Storicamente. Laboratorio di storia

Dossier

Economia atlantica, Impero, Europa. La «periferia» irlandese in prospettiva storica

Permeata di forti connotazioni antagonistiche, la dimensione del rapporto centro-periferia ha convenzionalmente portato a considerare l’Irlanda come mera controparte della Gran Bretagna. Costruendo la propria immagine all’ombra del più grande, più potente e più ricco vicino, le narrazioni storiografiche prevalenti – in Irlanda, così come sulle due sponde atlantiche del bacino di influenza degli studi irlandesi – la pongono di volta in volta o in termini di opposizione subordinata ad un centro dispoticamente responsabile della propria posizione periferica, o lungo il presunto percorso lineare dell’affannosa rincorsa che dall’arretratezza conduce alla modernità.

L’Irlanda costituisce, ai confini dell’Europa, una piccola economia aperta altamente dipendente dal commercio e dall’investimento internazionale. L’asse portante della seconda metà del Novecento, che sta alla base del suo recente miracolo economico, è stata la tendenza a modernizzare il paese attraverso lo sviluppo industriale e a divenire più pienamente integrata nella comunità internazionale. L’economia ha vissuto una decisiva crescita dopo secoli di stasi e difficoltà. Di conseguenza l’Irlanda è ora tra i paesi europei con i più alti standard di vita. Molti processi hanno contribuito a questa trasformazione, ma di capitale importanza restano le politiche adottate dal governo irlandese per adeguarsi ai cambiamenti avvenuti nella politica economica internazionale. Dopo il fallimentare periodo di isolazionismo economico che ha seguito la nascita del nuovo Stato, la politica di modernizzazione ha infatti cambiato fondamentalmente il ruolo dell’Irlanda nell’economia globale, riflettendo – agli occhi di molti – il superamento dello status coloniale e la transizione dalla periferia al centro della produzione capitalistica mondiale. Una così rilevante e necessaria trasformazione ha peraltro comportato nuove tensioni associate alle più complesse strutture socio-economiche che ha creato.

In questo contesto, è necessario prendere le distanze da un’analisi storico-geografica del passato irlandese che vede lo sviluppo dell’isola in maniera a-contestuale e muovere verso una più analitica geografia dello sviluppo dell’isola che tenga conto della dialettica tra la cornice del sistema globale e le trasformazioni a livello locale. Se l’Irlanda è insomma comunemente percepita e dipinta come costituente una regione periferica – o, più appropriatamente, due regioni periferiche – all’interno del contesto britannico, europeo e atlantico, questa «perifericità» economica non può essere vista come meramente geografica, determinata appunto essenzialmente dalla marginalità rispetto ad una economia europea in cui la prosperità ed il dinamismo economico sono fortemente concentrati nella regione centrale alla quale si fa riferimento come «triangolo d’oro» [1]. Cercherò qui di riprendere alcuni spunti dai contrastanti punti di vista sul problema della perifericità irlandese, per poi proporre una selezione di temi che sembrano emergere con maggior vivacità nel dibattito storiografico dell’ultimo decennio.

Inevitabile dunque partire da un tentativo di bilancio dell’intenso dibattito internazionale sviluppatosi intorno all’eccezionalità della portata, della velocità e delle dimensioni del «miracolo economico» che l’Irlanda sta attualmente attraversando. A separare, in maniera apparentemente drastica, i dominanti toni euforici dei celebratori della crescita, dalle fosche e minoritarie critiche dei suoi detrattori, non è solo la distanza politica. Da una breve analisi scaturisce in modo evidente che questo dualismo, lungi dall’essere presente solo per la fase attuale, è tratto comune dell’interpretazione del recente e remoto passato. La linea di frattura, che emerge in maniera ancor più manifesta nella ricerca delle cause del plurisecolare sottosviluppo irlandese, si staglia lungo le direttrici del rapporto gerarchicamente conflittuale tra le due isole britanniche. Resta infatti fissa ed immutata la centralità della coppia oppositiva Inghilterra / Irlanda, che traduce il rapporto di contrapposizione centro-periferia nelle sue diverse dimensioni geostoriche: quella regionale che vede nel Canale d’Irlanda l’elemento separatore portante, simbolico di più profonde divisioni interne alle due isole; quella che si colloca sulla scala delle rotte commerciali atlantiche; e infine quella che delinea, sullo sfondo globale del moderno capitalismo coloniale, fluttuanti spazi diasporici.

Con l’aprirsi della riflessione storiografica a geografie sempre più ampie e articolate, si è evidenziata la necessità di una nuova impostazione dell’analisi e di nuovi paradigmi che, ripensando lo strutturalismo del modello centro-periferia, oltrepassino tanto il dualismo assoluto e sterile dell’anglocentrismo quanto la lettura dello sviluppo economico irlandese interamente dominata da una visione lineare del processo di modernizzazione. Prima di seguire le tracce delle diverse estensioni geografiche cui la polarità centro-periferia ha dato via via forma, l’analisi nel lungo periodo dello sviluppo economico irlandese, nel quale lo studio dei recenti successi ha introdotto innovazioni significative nella ricerca, appare un opportuno punto di partenza per mettere in relazione alcuni orientamenti storiografici con le opportunità e le resistenze create dalla globalizzazione.

Dalla periferia al centro?

L’attuale rapido processo di integrazione economica non è un fenomeno nuovo. È infatti la ripresa di un processo – iniziato alcuni secoli fa – che si era interrotto nel periodo tra i due conflitti mondiali. La liberalizzazione del commercio e dei flussi di capitale nel corso degli ultimi cinquant’anni ha riportato l’economia mondiale ad un più alto livello di integrazione; quello che rende perciò notevole e diverso il processo di integrazione economica mondiale è la scala e la velocità. Tutto ciò è riscontrabile nell’analisi di lungo periodo della piccola economia aperta irlandese. La dimensione economica del colonialismo a partire dal XVI e XVII secolo ha avviato l’incorporazione dell’Irlanda nel moderno sistema di capitalismo mondiale [2].

Qualsiasi tentativo di spiegazione del recente successo dell’economia irlandese non può infatti prescindere dall’analisi dello sviluppo nel lungo periodo, vale a dire dall’incorporazione dell’Irlanda quale parte essenziale del sistema economico regionale britannico. Occorre tener presente che il Regno Unito ha rappresentato per l’Irlanda la dimensione economica attorniante fino a ben oltre la seconda guerra mondiale. L’indipendenza politica, raggiunta nel 1922, ha avuto un significato piuttosto modesto per lo sviluppo economico irlandese e per l’Irish Free State (che diverrà poi Repubblica d’Irlanda nel 1949) che ha continuato a fungere da economia regionale delle isole britanniche. A partire dai tardi anni Cinquanta l’accelerarsi dei processi di globalizzazione ed internazionalizzazione, insieme con il perseguimento di un’aggressiva strategia internazionale di modernizzazione e crescita economica, hanno prodotto cambiamenti profondi. Malgrado sia entrata nel 1973 nella Comunità economica europea come uno degli Stati economicamente meno avanzati, l’Irlanda vanta oggi la reputazione di «tigre celtica» dovuta alla rapida crescita dell’economia avviatasi negli anni Novanta. La partecipazione nella Unione Europea ha accelerato il passaggio dalla dipendenza economica dalla Gran Bretagna ad una relazione di interdipendenza. Per alcuni studiosi, dunque, «l’Europa simboleggia la fine dell’impero e, quindi, l’obsolescenza dell’antica diatriba anglo-irlandese» [3].

Passando alla dimensione interna, l’attuale grado di similarità tra le strutture economiche di Gran Bretagna, Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda nasconde il fatto che, fino a tempi relativamente recenti, profonde differenze sono sussistite tra le due isole britanniche, così come tra la regione dell’Ulster e le 26 contee meridionali irlandesi [4]. Nel corso del XIX secolo, la regione di Belfast in particolare ha vissuto una forma di industrializzazione piuttosto simile a quella delle altre regioni britanniche coinvolte nel processo di rivoluzione industriale. Questo ha comportato la creazione di un complesso economico specializzato e fortemente integrato nel sistema di scambi atlantico, costruito intorno all’industria navale e tessile.

