Storicamente. Laboratorio di storia

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Andrea Rapini, Antifascismo e cittadinanza. Giovani, identità e memorie nell’Italia repubblicana

Rispetto al libro di Roberto Chiarini (25 aprile. La competizione politica sulla memoria, Venezia, Marsilio, 2005) uscito qualche mese prima, la tesi di fondo nel lavoro di Andrea Rapini risulta capovolta. Se per Chiarini l’antifascismo è stato incapace di nutrire l’identità nazionale, per Rapini, viceversa, l’antifascismo è un fenomeno che si definisce in positivo (per un progetto di trasformazione della realtà e non soltanto contro qualcuno) e che lavora dal basso, con un’ambizione di inclusione sociale dei soggetti marginali siano gli apprendisti sfruttati, le donne, i carcerati, i soldati, i malati mentali. Altro passaggio chiave del testo è che l’antifascismo, segnatamente quello manifestatosi nel luglio del 1960, abbia avuto, unico nell’Europa occidentale, la capacità di determinare una nuova maggioranza governativa aprendo al strada al centro-sinistra e impedendo, in virtù della propria forza sociale, che si affermasse un progetto di coalizione tra la DC e le destre, incluso il Movimento sociale italiano.

Il quadro di questi riferimenti proietta l’antifascismo, analizzato nel testo, lungo i decenni che attraversano gli anni ’60 e ’70 del Novecento, focalizzandosi, in particolare, sulle giovani generazioni. In questa fase prende corpo un antifascismo nuovo, non rivolto al passato (benché idealmente nutrito dalla memoria e dagli ideali della Resistenza), ma animato dalla volontà di estendere i diritti alle masse subalterne, compito che le classi dirigenti italiane hanno lasciato in sospeso, sottolinea l’autore, sin dalla prima guerra mondiale quando si è affermata una modernizzazione e una nazionalizzazione attraverso una pedagogia autoritaria. Per arrivare a un più ampio scenario di inclusione dei diritti, occorre attendere gli anni ’70 quando le lotte condotte, non soltanto in nome dell’antifascismo, ma da questo innervate, hanno trovato anche un’espressione istituzionale nello Statuto dei lavoratori (garantendo così la democrazia nelle fabbriche), nel sindacato di polizia, nel diritto all’obiezione di coscienza per i militari, nel nuovo diritto di famiglia (sancendo la piena parificazione tra uomo e donna) per non dimenticare le leggi sul divorzio, sull’aborto, sui consultori familiari, la democratizzazione delle istituzioni totali (manicomi, carceri, esercito) che implicava anche una più ampia azione, compiuta dalla Corte costituzionale per abrogare, quasi trent’anni dopo, ciò che restava della normativa ereditata dal fascismo (p. 205). Tutto ciò non significa, rileva l’autore, che l’antifascismo debba essere considerato un surplus di democrazia o un’altra democrazia, ma è, semplicemente, la democrazia “nata dalla Resistenza e progettata nel momento costituente” (p. 206). In sostanza, in una serie di momenti topici (luglio 1960, il ’68, Piazza Fontana, ecc), c’è stata una consapevole matrice antifascista che ha esercitato la funzione di un reagente chimico portando a quelle trasformazioni sociali attese da decenni.

Questa è una prima traccia interpretativa che sconta l’assenza di una serie di ricerche sul tema. I nodi da sciogliere non sono pochi: il controverso rapporto con il terrorismo che anch’esso parte da una lettura antifascista della realtà, e che ha declinato l’antifascismo in una veste classista e autoritaria; il rapporto tra l’antifascismo dei partiti e quello del movimento del ’68, ma ancora – questione che il libro non sonda – lo scarto tra la visione antifascista delle leadership dei partiti e quella della base, piuttosto attiva nella mobilitazione e vera massa d’azione, decisamente più ampia rispetto a quella dei movimenti.

Come ogni elemento costituente, l’antifascismo appare un caleidoscopio ricco quanto articolato che si presta ad essere reinvestito e mitizzato, dimostrando, almeno fino alla metà degli anni ’70, un’elevata plasmabilità con la realtà. L’azione sociale dell’antifascismo finisce però per ritrarsi; l’autore individua tra le cause principali del declino il “crack semantico”, “vale a dire l’incapacità di indicare un orizzonte di senso chiaro e nitido” che finisce per depotenziare l’antifascismo (p. 199). Pur nella pertinenza di questa considerazione, ritengo che, nel declinare degli anni ’70, l’antifascismo abbia esaurito la sua spinta di integrazione alla cittadinanza ottenendo, da questo punto di vista, quanto si era prefissato. Al contempo l’antifascismo si era vivificato dinanzi ai timori di svolte autoritarie e al risorgere di un nuovo squadrismo, due fenomeni che tendono ad attenuarsi proprio dalla metà degli anni ’70.