridolfo, Pieve S. Stefano, S. Godenzo, Vicchio, S. Sofia, Premilcuore e S. Benedetto. Questi primi spostamenti, però, oltre a intasare immediatamente i punti di raccolta, resero evidente la totale impossibilità di incanalare, controllare e assistere nuove masse di donne, vecchi e bambini, costrette a lasciare le loro case con, in genere, un preavviso di appena una o due ore, prive di tutto e riottose, appena giunte ai posti di raccolta, a proseguire verso nord [39].

Furono questi, nel Forlivese, gli l’ultimi tentativi fatti dai poteri coinvolti di pianificare un qualche spostamento di popolazione. Nel caos prodotto dall’essere ormai sulla “linea del fuoco”, infatti, anche le autorità locali, per ultime, dopo l’abdicazione di fatto da ogni decisione in questo campo da parte delle autorità centrali della Rsi e mentre i comandi tedeschi si ritiravano pensando solo alle proprie necessità, abbandonarono ogni tentativo di gestire il problema dello sfollamento nelle forme che esso aveva assunto. E il problema, vivo ma sommerso, riaffiorò nei documenti ufficiali solo dopo la liberazione della provincia (9 novembre ’44) – e ancor più dopo la fine della guerra – quando divenne necessario sia organizzare una qualche forma di coordinamento e di assistenza per gli sfollati che ancora non potevano tornare alle loro terre, perché al di là del fronte, sia rimandare coloro che invece potevano ai loro luoghi di provenienza, sfamandoli fino alla loro partenza e aiutandoli economicamente per il viaggio e la ricostruzione delle loro abitazioni.

Note

[1] L. Baldissara, Il governo della città: la ridefinizione del ruolo del Comune nell’emergenza bellica, in: B. Dalla Casa, A. Preti (eds.), Bologna in guerra. 1940-1945, Milano, FrancoAngeli, 1995. Sul totalitarismo (o mancato totalitarismo) del fascismo italiano, sulle fasi di costruzione del regime e sui processi di centralizzazione e gerarchizzazione a esse collegati, nonché sulle interpretazioni date dagli storici italiani attorno a questi temi, tra i tanti studi rimando ad alcuni che ritengo fondamentali e ai riferimenti bibliografici presenti in essi: A. Aquarone, L’organizzazione dello stato totalitario, Torino, Einaudi, 1965; E. Collotti, Fascismo, fascismi, Firenze, Sansoni, 1989; N. Tranfaglia, Labirinto italiano. Il fascismo, l’antifascismo, gli storici, Firenze, La Nuova Italia, 1989; i contributi di E. Collotti e M. Legnani in A. Del Boca, M. Legnani, M. G. Rossi (eds.), Il regime fascista. Storia e storiografia, Roma-Bari, Laterza, 1995.

[2] Mi permetto di rinviare al mio L’odissea degli sfollati. Il Forlivese, il Riminese e il Cesenate di fronte allo sfollamento di massa, Cesena, Il Ponte
Vecchio, 2003.

[3] Già la sera tra il 10 e l’11 giugno, quando da nemmeno 24 ore era in atto lo stato di guerra tra l’Italia e la Gran Bretagna, 36 bombardieri della Royal Air Force dalle Isole Normanne puntarono su Torino e Genova. Per una ricostruzione complessiva dei bombardamenti che colpirono il territorio italiano si veda G. Bonacina, Obiettivo Italia. I bombardamenti aerei delle città italiane dal 1940 al 1945, Milano, Mursia, 1970.

[4] Cfr. A. Giannuzzi Savelli, Conferenza di propaganda per la protezione antiaerea del territorio nazionale e della popolazione civile, Roma 1934, 16, citato anche in S. Adorno, Lo sfollamento a Pesaro, in: G. Rochat, E. Santarelli, P. Sorcinelli (eds.), Linea Gotica 1944. Eserciti, popolazioni, partigiani, Milano, FrancoAngeli, 1986, 281.

[5] Per il caso bolognese si veda al riguardo M. Maggiorani, Uscire dalla città: lo sfollamento, in: B. Dalla Casa, A. Preti (eds.), Bologna in guerra. 1940-1945, cit., 363.