Al contrario, la restante parte dell’isola ha vissuto nel primo XIX secolo un processo di deindustrializzazione dovuto principalmente all’introduzione del libero scambio con la Gran Bretagna, in seguito all’Act of Union del 1800 ed alla stessa concentrazione del settore tessile nell’Ulster e in Scozia. Ne è conseguito che l’economia del Sud è divenuta quasi interamente dipendente dalla esportazione della produzione alimentare verso il mercato britannico e coloniale. La totale assenza di diversificazione produttiva e la povertà diffusa che ne sono derivate hanno generato una corrente emigratoria continua verso Gran Bretagna e Stati Uniti, così che nel 1921 la popolazione dell’isola era ridotta a circa la metà di quella del 1841 [5]. All’epoca della partizione e della fondazione del Free State, solo il 10% della forza lavoro era occupata nell’industria manifatturiera (contro all’oltre un terzo nel Nord), mentre più della metà rimaneva occupata nell’agricoltura.

Il XX secolo ha invece assistito a crescenti difficoltà per la base industriale del Nord, parallele al declino secolare dell’industria specializzata nel Regno Unito, ed aggravate dalle agitazioni politiche che ne hanno severamente limitato le possibilità di attrarre altre forme di investimento. Nel Sud, le politiche protezionistiche perseguite a partire dal 1932 dal governo del Fianna Fáil guidato da Eamon De Valera hanno portato ad un’iniziale timida crescita dell’industria indigena finalizzata al mercato domestico. L’isolamento, tuttavia, sommandosi con una rapida contrazione del settore agricolo e con i limiti posti dalle ridotte dimensioni del mercato interno sul potenziale di crescita a lungo termine, ha finito per promuovere la stagnazione e una nuova massiccia crescita dell’emigrazione negli anni Quaranta e Cinquanta. Un’emorragia tale che, minacciando alla base la legittimazione del governo nazionale, ha imposto quella drastica inversione di tendenza nella politica economica della Repubblica rappresentata dal primo Programme for Economic Expansion.

La strategia di crescita industriale orientata all’esportazione e basata sull’attrazione dell’investimento estero ha avuto un timido riscontro positivo negli anni Sessanta e Settanta, nonostante i benefici nell’occupazione del settore estero fossero controbilanciati dalla contrazione del settore interno seguita all’ingresso nella Comunità europea e alla conseguente esposizione dell’industria irlandese alla competizione esterna. Se gli anni Ottanta, malgrado la forte crescita nella produzione, hanno visto una nuova caduta dell’occupazione (il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 15-20%) e una ripresa dell’emigrazione, negli anni Novanta lo sforzo congiunto di quattro strumenti di intervento hanno portato ad una graduale erosione dell’insularità irlandese: una politica finanziaria volta a minimizzare i costi di produzione, una forte stabilità nelle relazioni industriali promossa da una politica sindacale neo-corporativista, accompagnate da un intenso investimento nella formazione del capitale umano e da un massiccio finanziamento della Comunità europea attraverso fondi strutturali, volti al miglioramento di infrastrutture e trasporti. Nel 1987, il PIL pro capite della Repubblica d’Irlanda era pari al solo 63% della media complessiva dell’Unione europea (UE). Nel 1996, dopo un decennio che ha conosciuto un tasso di crescita quasi triplo rispetto agli altri paesi dell’Unione, il livello del PIL irlandese era cresciuto al 97% della media europea, superando di molto le altre economie tradizionalmente periferiche della UE come Spagna, Grecia e Portogallo [6].

Tabella 1. PIL pro capite quale % della media UE

  1987 1996
Irlanda 63 97
Spagna 71 76
Portogallo 60 67
Grecia 56 65
UK 102 96

Evento tornante, in particolare a livello storico e simbolico, nel 1996 il PIL irlandese ha superato quello della Gran Bretagna, fino a quel momento incontrastato «signore supremo» politico ed economico dell’Irlanda. Questi alti e sostenuti tassi di crescita hanno spinto molti commentatori ad avvicinare il recente successo economico irlandese a quello delle dinamiche economie «tigre» asiatiche – da qui l’applicazione all’Irlanda dell’appellativo di «Celtic Tiger». Il superamento del gap economico tra l’Irlanda e i paesi centrali europei è, se possibile, ancora più ragguardevole considerando il tradizionale status dell’Irlanda quale economia strutturalmente periferica nella divisione internazionale del lavoro. Ciò nondimeno, in questo nuovo contesto, quella irlandese rimane una economia semiperiferica, posizionata ai confini atlantici della zona europea, e altamente dipendente dall’investimento delle corporations multinazionali.

È su queste linee che si dividono i bilanci e le interpretazioni del recente «miracolo economico» irlandese. Per alcuni studiosi il 1996 si ricopre di una forte valenza periodizzante, quella di sollevare il colonialismo britannico dalla precipua accusa di colpevolezza per i problemi del paese. Vale a dire, in termini di geografia «della mente», l’Irlanda avrebbe smesso di essere un’isola della Gran Bretagna e, per riprendere il gioco di parole di un fortunato titolo di F. O’Tool, dopo secoli di «exile», l’Irlanda stessa sarebbe divenuta una «ex-isle» [7].

Su posizioni diametralmente opposte si pongono i critici radicali del fenomeno della Celtic Tiger, per i quali il recente successo economico irlandese non rappresenta una rottura decisiva dei modelli passati, ma al contrario vedono nella recente trasformazione dell’isola in una piattaforma di esportazione per la produzione statunitense una sostanziale linea di continuità con le limitazioni poste dalle strutture di potere dell’economia atlantica ai paesi periferici in via di sviluppo. A scontrarsi sono quindi le interpretazioni più convenzionali e «ottimistiche», eredi di una vasta tradizione di storiografia liberale, che vedono nella recente fase di crescita dell’economia irlandese un fondamentale superamento della tradizionale perifericità – un passaggio, in altri termini, dell’Irlanda dalla periferia al centro della produzione economica – e le narrazioni meno convenzionali e più «pessimistiche» che, a partire da una critica degli insuccessi sociali del recente cambiamento, si rifanno soprattutto alle teorie marxiste prima, all’analisi del sistema-mondo poi [8]. È tuttavia interessante notare la distanza che separa questa formulazione, per così dire «ottimista», rispetto a quella «pessimista», ossia più critica in senso sociale: è una contrapposizione che in qualche modo sottende gran parte del pensiero non solo storiografico ma anche politico.

Nondimeno, i dibattiti sull’Irlanda contemporanea rimangono per di più forgiati da un’ortodossia insistente legata ad una comune concezione del passato irlandese. Le principali componenti di questa concezione hanno origine in visioni economiche, storiche ed estetiche le cui generalizzazioni sono poste in termini di polarità binarie e dualistiche, derivate dalle rigide forme della teoria della modernizzazione.

Alla specificità del rapporto plurisecolare tra Irlanda e Inghilterra – tra periferia e centro – si deve rifare, insomma, qualsiasi tentativo di spiegare il presente. La questione comune e centrale alle due narrazioni si pone non tanto e non solo sui motivi e le modalità della presunta uscita dell’Irlanda da una posizione di perifericità, ma ritrova il suo asse gravitazionale sul luogo stesso della periferia, e nell’analisi di lungo periodo dello sviluppo economico irlandese. L’interrogativo pregnante resta, quindi: why Ireland starved? [9]. In altre parole, perché il decollo dell’economia irlandese non è stato parallelo a quello del suo pioniere vicino? Quale il peso del mercantilismo sulla perdurante arretratezza economica dell’isola? I punti di riferimento delle domande sul passato sono ancora nel XIX secolo, negli insuccessi economici dell’isola e quindi nell’interpretazione del rapporto tra Irlanda e Gran Bretagna. Il perché del fallimento dell’economia irlandese, dell’incapacità di sviluppare un’industria e perché l’Irlanda sia rimasta il «giardino sul retro» dell’officina del mondo ed il fanalino di coda dei paesi europei, fino a raggiungere il drammatico esito della «morte di fame» rappresentato dalla Great Famine, rimane allo stesso tempo tema dominante ed enigma irrisolto della storiografia economica irlandese.

