Storicamente. Laboratorio di storia

Studi e ricerche

Il PCI, Autonomia Operaia e l'emergenza terrorismo: il caso 7 aprile 1979

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Abstract

The article analyzes the positions of the Italian Communist Party towards the large political movement that took action on its left, especially “Autonomia Operaia”, in the late seventies, during the terrorism emergency and the crisis of national solidarity governments. The debate, internal to the PCI and between the left parliamentary forces, is analyzed through the documents, the newspaper articles and the declarations about a specific counter-terrorism trial, known as the “7th April case". This trial caused a large and heated public debate on terrorism, democracy and public order that saw two main political positions in opposition to one another. On one side the so called guarantee position represented by the “Partito Radicale”, some intellectuals, journalist and magistrates and on the other those who endorsed the firmness position, especially the PCI. At the same time, within the same communist party, the firmness front wasn't completely unanimous.

On 7th April 1979 the deputy public prosecutor of Padua, Pietro Calogero, issued an arrest warrant that led to prison more than a dozen militants from the extra-parliamentary leftist area, “Potere Operaio” and “Autonomia Operaia”, including among others Oreste Scalzone, Franco Piperno, Nanni Balestrini, Emilio Vesce and Antonio Negri.

Premessa

Le modalità con cui si sarebbe sviluppata la democrazia italiana nel corso degli anni Settanta rappresentò un nodo tutto da sciogliere per le forze politiche dell’arco parlamentare dell’epoca. Difatti la necessità di trovare un adeguato modello di assetto istituzionale fu uno degli argomenti qualificanti del dibattito interno ai partiti soprattutto per quanto riguarda il Partito Comunista, su cui pesava la conventio ad excludendum[1] a causa della guerra fredda. Ma non erano solo i vincoli internazionali a rendere difficoltosa l’azione politica nella società italiana del post-boom economico, vi era infatti il problema della diffusione dei gruppi armati di sinistra e di destra e di organizzazioni extraparlamentari che professavano l’illegalità di massa. A ciò si aggiungeva la progressiva perdita di credibilità di una classe politica coinvolta sempre più in scandali e tangenti (caso Lockheed, dimissioni del presidente Leone, caso Sindona) e la crisi del mondo del lavoro travolto da una grave recessione e dalla ristrutturazione industriale. Riprendendo un’affermazione dello storico E. Hobsbawm si assisteva negli anni Settanta alla “fine dell’età dell’oro” [Hobsbawm 1995].

In questo quadro d’analisi i governi di solidarietà nazionale (1976-1979)[2] furono il tentativo di trovare una risposta alla crisi politico-istituzionale che attanagliava il Paese in seguito all’esaurimento dell’esperienza del centrosinistra e che riuscirono, nonostante il difficile clima politico e sociale, a varare importanti riforme quali la legge sull’aborto, la cosiddetta legge “Basaglia” che riformava gli istituti psichiatrici, l’istituzione dell’equo canone e la creazione del servizio sanitario nazionale (1978).

In questa sede si vuole ricostruire il discorso che la dirigenza del Partito Comunista elaborò per guidare il proprio impegno nella lotta al terrorismo “rosso” sul finire del decennio, in piena emergenza terrorismo e nel momento in cui il PCI ricopriva un ruolo inedito nella maggioranza di governo. Nello specifico verrà mostrata la posizione del Partito Comunista nei confronti di Autonomia Operaia, cioè lo studio e l’elaborazione del ruolo di Autonomia rispetto al terrorismo italiano in occasione del dispiegarsi della fase istruttoria del processo avviato dal procuratore Pietro Calogero noto come “7 aprile”. Si è scelto Autonomia operaia poiché tale area è stata particolarmente bistrattata dalla letteratura, scientifica e non, che ha preferito spesso la spettacolarità cruenta delle Brigate Rosse rispetto alla complessità e ambiguità del fenomeno autonomo nel suo rapporto con la violenza politica, la lotta armata e lo Stato [Armani 2005].

Si pone inoltre un focus sul processo “7 aprile” poiché esso costituì la prima inchiesta, avviata dalla magistratura padovana nell’aprile 1979, tesa a definire le forme organizzative e le responsabilità penali dei leader di Autonomia Operaia in rapporto alle azioni delle BR a livello nazionale. Un tentativo di superare il carattere episodico degli interventi penali che si erano succeduti fino a quel momento[3]. Fu inoltre la base di un ampio e acceso dibattito fra le differenti forze politiche sui temi del terrorismo e della contestazione sociale in Italia.

Alla sinistra del PCI

Fu soprattutto a partire dal 1974, con la disgregazione dei gruppi extraparlamentari, che si assistette alla progressiva crescita dell’area dell’Autonomia e dell’eversione “diffusa” di matrice comunista. A ciò si aggiungeva la nuova capacità offensiva delle Brigate Rosse che inauguravano, con il rapimento Sossi, la strategia di “attacco al cuore dello Stato”.

Questi avvenimenti sollevarono importanti problemi culturali e politici soprattutto tra le forze della sinistra storica. Il fenomeno della sovversione “rossa” infatti si radicò e si manifestò in maniera più evidente proprio nelle aree urbane e nei luoghi di lavoro che costituivano il terreno di insediamento delle organizzazioni del movimento operaio, in particolar modo del PCI [De Felice 1989, 549].

Alle elezioni politiche del 20 giugno 1976, il Partito Comunista arrivò a raccogliere il 34,4% dei consensi e poté finalmente far valere le proprie pretese di legittimazione come partito di governo nei confronti della DC, dando avvio all’esperienza della solidarietà nazionale. Ma tale novità nella politica comunista creò non pochi problemi e malumori all’interno della base. Infatti la fortissima tensione al cambiamento e la motivazione prevalentemente etica della militanza tipica degli iscritti al partito costituì di certo un freno al «sostegno d’un governo di consociazione ineguale e di una politica di austerità» [Vacca 1987, 152].

Il PCI aveva raccolto un largo consenso fra le fasce giovanili, le donne e le classi medie proprio per la sua identità di partito alternativo alla vecchia classe dirigente, in grado di portare un “vento di cambiamento” all’interno delle istituzioni. Ma la politica di coalizione comportò una chiusura rispetto alle istanze di rinnovamento avanzate dai movimenti sociali, istanze che il Partito Comunista aveva negli anni precedenti tentato di incanalare all’interno dell’alveo istituzionale [Agosti 1999]. Il Partito di Botteghe Oscure si ritrovava quindi a “subire” una duplice lettura: se dalla Democrazia Cristiana era considerato ancora come una forza dell’anti-Stato, per i movimenti sociali esso veniva ormai identificato con lo Stato. Dato che la conflittualità sociale e la sovversione armata raggiunsero l’acme proprio durante gli anni della solidarietà nazionale [Della Porta 1990], l’impegno del PCI nella lotta al terrorismo assunse di conseguenza un’importanza sempre maggiore.

Il carattere “difensivo” caratterizzò notevolmente l’elaborazione della linea comunista a cavallo fra gli Settanta e gli Ottanta [Lepre 1993] anzi, secondo lo storico Stephen Gundle la lotta al terrorismo finì per assorbire praticamente per intero la politica comunista divenendo una priorità assoluta soprattutto per le federazioni locali [Gundle 1985, 394-395].

Per quanto riguarda il rapporto fra il Partito Comunista e i gruppi dell’ultrasinistra della prima metà del decennio, Emilio Taviani mostra come l’atteggiamento del PCI rispetto all’extraparlamentarismo fosse sempre stato caratterizzato da un atteggiamento duplice, di ascolto delle ragioni dei movimenti e di forte polemica con tutte le organizzazioni alla propria sinistra che ne volevano assumere la rappresentanza [Taviani 2003]. Oggetto del “Seminario sull’estremismo”, tenutosi il 3-4 gennaio 1975 presso la sede di Frattocchie, erano i gruppi dell’estrema sinistra, in particolare Lotta Continua, Avanguardia Operaia, Potere Operaio[4]. Il timore dei dirigenti comunisti era quello che l’ambiguità e il carattere di sinistra dei gruppi creasse confusione nella base, soprattutto fra i giovani, e per ovviare a ciò il partito doveva riuscire ad elaborare una posizione chiara e netta.

