Storicamente. Laboratorio di storia

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Gianfranco Fiameni (ed.), Danilo Montaldi (1929-1975), azione politica e ricerca sociale

Alla complessa figura intellettuale e politica di Danilo Montaldi è stata dedicata una giornata di studi a Cremona, sua città natale, nel 2005, i cui atti escono ora nella collana della Biblioteca statale. A Cremona, dove è in corso di sistemazione il fondo Montaldi, avrà luogo un’altra giornata di studi alla fine di settembre del 2006. In questo volume sono raccolti contributi molto diversi, dai ricordi di amici e compagni di strada, a ricostruzioni precise di alcuni aspetti del pensiero di Montaldi.

S. Bologna, Sulla figura di Danilo Montaldi come crocevia di generazioni (pp. 35-46), colloca l’attività di Montaldi su un duplice sfondo: la pluralità delle esperienze storiche del comunismo e la centralità del proletariato e dei militanti di base come sua fondamentale manifestazione. Montaldi non era interessato alla formulazione di una teoria della classe, ma ricercava piuttosto le domande vive e concrete poste dal proletariato e i modi politici attraverso i quali venivano articolate, era un saggista con un forte senso della storia. Rimase sempre fedele all’internazionalismo, mortificato invece dai conflitti mondiali, dall’esperienza nazifascista e dalla dottrina del Comintern che indirizzava lo sviluppo del comunismo lungo vie nazionali. Per M. Cappitti, Ripensare il comunismo. Su Montaldi (pp. 47-59), Montaldi rivalutava le esperienze consiliari non come istituzioni produttivistiche, ma come istituzioni non burocratiche del potere operaio. I suoi obiettivi polemici erano l’URSS, la burocratizzazione antioperaia, e il PCI, per la sua funzione disciplinante nel progetto nazionale di modernizzazione. Nelle Autobiografie della leggera emerge una contraddizione interna al pensiero di Montaldi, sensibile alla pluralità delle forme dell’esistenza e della protesta proletaria, che rintraccia nei suoi contorni inevitabilmente frastagliati con grande sensibilità demartiniana nello studio del mondo contadino (non stabile, ma attraversato da tensioni feroci e gesti di rivolta), e il permanere di una teleologia storicistico-dialettica che affida ad un crinale decisivo del conflitto sociale il compito di fare sintesi nell’avanzamento storico del proletariato.

E. Abate, L’immaginazione proletaria di Danilo Montaldi (pp. 61-77), richiama la centralità della memoria proletaria nell’opera di Montaldi, una memoria che va rintracciata nella pluralità dei documenti e dalla viva voce dei subalterni. C’è sintonia con l’opera di Rocco Scotellaro e con la sociologia usata in chiave antiburocratica e antineorealista. Negli anni ’60 le ricerche di Montaldi rappresentavano uno strumento di acuta analisi delle contraddizioni che attraversavano le grandi trasformazioni sociali sostanzialmente ignorate nelle analisi del PCI. Ciò che rimaneva tuttavia in ombra nella sua analisi era la funzione dell’industria culturale, il proletariato di Montaldi rimaneva quello degli anni ’50, ma in realtà era già ben influenzato dalla cultura prodotta dai media e ancor più lo sarebbe stato nei decenni successivi.

Ne Il sogno della ragione. Attualità di Milano, Corea (pp. 133-65), M. Ferrari colloca l’opera di Montaldi in continuità con la scuola sociologica di Chicago, l’attenzione alle singole storie di vita veniva giocata consapevolmente contro la sociologia quantitativa che inseguiva la ricerca delle “strutture”. L’attenzione alla soggettività rispondeva ad un presupposto epistemologico e politico e l’accuratezza con la quale Montaldi si rivolge alla vita quotidiana è parallela alla rielaborazione dello stesso tema nell’opera degli esponenti del marxismo critico di quegli anni come Agnes Heller e Henri Lefebvre. Montaldi rimproverava a Bosio un’intonazione populista nell’interesse per gli aspetti estetico antropologici delle classi subalterne, e ad essa contrapponeva l’esigenza di raccordare la cultura del quotidiano con la cornice strutturale dell’esistenza attraverso la militanza in un partito-programma, secondo una prospettiva propria della tradizione europea del comunismo di sinistra. Ad anni di distanza, le somiglianze sembrano prevalere sulle differenze ed entrambe queste figure ci sembrano parte, assieme a quelle di De Martino, Scotellaro, Nuto Revelli, dello sforzo di una ricerca dal basso sulla soggettività dei subalterni.