Il «ritardo» dello sviluppo industriale irlandese

La natura periferica dell’economia irlandese, e la definizione dell’arretratezza economica dell’Irlanda, sono stati forgiati dalla combinazione di eventi avvenuti nel diciannovesimo secolo. Uno di questi è stato sicuramente l’emigrazione di massa che la grande carestia ha indotto. Al di là del pesante impatto demografico iniziale, nel lungo periodo il risvolto sociale della carestia ha lasciato in eredità a gran parte della popolazione una naturale predisposizione a lasciare il paese ogni qual volta le prospettive economiche e occupazionali estere sembrassero migliori. È da questo momento che l’Irlanda inizia a funzionare sempre più come economia regionale, la cui popolazione si espande o si contrae secondo i dettami delle condizioni economiche, piuttosto che come un’economia nazionale la cui popolazione è determinata in larga parte da fattori puramente demografici [10].

Altro evento cruciale del diciannovesimo secolo è rappresentato dalla deindustrializzazione vissuta dal paese. Se l’industria irlandese era stata fino a quel momento prospera, per via del vantaggio competitivo rappresentato dal basso costo del lavoro, con l’abbassamento dei costi di trasporto la produzione industriale è caduta in declino, avviando la trasformazione della parte meridionale dell’isola in un hinterland agricolo della Gran Bretagna. Il problema maggiore di una economia regionale basata sull’agricoltura è che l’accumulazione capitalistica tende ad attrarre manodopera verso i centri di sviluppo industriale, e così facendo limita le possibilità di una crescita intensiva della regione. Alla luce di questi eventi, il problema economico irlandese può essere definito come la necessità di raggiungere competitività nei settori internazionali.

P. Krugman [11] ha applicato all’Irlanda le prospettive del suo modello di geografia economica, sostenendo la tesi di una posizione intermedia dell’isola tra nazione e regione. All’interno del modello secondo cui le regioni di libero scambio si differenziano in un cuore industriale e una periferia agricola negli Stati Uniti così come nel Regno Unito del primo XIX secolo (che a quel tempo, lo ricordiamo, comprendeva anche l’Irlanda quale sua parte integrante), la combinazione di economie di scala deboli e alti costi di trasporto avrebbero indotto i fornitori di beni e servizi al settore agricolo a localizzarsi vicino ai loro mercati, determinando così una distribuzione piuttosto omogenea dell’attività industriale. Questo legame tra produzione e distribuzione venne rotto, tuttavia, nel momento in cui il sistema di fabbrica e lo sviluppo nei sistemi di trasporto introdussero le economie di scala, favorendo l’accentramento della produzione in regioni con ampie concentrazioni di popolazione e servizi. Il processo si è poi riprodotto fino a concentrare la maggioranza della popolazione in poche regioni centrali, lasciando così deindustrializzare il resto dell’economia fino a renderlo un retroterra rurale. Questi modelli possono dare ragione della riuscita industrializzazione della regione di Belfast parallela al declino nel resto dell’isola.

Una linea di pensiero che indaga in questa direzione è rintracciabile, se pure in forma frammentaria, nell’analisi di E. O’Malley [12], il quale osserva come Belfast fosse ben posizionata per divenire un centro tessile a causa delle buone connessioni con i mercati di esportazione e per l’ampia disponibilità di manodopera specializzata. Al di fuori del Nord-Est, l’Irlanda venne trasformandosi in periferia rurale del Regno Unito, un lascito che la nuova classe politica ha cercato di superare sin dall’indipendenza del 1922. Nella sfida ai paesi late comers, O’Malley vede i pericoli del dependency path, sostenendo che l’Irlanda è caso emblematico della difficoltà di sviluppare industria che affrontano le società strettamente correlate alla base industriale di paesi più avanzati [13]. L’industria domestica nei paesi meno sviluppati si trova a dover fronteggiare la competitività dell’industria dei paesi più avanzati, con le loro economie di scala, sviluppo tecnologico, un mercato, una differenziazione della produzione e una radicata competenza manageriale. Rientrando in questo modello di paesi late developer, l’Irlanda ha dovuto necessariamente ricorrere all’assistenza governativa per sormontare gli svantaggi del ritardo.

Legata a questa stessa idea di ritardo, è anche la constatazione dei limiti e delle «colpe» endogene. Nell’esaminare l’Irlanda del XX secolo in termini di potenziale e performance, e usando lo sviluppo degli altri paesi europei come termine di paragone, J.J. Lee giunge alla conclusione che l’Irlanda ha sprecato il proprio potenziale di sviluppo [14]. La ragione che Lee fornisce di questa povera performance è culturale, radicata non tanto nella situazione macroeconomica quanto nelle istituzioni e nel senso identitario del paese. Se per Lee la responsabilità del sistema partitico del Free State sta nell’aver volutamente sacrificato la crescita a vantaggio di una sterile stabilità politico-sociale, è quindi nella società irlandese, nella sua presunta «insufficienza di creatività intellettuale», che vanno ricercati i limiti di una diffusa «mentalità del possesso». Una mancanza di senso imprenditoriale, Lee ci suggerisce [15], radicata nella insicurezza della questione terriera del XIX secolo ed in una opprimente presenza paternalistica della Chiesa cattolica.

Se recentemente alcuni economisti [16], sull’onda dei successi della Celtic Tiger, hanno messo in dubbio la necessità e l’efficacia dell’intervento politico in questa situazione, d’altra parte queste interpretazioni neo-liberiste non riescono a dare ragione della centralità del welfare sociale in un’economia regionale. Una limitatezza evidente anche nella distinzione tracciata da L. Kennedy e J. Williamson [17], tra quegli studiosi di storia economica irlandese «ottimisti», che cioè imperniano le loro analisi sulla tendenza alla convergenza fra salari irlandesi e britannici nel corso dell’ultimo secolo, e i più «pessimisti», come C. O’Grada, K. Kennedy, B. Nolan e C.T. Whelan, che invece concentrano le loro analisi sulla discrepanza tra i livelli irlandesi e britannici o europei di PIL pro capite nello stesso arco temporale, sulla rocky road perseguita dall’Irlanda nel suo difficile cammino verso l’integrazione economica [18]. Ciò che accomuna queste due prospettive è il riconoscimento del recente successo in termini di crescita sia intensiva che estensiva, una crescita, insomma, che ha portato ad una convergenza verso gli standard di vita dei paesi europei più avanzati e a livelli senza precedenti nell’espansione dei tassi di occupazione.

Questi differenti orientamenti appaiono dunque strettamente legati, se si ammette che la ricerca di diverse risposte al perché della posizione periferica dell’Irlanda – seppure all’interno di difformi dimensioni – sembra riunita dal ricorso a modalità esplicative per nulla dissimili. È dentro a queste prospettive della ricerca che ha acquisito preponderanza il ricorso alle categorie di centro e periferia, concepite all’interno di un rapporto gerarchico tra le due isole britanniche, intorno a cui sono state forgiate le molte interpretazioni conflittuali della storia irlandese.

Periferia a «geografia variabile»: percorsi storiografici a confronto

Ireland is after all, a familial country; Irish history, and Irish inter-communal relations, often seem to me to take on the character of a family quarrel. And we all know how families get through their days of festival and holiday: by not talking about certain subjects [19].

Ci sono molte zone d’ombra nella storiografia irlandese. Dalla difficoltà nel misurarsi con il passato ed un presente frammentati deriva, secondo R.F. Foster, la tendenza all’eccezionalismo ed al ricorso alla logica binaria dominante-oppresso che ha trasformato la Storia irlandese nel racconto di tante storie contrapposte. Questo è visibilmente riscontrabile nel confluire di due ambiti di ricerca teoreticamente e metodologicamente molto distanti, che hanno dato corpo a difformi, ma intersecanti, campi di tensione costruiti intorno alla polarità centro-periferia, concepita alternativamente all’interno del sistema delle isole britanniche e della cornice di scambi atlantici. L’una, la controversia revisionista, denunciando il filo-pietismo tipico degli studi nazionalisti, ha ripensato il rapporto interno alle due isole; l’altra, che può essere schematicamente raccolta sotto l’appellativo di Atlantic History, ha invece aperto ad una dimensione transnazionale capace di cogliere il senso dello scenario globale. Nonostante questi ultimi orientamenti abbiano smantellato le precedenti trame stato-centriche, una linea di continuità è riscontrabile nel loro rimanere legati alle rigide teorie della dipendenza e ai modelli del sistema-mondo, centrali all’assunto dell’anomalia dello sviluppo economico irlandese rispetto agli standard europei.