Dai documenti del seminario emerge tra l’altro la pluralità di rapporti, non sempre conflittuali, fra sezioni ed estremismo, come non vi è una condanna univoca dell’operato dei gruppi da parte dei delegati provinciali. Ma bisognava porre estrema attenzione – notavano i dirigenti comunisti – ai fini che tali gruppi si proponevano, ovvero spostare l’asse della linea politica comunista. Claudio Petruccioli, segretario della Sezione milanese, fu tra i pochi che affermò la necessità di fare i conti con la tradizione ideologica del partito[5] e che colse la novità che aveva segnato la nascita del fenomeno dell’Autonomia Operaia in Italia. Quest’ultima si caratterizzava, secondo Petruccioli, per la scelta di pratiche di “illegalità di massa”, per la critica dura alla linea del PCI e per la forma organizzativa meno rigida rispetto ai gruppi quali Lotta Continua o il Manifesto. Il pericolo era l’acuirsi dello scontro sociale poiché quello a cui si assisteva era «solo la punta emergente di un iceberg [...] che però riguarda[va] migliaia di persone in Italia»[6].

Il 18 ottobre 1976 nacque una sezione specifica della Direzione del partito, la “sezione problemi dello Stato”, guidata dall’onorevole Ugo Pecchioli, con l’obiettivo di raccogliere dati e analizzare tutta l’area dell’eversione, promuovere iniziative sul territorio, convegni e seminari, proteggere le sedi e i comizi e avviare un rapporto di collaborazione con la con la magistratura e le forze dell’ordine [Naccarato 2015].

Per quanto riguarda i compiti di questo “gruppo” si tratta di contribuire all’arricchimento dell’analisi e della iniziativa del partito. Per quanto riguarda il modo di lavorare non deve essere macchinoso o formale, ma funzionale a questi compiti: esempio: discussioni su documenti e materiali del “partito armato”; su tematiche e strumenti dell’agitazione estremistica; sulle posizioni dei partiti politici nei confronti del terrorismo; sulla situazione e sul lavoro del partito in certe zone, ecc. Sarà bene anche incaricare ogni volta un compagno o gruppi di compagni di studiare e riferire, dando poi sbocchi concreti al lavoro: articolo o serie di articoli, “note” politiche e documentative dopo ogni riunione, proposte di iniziativa, aggancio e utilizzazione di altri compagni con competenze specialistiche, organizzazione di “seminari”, di quelli senza “pompa magna”, cioè anche ristretti, su temi molto specifici, ecc...[7]

Nel frattempo mutava considerevolmente la fisionomia della contestazione italiana: la maggior parte dei gruppi, ad eccezione del Manifesto, si sciolse fra il 1974 e il 1976, le Brigate Rosse iniziarono a praticare l’assassinio politico[8] e continuò ad allargarsi l’area dell’Autonomia Operaia. Ci si trovava di fronte a un panorama estremamente complesso e mutevole in cui si inserì il movimento del ‘77.

La rottura del 1977

Il 15 gennaio 1977, in un intervento a un convegno degli intellettuali organizzato dal PCI, il segretario Enrico Berlinguer lanciò pubblicamente la politica di austerità come risposta alla crisi economica [Berlinguer 1977]. Ma il concetto di austerità, inteso come «rigore, efficienza, serietà» e «giustizia» [Berlinguer 1977, 13], non riuscì a far presa su quella massa di giovani figli del boom economico che stavano sperimentando la vita in comune, la liberazione sessuale, l’uso delle droghe nei circoli del proletariato giovanile e nei raduni musicali (il più noto di tutti fu quello di Parco Lambro), che stavano subendo la crisi dell’università di massa e la crescente precarizzazione del mondo del lavoro.

Un partito monolitico, organizzato e razionale come quello comunista si mostrò immediatamente antitetico al movimento del Settantasette, libertario, scomposto e violentemente ostile allo Stato. Tale ostilità era basata non solo su una teoria di tipo rivoluzionario, presente nei gruppi più organizzati che vi confluirono, ma anche sul carattere precipuamente impolitico e irriverente nei confronti di qualsiasi autorità costituita [Grispigni 2007]. Non fu solo la sinistra storica ad essere presa di mira dallo “strano” movimento, anche gli esponenti della “nuova” sinistra sessantottina per i quali persisteva la concezione del primato della politica, venivano sarcasticamente definiti «zombie».

All’interno del movimento del ‘77 si muovevano, senza identificarvisi totalmente, alcuni gruppi dell’ultrasinistra tra cui l’Autonomia Operaia e Lotta Continua (scioltasi nel 1976 ma con la redazione del quotidiano ancora attiva) mentre partiti come Democrazia Proletaria e Movimento Lavoratori per il Socialismo si ritrovarono a rincorrere un movimento fondamentalmente estraneo alla cultura dei dirigenti ma partecipato dai ventenni della loro stessa organizzazione. Forti inoltre furono le critiche nei confronti degli autonomi accusati di «violentismo» e «individualismo» da parte del Quotidiano dei Lavoratori di DP [Gambetta 2010, 100-107].

Il 1 febbraio 1977 all’università La Sapienza di Roma uno studente, Guido Bellachioma, rimase ferito durante uno scontro fra collettivi autonomi e aderenti al FUAN, formazione di estrema destra. Il giorno successivo il dirigente comunista Ugo Pecchioli, in un articolo su «L’Unità» definì «squadristi» gli autonomi e si appellò alle forze dell’ordine affinché chiudessero i loro «covi»[9].

Una lettera aperta dei Comitati Autonomi Operai di Roma rispondeva alle accuse del senatore comunista definendole «infamanti» ed equiparandole a quelle avanzate dall’MSI e dalla DC [Froio 1977, 20]. Nel frattempo venivano occupate le università di Torino, Pisa, Cagliari, Sassari, Bologna, Milano, Padova e Firenze per protestare contro la nuova legge sull’istruzione del ministro Franco Malfatti.

Fu allora che avvenne quello che il PCI considerò praticamente un “parricidio”: l’interruzione del comizio del segretario della CGIL Luciano Lama che doveva tenersi all’interno dell’università occupata di Roma. Gli scontri fra gli indiani metropolitani e i collettivi autonomi da una parte, e il servizio d’ordine del PCI dall’altra, lasciarono “spiazzato” un partito per cui il lavoro e il legame “di classe” operai-studenti costituiva «un valore portante dell’ideologia comunista» [Colarizi 1997, 516]. Ciò nonostante vennero ritenute comprensibili le manifestazioni di disagio che trovavano origine nell’effettivo degrado delle strutture universitarie e nella crisi del ruolo dell’università rispetto al mondo del lavoro, rispecchiata nella sempre crescente disoccupazione giovanile. Ma all’interno dell’università – si legge nel Documento sulla situazione nelle Università e sui fatti dell’università di Roma – si muovevano elementi estranei al movimento studentesco, infatti la cosiddetta “area dell’autonomia” conduceva una «battaglia priva di sbocchi e di prospettive e, in definitiva, contraria ad ogni ipotesi di riforma»[10].

Con le manifestazioni violente scatenatisi a Bologna e Roma (11-12 marzo 1977) in seguito alla morte dello studente Francesco Lorusso per mano di un agente di polizia, la morte della giovane Giorgiana Masi, quella dell’agente Antonio Custrà ucciso da un autonomo e il convegno di Bologna contro la repressione si ingrandiva il solco tra il PCI e la contestazione giovanile. La collaborazione tra i cittadini e gli organi della magistratura e della polizia divenne allora uno dei cardini della politica antiterrorismo nonostante una profonda diffidenza verso le forze dell’ordine fosse storicamente radicata nel movimento operaio[11]. Gianni Cervetti, della Segreteria Nazionale, durante una riunione del Comitato Centrale riportò i dubbi e le incertezze che si erano manifestati fra gli operai e le organizzazioni sindacali riguardo all’atteggiamento da tenere nei confronti degli organi di polizia considerati ancora come elementi reazionari estranei allo Stato democratico [PCI 1977, 222].

Allo stesso tempo la dirigenza del PCI con il contributo della “Sezione problemi dello Stato”, era arrivata a elaborare il concetto di “partito armato” come forma di organizzazione terroristica con una doppia articolazione clandestina e diffusa, all’interno della quale le pratiche di Autonomia Operaia “integravano” quelle delle Brigate Rosse[12].