[6] Si era in realtà attivata fin dall’autunno del ’40 anche una forma di sfollamento a più ampio raggio, a volte interregionale, ma aveva come protagoniste soprattutto famiglie dirette da parenti o amici in grado di ospitarle, o che possedevano (o erano in grado di affittare) una seconda abitazione in luoghi più tranquilli, spesso di villeggiatura. Famiglie spinte a questo esodo – sparpagliato nel tempo e nello spazio, che interessava anche città non ancora colpite dalle incursioni angloamericane e che per le sue caratteristiche non necessitava dell’intervento economico e logistico delle
autorità – sicuramente dalla paura dei bombardamenti, ma pure, e ritengo di
poter dire soprattutto, dalle difficoltà alimentari che molto presto avevano
attanagliato i centri urbani maggiori nei quali, infatti, era molto più difficile che nelle località periferiche creare reti di scambio, alternative a quelle ufficiali, con la campagna produttrice di cibo.

[7] Telegramma inviato da Mussolini a tutti i prefetti il 03/12/42, Archivio di
Stato di Forlì (Asfo), Archivio di gabinetto di prefettura (Agp), b. 377, fasc. 72.

[8] Riassunto delle disposizioni impartite in tema di sfollamento e di
assistenza alle popolazioni sfollate inviato dall’Isg ai prefetti il 04/12/42,
Asfo, Agp, b. 372, fasc. 75.

[9] Cfr.: Norme per la disciplina dello sfollamento volontario, MI, Isg,
21/11/42, Asfo, Agp, b. 372, fasc. 75. Per un breve riassunto delle norme per lo
sfollamento emanate nell’ottobre-dicembre ’42 si veda il mio L’odissea degli
sfollati
, cit., 67-70.

[10] Comunicazione inviata dall’Ufficio assistenza dell’Isg a «Prefetti del
Regno, Alto Commissariato di Lubiana, Governatore Dalmazia» il 04/12/42, Asfo, Agp, b. 372, fasc. 75.

[11] Cfr., per esempio, i due telegrammi inviati da Buffarini ai prefetti il
24/12/42 (Asfo, Agp, b. 372, fasc. 75) e il 18/01/43 (Asfo, Agp, b. 391, fasc.
115).

[12] Cfr. il Regio Decreto Legge 15 marzo 1943, n. 107: Disciplina degli alloggi
per gli sfollati.

[13] Cfr. M. Maggiorani, Uscire dalla città: lo sfollamento, cit., in
particolare 365.

[14] Cfr. L. Baldissara, Il governo della città, cit., 126.

[15] Cfr. S. Adorno, Lo sfollamento a Pesaro, cit.

[16] Bianchini introduceva un proprio Promemoria per il prefetto del 22/11/42 con queste parole: «Mancano istruzioni ufficiali circa le direttive da seguire: la circolare ministeriale pubblicata sul Popolo d’Italia del 18 corrente e sugli altri quotidiani del 19 e del 20 non sembra aderente alla concreta realtà; presuppone essa infatti uno sfollamento minutamente disciplinato alla partenza, che invece non si è verificato finora e che non si sa se si potrà verificarsi [sic] quando le famiglie sfollino sotto l’incubo di un bombardamento». Asfo,
Agp, b. 391, fasc. 119.

[17] Cfr.: Promemoria per il prefetto scritto dal commissario prefettizio di
Rimini il 22/11/42, cit. Per un sintetico elenco degli uffici ed enti comunali
coinvolti da Bianchini nella gestione dell’accoglienza e della sistemazione degli sfollati in arrivo nel Riminese si veda la comunicazione inviata dal
commissario riminese al prefetto il 06/12/42, Asfo, Agp, b. 391, fasc. 119.

[18] Per una più accurata ricostruzione del caso riminese, con relativi
riferimenti all’ampia documentazione archivistica, rimando all’apposito paragrafo nel mio L’odissea degli sfollati, cit., 93-103.

[19] Per la successione dei podestà e commissari prefettizi nella provincia di
Forlì dal ’26 al ’43, con importanti informazioni anche per i mesi della Rsi,
rimando a M. Palla, I podestà di nomina regia nella provincia di Forlì
1926-1943
, «Memoria e Ricerca», 1 (1993), e anche, per i comuni della Romagna
toscana, a N. Graziani, Romagna toscana. Storia e civiltà di una terra di
confine
, 2 voll., Firenze, Le Lettere, 2001, 1327-1352.