Specularmente la storiografia revisionista, seppur in grado di aver superato i forti accenti anglofobi mostrando le relazioni culturali sfumate, mediate e simbiotiche emerse tra Irlanda e Gran Bretagna – soprattutto quando scende in profondità nelle vite, opinioni ed esperienze dei singoli – rimane essenzialmente forgiata su di una rivisitazione della teoria della modernizzazione anglocentrica, basata su una cruda dicotomia tra «tradizionale» e «moderno», e riscontrabile nel principio secondo cui le società tradizionali possono recuperare il divario che le separa dalle economie capitaliste più avanzate solo adottandone le stesse politiche di sviluppo. Sull’onda di questo discorso modernista, la storiografia revisionista ha insistito sulla natura reazionaria del nazionalismo, rimanendo però strettamente limitata alla storia «alta» delle élites politiche, ma ha saputo riproporre con forza l’idea di una storia che sia dibattito razionale, e non una questione di dogma religioso o politico. Il termine si applica ad una corrente storiografica che pretende di essere «obiettiva», e che fa riferimento all’indagine storica basata sulla ricerca empirica, che a partire dagli anni Sessanta ha soppiantato la storia di inclinazione nazionalista ed unionista. È quindi contro la visione tradizionale del passato irlandese monopolizzata dalla lotta contro il dominio britannico che i revisionisti si sono opposti, mettendo in rilievo gli aspetti disgiunti, sporadici o addirittura positivi dell’attività britannica in Irlanda, e convergendo nel sottolineare il carattere anomalo della relazione tra le due isole britanniche, che lasciava l’Irlanda nella posizione indefinita, né regno, né colonia della Corona britannica [20]. Lo Stato nato dalla violenza e diviso da amare questioni aveva visto una forza iniziale nell’imposizione di un elevato livello di conformismo e ipernazionalismo nelle istituzioni sociali, culturali ed educative che aveva introdotto [21]. In questo contesto sia la corrente marxista, sia quella liberale, erano rimaste intrappolate in un tentativo di giustificare il nazionalismo, e l’urgenza di riorientare la prospettiva in uno spirito, per così dire, meno anglofobo, rappresenta la forza rivoluzionaria della «scuola» revisionista. Tuttavia, ci sono ora segni di una reazione contro quella che è diventata a sua volta una ortodossia revisionista. Ne è derivata un’aspra controversia, che in storiografia si è comunque dimostrata un salutare stimolo verso nuove chiavi interpretative in grado di superare le sterili semplificazioni ed il ricorso a drastiche contrapposizioni.

Di fatto l’approccio revisionista presentava limiti e contraddizioni piuttosto palesi, come la tendenziale incapacità di spiegare nodi storiografici quali la grande carestia, minimizzandone e marginalizzandone l’impatto. In questo atteggiamento storico-politico C. Kinealy scorge una «relazione simbiotica» [22] con il nazionalismo, che soffoca nuovamente nella dicotomia il dibattito storiografico, creando un nuovo campo minato ideologico negli studi storici irlandesi. I critici non mancano di sottolineare, poi, come la necessità di superare la mitologia nazionalista sia divenuta la preoccupazione ideologica principale di una nuova generazione di storici costretta a far fronte all’intensificarsi delle campagne terroristiche dell’IRA negli anni Settanta. Questa presunta auto-censura avrebbe creato numerose implicazioni alle interpretazioni della carestia, limitando la capacità dei revisionisti di costruire valide letture alternative della storia irlandese. Debolezza cruciale di questa presa di posizione apparentemente obiettiva, é l’implicita approvazione dello status quo – e della irrisolta eredità coloniale della questione nord-irlandese – riconducibile ad un fondamentale retaggio storicista, di cui anti e post-revisionisti [23] tacciano la nuova emergente classe media, tendenzialmente europeista, imbarazzata dagli aspetti più «scomodi» del passato nazionale, e quindi incline a rinnegarli. Peraltro, per via di un eccessivo affidamento su fattori materiali e calcoli econometrici, i revisionisti sono accusati di aver sottostimato l’importanza di fattori meno quantificabili quali il sentimento identitario e culturale irlandese.

Di contro, gli storici revisionisti hanno risposto sostenendo che gran parte di ciò che passa come interpretazione post-coloniale del passato irlandese non sia in realtà altro che un mascheramento del vecchio paradigma nazionalista, fatto che di per sé non sorprende in un paese di così recente formazione. In questa visione, l’atteggiamento anti-revisionista è così smascherato come sintomatico della difficoltà irlandese di venire a patti e accettare di buon grado la modernizzazione della società. Ad emergere nuovamente sarebbe quindi la tradizionale attitudine anti-modernista, abbarbicata alla confortante illusione dell’eccezionalità irlandese e ad un vittimismo autocommiserativo, che trova le sue radici nel rifiuto della società industriale del populismo bucolico-cattolico di De Valera, nell’ideale di un’Irlanda «verde e pura», in contrapposizione ad un’Inghilterra ingrigita e corrotta dallo sviluppo industriale-capitalistico.

E tuttavia, anche in questo forte scontro, c’è a ben guardare una ricerca, quasi un’ansia di orientamento tutt’altro che esteriore. La storia irlandese è ancora divisa ed «esplosiva», e l’«ossessione» del rapporto politico tra le due isole britanniche continua a determinare cosa sia o non sia significativo. Una delle sfide principali mosse a questo stretto contesto anglo-irlandese è stata avanzata dall’analisi della dimensione atlantica, in grado di rompere con i modelli dominanti che, anche nella storiografia britannica, mantenevano una «amnesia insulare» sull’impresa imperiale britannica.

L’arcipelago atlantico

Molte delle recenti spiegazioni del modello di sviluppo irlandese hanno invece costruito una sintesi del passato intorno al rapporto mercantilistico e coloniale tra Irlanda e Gran Bretagna ed al fatto che l’Irlanda possa essere tuttora considerata una società post-coloniale. Nel suo Ireland in Crisis [24], lo storico dell’economia R. Crotty denota come l’Irlanda sia stato l’unico tra i paesi europei ad aver subito un «colonialismo capitalistico», e che qualsiasi tentativo di comprensione del passato irlandese sia meglio indirizzato se concepito nel contesto delle strutture di sottosviluppo del capitalismo mondiale, imposte dai colonizzatori per prevenire lo sviluppo socio-economico dei colonizzati. Anche dopo l’indipendenza le élites locali, beneficiando del mantenimento delle istituzioni prevalenti, avrebbero mantenuto queste strutture per preservare il proprio potere. Lo Stato post-coloniale non è quindi per Crotty strumento di sviluppo e liberazione nazionale ma piuttosto una barriera allo sviluppo dell’isola ancora da abbattere. Sebbene i termini di Crotty risultino piuttosto esasperati da una interpretazione nazionalista della storia irlandese ancora stretta in una forte contrapposizione con la storia inglese, la dipendenza politica ed economica dell’Irlanda dalla Gran Bretagna è innegabile. L’economia irlandese era legata a quella britannica per mezzo di una serie di vincoli diretti ed indiretti. Il modello di proprietà terriera dopo la carestia ed i forti legami tra i due sistemi bancari ne sono un esempio lampante. La dipendenza dal Regno Unito e la debolezza del processo di crescita economica sono mascherati dalle ondate migratorie che sollevavano le élites dalle pressioni sociali: «il lascito dell’imperialismo britannico era attitudinale, strutturale e debilitante» [25].