Padova

La città di Padova, “feudo” democristiano, aveva visto un forte radicamento dei gruppi legati ad Autonomia Operaia soprattutto nelle scuole e all’università. A Padova il professore Antonio Negri insegnava Dottrina dello Stato e, sempre a Padova, insegnava lo storico Angelo Ventura, poi testimone per l’accusa nel “processo 7 aprile”. La federazione comunista padovana si trovava a svolgere la propria attività in un panorama complicato[13] e assunse una linea estremamente intransigente nei confronti dei gruppi autonomi. Soprattutto in ambito universitario e scolastico fu “guerra aperta” fra la sinistra storica e il movimento: il 12-13 marzo 1977 al Congresso provinciale del PCI padovano il segretario Franco Longo lanciò una campagna di mobilitazione contro le violenze degli autonomi appellandosi ai lavoratori e agli studenti affinché mettessero in atto «un’azione vigorosa di liberazione della scuola da ogni forma di squadrismo»[14].

La prima inchiesta del procuratore di Padova Pietro Calogero contro Autonomia Operaia vide la luce nello stesso 1977, quando vennero arrestati per associazione a delinquere alcuni docenti dell’università di Scienze politiche e alcuni appartenenti ai Collettivi Politici Padovani. Tra gli ordini di cattura comparivano i nomi di Antonio Negri, Alisa del Re, Giovanni Ferrari Bravo e Guido Bianchini che torneranno anche nell’istruttoria del “7 aprile”. Infatti, dopo il proscioglimento di tutti gli imputati, il p.m. Calogero, deciso a continuare la pista investigativa e non condividendo le decisioni del giudice istruttore Giovanni Palombarini, ottenne la copia di tutti gli atti dell’istruttoria e vi lavorò fino all’aprile 1979 [Calogero, Fumian, Sartori 2010, 103-163].

Dopo il rapimento del presidente Aldo Moro la federazione di Padova appoggiò completamente la linea della fermezza del partito, fra i sindacati si levarono invece alcune voci critiche[15]. Allo stesso tempo si susseguivano aggressioni a docenti dell’università di Padova (Guido Petter, Ezio Riondato, Oddone Longo, Angelo Ventura) rivendicate da differenti sigle, e le cosiddette “notti dei fuochi”, episodi di guerriglia urbana con incendi di autovetture e cassonetti, rapine e danneggiamenti dei “covi del lavoro nero”. Queste azioni, afferma il giudice Palombarini, seppur non rientranti nell’ambito del terrorismo, crearono una forte domanda di sicurezza in città e, di conseguenza, portarono consenso alla successiva “inchiesta Negri” [Palombarini 2014, 10-12]. Inoltre risulta che anche i carabinieri del Nucleo Speciale Antiterrorismo monitorassero la situazione dell'universita e che diversi infiltrati seguissero le lezioni di Negri [Baravelli 2016].

Padova non fu però un caso isolato, gli anni fra il 1977 e il 1982 furono infatti caratterizzati dalla massima recrudescenza della violenza diffusa e del fenomeno armato, di sinistra come di destra[16], che commise circa il 90% del totale degli attentati registrati [Della Porta 1990].

La difesa dello Stato

La “Sezione problemi dello Stato” organizzò nel gennaio 1978 una tavola rotonda interna sul tema dell’estremismo. Gerardo Chiaromonte, che aprì il dibattito, affermò di volersi concentrare sull’area dell’eversione “rossa” che «aspira ad una sorta di legittimazione» ed «esercita certi ricatti verso settori sia del movimento operaio sia del mondo cattolico progressista, sia soprattutto della cultura e dell’intelligentia in generale».[17] Una carenza del PCI si sarebbe riscontrata, secondo Ugo Pecchioli, in un’attenzione insufficiente rispetto alla questione delle riforme e ai problemi dell’istruzione e della formazione universitaria. La dedizione del partito nel promuovere la mobilitazione democratica, continuava Pecchioli, stava dando dei buoni risultati,[18] ma non poteva essere considerata una “svolta” definitiva nell’atteggiamento delle masse operaie.

L’originalità italiana, sottolineava Fabio Mussi, membro del Comitato Centrale, non era tanto il terrorismo clandestino di gruppi come le Br o i Nap, di cui si potevano ritrovare esempi speculari negli USA, in Germania o in Giappone, ma lo sviluppo dell’area dell’eversione di massa rappresentata da Autonomia Operaia.

Un filone che si distinse già nel ‘68, di rivendicazione, creatività della vita, contro il lavoro, contro la scuola, contro l’organizzazione; [...] Ci si aggancia qui al filone dell’operaismo paramilitare, del potere operaio, Gruppo Gramsci, Roma, Bologna e il Veneto essenzialmente; di questo Potere Operaio che, nel momento in cui si andavano affermando altri gruppi, Lotta Continua, Manifesto, scomparve per alcuni anni dall’orizzonte e poi riemerse intorno al ‘73-’74 con il proprio scioglimento e con la trasformazione nell’autonomia. [...] Oggi quando diciamo partito armato vogliamo dire un complesso di cose, dentro le quali c’è il gruppo terrorista clandestino e c’è anche quella parte dell’autonomia operaia che è approdata ad una specie di movimento armato di massa; la scelta non è quella dell’attentato, dell’azione dimostrativa, ma è quella dell’uso delle armi, della ricerca dello scontro con lo Stato. [...] Questi sono fatti autentici, non sono solo mascherature. [...] Allora innanzitutto bisogna partire, se si vuole una grande mobilitazione, da questa chiarezza nel giudizio; innanzitutto, allora; questo è un estremismo autentico[19].

Il documento prosegue con una rassegna delle riviste e della produzione culturale “alternativa” che si stava diffondendo in Italia e che rispondeva a un tentativo da parte di Autonomia, rilevava Mussi, di strutturarsi ideologicamente e di inserirsi nelle vertenze «attraverso una propria piattaforma, per il ferroviere, per il portantino, per lo spazzino» per gettare le fondamenta di una struttura partitica.[20]

A partire dal 16 marzo 1978, con il rapimento del dirigente democristiano Aldo Moro, si aprì un nuovo capitolo dell’emergenza terrorismo e il PCI scelse di seguire la linea della fermezza, una scelta obbligata per un partito su cui pesava ancora la conventio ad excludendum, e che fu perseguita in maniera inflessibile, non solo nei confronti delle Brigate Rosse, ma anche dell’Autonomia Operaia, entrata definitivamente nel novero dei nemici del movimento operaio.

Seppur per motivi diversi, anche l’area della sinistra radicale fu toccata dall’azione brigatista. Si manifestarono critiche e malumori fra gli autonomi romani di via dei Volsci[21] e nella redazione di «Rosso», rivista dell’Autonomia milanese la quale, in un articolo del maggio 1978, accusava le BR di provocare uno scontro militare con lo Stato che le “masse” non potevano sostenere: «si dice che i brigatisti sono compagni che sbagliano tatticamente. Secondo noi i brigatisti sono invece proletari che sbagliano strategicamente. […] la rottura radicale è profondissima tra le BR e l’Autonomia»[22].

Allo stesso tempo la politica comunista iniziava a perdere consensi nell’elettorato come dimostravano i risultati deludenti alle elezioni amministrative del 14 maggio 1978 e come sanciranno le elezioni politiche del 3 giugno 1979 in cui il PCI otterrà il 30,4% dei voti, un calo del 3,99% rispetto al 1976.

Nel picco dell’emergenza terrorismo inoltre il PCI decise di non appoggiare il referendum abrogativo della legge Reale promosso dai Radicali l’11 e il 12 giugno 1978. La legge era tesa a riformare parte del processo penale ed ebbe anche notevoli ripercussioni in materia di ordine pubblico. Essa di fatto sanciva il diritto delle forze dell’ordine a utilizzare armi da fuoco. Il ricorso alla custodia preventiva – misura prevista in caso di pericolo di fuga, possibile reiterazione del reato o turbamento delle indagini – veniva esteso anche in assenza di flagranza di reato. Infine, veniva ribadito che non si potevano utilizzare caschi o altri elementi che rendessero non riconoscibili i cittadini, salvo specifiche eccezioni. I risultati del referendum del 1978 riportarono un netto distacco dei i “no” (76,5%) rispetto ai favorevoli all’abrogazione del testo di legge (23,5%).

