Storicamente. Laboratorio di storia

Dibattiti

Intervista Ivan Scalfarotto. Generazione Ostaggio. Il problema della selezione delle élites nell'Italia contemporanea

Ivan Scalfarotto è la personificazione di una larga fetta degli Italiani all’estero, di cui gran parte dei politici non sospettava l’esistenza: sono giovani tra i trenta e i quarant’anni, con percorsi educativi e professionali di alto profilo, che rivestono ruoli importanti nelle professioni e nell’imprenditoria dei paesi che li hanno accolti, ma guardano con grande attenzione a quanto accade nel proprio paese d’origine e qualche volta, come lui, decidono di impegnarsi in prima persona. Nel 2005 si è candidato premier alle primarie del centro sinistra, dopo aver fatto parlare di sé nel 1996 quando inviò una lettera dichiarandosi un deluso dell’Ulivo e dopo aver dato vita a un circolo di “Libertà e Giustizia” nel 2002 a Londra, dove risiedeva e lavorava in qualità di dirigente di un prestigioso gruppo finanziario internazionale. Attualmente residente a Mosca, dove si è trasferito per lavoro, Ivan Scalfarotto, totale outsider nel panorama politico italiano, ha appena pubblicato per il Saggiatore un pamphlet dal titolo Contro i Perpetui, un libro che costituisce un’invettiva contro una classe dirigente che – come dice la quarta di copertina – tiene un’intera generazione in anticamera, ma che raccoglie anche le idee programmatiche lanciate da Scalfarotto per lo più attraverso il suo weblog. La lettura si conferma come un interessante documento sullo stato attuale dell’Italia, una fotografia di alcuni aspetti del paese, intorno ai quali ho chiesto all’autore di ragionare insieme.

In questo pamphlet tu fai un quadro oltremodo negativo dell’atteggiamento della classe dirigente italiana nei confronti delle nuove generazioni e, più in generale, dei criteri che stanno alla base della selezione delle élites del nostro paese. Ma a me pare che esca anche il ritratto di una generazione che si è lasciata mettere in questa situazione.

Sì è vero, ma bisogna dire che la colpa è per me soprattutto della classe dirigente. Nel caso della politica, specificatamente, dell’incapacità dei partiti di rinnovarsi. Anche quando decidono di candidare facce nuove, infatti, finiscono comunque con il presentare persone che fanno politica di lungo corso. Faccio l’esempio di Pierfrancesco Maiorino, segretario dei DS milanesi, che si è prestato a presentare insieme a me il mio libro a Milano, è nato nel ‘73, cioè è anagraficamente giovane, ma è in politica, nella struttura partitica, da quando ne aveva quattordici: vale a dire che ricopre il ruolo che ha in virtù comunque di un’anzianità di militanza.

In sostanza la questione è: siamo sicuri che persone che hanno questo tipo di percorso siano all’altezza di assumere incarichi nei governi locali, nei consigli comunali, in parlamento? Io non sollevo una questione anagrafica, ma una questione di metodo di selezione del personale (politico e non). In questo paese il criterio di anzianità passa sempre in primo piano rispetto a qualsiasi altro tipo di criterio: viene senz’altro prima del criterio del merito.

Il tuo libro è incentrato sul presente, sulla contemporaneità. C'è una radice, un momento storico in cui questo sistema che privilegia il criterio di anzianità ha avuto origine o per lo meno ha preso pesantemente piede?

Io vedo una storia recente – nel senso della storia degli ultimi cinquanta anni circa – caratterizzata da una lunga continuità senza punti di rottura. La storia contemporanea italiana è una lingua linea retta e continua, senza interruzioni. Come spiego anche nel libro, negli altri paesi cambia la leadership e la gente, per esempio, si veste in modo diverso. Cioè negli altri paesi c’è una maggiore rottura tra un governo e l’altro: una rottura non solo o non tanto per i programmi, ma per il riflesso che questi hanno sui costumi delle persone, sulla cultura di quei paesi. L’America di Clinton e l’America di Bush sono diverse, nel senso che anche le persone sentono di vivere un tempo diverso; Zapatero in Spagna ha fatto emergere un lato diverso del paese, e potrei fare altri esempi.

L’ultima fase creativa per l’Italia per me si è verificata negli anni ‘50 e ’60 – l’Italia del boom, quella che a me piace chiamare “l’epopea del moplan”, l’età del cinema italiano, della Lambretta… – poi più nulla. Andreotti è il simbolo vivente di tutto questo, dalla carica di sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel quarto governo di De Gasperi in poi è sempre stato ed è presente e attivo e, sessant’anni dopo aspira a fare il Presidente del Senato (e, ciò che è più grave, metà del Senato lo prende anche sul serio!).