Quale, quindi, il modello di capitalismo mondiale dentro cui l’Irlanda ha interagito nel corso del suo sviluppo economico? Nel suo studio di lunghissimo periodo dell’economia atlantica, D. O’Hearn [26] parte dall’analisi dell’ascesa economica britannica durante il XVI e XVII secolo, del suo status egemonico nel XVIII e XIX, per giungere alla sostituzione nel corso del XX secolo dell’egemonia inglese con quella degli Stati Uniti quale influenza principale sul cambiamento economico irlandese. Gli effetti sull’Irlanda delle strategie britanniche e statunitensi divengono qui centrali. È quindi importante identificare le caratteristiche dell’ascesa economica che hanno assicurato il successo a Gran Bretagna e Stati Uniti, precludendo la strada allo sviluppo irlandese. Immediato è qui il riferimento sia ad Arrighi [27] e alla sua immagine di cicli sistemici di accumulazione, sia alle teorie della gerarchia centro-periferia che danno spiegazione dell’insuccesso dello sviluppo economico periferico e semi-periferico. Le strutture globali non sono quindi viste semplicemente come quadri dentro cui avvengono gli sviluppi a livello locale e regionale, ma come potenti forze esterne che le penetrano e, a turno, le trasformano. A questo riguardo, Wallerstein fornisce gli strumenti per esaminare la natura della relazione tra centro e periferia quando considera come le regioni sono incorporate e rese periferiche nel moderno sistema di capitalismo mondiale [28].

È all’interno dei confini di un’economia-mondo capitalistica che l’Irlanda acquisisce lo spazio alternativamente periferico e semiperiferico nella divisione internazionale del lavoro, a seconda delle necessità congiunturali di inglobamento del ciclo economico. Nella visione di O’Hearn, il tentativo compiuto dall’Irlanda di sganciarsi dal controllo britannico nella prima metà del XX secolo, ha lasciato la nuova economia nazionale paradossalmente più vulnerabile all’incorporazione statunitense dell’Irlanda nella nuova logica di produzione e commercio atlantici. Le fasi di «re-incorporazione» e «re-perifericizzazione» possono in effetti essere veicolo di scalata nella gerarchia del sistema-mondo, come nel caso della recente industrializzazione irlandese, rimanendo però ben al di fuori del suo controllo diretto. Questi i contorni propri dell’attuale terzo ciclo di espansione dell’economia atlantica, che ha trasformato l’Irlanda da paese rurale ad un’economia urbano-industriale e dei servizi, piattaforma da esportazione per la produzione delle imprese transnazionali statunitensi. È una lettura, questa, che paradossalmente gode di fortuna maggiore presso il pubblico non irlandese. Nel riconoscere che l’attuale ciclo di industrializzazione dipendente sia comunque preferibile all’assoggettamento e allo sottosviluppo coloniale quale forma di perifericità, O’Hearn attua una critica radicale dei limiti economici e sociali che la crescita-dipendente pone al cambiamento anti-sistemico. Rifiutando quindi anche l’assunto secondo cui il processo di integrazione europea possa ridurre le differenze centro-periferia interne allo spazio europeo [29], il ruolo dell’Europa è ridotto a mero confine orientale all’interno di una dominante dimensione atlantica in cui l’assoggettamento economico dell’Irlanda acquisisce rilevanza centrale. La chiave interpretativa di O’Hearn appare quindi quale versione rinnovata e moderata della formula marxiana del «Ireland’s lost, the British ‘Empire’ is gone» [30], destinata a lunga vita e fortuna in campo repubblicano così come tra la controparte unionista.

Il filo rosso che lega questi filoni di studi apparentemente contrastanti è infatti un comune approccio che rimane saldamente fissato sulla prospettiva anglocentrica. In questo contesto, le sintesi storiche sin qui considerate possono essere suddivise in due contrapposte categorie che hanno origine, da un lato, dalla tradizionale interpretazione nazionalista, di derivazione neo-marxista e neo-imperialista – dall’altro, dalla prospettiva revisionista e neo-liberista, che tuttavia condividono lo stesso paradigma di un dualismo dicotomico «manicheo» inseparabile dalla rappresentazione della storia irlandese, che mostra insomma la comune tendenza a sottolineare l’unicità della via irlandese alla modernizzazione. Se è evidente il passaggio da una prospettiva di «fattore esterno», ad un paradigma di «fattore interno», che nel corso degli ultimi vent’anni ha alternativamente rimpiazzato il precedente approccio tradizionale, in buona misura queste soluzioni convergono nel formulare un paradigma fortemente deterministico – quello della modernizzazione – che pone nell’Inghilterra il punto di arrivo dell’evoluzione verso lo sviluppo e l’integrazione economica [31]. Se il raffronto con la Gran Bretagna è innegabilmente centrale, c’è ora accordo sull’occorrenza di un’agenda che intraprenda una visione meno insulare e strettamente anglocentrica del passato: quello su cui storici e critici culturali concordano è, insomma, il bisogno di storie alternative. Ciò che appare piuttosto chiaro è che, se da un lato i più importanti risultati negli studi culturali irlandesi hanno prodotto nuovi fruttuosi approcci teorici, dall’altro i principali risultati nella storiografia irlandese sono stati apportati sia dall’apertura della world-system analysis alla realtà globalizzata, sia dall’insistente attenzione revisionista per i dettagli empirici, fattore che porta insomma ad insistere sull’inadeguatezza del termine stesso di revisionismo. Nondimeno, entrambi gli schieramenti storiografici, anti e pro-revisionismo, hanno mostrato un grave limite nel guardare a certe aree della ricerca storica – soprattutto in campo sociale, come l’approccio di genere, la storia delle disuguaglianze sociali, la storia locale – come marginali e secondarie, privilegiando invece un taglio politico-economico ed un approccio quantitativo che continua a proporre una visione forzatamente unitaria della società irlandese.

L’«oriente interno» alle isole britanniche: il peso dell’esperienza coloniale

Per capire la pluralità degli interrogativi, e soprattutto la loro interdipendenza, è utile tornare alla questione dello status coloniale dell’isola. Il dibattito, partendo da studi politici ed econometrici, si è di recente allargato all’analisi della cultura irlandese. Naturalmente non è qui il caso di entrare nei particolari dell’analisi post-coloniale. Ma conviene precisare che si trova in diversi autori degli ultimi decenni l’idea dell’esperienza coloniale come di un processo aperto e continuativo, in opposizione ad una compartimentazione della storia in un «prima», «durante» e «dopo» la fase di colonialismo. L’applicabilità di questa concezione al caso irlandese, dove diverse fasi di colonialismo si sono susseguite in un arco temporale piuttosto lungo, e dove l’isola rimane divisa da una sua parte nonostante il ritiro britannico, è facile da comprendere. Riflettendo la rivoluzione che attraverso l’approccio postcolonial si diffonde nella storiografia occidentale, anche gli studi storici irlandesi si aprono ad una nuova geografia: tendono, in altre parole, a riformularsi intorno al processo di decentramento e scomposizione dell’idea di modernità, della perdita di fiducia nel concetto di linearità, mettendo in discussione anche le rappresentazioni della via eccezionale irlandese alla modernità. Tuttavia, è dagli stessi studi sul colonialismo britannico che arriva il primo rifiuto ad accogliere il caso irlandese tra le periferie dell’impero, sulla base della complicità irlandese nell’imperialismo britannico, posizione avallata anche dalla stessa storiografia revisionista, anti-nazionalista e quindi contraria alle interpretazioni colonialiste [32].

Che la storia irlandese sia in parte un caso dagli ovvi contorni coloniali appare tuttavia irrefutabile, e paradossalmente è dalla sponda britannica che arrivano le spinte principali in questa direzione. È quasi superfluo insistere su questa linea: gli sforzi per soggiogare l’isola e la sua popolazione da parte delle forze britanniche sono stati peculiarità più o meno costante della storia irlandese a partire dalle invasioni normanne. Ciò che è questionabile è, piuttosto, la natura dell’esperienza coloniale che ne è derivata, la sua eredità, la sua rilevanza contemporanea. L’idea che la Repubblica abbia acquisito nel 1922 un’indipendenza solo di nome, rimanendo di fatto in un rapporto di dipendenza neo-coloniale adombrato dalla partizione politica dell’isola, è opinione diffusa tra nazionalisti, repubblicani e marxisti. Oltre che a mantenere gran parte delle strutture istituzionali, legali e civili che aveva ereditato, per gran parte del XX secolo la Repubblica è rimasta dipendente dall’isola maggiore quale principale partner commerciale e bacino di emigrazione. La centralità della questione nord-irlandese, del suo assoggettamento politico-economico, delle sue divisioni settarie e del conflitto irrisolto, sembra invece aver perso parte del suo allure in un’epoca di analisi che illustrano il conflitto come interno all’Irlanda del Nord, e alimentato da una percezione di tradizioni e identità «artificiosamente e forzatamente contrapposte» [33]. Sul versante economico, gli ultimi decenni hanno visto ridursi notevolmente l’influenza britannica, e la recente esperienza di crescita potrebbe ugualmente essere spiegata nel contesto di forze globalizzanti più ampie cui lo stesso potere imperiale è ora soggetto [34]. Molti degli argomenti che vedono la dipendenza quale fonte di tutti i mali irlandesi, tra cui quelli neo-colonialisti, tendono a spostare l’attenzione dal terreno delle divisioni interne alla società irlandese, appoggiando implicitamente la convinzione nazionalista che il raggiungimento dell’indipendenza «piena» sia prerequisito assoluto alla risoluzione di tutti i problemi. E tuttavia, nonostante la riunificazione sia lungi dall’essere raggiunta, l’economia della Celtic Tiger ha portato la Repubblica ad affiancare la Gran Bretagna tra i paesi più ricchi del mondo. Se l’eredità coloniale per alcuni si fa sempre più aspra, per altri una crescita così significativa non può che mettere in forse un modello di sviluppo che ha nello Stato nazionale il suo ideale.