Nonostante la mancata condivisione dell’intero testo normativo, che secondo i dirigenti comunisti conservava dei punti di criticità, era necessario mantenere la legge Reale al fine di evitare «un vuoto legislativo» che avrebbe avuto conseguenze negative rispetto alle capacità dello Stato repubblicano di garantire l’ordine pubblico, l’applicazione del diritto costituzionale e la difesa dei cittadini dalla criminalità[23].

Cambio di paradigma

Il 1979 si aprì con due omicidi che segnarono un punto di svolta nella strategia dei gruppi armati. Nel mirino dell’eversione entravano difatti due simboli dell’impegno civile della sinistra storica: l’operaio Guido Rossa e il giudice Emilio Alessandrini. Allo stesso tempo si può datare a questo anno l’inizio del declino delle formazioni armate sempre più chiuse in pratiche di «autoaffermazione militarista» che ne accentuavano l’isolamento. Anche l’area del “movimento” vide ridursi nettamente gli spazi di agibilità politica in seguito allo stato di emergenza frutto del rapimento Moro [Filetti 2012, 341].

L’uccisione di Guido Rossa ad opera delle Brigate Rosse il 24 gennaio 1979 fu un evento particolarmente traumatico per i comunisti: non solo perché a morire fu un lavoratore iscritto al partito, ma anche perché, con la sua morte, subiva un duro attacco la linea comunista di “collaborazione democratica”. Operaio dell’Italsider di Genova e sindacalista della Cgil, Guido Rossa aveva denunciato l’operaio Francesco Berardi, fiancheggiatore del gruppo armato.

Centro Studi per la stagione dei movimenti (Parma), Fondo Giuffredi Massimo PCI-FGCI 17, Guido Rossa, manifesto, 1979, 635x885.
Centro Studi per la stagione dei movimenti (Parma), Fondo Giuffredi Massimo PCI-FGCI 17, Guido Rossa, manifesto, 1979, 635x885.

Era la prima volta che le Brigate Rosse uccidevano un operaio, per di più organico alla sinistra storica. Guido Rossa divenne anche un simbolo dei rischi e dei sacrifici che il PCI si era assunto nella difesa delle istituzioni e sembrava confermare la visione diffusa all’interno del partito che l’intento del terrorismo fosse attaccare il movimento operaio.[24]

Anche l’assassinio di Emilio Alessandrini da parte di Prima Linea (29 gennaio 1979) segnò un cambio di paradigma rispetto agli attacchi alla magistratura che l’eversione rossa aveva portato avanti fin dal 1974: Alessandrini era infatti il primo giudice di sinistra a venire colpito dai gruppi armati.[25] Furono proprio i delitti Rossa e Alessandrini che provocarono le più decise reazioni da parte della cittadinanza vicina alla sinistra storica.

Quando il procuratore Calogero interrogò Antonio Romito, uno dei primi teste del processo “7 aprile”, ex aderente a Potere Operaio poi divenuto sindacalista CGIL, quest’ultimo dichiarò di voler collaborare con la magistratura per un senso del dovere civico e soprattutto perché «specialmente dopo l’assassinio del sindacalista genovese Guido Rossa ad opera delle BR e quello del magistrato milanese Emilio Alessandrini [...] mi sono fermamente persuaso che il terrorismo qualunque ne sia l’apparente colore politico, è nella sua essenza reazionario e antioperaio».[26] Anche secondo il giornale «Lotta Continua» «quelli della “lotta armata”» si collocavano dal lato del nemico rispetto alla “classe operaia”,[27] posizione già esplicitata l’anno precedente con il famoso slogan “né con lo Stato, né con le BR”.

Negli stessi mesi del 1979 si assisteva alla dissoluzione della maggioranza parlamentare, che si concluse con lo scioglimento delle Camere il 2 aprile.[28] Durante la riunione della direzione del 17 gennaio 1979 il PCI decise di uscire dal governo logorato da tre anni di solidarietà democratica, ma la fine dell’esperienza della solidarietà nazionale non significò l’abbandono della politica del “compromesso storico” che venne anzi riconfermata durante il XV Congresso comunista [PCI 1979].

La campagna elettorale fu caratterizzata da un acceso confronto politico, i temi della sicurezza, dell’eversione e dell’ordine pubblico divenivano uno strumento per sottolineare carenze, colpe e ritardi della parte avversa. Inoltre sia la DC che il PSI avevano fatto dietro-front rispetto a un’intesa con i comunisti, il giovane leader socialista Bettino Craxi aveva duramente criticato la tradizione leninista radicata nel PCI con un noto articolo pubblicato da «l’Espresso»[29].

A sua volta la retorica DC continuava a ricordare che l’“album di famiglia” della sinistra parlava chiaro: i brigatisti e tutta l’area della contestazione sociale erano figli della Rivoluzione d’Ottobre, avevano letto Lenin e Marx, insomma avevano le stesse radici ideologiche del PCI [Galli 1993].

Sempre più isolato rispetto a possibili alleanze il Partito Comunista proseguiva il suo impegno nella lotta al terrorismo moltiplicando le attività sui territori. In Piemonte, fra le regioni più colpite dal fenomeno, la federazione comunista si attivò distribuendo un questionario per raccogliere informazioni sul terrorismo. Fra febbraio e maggio 1979 il questionario fu distribuito, ritirato, scrutinato e i risultati consegnati alla Magistratura per le indagini di sua competenza [Sanlorenzo 1989].

Il caso giudiziario

L’iniziativa giudiziaria del procuratore Pietro Calogero giunse quindi in tale contesto caratterizzato dall’emergenza terrorismo e dallo sfilacciamento delle alleanze parlamentari. L’inchiesta si intrecciò a doppio filo con le indagini sul caso Moro, non solo per la gravità delle accuse ma anche per il riproporsi del tema della trattativa e della fermezza.

È necessario fare delle precisazioni riguardo al procedimento giudiziario in esame. Difatti con il termine “7 aprile” si intende un insieme di inchieste portate avanti dalle procure di Padova e Roma e successivamente moltiplicatisi in altri filoni d’indagine. Tutti questi processi, che non furono mai accorpati, ebbero in comune l’ipotesi accusatoria formulata dalla magistratura padovana.

A Padova, il giorno 7 aprile 1979 il sostituto procuratore Calogero emise un ordine di cattura nei confronti di Antonio Negri, Luciano Ferrari Bravo, Emilio Vesce, Oreste Scalzone, Franco Piperno, Pino Nicotri, Nanni Balestrini e altri con l’accusa di aver diretto e organizzato una banda armata, le Brigate Rosse, e aver diretto e organizzato un’associazione sovversiva chiamata Potere Operaio e altre associazioni riferibili all’Autonomia Operaia [Comitato 7 aprile e collegio di difesa 1979, 3-4]. In totale ventidue mandati di cattura di cui ne vennero eseguiti sedici. Sfuggirono temporaneamente all’arresto Franco Piperno e Nanni Balestrini.

L’ipotesi accusatoria da cui nacque il caso “7 aprile” definiva i gruppi clandestini e l’area autonoma come guidati da un unico vertice, una direzione strategica a cui facevano capo molteplici sigle eversive. Le Brigate Rosse e l’Autonomia Operaia sarebbero state due facce della stessa medaglia, avrebbero costituito quindi un’unica organizzazione le cui forme, pubbliche e clandestine, erano frutto di un piano strategico ben preciso che mirava all’abbattimento dello Stato democratico[30].

La procura padovana non fu l’unica a muoversi il 7 aprile 1979, lo stesso giorno infatti Antonio Negri venne raggiunto da un altro mandato di cattura, stavolta spiccato dal Capo dell’Ufficio del Tribunale di Roma, Achille Gallucci, uno dei giudici che stava indagando sull’omicidio Moro.

Il professore padovano venne accusato di essere (insieme ai brigatisti Mario Moretti, Patrizio Peci, Prospero Gallinari e altri diciannove) organizzatore ed esecutore della strage di via Fani e del sequestro e omicidio dell’ex leader democristiano.