[20] Telegramma ai prefetti da parte del sottosegretario all'Interno Umberto
Albini, 19/02/43, Asfo, Agp, b. 372, fasc. 75.

[21] Cfr. Comunicazione ministeriale relativa alle norme per lo sfollamento del
20/03/43, Asfo, Agp, b. 372, fasc. 75.

[22] Relazione settimanale della Commissione provinciale di censura di Forlì,
21/05/43, Asfo, Agp, b. 367, fasc. 45.

[23] Comunicazione ministeriale relativa alle norme per lo sfollamento del
20/03/43, cit.

[24] Comunicazione inviata dal commissario prefettizio di Rimini al prefetto di
Forlì il 23/0943, Asfo, Agp, b. 372, fasc. 75.

[25] Cfr. M. Palla, I podestà di nomina regia nella provincia di Forlì
1926-1943
, cit., 99.

[26] Cfr. Promemoria del Prefetto di Forlì: Zona marina da evacuare, 09/05/44,
Asfo, Agp, b. 390, fasc. 113.

[27] Cfr.: Lettera inviata dal capo della provincia di Forlì al MI, Direzione
generale dei servizi di guerra (Dgsg) – l’ex Isg, trasformato nella Dgsg il 9
giugno ’43 – , il 06/05/44, Asfo, Agp, b. 390, fasc. 113; Promemoria del
Prefetto di Forlì: Zona marina da evacuare, 09/05/44, cit.

[28] Cesena fu bombardata per la prima volta il 13 maggio ’44 e Forlì il 19
maggio ’44.

[29] Comunicazione inviata dal commissario prefettizio di Rimini al prefetto di
Forlì il 05/11/43, Asfo, Agp, b. 39, fasc. 114.

[30] Cfr. Piano di sfollamento della fascia costiera; 31/03/44, Asfo, Agp, b.
390, fasc. 113.

[31] Si veda al riguardo quanto scrive R. Bennet nel contributo L’Ultra e la
Linea Gotica
, in: G. Rochat, E. Santarelli, P. Sorcinelli (eds.), Linea Gotica
1944
, cit., 128-130. Per un confronto tra tempi e modi dell’evacuazione costiera
ordinata dai tedeschi nel Forlivese e gli unici altri due casi studiati finora,
quelli di Pesaro e Lucca, rimando al mio L’odissea degli sfollati, cit.,
114-121.

[32] Lettera inviata dal capo della provincia di Forlì al MI, Dgsg, il 06/05/44,
cit. Cfr. anche: Promemoria del Prefetto di Forlì: Zona marina da evacuare,
09/05/44; cit.

[33] Telegramma inviato ai capi delle province di Forlì, Ferrara, Modena, Reggio
Emilia, Parma, Piacenza, Mantova, Arezzo, Pistoia, dal MI il 15/03/44, Asfo,
Agp, b. 391, fasc. 114.

[34] Bozza del telegramma inviato dal prefetto di Forlì al MI il 18/03/44, Asfo,
Agp, b. 391, fasc. 114.

[35] Cfr., per esempio, il telegramma inviato dal prefetto di Forlì al MI
l’11/05/44: «Come segnalato codesto Ministero con rapporto sei corrente N.19962
questa provincia non offre nessuna capacità ricettiva». Archivio centrale dello
Stato (Acs), MI, Dgsg, b. 6, fasc. s.num.

[36] Fu sicuramente il caso delle province di Como, Bergamo, Lucca, Verona e
Aosta per le quali ho trovato documentazione. Si veda, per esempio, il
Bollettino degli Atti Ufficiali della provincia di Forlì, 8, anno ix, n. 8.
Asfo, Agp, b. 400, fasc. 165.

[37] Appunto per l’Ambasciata germanica scritto dalla Dgsg il 10/05/44, Acs, MI,
Dgsg, b. 6, fasc. s.num.

[38] Cfr. la relazione inviata dal prefetto di Forlì al MI il 28/08/44:
Evacuazione di territori, Acs, MI, Dgsg, b. 6, fasc. s.num.

[39] Cfr. la relazione inviata dal prefetto di Forlì al MI il 28/08/44:
Evacuazione di territori, cit.