Una variante a entrambe queste posizioni è quella del filosofo R. Kearney, che ha proposto il «post-nazionalismo» come chiave interpretativa dell’Irlanda contemporanea, differenziando gli aspetti emancipatori del nazionalismo da quelli più regressivi e sottolineando come in passato lo stesso nazionalismo irlandese abbia rispecchiato, nel rifiutarle, le categorie proprie del nazionalismo britannico [35]. Il post-nazionalismo mette in discussione la stessa concezione di Irishness basata su di una identità singola e insulare, disseminandola invece tra le identità multiple valevoli in una Europa delle regioni, forgiate dalla consapevolezza della diaspora e del sistema economico globalizzato. Dall’altra parte però, L. Kennedy vede i pericoli del far seguire tacitamente i fatti alle percezioni culturali [36]. Ed insiste sul fatto che ogni pretesa di annoverare l’Irlanda tra i paesi del «terzo mondo» sia semplicemente insostenibile. Veloci comparazioni con (per esempio) Algeria, Namibia ed Egitto sono, come dimostra in modo convincente, economicamente ingannevoli e fallaci. Non c’è dubbio che la visione di Kennedy sia empiricamente irrefutabile, ma è tuttavia stato suggerito che un’analisi che tenga in considerazione anche gli effetti materiali delle percezioni culturali risulti più penetrante nei tempi lunghi. Legata a quest’idea di influenza piuttosto tangibile della memoria, è la concezione di L. Gibbons dell’Irlanda come «paese del primo mondo con una memoria da terzo» [37]. Ed è precisamente questo l’aspetto della realtà irlandese che a molti critici culturali sembra costitutivo di una cultura post-coloniale. La sfida diviene quindi quella di saper forgiare una lettura post-coloniale del passato irlandese che non cada nella trappola di divenire mero camuffamento del vecchio approccio nazionalista. I più recenti ed esaurienti tentativi di applicare una approccio post-coloniale alla produzione letteraria irlandese sembra siano riusciti in questo scopo [38].

Nuove prospettive, altre dimensioni

La sfida lanciata al tradizionale anglocentrismo ha aperto la strada ad un passaggio determinante, capace di mettere in discussione i due modelli di narrazioni storiografiche finora prevalenti, vale a dire le tradizionali narrazioni nazionaliste strette in una dura contrapposizione con la metropoli, e le schematiche trame interpretative normative dello sviluppo economico e sociale. Secondo questa prospettiva, al rapporto inarticolato di centro e periferia si sostituisce una posizione di reciproca interrelazione, che prospetta un superamento della polarità implicita nelle narrazioni costruite nei termini di contrapposizione – che J. Leersen ha definito di «either/or» – in favore di un approccio «both/and», che possa consentire di fornire risposte nei termini della complessità che sottende le fratture della storia irlandese [39]. Uno dei punti di forza degli studi culturali e post-coloniali è stata infatti la capacità di destabilizzare la dominanza culturale del discorso sulla modernizzazione, insistendo sulla necessità di capire lo sviluppo storico irlandese sia in termini di lunga durata che in un più ampio contesto geografico. Dimostrando i limiti della linearità del modello storicista nel dare ragione delle dense condizioni sociali, economiche e politiche dell’Irlanda contemporanea, il recente dibattito culturale ha sottoposto una serie di revisioni che vedono le limitazioni della nazione come categoria di analisi, in favore di un discorso che si concentra sulle interazioni decentrate a livello sub e sovra-nazionale – dai transfer di capitale, ai movimenti di popolazione, alle trasmissioni di informazioni – di fronte a cui lo spazio nazionale appare inserito in una complessa rete di trasformazioni culturali.

Ed è proprio da recenti progetti di storia sociale e culturale che sono derivate forti spinte al rinnovamento di fonti, metodi, approcci, che permettono di ovviare al facile ricorso alle contrapposizioni radicali. Più sottilmente questa tendenza esprime la riluttanza ad imperniare la riflessione sullo spazio nazionale, spostando quindi la propria attenzione su prospettive interdisciplinari e sovranazionali. In una prima fase, è l’esercizio della comparazione a mettere in luce nuova i caratteri della società irlandese. Se il primo comparatismo era finalizzato a mettere in rilievo la anomalia della via irlandese alla modernizzazione [40], e a proporre quindi un ritratto del passato irlandese come luogo di un’eccezionale transizione da pre-modernità a post-modernità, si assiste oggi ad un passaggio verso una prospettiva quasi opposta, che considera il caso irlandese interessante non tanto per la sua presunta eccezionalità, quanto, al contrario, in qualità di caso, seppur esemplare per l’intensità, di un fenomeno che da secoli tocca ogni parte del mondo, vale a dire la globalizzazione. Sebbene l’Irlanda differisca sostanzialmente dalla manciata di paesi che hanno dominato il sistema capitalista emerso nel XIX secolo, una prospettiva comparativa che esca dal soffocante ruolo contrastivo del raffronto con la Gran Bretagna e dall’anglocentrismo quale linea standard dell’argomentazione, fa emergere prospettive tutt’altro che univoche [41]. Se la comparazione fra Irlanda ed il pioniere anglosassone ha svolto il necessario ruolo di portare alla luce il sottosviluppo industriale irlandese, la sua arretratezza nel sistema politico, le sue caratteristiche uniche di transizione demografica, ora l’assunto teoretico della modernità quale strumento normativo fisso viene messo in discussione, ed il modello di modernizzazione ed industrializzazione inglese viene rifiutato quale tertium comparationis, a favore di una prospettiva più dinamica. A seconda del termine di paragone e della logica sottesa alla comparazione stessa, le caratteristiche specifiche del caso nazionale, ma anche e soprattutto i modelli locali di sviluppo sono messi in luce contro la totalità. È lo stesso innegabile gap tra l’Irlanda ed il suo potente vicino a racchiudere in sé il limite dell’incapacità di definire le specificità del caso al di là della semplice identificazione dei deficit generali.

L’aver impostato la comparazione verso prospettive più «distanzianti», ha offerto all’osservazione ed all’analisi una dimensione sempre più ampia e globale, aprendo gli studi storici alla riflessione teoretica e spostandone il baricentro dal Canale d’Irlanda, all’Atlantico, all’Europa. Sullo sfondo di un’idea di modernità multiple in Europa, maggiormente significative appaiono, sotto molti aspetti, da un lato le divisioni interne alla stessa regione piuttosto che le differenze tra Irlanda e Gran Bretagna, dall’altro le reti di relazioni economiche e sociali fra comunità globali, i transfer culturali, l’interconnessione reciproca e dialettica delle diverse società. È la dimensione nazionale, dunque, a perdere di centralità in questa angolatura, che non a caso si articola per un verso nella direzione transnazionale degli studi locali – che aprono alla cornice economico-territoriale dell’Europa atlantica e «celtica», attraverso il raffronto con Scozia e Galles, ma anche con le coste bretoni e galiziane [42] – per un altro verso nella prospettiva globale e sovranazionale aperta dagli studi demografici e migratori [43]. Allo Stato-nazione le identità transnazionali della global Irishness sostituiscono uno spazio non istituzionale definito dai flussi migratori della diaspora, costruito sulla tensione fra globale e locale. Si può affermare, per concludere, che alla luce di questa visione innovatrice la categoria di centro-periferia è stata ripensata al di fuori della contrapposizione binaria e, applicata ai fenomeni storici, ha rivelato la potenza euristica di dualità e ibridità per capire l’evoluzione della cultura e della società irlandese contemporanea.