Negri era sospettato inoltre di essere l’uomo che aveva telefonato a casa del presidente Aldo Moro durante i cinquantacinque giorni di prigionia. Ma il reato maggiore che la procura romana contestava a Negri era l’art. 284 c.p., cioè di: «aver promosso una insurrezione armata contro i poteri dello Stato e commesso fatti diretti a suscitare la guerra civile nel territorio dello Stato» [Comitato 7 aprile e collegio di difesa 1979, 7-8]. A queste imputazioni iniziali se ne sommeranno altre e aumenterà anche il numero delle persone coinvolte ma, nonostante i trasferimenti di alcuni imputati da un procedimento ad un altro, il processo rimarrà formalmente distinto in due tronconi: quello di Roma contro Toni Negri e altri 70 imputati, all’epoca delle sentenze istruttorie (1981) e quello di Padova contro Lisa Del Re, Guido Bianchini, Sandro Serafini ed altri 160 imputati.

Le aspettative nei confronti di tali procedimenti giudiziari erano, all’alba degli arresti, estremamente alte. «Forse siamo vicini – dichiarava Aldo Fais, procuratore di Padova insieme a Pietro Calogero – alla soluzione del problema del terrorismo»[31].

I gruppi autonomi collegarono in un primo momento l’iniziativa giudiziaria al clima elettorale attribuendone la paternità sia al PCI che alla DC.[32]

La particolarità dell’inchiesta risiedeva nel metodo d’indagine del procuratore Calogero il quale, per cercare i dirigenti, i capi del terrorismo, indagò sulla matrice ideologica, studiando testi, volantini, documenti e riviste dell’area extra-parlamentare. Quello che si voleva colpire era il “cervello” della sovversione, per questo andavano snidate le idee sovversive e le linee programmatiche che poi qualcun altro, il “braccio armato”, Brigate Rosse e Prima Linea, eseguiva.

Secondo la ricostruzione storica del professor Angelo Ventura, analoga a quella degli inquirenti, il convegno di Potere operaio a Rosolina del 31 maggio - 3 giugno 1973 costitui un elemento centrale per lo sviluppo del terrorismo rosso. Si riteneva lo scioglimento di Potop, decretato dal gruppo proprio a Rosolina, come “fittizio” ovvero come un salto di qualità organizzativo per costituire due livelli, quello occulto e quello pubblico. Allo stesso modo si espresse il giudice istruttore Achille Gallucci, del Tribunale di Roma, per motivare il rigetto delle istanze di scarcerazione avanzate dalla difesa nel luglio 1979[33]. Secondo Ventura «il principio strategico fondamentale si definisce compiutamente nell’articolazione dialettica fra i diversi livelli della cosiddetta “illegalità di massa” e della lotta armata vera e propria, cioè dell’azione terroristica e della guerriglia»[34].

Questa impostazione poneva però dei problemi, in particolare per una parte dell’opinione pubblica, quella garantista, che parlò di reato d’opinione, criminalizzazione del dissenso e reclamò prove concrete e fatti specifici. Il mondo dell’università si sentì particolarmente toccato dagli arresti, alcuni intellettuali giudicarono l’evento come «la più vasta e grave operazione giudiziaria mai condotta in Italia nei confronti di studiosi e docenti universitari»[35] mentre altri, soprattutto i docenti padovani, tirarono un sospiro di sollievo. Gli intellettuali impegnati nella “battaglia garantista” temevano restringimenti degli spazi di libertà democratici, di espressione e di pensiero, paventando che la lotta al terrorismo sfociasse in un «processo alle opinioni» e potesse avviare una svolta autoritaria delle istituzioni. Dello stesso giudizio era il dirigente socialista Giacomo Mancini che manifestò fin da subito preoccupazione per le modalità d’indagine affermando che il governo avrebbe invece dovuto investire nelle riforme democratiche della giustizia, del codice penale e della polizia [Mancini 1982].

Già nel luglio del 1979 cambiò il quadro accusatorio del processo romano, infatti il 7 luglio la procura di Roma emetteva un nuovo ordine di cattura che sostituiva quello padovano (cadeva il riferimento alle Br cambiato con un più generico «bande armate variamente denominate» ed estendeva il reato di insurrezione armata a tutti gli imputati [Comitato 7 aprile e collegio di difesa 1979, 281-282]. Il giurista Luigi Ferrajoli definì come un fatto inedito e sconosciuto al nostro codice la pratica della sostituzione dei mandati di cattura. La particolarità di questa pratica giudiziaria, usata ripetutamente nel caso del 7 aprile, era che la sostituzione di un mandato non implicava nessuna sentenza di proscioglimento per l’imputazione precedente e modificava continuamente il quadro accusatorio dello stesso processo [Ferrajoli 1982].

Oltre alla gravità delle accuse sostenute da reati principalmente associativi, fu proprio la questione della carcerazione preventiva al centro delle critiche provenienti dall’area garantista composta da alcuni esponenti del PSI, i Radicali, l’area della nuova sinistra («Manifesto» e «Lotta Continua») e alcuni intellettuali quali Umberto Eco e Giorgio Bocca. Dalle pagine di «Rinascita» anche Guido Neppi Modona, giurista iscritto al PCI, sottolineò la volontà, da parte degli inquirenti, di «fruire dei maggiori termini di carcerazione preventiva nei confronti degli imputati del 7 aprile» per cui si era ben lontani «dall’aver raccolto prove specifiche dei loro rapporti organizzativi e operativi con il partito armato e della loro complicità, sia pure morale, con gli autori dei singoli attentati terroristici»[36].

La vicenda della libertà personale degli imputati venne complicata dall’emanazione del cosiddetto “Decreto Cossiga”[37] che prevedeva l’aumento dei termini di carcerazione preventiva per reati di tipo eversivo. Di questo caso si occupò anche Amnesty International dichiarando, nel 1986, che l’applicazione della legislazione speciale in forma retroattiva aveva lo scopo di estendere i termini della custodia cautelare e che ciò aveva portato a una carcerazione superiore ai 5 anni per 12 degli imputati in attesa di giudizio [Amnesty 1986, 19].

Gli sviluppi del processo, nella sua fase istruttoria, proseguirono attraverso due tappe fondamentali: gli arresti del 21 dicembre 1979 e la carcerazione del brigatista Patrizio Peci il 19 febbraio 1980. L’operazione di dicembre si dispiegò su tutto il territorio nazionale coinvolgendo le procure di Roma, Padova e Milano e portò all’arresto di trentadue persone. Anche in questo caso tutti gli imputati vantavano un passato nella sinistra extraparlamentare, in Potere Operaio o in Autonomia. La nuova catena di arresti sembrava confermare l’ipotesi accusatoria della procura padovana.

Una risposta, agli occhi del PCI, a quello schieramento che aveva gridato alla repressione del dissenso e alla persecuzione delle idee: «Non siamo più soltanto davanti ad ipotesi giudiziarie» affermava in quell’occasione il senatore Pecchioli ribadendo che ci si trovava di fronte a un progetto eversivo ben preciso collegato all’evolversi della situazione politica italiana[38].

Le accuse principali contro gli imputati del “7 aprile” furono mosse dall’ ex potoppista ed ex membro dei Gap, Carlo Fioroni, che si trovava rinchiuso nel carcere di Matera dal 1975 per il sequestro e l’omicidio di Carlo Saronio. Grazie alla sua collaborazione Fioroni beneficiò di uno sconto di pena di 20 anni (con l’introduzione della legge Cossiga) e il 12 marzo 1984 fu aiutato dalle autorità italiane a lasciare il paese [Amnesty International, 1986, 16]. Rientrò in Italia solo nel 1987 per testimoniare nel processo d’appello.

A dare una svolta inaspettata al caso contribuì l’arresto di Patrizio Peci, capo della colonna torinese delle Brigate Rosse. Le confessioni di Peci, primo pentito fra le fila brigatiste, costituirono lo squarcio più importante all’interno dell’organizzazione clandestina e consentirono ai giudici di iniziare a delineare in maniera più precisa i contorni dell’area eversiva. Gettarono inoltre luce sulla vera identità del brigatista che telefonò a casa Moro: Mario Moretti.