Va infine richiamata l’accurata analisi che P.P. Poggio, Montaldi e i protocolli ideologici del PCI (pp. 167-209), dedica ad una controversa opera di Montaldi, il Saggio sulla politica comunista in Italia. Si tratta di un progetto ambizioso perché cerca di tenere assieme l’analisi delle relazioni tra classe, militanti e classe dirigente del partito. Due sono gli elementi su cui poggia il saggio di Montaldi: il rapporto privilegiato del partito con la classe operaia, che rappresenta il segmento più significativo della sua base sociale; il controllo di un dispositivo ideologico amministrato dalla classe dirigente comunista. Montaldi si concentra sul PCI perché in Italia è stato il partito della classe operaia e al contempo l’attore principale dello smantellamento di una qualsiasi prospettiva rivoluzionaria, grazie alla capacità di controllo e disciplina che è riuscito ad esercitare sulla cultura politica del proletariato. Del resto, la storia vincente del comunismo novecentesco è quella della cancellazione della soggettività collettiva di classe nella sfera del politico, vale a dire del partito che perpetua la subalternità della classe attraverso l’idoleggiamento populistico degli sfruttati e l’esaltazione acritica dei produttori. Detto questo, Montaldi è ben consapevole del fatto che il PCI mantiene un’egemonia inalterata sul proletariato italiano. Il partito nuovo che si presentava come società alternativa, partito insieme di lotta e di governo, esercitava una funzione disciplinare nei confronti del proletariato e massimizzava la rendita derivante da questa funzione capitalizzandola sul valore del proprio ruolo istituzionale. In questo la politica del PCI risponde perfettamente, nel contesto italiano e occidentale, alla funzione storica che ha assunto lo stalinismo, quella di disciplinare il potenziale antagonistico della classe. La politica del PCI perciò rinchiude il proletariato italiano nella prigione dello Stato-guida (URSS) e dello Stato italiano in costruzione, e in questo modo rompe decisamente con il carattere internazionale dell’esperienza proletaria. Togliatti riprende da Gramsci l’idea dell’incompiutezza del capitalismo italiano e della necessità di completarne lo sviluppo e riprende dalla Terza Internazionale l’idea che è lo Stato sovietico la guida del comunismo internazionale. Ecco che il doppio compito del partito è disegnato. L’egemonia conquistata durante la guerra dipende dal mito dell’Unione Sovietica e dal credito guadagnato nel partito nella lotta contro il fascismo. E il partito persegue l’obiettivo di sostituirsi alla classe come attore del compimento della rivoluzione borghese e di garante della futura rivoluzione comunista, grazie al suo legame con l’URSS. Il partito era perciò una burocrazia che si sostituiva alla classe e in questo senso si poneva nel solco dell’integrazione negativa che stava all’origine della storia della socialdemocrazia. Il monopolio dell’ideologia diventava il terreno strategico per costruire il potere del partito ed è su quel monopolio ideologico che si costruì la fortuna della sua classe dirigente. Ecco allora che anche l’energia della militanza si convertì dal progetto rivoluzionario al rafforzamento istituzionale del partito, secondo una strategia dell’obesità che è stata rilevata, sulla base di presupposti completamente diversi, anche da Luciano Cafagna. Montaldi aveva però capito che questa grande macchina girava a vuoto, il suo ruolo era quello dell’integrazione subalterna delle masse e di manutenzione del mito dell’URSS.

Se Montaldi è acuto nell’analisi della funzione storica del partito, tanto da prevederne con grande lungimiranza gli esiti, ciò che appare debole è l’alternativa politica che prospetta e cioè una espressione politica della classe che prende acriticamente come testimone di un cristallino antagonismo. Paradossalmente, insomma, il lato debole delle tesi di Montaldi non riguarda l’ideologia, ma i militanti di base che la storiografia recente ci mostra allineati in modo disciplinato col partito, mentre Montaldi voleva espressione di una tensione antagonistica autonoma. La sua era una prospettiva che mal si accordava con la storia e che finiva per mitizzare questa espressione antagonistica, la sua fiducia sul comunismo come costruzione in comune di un’altra società mal si combinava con il mantenimento di uno sfondo leninista nella concezione del partito.