La storia irlandese appare quindi mediata da tre livelli dimensionali: globale, regionale (europeo) ed infine il «British Isles sub-system», all’interno del quale sinergie e differenze sono presenti a livello locale e urbano. Grossi cambiamenti in quest’ultimo sottosistema sono avvenuti nel contesto dell’attività regionale. L’ingresso nell’Unione Europea, concomitante per Irlanda e Gran Bretagna, ha infatti trasformato le relazioni tra i due paesi assistendoli in particolare nella ricerca di una soluzione alla questione del conflitto. È in questa nuova e molto ampia accezione che trovano spazio i punti di riferimento degli interrogativi sul passato e anche le recenti proposte politiche che sembrano profilare il rientro dell’Irlanda nel Commonwealth dopo quasi sessant’anni dalla sua uscita [44]. Da qui le recenti interpretazioni del community divide proprio come il fallimento, o l’inadeguatezza storica, della dimensione dello Stato nazionale nel dar voce ad identità plurali e multiple. Ma è soprattutto l’analisi sociale a mostrare il limite dell’artificiosità legata ai confini politici imposti all’indagine di una realtà sociale che travalica la dimensione statuale, e che quindi ostacola l’emergere delle differenze e delle sinergie interregionali, e delle mutue connessioni attraverso i confini.

Nonostante le tensioni politiche siano ancora forti, gli aspetti economici e sociali hanno ora trovato un adeguato e più ampio spazio, e le rappresentazioni del passato divengono sempre meno bidimensionali. L’Irlanda è quindi vista in un più ampio contesto di relazioni – culturali, politiche ed economiche – europee e mondiali; altri attori, tra cui le donne, ma anche gli Irish abroad, sono ora nell’agenda degli studi storici, così che la storia irlandese non è più stretta in un «combattimento mortale con la storia inglese» [45], ma ha ripensato il ritratto del proprio passato collocandolo in una più articolata prospettiva d’analisi, che trascende la dimensione dello Stato nazionale. Un contesto multidimensionale che, travalicando ogni «partisan simplicities» [46], conferisce all’esperienza irlandese un significato nuovo.

Note

[1] Da questo punto di vista, quindi, le regioni geograficamente periferiche come l’Irlanda fronteggerebbero severi svantaggi che possono dare ragione della loro povera performance economica. Cfr. P. Breathnach, Uneven Development and Irish Peripheralisation, in P. Shirlow (ed.), Development Ireland, London, Pluto Press, 1995, 15-26.

[2] C. Regan, Economic Development in Ireland: the Historical Dimension, «Antipode», 12/1 (1980), 1-15.

[3] T. Garvin, The French are on the sea, in R. O’Donnell (ed.), Europe: the Irish Experience, Dublin, Institute of European Affairs, 2000, 43.

[4] L.M. Cullen, An Economic History of Ireland since 1660, London, B.T. Batsford, 1972.

[5] K. Kennedy, T. Giblin, D. McHugh, The Economic Development of Ireland in the Twentieth Century, London, Routledge, 1988.

[6] P. Breathnach, Exploring the “Celtic Tiger” phenomenon: causes and consequences of Ireland’s economic miracle, «European Urban and Regional studies», 5/4 (1998), 305-316.

[7] Mi riferisco qui a F. O’Tool, The Ex-isle of Erin. Images of a Global Ireland, Dublin, New Island Books, 1996, che a sua volta rimanda ad uno dei primi studi sulla diaspora irlandese, ad opera di L.H. Lees, The Exiles of Erin, Ithaca-Manchester, Cornell University Press, 1979.

[8] F. Barry, Irish Growth in Historical and Theoretical Perspective, in F. Barry (ed.), Understanding Ireland’s Economic Growth, London, McMillan, 1999, 25-44.

[9] Why Ireland Starved è il titolo dell’ormai classico libro del celebre storico della rivoluzione industriale J. Mokyr, incentrato sulle incapacità dello sviluppo industriale irlandese nella prima metà del XIX secolo e sul suo drammatico esito, la «grande carestia» del 1847-51. Cfr. J. Mokyr, Why Ireland Starved: A Quantitative and Analytical History of the Irish Economy, 1800-1850, London, Ullen & Unwin, 1985.

[10] Come ha suggerito P. Krugman, è la produttività nazionale a determinare il benessere dell’economia nazionale, indipendentemente dai settori in cui l’economia si specializza. D’altro canto la dimensione di un’economia regionale è determinata prevalentemente dalla sua base di esportazioni (o più in generale dalla sua competitività internazionale): per esempio, se i livelli di esportazioni subiscono un collasso, questi sono seguiti da una caduta di spese e guadagni e quindi da un aumento dell’emigrazione. Cfr. P. Krugman, Good News from Ireland: a Geographical Perspective, in A. Gray (ed.), International Perspectives on the Irish Economy, Dublin, Indecon, 1997.

[11] P. Krugman, Geography and Trade, Cambridge (Ma), MIT, 1991 e Increasing Returns and Economic Geography, «Journal of Political Economy», 99/3 (1991), 483-499.

[12] E. O’Malley, The Decline of the Irish Industry in the Nineteenth Century, «Economic and Social Review», 13/1 (1981), 21-42, ora in C. O’Grada (ed.), The Economic Development of Ireland since 1870, Aldershot, Elgar Publishing, 1994.

[13] E. O’Malley, Industry and Economic Development: Challenge for the Latecomers, Dublin, Gill and MacMillan, 1989.

[14] J. Lee, Ireland 1912-1985: Politics and Society, Cambridge, Cambridge University Press, 1989.

[15] Senza però ricadere, come gli è stato semplicisticamente accusato, nelle giustificazioni culturali di matrice weberiana sul successo del Nord-Est. Se la religione è infatti in qualche modo coinvolta, la differenza tra il Nord ed il Sud dell’isola ha però forse meno a che fare con l’ideologia che con le circostanze sociali ed economiche di colonizzazione ed insediamento. Più plausibili sono i legami tra settarismo o discriminazione e performance economica. Come ha suggerito lo stesso Lee, «il protestantesimo non ha salvato l’Ulster dal declino industriale del XX secolo»: J. Lee, The Modernisation of the Irish Society, 1848-1918, Dublin, Gill & MacMillan, 1973, 16.

[16] B. Walsh, J.P. Clinch, F. Covery, After the Celtic Tiger, challenges ahead, Dublin, O’Brien Press, 2002 e D. de Buitler e F. Ruane (eds.), Governance and policy in Ireland, Dublin, Institute of Public Administration, 2003.

[17] L. Kennedy, The Modern Industrialisation of Ireland: 1940-1988, Dundalk, Dundalgan, 1989 e J.G. Williamson, Economic Convergence: Placing Post-Famine Ireland in Comparative Perspective, «Irish Economic and Social History», 32 (1995), 141-196.

[18] Il riferimento è al titolo del libro di C. O’Grada, A Rocky Road: the Irish Economy since the 1920s, Manchester, Manchester University Press, 1997; vedi anche K. Kennedy, T. Giblin, D. McHugh, The Economic Development of Ireland in the Twentieth Century, London, Routledge, 1988, B. Nolan, J.O. O’Connell, C.T. Whelan, Boost to Boom? The Irish Experience of Growth and Inequality, Dublin, Institute of Public Administration, 2000; V.G. Munley, R.J. Thornton, J.R. Aronson (eds.), The Irish Economy in Transition: Success, Problems and Prospects, Contemporary Studies in Economic and Financial Analysis vol. 85, Oxford, Elsevier Science, 2002.

[19] R.F. Foster, The Irish Story. Telling tales and making it up in Ireland, London, Allen Lane, 2001, 5.