Toni Negri fu scagionato per insufficienza di indizi. Successivamente anche tutti gli altri imputati del “7 aprile” vennero scagionati dall’accusa di aver partecipato agli omicidi rivendicati dalle Br e da Prima Linea, allo stesso tempo Peci confermò i contatti tra Franco Piperno e l’“ala scissionista” delle Brigate Rosse (Morucci e Faranda) ma smentì l’ipotesi fondamentale delle procure ovvero l’esistenza di un livello di raccordo fra le diverse strutture eversive. I contatti c’erano stati ma «tali rapporti non produssero nulla – affermava Peci – perché quelli di Autonomia Organizzata rimasero sulle loro posizioni e noi sulle nostre» [De Lutiis 1982, 151].

Scricchiolava quindi la lettura monolitica del terrorismo che sorreggeva l’impianto del “7 aprile”[39].

Le ultime emergenze giuridiche del processo convinsero il PCI che andava ancora sostenuto il lavoro delle forze dell’ordine e della magistratura ma che l’elaborazione del concetto di “partito armato” non si era dimostrata del tutto corretta e che le informazioni che le numerose indagini sul terrorismo avevano portato alla luce mostravano una configurazione del mondo eversivo complessa e multiforme. Si iniziò a mettere parzialmente in discussione allora l’idea del terrorismo come soggetto politico unico, le spiegazioni mono-causali, del “grande Vecchio” e del complotto internazionale. Angelo Bolaffi su «Rinascita» usò la formula di «galassia terroristica»[40].

In un’intervista a «Lotta Continua» il senatore Pecchioli dichiarò che era necessario abbreviare le scadenze processuali del “7aprile” per giungere il prima possibile al dibattimento senza inficiare però i risultati dell’indagine [41]. Un’attenzione per i tempi del processo da parte del partito di Botteghe Oscure trova conferma anche dalla lettura della relazione di Bruno Bertini alla “Sezione problemi dello Stato” del 17 settembre 1980.[42]

La discussione rimaneva comunque ancora aperta, sempre su «Rinascita» un intervento del magistrato comunista Luciano Violante, dal titolo Tanti terrorismi ma un unico obiettivo tendeva a raddrizzare il tiro di Bolaffi. Se era vero, riconosceva Violante, che non si poteva parlare di «un’unica centrale» del terrorismo esistevano comunque «rapporti fra le varie organizzazioni» e restava quindi valido «il nucleo della tesi di Calogero». Secondo il p.m. non si poteva identificare l’intera Autonomia Operaia con il terrorismo ma ciò non escludeva che in Autonomia militassero formazioni armate e clandestine. Il fattore unificante non poteva più quindi essere rinvenuto nella struttura organizzativa del “partito armato”, espressione non corretta, affermava Violante, ma persisteva nella finalità eversiva[43].

Garantisti o fiancheggiatori?

L’inchiesta “7 aprile” vide la contrapposizione del PCI a un’area garantista. La valutazione negativa che il PCI faceva del fronte garantista derivava dal timore che questo potesse essere oggetto di strumentalizzazioni politiche per osteggiare la strategia che il PCI aveva assunto con la lotta al terrorismo.[44] Ma quello che il partito non seppe cogliere fu la diversa forma che il garantismo assunse nel caso “7 aprile” rispetto alle posizioni favorevoli ad una trattativa manifestatesi durante il rapimento Moro. Il garantismo emerso intorno all’inchiesta su Autonomia, infatti, mosse critiche principalmente su questioni di diritto e di giustizia ma dietro la “battaglia garantista” il PCI intravide il tentativo del “partito armato” di guadagnarsi una legittimazione democratica.

La proposta di aprire un varco al riconoscimento dell’area “dell’illegalità di massa” fu in effetti avanzata da Franco Piperno in una lettera indirizzata a «l’Espresso» nell’aprile 1979, ripresa da «l’Unità» in ben due articoli.[45] «L’Unità» leggeva nell’appello del leader autonomo un messaggio rivolto alla “nuova sinistra”, agli intellettuali, al gruppo del «Manifesto», ai politici radicali e ai «socialisti “proudhoniani”» affinché venissero legittimate dallo Stato le pratiche illegali tipiche dell’Autonomia Operaia.[46] Il garantismo quindi si ritrovava, al di là delle intenzioni lodevoli di alcuni suoi sostenitori, ad essere strumento di attuazione della strategia politica dell’Autonomia Operaia per ottenere una legittimazione delle forme di violenza radicate nella “seconda società”.

Una circolare della Sezione problemi dello Stato analizzava tre documenti redatti da due degli imputati del “7 aprile”: Dal terrorismo alla guerriglia scritto da Piperno per «Pre-print» (complemento al n. 0 di «Metropoli», dicembre 1978), Prima pagano meglio è («Metropoli» n. 1, giugno 1979) sempre a firma Piperno, e una lettera indirizzata a «Lotta Continua» (a firma anche di Lanfranco Pace) dopo il sequestro di «Metropoli» (L. C. Giugno 1979).[47]

Dalla lettura di «Pre-print» si scorgeva, secondo il documento della direzione, uno scontro in atto ai vertici del “partito armato” poiché Autonomia auspicava di riuscire ad integrare l’efficacia organizzativa e militare delle Brigate Rosse in un disegno più ampio e articolato. Queste fratture interne, la differenza tra illegalità diffusa e «schematismo brigatista», non contraddicevano, si legge nella circolare, l’«ipotesi della magistratura padovana» data «“l’interfunzionalità” tra terrorismo e “nuova spontaneità”»[48].

Nei due testi successivi a «Pre-print» si esplicitava una proposta di lotta che mirava a «forzare gli spazi di legalità»[49] Inoltre la lettera a «Lotta Continua» sembrava ribadire la proposta strategica di legittimazione avanzata dagli autonomi con la richiesta di un’amnistia per i detenuti politici che, per il PCI, non andava interpretata come un segno di difficoltà ma come una «piattaforma politica di attacco al sistema democratico». Secondo tale lettura il partito armato stava quindi abbandonando un piano militare per sposarne uno squisitamente politico che puntava a trovare alleanze anche a livello istituzionale con un riferimento esplicito al partito della trattativa. All’acquisizione di una piattaforma politica da parte del “partito armato” si accompagnava, secondo la dirigenza comunista, il tentativo di minare nel futuro prossimo l’unità del PCI e il suo sistema di alleanze politiche. Per questi motivi la costituzione di un “partito della trattativa” rappresentava un serio pericolo per il PCI. Esso avrebbe destabilizzato le istituzioni e rafforzato un movimento politico in funzione anticomunista.[50]

In un’intervista Ugo Pecchioli polemizzò con le posizioni garantiste affermando che quel che sfuggiva a molti intellettuali, studiosi e sociologi fossero le cause politiche per cui il terrorismo si era manifestato in maniera tanto violenta durante il decennio Settanta. La crisi politico-economica non veniva letta dal senatore comunista solo come fattore scatenante del terrorismo ma anche come elemento strumentale, utilizzata dal terrorismo per creare spaccature irrecuperabili all’interno della società. Quello che la strategia della sovversione mirava a distruggere era la novità della partecipazione comunista al governo di un paese occidentale e lo sviluppo democratico che ne sarebbe conseguito[51].

Questa lettura, sposata dalla sezione padovana del PCI, ebbe dei detrattori anche all’interno del partito, ad esempio il filosofo Massimo Cacciari, della sezione di Venezia si pronunciò spesso in maniera critica rispetto all’inchiesta e alle conseguenti ricadute politiche. Secondo un commento della prefettura di Venezia, che seguì gli accesi confronti fra i comunisti padovani e quelli lagunari, queste frizioni interne derivavano da un mancato accordo fra gli aderenti al partito sulla linea da tenere rispetto al processo[52].

In generale i dirigenti del PCI sopravvalutarono la pericolosità delle capacità di risposta dell’area autonoma all’attacco repressivo dello Stato. Questo errore gli derivava dall’analisi del terrorismo che il partito aveva sviluppato in seguito al trauma del rapimento Moro e dal permanere di punti oscuri sulla vicenda, sui mandanti, sugli esecutori e sugli scopi; tutti punti su cui le inchieste di Calogero e Gallucci tentavano di far luce in sede giuridica. Sul giudizio del PCI influì inoltre l’esperienza della “strategia della tensione” e il peso dei legami internazionali tipici della guerra fredda.

