Storicamente. Laboratorio di storia

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John Brewer, I Piaceri dell’Immaginazione. La cultura inglese del Settecento

Con I Piaceri dell’Immaginazione John Brewer, professore di Storia al Dipartimento di History and Civilization presso lo European University Institute di Firenze, ci guida in una Londra ricca di letterati, musicisti ed artisti di ogni tipo, ma anche di scrittori in bolletta ed artisti improvvisati, donandoci un ritratto di una nazione e di una città e della sua vita culturale e variegata, lontana dalla pomposità della corte e scandita dalle riunioni nei caffè, nelle società di lettura e nei club culturali.

Questo libro racconta in modo veramente godibile e vivace la formazione della tradizione culturale inglese e della trasformazione che ebbe luogo nelle arti, ma anche nel modo di concepire le arti, di pensare la letteratura, di guardare i quadri, di ascoltare la musica, di assistere ad uno spettacolo teatrale. Quella che l’autore ci presenta è la storia di una cultura attraverso le idee, gli atteggiamenti, il mercato e le istituzioni, il pubblico ed il gusto, oltre alle opere ed ai loro autori. Scopo del volume è comunicare un’idea più ampia riguardo a quella che fu la cultura del Settecento, a quali valori fece riferimento e quale influenza ebbe sul piano sociale oltre che estetico, nel tentativo di rendere più accessibile al lettore non specialista la cultura inglese del ’700.

«Le belle arti sono considerate come le arti che si rivolgono all’immaginazione, e i piaceri che esse offrono sono definiti, per distinguerli, come i Piaceri dell’Immaginazione […] il loro fine è produrre emozioni di gusto».

Così Archibald Alison, definiva, nel 1790 i Piaceri dell’Immaginazione. Con l’Illuminismo europeo si diffusero molti testi sul gusto, sulle «opere dell’immaginazione e le arti eleganti», come le definì Burke. Le arti fino al ’700 non erano mai state trattate complessivamente ed il teatro, la musica, la letteratura e la pittura non erano considerate come un insieme omogeneo di arti. In seguito alle scoperte scientifiche del ’600 ed alla filosofia di Cartesio, Hobbes e Locke, si distinsero le scienze dalle arti. Nel corso del ’700 le arti si liberarono dalle corti, smisero di essere esclusivo appannaggio del re e, benché non avessero perso del tutto la sua influenza, si aprirono ad un pubblico più ampio. Divenendo più cittadine, le arti si fecero commerciali, meno vincolate alle corti. Il gusto venne considerato come segno di raffinatezza, cultura e buone maniere, qualità che, si credeva, venivano coltivate meglio nelle città grandi e piccole. Il gusto divenne uno degli attributi di un nuovo tipo di persona, istruita, che sapeva parlare di arte, letteratura e musica e faceva mostra della sua raffinatezza nell’arte della conversazione.

Come affermò Hume, «lo spirito dell’epoca si fa sentire in tutte le arti, e le menti degli uomini, una volta risvegliate dal loro letargo e messe in fermento, abbracciano tutti i campi e portano miglioramenti in ogni arte e scienza».

Benché lo sviluppo delle arti e la loro apertura ad un pubblico più vasto abbia avuto luogo in tutta l’Europa settecentesca, sembrò particolarmente vivace al di là della Manica, soprattutto perché la sola città di Londra, tra il 1660 ed il 1760, subì un grande sviluppo demografico e commerciale. Lo sviluppo delle arti costituì il trionfo di una società urbana e dedita al commercio, non il prodotto dell’interessamento di una corte. Londra venne definita da Voltaire, la «dimora moderna della civiltà».

Londra attirava a sé una quantità incredibile di artisti e musicisti, quasi fosse una calamita culturale. Come scrisse il viaggiatore filosofo tedesco Karl Moritz che fu in Inghilterra nel 1782, Londra simboleggiava «prosperità ed opulenza» per tutti i viaggiatori, gli artisti ed i letterati stranieri: era il paese delle grandi libertà e della modernità. La sua vigorosa cultura politica, l’assenza della censura preventiva, la tolleranza religiosa e la libertà di culto, la preoccupazione per i diritti dei sudditi e l’apertura sociale erano tutte cose che impressionavano gli stranieri, in quanto assenti altrove. Quasi ogni turista esprimeva commenti sullo Strand, la principale strada commerciale di Londra, con i suoi modisti e merciai, librai e negozi di stampe, con le sue grandi vetrine e le sue elaborate esposizioni.

Dalla lettura di questo interessante e vivace volume, che incuriosisce anche il lettore non specialista, si scopre come gli intellettuali londinesi e gli artisti di provincia, così come i pittori dilettanti e gli attori professionisti, i libertini e gli ecclesiastici, gli impresari e i mercanti d’arte, i pennivendoli, e musicisti stranieri e i critici d’ogni specie, non solo produssero, vendettero e godettero delle opere d’arte, ma plasmarono la cultura inglese attraverso le loro parole e le loro azioni.

Brewer ci offre un viaggio dietro alle quinte della formazione culturale inglese, offrendoci quella realtà che spesso viene celata dietro la fama di autori e romanzi, drammi e dipinti che sono passati alla storia per il successo riscosso tra il pubblico.