La televisione nazionale in questi giorni propone, ancora una volta, la Carrà e Pippo Baudo: i presentatori della nostra infanzia! Prendiamo la politica. Il 2001 è stata la più grande sconfitta elettorale del centro sinistra: il nostro ticket erano Rutelli e Fassino, che attualmente sono, per così dire, i principali azionisti dell’attuale coalizione di governo. In un altro paese ci sarebbe stato un ricambio; quando un leader perde le elezioni o un dirigente sbaglia deve farsi da parte e fare emergere le ‘seconde linee’, così favorendo un ricambio anche generazionale. In piazza del Popolo nel 2005 alla manifestazione per l’Ulivo avevo intorno tutta gente per bene, ma nessuno di nuovo, dico nessuno. Rispetto alle manifestazioni politiche di dieci anni prima io ero l’unico nuovo arrivato, mi sentivo un corpo estraneo, appiccicato lì…

Aggiungerei io, tra l’altro, che eri lì in seguito a un’iniziativa di persone che si sono mosse in modo del tutto staccato dai partiti …

Indubbiamente un altro problema, accanto a quello del criterio di selezione per anzianità, è la non ricambiabilità, l’inamovibilità delle classi dirigenti.

Quello che stai dicendo è vero, ma mi pare che oltre che il frutto di un sistema distorto e niente affatto meritocratico di promozione politica e di selezione delle élites sia anche il riflesso di una società statica e rigida: il politico che per così dire va a casa, effettivamente non troverebbe niente altro da fare, proprio come il dirigente che sbaglia (nonché l’operaio licenziato, o genericamente il lavoratore che perde il posto). La società italiana non permette, al contrario di altre, di cambiare mestiere, che sia frutto di una scelta personale o il risultato di una debacle professionale. Dunque come si può combattere contro questa ‘perpetuità’ multiforme, in particolare come può farlo una generazione come quella degli attuali trenta-quarantenni, che ha in certo senso saltato il turno e perciò non riveste ruoli chiave?

Io sono convinto che nonostante sia vero che la nostra generazione un po’ colpevolmente non sia per così dire uscita di casa, la maggiore responsabilità per questo stato di cose stia dalla parte dell’attuale classe dirigente, che ha promosso politiche che non favorivano e anzi disincentivavano, appunto, l’uscita di casa. Un po’ come le madri italiane che hanno i figli che non se ne vanno, ma anziché sbatterli fuori, anche quando si lamentano, sono in realtà contente di stirargli le camicie. La nostra, poi, è una società rigida perché è una società corporativa. Noi cittadini italiani siamo davvero tutelati e forti solo quando facciamo parte di una corporazione: è l’esempio che faccio nel libro a proposito del tassista. Il tassista nel quotidiano è vittima di un sistema sanitario che non funziona, magari ha un figlio che frequenta una scuola pubblica occupata un mese sì e uno no, è vittima poi di scioperi selvaggi degli aeroportuali quando va in vacanza: ma è fortissimo quando deve tutelare il proprio interesse particolare, ad esempio quando una qualche amministrazione comunale ventila l’ipotesi di liberalizzare le licenze e lui e i colleghi paralizzano la città. Noi italiani siamo forti solo nell’esercizio del nostro ruolo corporativo! Io dico che se si rinunciasse ai benefici corporativi si avrebbe forse nell’immediato la sensazione di una minore protezione sociale, ma si guadagnerebbe nel lungo periodo in termini di efficienza del sistema in generale e di conseguenza anche in termini di mobilità sociale. Si deve pensare di più in termini di cittadinanza e meno in termini di corporazione. Questo soprattutto in un contesto di forti flussi immigratori: lo straniero, che non fa parte di nessuna corporazione, nella nostra società resterà sempre un cittadino di serie B. La nostra economia dipende in gran parte dalla presenza di cittadini stranieri, se non altro per il turismo che dovrebbe essere una delle maggiori risorse di questo paese. Io preferirei una società più aperta e flessibile che mette in gioco i suoi privilegi acquisiti individuali: credo che questo gioverebbe al paese e avremmo una società collettivamente più garantita.

Resta aperta la discussione su come andare in questa direzione, in modo pratico.

Ma ad esempio cambiando completamente l’ottica corrente sul mercato del lavoro. I nostri rapporti di lavoro a tempo indeterminato sono in realtà dei rapporti di lavoro permanenti, indissolubili, impossibili da sciogliere. In Italia il licenziamento non esiste, il lavoratore viene nella gran parte dei casi reintegrato al suo posto in caso di cause di lavoro.