In quella fase di arretramento, di disgregazione di Autonomia Operaia il PCI lesse una fase di riaggregazione e di riformulazione di obiettivi con addirittura un salto di qualità dal piano militare a quello prettamente politico e di massa della “guerra civile”. Ma Autonomia, non essendo un gruppo omogeneo a livello nazionale e men che meno un partito, non si sviluppava secondo linee coerenti che portavano dal vertice alla base e non aveva le capacità di organizzarsi su questa strategia [Craveri 1995, 725-726].

L’interpretazione della galassia eversiva e la definizione dei tratti caratteristici di Autonomia, sia a livello ideologico che organizzativo, non presentò letture univoche neanche all’interno della magistratura tanto che il giudice di Padova Giovanni Palombarini, in sede di rinvio a giudizio, scriveva:

Si tratta di vicende che è politicamente impossibile ricondurre a un’unica generale realtà associativa (a meno di non utilizzare in modo distorto l’orientamento, certamente comune a tutti, di rifiutare lo stato presente delle cose e di ritenere necessarie la violenza contro le istituzioni). E infatti non è un caso che anche sul piano strettamente processuale manchi ogni prova circa la sussistenza di una simile unificante associazione. [Palombarini 1982, 145]

Questi fattori portarono i giudici padovani dello stesso processo “7 aprile” a ricostruire in maniera diversa l’arcipelago autonomo, diversità che si rispecchiarono nel differente uso che questi fecero degli strumenti giuridici a loro disposizione. La difformità di analisi vide contrapposti il procuratore di Padova Pietro Calogero e il giudice istruttore Giovanni Palombarini; se le tensioni fra i due magistrati erano già venute alla luce nell’inchiesta del 1977 a partire dall’aprile 1979 i contrasti furono particolarmente forti, occuparono le prime pagine dei giornali e furono monitorati anche dalle forze di pubblica sicurezza.[53]

Le divergenze fra i due uffici erano di natura principalmente metodologica, se Calogero partiva da un’ipotesi politica generale per poi definire le singole condotte, Palombarini al contrario tendeva a partire dai singoli fatti per poi ricavare, se necessario, ipotesi di tipo associativo [Accattatis 1982, 32].

Anche l’utilizzo dei documenti utilizzati come elementi probatori da parte dei due magistrati era profondamente diverso. Per il p.m. Calogero l’analisi degli scritti politici dei gruppi e dei singoli imputati costituiva l’elemento fondante dell’inchiesta, da qui «la necessità di leggere, di studiare, di analizzare» [54]. Giovanni Palombarini al contrario, nella sua sentenza di rinvio a giudizio, sottolineava il carattere equivoco, trionfalistico e tattico della parola politica [De Lutiis 1982, 25].

Altri motivi di disaccordo furono le modalità di gestione degli interrogatori e la conduzione collegiale dell’inchiesta. L’atteggiamento garantista del g.i. Palombarini, nei confronti di Autonomia venne considerato troppo morbido da alcuni suoi colleghi e da una parte dell’opinione pubblica. Già durante la sua prima conferenza stampa il magistrato dovette rispondere ad alcune insinuazioni dei cronisti riguardo la sua posizione di “fiancheggiatore” del cosiddetto “terrorismo diffuso”[55]. Due mesi dopo gli arresti, a fine giugno 1979 il procuratore Calogero consegnò le proprie richieste al g.i.: la negazione delle istanze di libertà provvisoria presentate dagli imputati e l’estensione del mandato di cattura per banda armata a otto imputati del troncone padovano.

Nell’attesa che il collegio istruttore si pronunciasse, il p.m. rilasciò un’intervista che criticava severamente l’operato del collega, accusandolo addirittura di inficiare la buona riuscita dell’inchiesta. A cominciare dal titolo, Perché ristagna l’inchiesta a Padova su “Autonomia”, «L’Unità» tramite la penna di Michele Sartori sposava la posizione dell’accusa e lamentava con preoccupazione un rallentamento nelle indagini[56]. A ciò si aggiungevano le dimissioni del magistrato Vito Nunziante, facente parte del collegio istruttorio insieme a Palombarini, che lasciava l’incarico per «insanabili contrasti» con quest’ultimo soprattutto «in ordine all’impostazione del processo nelle sue linee generali e nelle tematiche fondamentali»[57].

L’attrito fra i giudici padovani, che proseguirà nei mesi successivi, può essere considerato come un altro elemento del confronto-scontro tra “l’area della fermezza” e l’area garantista.

Il dibattito sull’arresto di Negri

Alle elezioni politiche del 26 giugno 1983 il Partito Radicale candidò fra le proprie liste Toni Negri, che venne eletto con 15.000 preferenze ed uscì dal carcere. Arrivarono allora alla presidenza della Camera le richieste di autorizzazione delle procure di Milano, Genova, Roma, Padova e Perugia per procedere in giudizio e per l’arresto del neodeputato.

La discussione su questo tema all’interno del PCI mostrò differenti orientamenti che animavano la dirigenza del partito.[58] Le posizioni vedevano da una parte i “rigoristi” favorevoli all’arresto, Berlinguer, Pecchioli, Napolitano, Occhetto, Bufalini e Violante mentre tra le file dei contrari si trovavano Terracini, Jotti, Ingrao, Zangheri e Macaluso. Coloro che erano favorevoli all’arresto motivavano la loro posizione con la coerenza rispetto alla linea della fermezza del PCI, con la volontà di non esasperare l’istituto dell’immunità parlamentare e con la convinzione che Negri non fosse vittima di nessuna persecuzione giudiziaria.

I contrari all’arresto invece non ritenevano esistessero pericoli di fuga né di inquinamento delle prove da parte dell’imputato, inoltre l’eccezionalità dell’arresto di un parlamentare appena eletto era considerata incompatibile con le proposte recenti del partito in favore della riduzione dei termini di carcerazione[59].

Berlinguer decise infine di rimette la decisione ai deputati del PCI che scelsero di sospendere il voto sulla cattura fino alla sentenza romana di primo grado.

La federazione di Padova, favorevole all’arresto del leader autonomo, inviò più di una lettera per contestare la decisione presa dai dirigenti nazionali.[60] Particolarmente accesa fu la discussione fra Massimo Cacciari, che definì persecutorio e vendicativo l’atteggiamento del PCI padovano[61], e il segretario della federazione di Padova Franco Longo, il quale rispose equiparando le critiche avanzate da Cacciari ai “deliri” di Autonomia.[62]

Infine il parlamento approvò la richiesta di arresto con i voti favorevoli dei rappresentanti DC, PRI, PSDI, PLI e MSI, l’astensione del PCI, il voto contrario del PSI, Sinistra indipendente e Radicali non parteciparono al voto. Nel mentre Antonio Negri era fuggito a Parigi dove rimarrà fino al 1997.

Nella seconda metà degli anni Ottanta si arrivò alle sentenze definitive: nel 1986 a Padova 46 persone vennero assolte (tra cui Del Re, Di Rocco, Bianchini, Serafini, Negri, Ferrari Bravo, Funaro, Pancino e Vesce), 8 andarono in prescrizione mentre vi furono 66 imputati condannati a un totale di 166 anni di carcere e 10 mesi[63].

Per il troncone romano invece già la sentenza di primo grado (1984) escludeva il delitto di insurrezione armata ma comminava più di 500 anni di carcere complessivi. La sentenza di secondo grado dell’8 giugno 1987 vide la condanna di 34 persone a 189 anni e 2 mesi di carcere. Per Negri fu confermato il reato associativo per l’organizzazione “Rosso” e il ruolo di promozione di varie organizzazioni armate e concorso nella rapina di Argelato. Bravo e Vesce vennero assolti dopo 5 anni di carcerazione preventiva. Questa sentenza oltre ad annullare l’accusa di insurrezione e coinvolgimento nelle azioni brigatiste escludeva, come era avvenuto per il processo di Padova, che Potere Operaio fosse un’associazione sovversiva o banda armata e respingeva la tesi secondo cui i leader di PO sarebbero poi stati anche quelli di un’unica organizzazione sovversiva denominata Autonomia Operaia. Tale sentenza fu confermata dalla Cassazione nel 1988[64].

