Storicamente. Laboratorio di storia

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John G.A. Pocock, The Discovery of Islands. Essays in British History

«C’è un nesso fra la capacità di una comunità politica di raccontare la propria storia criticamente e la sua capacità di continuare la narrazione di quella storia anche nel futuro. Definisco questa capacità, sovranità, e sono disposto ad affermare che non può esserci sovranità senza una storia. Vedo l’identità, la storia, la sovranità e la politica venire attaccate da un fronte che è probabilmente globale e certamente europeo; mi oppongo a questa tendenza, con il progetto di una storia multi-politica che resista al tentativo di assorbire gli Stati e le loro storie in una cultura globale» (p. 300).

In The Discovery of Islands. Essays in British History, ultimo contributo nella vasta produzione storiografica di J.G.A. Pocock, il rigore e la curiosità dello storico convivono con la passione e (la preoccupazione) del cittadino neozelandese, che paventa i possibili esiti che la globalizzazione, l’erosione del principio della sovranità nazionale e l’Unione Europea potrebbero avere sulla sua patria e sulla pratica dello storico in quanto tale.

Nel volume, che raccoglie saggi scritti fra il 1973 e il 2004, le ragioni dello studioso emergono, infatti, con altrettanta efficacia di quelle del cittadino di un mondo in trasformazione, che sente mettere a repentaglio, insieme al principio dello Stato nazionale, la democrazia e il concetto stesso di storia così come lo ha conosciuto ed è stato concepito negli ultimi secoli. Se i mercati comuni regionali esercitassero un’egemonia mondiale, questa è la domanda che lo storico neozelandese si pone ed estende al lettore, che interesse avrebbero le élites dominanti a veder scritte le loro storie ufficiali? Perché, se accettiamo che la pratica storiografica degli ultimi secoli si è sviluppata, innanzitutto, come storia nazionale, e quindi accogliamo l’idea che la storia abbia trovato nello Stato-nazione e nel principio della sovranità nazionale una conditio sine qua non, allora dobbiamo anche vagliare l’ipotesi che la sparizione del primo possa provocare la fine della seconda.

Pocock denuncia così le sue apprensioni sulle tendenze dello sviluppo contemporaneo, ma rivela anche l’antipatia per un progetto di Unione Europea che, se si estendesse definitivamente alla Gran Bretagna, finirebbe per escludere la Nuova Zelanda “da un’associazione e da una storia a cui essa credeva di appartenere”. Non esitando a definirsi “euroscettico”, Pocock adduce a sostegno delle proprie perplessità sull’Unione Europea il “deficit democratico” di cui essa soffrirebbe. A fianco delle ragione militanti che animano la raccolta, si collocano però gli interessi dello storico del pensiero politico, che intende assolvere a due funzioni: chiarire che cosa significhi l’espressione British History e fornirne una lettura, dando alcuni esempi, di come si “faccia” British History.

Quanto al primo punto, in saggi di taglio metodologico, Pocock ricostruisce la genesi del progetto che ha messo capo alla cosidetta “New British History”, facendo luce sui timori che lo hanno originato, illustrando gli intendimenti che lo hanno guidato, le opzioni metodologiche che lo sottendono e le convinzioni che lo sostengono.

La genesi del progetto si colloca nel 1973, anno che non solo ha segnato una delle tappe fondanti dell’ingresso britannico in Europa, ma che, a giudizio di Pocock, ha anche mostrato il prezzo che la Gran Bretagna avrebbe dovuto pagare per veder soddisfatta la sua aspirazione: accettare una nuova visione della sua storia, rinunciando alla componente imperiale e oceanica che l’aveva caratterizzata, per rappresentarsi come parte di un’identità europea, ancora tutta da definire e costruire. Accolta questa premessa, è facile intuire i timori dai quali la “New British History” è scaturita: i progetti europeisti britannici se, da un lato, escludevano per forza di cose i “neo-british”, dall’altro, stabilivano l’urgenza per coloro che stavano per essere esautorati dalla storia britannica, i neozelandesi, di assumersi l’onere di riscrivere la storia di quell’impero che, con decisione prettamente imperiale, stava decidendo di fare a meno di alcune delle sue parti.