Non parliamo poi del settore pubblico…

Per ovviare a questo problema si è ricorsi a mille forme di precariato per niente tutelato. Si è ipertutelato il lavoro a tempo indeterminato e si è regolato male tutto il resto. Non sarebbe stato meglio dare a tutti un lavoro a tempo indeterminato nel senso non di eterno, ma di permanente finché possibile, in modo da aiutare lo sviluppo di un’economia in cui poi sia più facile riconvertire la forza lavoro o semplicemente cambiare mestiere?

Personalmente posso essere d’accordo con te, anche perché mi piacerebbe avere un mercato del lavoro che ti permettesse di cambiare mestiere, se non ti piace o vuoi far dell’altro, mentre adesso in Italia se hai un lavoro te lo tieni stretto, qualunque esso sia. Non credo tuttavia che una proposta come la tua possa avere un appeal di qualche genere in questo paese, né a sinistra, né a destra e dico sia tra i politici che tra i cittadini…Questo mi sembra un paese in preda al panico, in cui nessuno osa introdurre cambiamenti pur essendo chiaro che così non si può andare avanti…

Sono d’accordo, ma io non voglio esimermi dal dare questa testimonianza – perché è proprio vero, così non si può andare avanti– nella speranza che qualcuno prima o poi la colga e la faccia sua. Penso che questa sia l’unica strada percorribile, anche se mi rendo conto che l’attuale classe dirigente non è in grado di attuare riforme di questo genere. Spero che tra vent’anni qualcuno lo faccia.

Ho un altro dubbio: può un elemento come la coesione generazionale tradursi in forza politica? Questa generazione che soffre più delle altre del quadro che hai delineato può farsi soggetto politico con un peso reale, tra l’altro in un paese in cui i sindacati svolgono un ruolo così determinante? Io ho la sensazione, poi, che all’interno di questa generazione ci siano sotto il profilo politico posizioni davvero diverse.

Non lo so, anche io ho dubbi. E’ vero tuttavia che alle primarie dell’Unione, io, che ero uno sconosciuto fino a due mesi prima, ho raccolto 27.000 voti, niente rispetto ai 4 milioni e mezzo di votanti, eppure molti, si tratta pur sempre di migliaia di persone.

Certo a me sembra che questi temi di cui abbiamo parlato e che affronto nel libro – che per me sono delle vere emergenze – non siano i temi della sinistra e del suo elettorato. Per me Berlusconi è un sintomo dei mali di cui soffriamo, mentre per la maggior parte degli elettori e dei dirigenti di sinistra Berlusconi è la causa dei nostri problemi. Il mio senso di sconfitta nasce più da questo dato di analisi, in questo penso che la sinistra sbagli.

Io ho lanciato due segnali forti, che nessuno ha raccolto. Il primo a Prodi, al quale ho proposto in fase di preparazione dell’ultima campagna elettorale di fare una lista trasversale: una lista col suo nome in cui candidare una quarantina di giovani (nel senso di nuovi, come si diceva prima) che poi una volta eletti si sarebbero riaccorpati ai diversi gruppi di provenienza. In questo modo, secondo me, Prodi avrebbe dato un segnale forte di volontà di cambiamento del ceto politico di cui si faceva carico personalmente, una specie di sponsor di una nuova leva, della famosa ‘seconda linea’.

Il secondo segnale l’ho lanciato attraverso il mio blog ed era stato ripreso dalla stampa, ad esempio da Mario Adinolfi: avevo sollecitato i quarantenni che attualmente sono già in politica e hanno maturato esperienza, a muoversi, a farsi avanti e a presentarsi come candidati premier. C’è stato un gran parlare, convegni, riunioni, ma nessuno che dicesse: eccoci siamo pronti ad assumerci la responsabilità di governare.

E perché secondo te non l’hanno fatto? Anch’io avevo pensato che fosse giunta l’ora di avere uno scontro tra, ad esempio, Enrico Letta e Pierferdinando Casini e non tra Prodi e Berlusconi, due leader che a mio parere hanno già espresso quello che avevano da esprimere…

A parte il dato che ovviamente non tutti hanno la voglia e la personalità giusta per candidarsi a governare, il mio giudizio nel complesso è severo. Penso che alla fine il ragionamento sia stato: perché devo mettere a rischio quello che prima o poi mi arriva, per un’impresa rischiosa, che rischia di compromettere tutto? Non ne faccio un discorso personale, di individui, ma di generazione: la nostra è una generazione che non si fa avanti, non combatte, ma aspetta il suo turno.

Io personalmente mi sento a posto, cioè so che il mio dovere l’ho fatto, al di là del risultato ottenuto. Anche il libro per me va in questa direzione, perché sistematizza e raccoglie quello che ho detto finora e che vorrei magari poter comunicare a una platea più ampia di quella che finora mi hanno dato il blog o le (rare) interviste.