[20] R.F. Foster, Modern Ireland, 1600-1972, London, Allen Lane, 1988 e Paddy & Mr. Punch: connections in Irish and English history, London, Allen Lane, 1993.

[21] Cfr. il magistrale studio del nazionalismo culturale irlandese e dell’isolamento imposto alla critica sociale degli intellettuali in Irlanda: T. Brown, Ireland: a Social and Cultural History. 1922-1985, London, Fontana, 1985. A rappresentanza del filone di studi nazionalisti si veda G. O’Brien, The Economic History of Ireland from the Union to the Famine (1921), Clifton, Kelley Publisher, 1972.

[22] C. Kinealy, Beyond Revisionism: reassessing the Great Irish Famine, «History Ireland», 3/4 (1995), 31. Proprio intorno alla riflessione sulla grande carestia è cresciuto un folto gruppo di giovani studiosi, presto ribattezzati Faminists, che rappresenta uno dei più importanti filoni di indagine sociale «dal basso» e del rapporto tra storia e memoria. A questo riguardo vedi, tra gli altri, C. Kinealy, This great calamity. The Irish Famine, 1845-1852, Dublin, 1994 e J.S. Donnelly, The construction of the memory of the Famine in Ireland and the Irish Diaspora, 1850-1900, «Éire-Ireland», 13/1&2 (1996).

[23] G.B. Boyce e A. O’Day (eds.), The Making of Modern Irish History. Revisionism and the Revisionist Controversy, London, Routledge, 1996. Ciò che appare curioso è l’insularità del dibattito revisionista, in considerazione del fatto che il suo stesso impeto nasce dall’impatto internazionale ed europeo degli anni ’60 e da una generazione di storici formatasi prevalentemente all’estero. Data l’origine internazionale della scrittura della storia irlandese, sorprende il carattere «parrocchiale» del dibattito revisionista, la riluttanza a cogliere il senso della dimensione globale.

[24] R. Crotty, Ireland in Crisis: A Study in Capitalist Colonial Underdevelopment, Dingle, Brandon Book Publisher, 1986 e Capitalist Colonialism and Peripheralisation: the Irish case, in D. Seers, B. Schaffer, M. Kiljunen (eds.), Underdeveloped Europe: Studies in Core-Periphery Relations, Hassocks, Harvey Press, 1979, 225-235.

[25] R.B. Finnegan, Doors opening and Closing: Economy, Education and the Irish Language, in R.B. Finnegan, E.T. McCarron, Ireland: Historical Echoes, Contemporary Politics, Oxford, Westview, 2000, 105.

[26] D. O’Hearn, The Atlantic Economy. Britain, the US and Ireland, Manchester, Manchester University Press, 2001.

[27] G. Arrighi, Il lungo XX secolo. Denaro, potere e le origini del nostro tempo, Milano, il Saggiatore, 2003 (I ed. The Long Twentieth Century, London, Verso, 1994).

[28] I. Wallerstein, The Capitalist World-Economy, Cambridge, Cambridge University Press, 1979 e The Modern World System III: The Second Era of Great Expansion of the Capitalist World Economy, New York, Academic Press, 1988 (tr. it. Il sistema mondiale dell’economia moderna, 3 voll., il Mulino, Bologna, 1978-1995).

[29] D. O’Hearn, Global Competition, Europe and Irish Peripherality, «The Economic and Social Review», 24/2 (1993), 169-197.

[30] K. Marx, F. Engels, Ireland and the Irish Question: Collection of Writings, London, Lawrence, 1971, 388 (tr. it. Sull’Irlanda, Roma, Napoleone, 1973).

[31] Diretta ricaduta pratica ne è stata, soprattutto a partire dagli anni ’80, la politica di apertura al mercato internazionale attraverso un attivo sostegno governativo alle esportazioni.

[32] D. Kiberd, An Irish Empire? Aspects of Ireland and the British Empire, Manchester, Manchester University Press, 1996 e S. Howe, Ireland and Empire: Colonial Legacies in Irish History and Culture, Oxford, Oxford University Press, 2000.

[33] J. Whyte, Interpreting Northern Ireland, Oxford, Oxford University Press, 1990.

[34] Allo stesso modo, il modo in cui si è messo fine ai Troubles rivela la debolezza post-imperiale della Gran Bretagna in Irlanda, nel momento in cui ha concesso ampi poteri negoziatori alla Repubblica, agli USA e alla UE, oltre che ad un ruolo quasi amministrativo per la Repubblica stessa.

[35] D. Kiberd, Inventing Ireland, London, Cape, 1995 e R. Kearney, Postnationalist Ireland. Politics, Culture, Philosophy, London, Routledge, 1997.

[36] L. Kennedy, Modern Ireland: Post-Colonial Society or Post-Colonial Pretensions?, in Id., Colonialism, Religion and Nationalism in Ireland, Belfast, Queen’s University, 1996, 167-81.

[37] L. Gibbons, Transformations in Irish Culture, Cork, Cork University Press, 1996.

[38] M. Cronin, P. Kirby, L. Gibbons (eds.), Reinventing Ireland: culture, society and the global economy, London, Pluto Press, 2002; vedi anche la riflessione di D. Lloyd, Regarding Ireland in a Postcolonial Frame, in Id., Ireland After History, Cork, Cork University Press, 1999, 37-52; C. Carrol, P. King (eds.), Ireland and Postcolonial Theory, Notre Dame, University of Notre Dame Press, 2003 e J. Cleary, Postcolonial Ireland, in K. Kenny (ed.), Ireland and the British Empire, Oxford, Oxford University Press, 2004, 251-288.

[39] J. Leersen, 1798: the Recurrence of Violence and Two Conceptualizations of History, «The Irish Review», 22 (1998), 37-45, 45.

[40] B. Girvin, Between Two Worlds. Politics and Economy in Independent Ireland, Dublin, Gill & McMillan, 1989.

[41] Ad aprire questa prospettiva è sicuramente la raccolta di saggi a cura di J.H. Goldthorpe, C.T. Whelan (eds.), The Development of Industrial Society in Ireland, Proceedings of the third joint meeting of the Royal Irish Academy and the British Academy, Oxford, Oxford University Press, 1992. Cfr. anche J. Bradley, The Irish Economy in International Perspective, in W. Crotty, D.E. Schmitt (eds.), Ireland on the World Stage, Harlow, Longman, 2002, 47-65. Più interessanti appaiono oggi i tentativi di interpretare il passato coloniale dell’Irlanda attraverso il parallelismo con esperienze altre, quali l’Algeria e l’America Latina: cfr. J. Cleary, “Misplaced Ideas”?: Colonialism, Location and Dislocation in Irish Studies, in C. Carrol, P. King (eds.), Ireland and Postcolonial Theory, Notre Dame, University of Notre Dame Press, 2003, 16-45.

[42] C. Kinealy, A Disunited Kingdom? England, Ireland, Scotland and Wales, 1800-1949, Cambridge, Cambridge University Press, 1999; T. Devine, D. Dickson, Ireland and Scotland: Parallels and Contrasts in Economic and Social Development, Edinburgh, Donald, 1993; P. Butel, L.M. Cullen (eds.), Cities and Merchants: French and Irish Perspectives on Urban Development, 1500-1900, Proceedings of the fourth Franco-Irish Seminar of Social and Economic Historians, Dublin, 1986.

[43] Tra gli innumerevoli studi sulla dimensione diasporica dell’emigrazione irlandese: L.H. Lees, The Exiles of Erin cit.; D. Fitzpatrick, Irish Emigration (1801-1921), Dublin, Economic and Social History Society of Ireland, 1984; K. Miller, Emigrants and Exiles: Ireland and the Irish Exodus to North America, New York, 1985; D.H. Akenson, The Irish Diaspora. A Primer, Belfast, Institute of Irish Studies, 1993; e A. Bielenberg (ed.), The Irish Diaspora, London, Longman, 2000.

[44] D. McMahon, Ireland, the Empire, the Commonwealth, in K. Kenny (ed.), Ireland and the British Empire, Oxford, Oxford University Press, 2004, 182-219.

[45] A. Davin, Irish History. An introduction, «History Workshop», 31/2 (1991), 95-103.

[46] H. Kearney, The Irish and their History, «History Workshop», 31/2 (1991), 107-113.