Il gruppo riunito intorno all’impresa “New British History” ha posto quindi in cima alla propria agenda politico-storiografica l’intenzione di risuscitare, assegnandole tuttavia un diverso significato, la “British History”. Questa, non solo non aveva mai visto seri tentativi di elaborazione, ma era stata essenzialmente anglocentrica. Negli obiettivi dei suoi fondatori la “New British History” si sarebbe collocata a fianco di una storia britannica concepita come storia dello “stato inglese” e delle “province del suo impero”, rappresentandone, di fatto, un’alternativa. Per perseguire questo obiettivo, la “New British History” ha, dal punto di vista metodologico, concentrato il proprio interesse sui rapporti fra storiografie nazionali ed extranazionali, convinta che l’aspetto radicalmente innovativo del suo progetto sia la capacità di far dialogare due storie, che non possono venire separate, ma che non sono nemmeno identiche: una autocentrica e nazionale e l’altra eterocentrica ed extranazionale. L’ambizione di Pocock e degli aderenti alla “New British History”, dunque, non è stata e non è di soppiantare la storia inglese tradizionale (in cui Scozia, Irlanda, America ecc. rivestono un ruolo marginale e periferico), né di mettere a tacere le varie storie d’Irlanda, di Scozia, d’America ecc. (scritte come imprese separate nell’intento di contribuire alla creazione di tradizioni storiografiche distinte e, il più delle volte, in concomitanza alla nascita e alla crescita di movimenti nazionalisti). Lo scopo del gruppo, allora come oggi, è semmai di scrivere una “storia britannica” intesa come “storia plurale di un gruppo di culture situate lungo la frontiera anglo-celtica, segnate da una crescente dominazione culturale e politica inglese”. In altri termini, la “New British History” coincide per Pocock con “la storia dei contatti e delle penetrazioni fra tre loci del potere anglo-normanno”, l’Inghilterra, la Scozia e l’Irlanda, e, di conseguenza, essa finisce per essere, al tempo stesso, la storia del conflitto fra questi loci, ma anche la storia delle società e culture che da quel medesimo scontro sono emerse.

In secondo luogo, in saggi di storia del pensiero politico, Pocock offre un’esemplificazione concreta di come si possano effettivamente “riscrivere” momenti chiave della storia britannica attraverso lenti che non siano né anglocentriche né nazionaliste. Superare l’anglocentrismo, che ha permeato, nel bene o nel male, la grandissima maggioranza degli studi sull’“Arcipelago Atlantico”, ha presentato e presenta enormi difficoltà. Nella pratica storiografica passare da una storia anglocentrica alla “New British History” significa compiere una “rivoluzione di prospettiva”. Si pensi a un episodio chiave della storia britannica come la “rivoluzione del 1688”. Come è noto, la storia parlamentare e costituzionale inglese ha solitamente fornito la cornice entro la quale collocare e comprendere questo episodio della storia britannica, la quale, se esaminata in un’ottica esclusivamente inglese, può essere considerata un momento in cui si cercò di restaurare l’unità fra Corona e Parlamento e tra Corona e Chiesa di Stato. Visto da questa prospettiva, è naturale che il 1688-89 acquisisca il carattere di seconda restaurazione, dopo quella del 1660. Ma la storia parlamentare e costituzionale inglese è solo una delle possibili cornici a disposizione per la “rivoluzione del 1688”: lo storico potrebbe sceglierne un’altra e diversa, ed è esattamente ciò che Pocock fa con il lungo saggio dedicato a The significance of 1688: some reflections on Whig History. Se si adotta la storia britannica come contesto nel quale collocare la Gloriosa Rivoluzione, essa, lungi dal configurarsi come seconda restaurazione, si presenta con le vesti dell’ennesimo momento di crisi nella storia di quella creatura anomala - perché costituita da corpi politici definiti da sistemi di leggi incommensurabili - che fu la “monarchia multipla”. Guardati da questa prospettiva, la guerra civile inglese, la rivoluzione del 1688, ma anche la guerra d’indipendenza americana del 1776, l’Unione fra Irlanda e Gran Bretagna del 1801, avvenimenti che il lettore conosce spesso come episodi indipendenti fra loro o comunque legati da un filo assai esile, concorrono invece a formare una tela compatta e una trama unitaria che è decifrabile attraverso le lenti della costituzione, della crisi, dello spezzarsi e del ricostituirsi della “multiple monarchy”.