Conclusioni

Per quanto riguarda la produzione storiografica la riflessione sul decennio Settanta ha sofferto per lungo tempo di una lettura ideologica e pregiudiziale. In generale si concorda con Carlo Fumian quando afferma che la letteratura scientifica su quegli anni è stata troppo spesso appiattita «su un paradigma sfuggevole quale quello della violenza politica» [Fumian 2013, 204].

Anche l’uso di alcuni termini all’interno della ricerca storica, come fa notare Eros Francescangeli, continua a mantenere una carica di giudizio morale che ne rende l’utilizzo particolarmente spinoso [Francescangeli 2013, 63-75]. Fra tutti, il termine “terrorismo” è quello che presenta più difficoltà sia per il suo carattere immediatamente politico, sia per l’uso che ne è stato fatto e che se ne continua a fare. Di questa parola non esiste una definizione univoca, gli scienziati sociali anzi ne hanno individuate 109 su scala mondiale. [Fumian 2010, 170] ed è proprio per la carica morale e politica che il termine terrorismo contiene in sé che lo studio del suo utilizzo può divenire uno strumento per interrogare la «società civile» e la «società politica», che durante la stagione della mobilitazione collettiva si presentarono estremamente intrecciate e dialoganti seppur in forma oppositiva [Baldissara 1997, 25-35]. Il “7aprile” si dimostra così un caso interessante proprio perché aprì un acceso dibattito sulla definizione della compagine eversiva sia a livello giuridico che politico.

Con il “caso 7 aprile” il Partito Comunista mostrò chiaramente come la propria impostazione della lotta al terrorismo prevedesse la condanna e l’isolamento anche di quell’area che tollerava o copriva la lotta armata: coloro che venivano chiamati i “fiancheggiatori”, su tutti Autonomia Operaia [Tolomelli 2005]. Solo successivamente, in seguito ad alcune emergenze giuridiche, il varo della legislazione detta “premiale” e l’inizio della fase definita “uscita dall’emergenza”[65], il Partito Comunista opererà dei distinguo.

La parola terrorismo fu utilizzata quindi dal PCI, soprattutto in piena emergenza post-Moro, come un “contenitore” estremamente generico in cui far confluire la lotta armata clandestina, lo stragismo ma anche gli autonomi e i cosiddetti “fiancheggiatori”, ovvero una forma di protesta sociale di tipo violento [Della Porta 1990]. Questo uso non fu sempre condiviso da tutti i membri del partito, dall’opinione pubblica così come dalla magistratura proprio perché l’accettazione di questa definizione del terrorismo presupponeva la condivisione di un’analisi politica, la quale considerava la pratica violenta come prodotto interno della cultura del movimento extraparlamentare piuttosto che un indicatore più complesso di dinamiche politico-sociali e della trasformazione del rapporto fra movimenti e istituzioni. Prevedeva inoltre la condanna di qualsiasi pratica violenta poiché essa contribuiva a minare una auspicata governabilità e leggeva lo Stato solo come vittima e mai come “produttore” di pratiche violente [Ceci 2013, 34].

Secondo Monica Galfré vi è una propensione insita nella ricerca storica italiana sugli anni Settanta la quale tende a mutuare i propri attori dalla dialettica penale finendo così per proporre una «lettura giudiziaria della storia» e una «giuridizzazione della memoria» [Galfrè 2014, 127].

Ma la complessità del fenomeno terroristico e del rapporto fra violenza e politica non può essere analizzato con i soli strumenti della giurisprudenza e del codice penale anzi, può essere compreso solo attraverso la contaminazione delle varie discipline di indagine storica, sociale e politica.

Bisognerebbe chiedersi inoltre quali strumenti di analisi frutto del dibattito sull’eversione durante i Settanta e gli Ottanta siano rimasti in dote alla società e alla politica italiana e se tali strumenti siano realmente utili o costituiscano in realtà un ingombrante bagaglio per comprendere l’attuale contesto nazionale e internazionale.


Archivi

  • CSEL: Centro Studi Ettore Luccini (Padova)
  • IG: Istituto Gramsci (Roma)
  • APCI: Archivio del Partito Comunista Italiano
  • ACS: Archivio Centrale dello Stato
  • PS: Pubblica sicurezza

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Note

1. Nel quadro della guerra fredda il PCI era considerato come un partito anti-sistemico da parte di quelle forze (nazionali e internazionali) che agivano sotto il cappello NATO. Esso fu quindi tenuto rigorosamente fuori dal coinvolgimento nel governo del Paese in base ad un accordo raggiunto dai partiti centristi nel 1948.
2. I governi definiti di “solidarietà nazionale” furono il III e il IV governo Andreotti. Quello del 20 agosto 1976 si basava sull’astensione della maggioranza dei partiti (PCI, PSI, PSDI, PRI, PLI) rispetto a un monocolore democristiano. Quello del 16 marzo 1978, giorno del rapimento del presidente Aldo Moro, ottenne la maggioranza alla Camera con 527 voti e al Senato con 280 voti.
3. I documenti del Ministero dell’interno fanno spesso riferimento all’inchiesta per inquadrare il fenomeno Autonomia, segno che non si erano ancora ricostruiti, nel 1979, né le funzioni dei gruppi né i ruoli degli esponenti di spicco, si attendeva quindi la fine dell’indagine per una pronuncia definitiva. ACS, M. I., Gabinetto Ministero, 9-10: Autonomia Operaia-terrorismo diffuso, in Caso Moro, b. 1.
4. IG, APCI, Riunioni nazionali PCI, Seminario sull’estremismo, 3-4 gennaio 1975, mf 201. Cfr. Taviani 2003, 248.
5. IG, APCI, Riunioni nazionali PCI, Seminario sull’estremismo, 3-4 gennaio 1975, Svolgimento dei lavori, mf. 201, 1345-1346.
6. Ibidem 1342-1343.
7. APCI, Direzione PCI, Sezione problemi dello Stato, MF 0427, Attacco eversivo oggi, area estremista, scelte di lavoro, 0988.
8. L’assassinio del giudice Francesco Coco l’8 giugno 1976 fu la prima azione BR che pianificava l’omicidio politico.
9. Pecchioli U. 1977, Una dichiarazione del compagno Pecchioli, «L’Unità», 3 febbraio.
10. IG, APCI, Direzione PCI, Documento sulla situazione nelle Università e sui fatti dell’università di Roma, 19 febbraio 1977 (datt.), mf. 2088, 140-150.
11. Tale cambiamento viene notato anche dalle forze dell’ordine cfr ACS, MI, Gabinetto, Archivio generale, Fascicoli correnti 1976-1981, Ordine e sicurezza pubblica, b.37, Promemoria per il capo della polizia, 11 novembre 1978
12. Mussi F. 1977, Attacco eversivo e difesa della democrazia. Le nuove prove del “partito armato”, «Rinascita», 2 dicembre.
13. Nel 1968 i voti comunisti nel Veneto furono il 16,8 %, nel 1980 il 21,7% contro, rispettivamente, il 52,8% e il 49,4 % della DC. Nell’università padovana gli iscritti al PCI non erano più di 200 su un totale di 55.000 studenti e 6.00 docenti: Monicelli 1981, 108.
14. CSEL, Archivio PCI Padova, Federazione di Padova, Manifesto contro l’eversione.
15. CSEL, Archivio Pci di Padova, Contro le BR e contro lo Stato capitalistico, Volantino del comitato direttivo poligrafici CGIL Padova.
16. I gruppi di sinistra erano in questo periodo più numerosi e attivi, ma lo stragismo di destra si manifestò nuovamente con la strage di Bologna provocando 85 morti e 177 feriti su un totale di 125 vittime di attentati solo nel 1980.
17. IG, Partito Comunista 1978, Sezione problemi dello Stato: ciclostilati e opuscoli su terrorismo ed estremismo, Documentazione non classificata, busta 491, fasc. 105, Tavola rotonda sull’estremismo, Roma, 3 gennaio 1978, 1-7.
18. Il saluto del PCI ai metalmeccanici, «l’Unità», 2 dicembre 1977.
19. Fabio Mussi: IG, Partito Comunista 1978, Sezione problemi dello Stato: ciclostilati e opuscoli su terrorismo ed estremismo, Documentazione non classificata, busta 491, fasc105, Tavola rotonda sull’estremismo, Roma, 3 gennaio 1978, 101-104.
20. IG, Partito Comunista 1978, Sezione problemi dello Stato: ciclostilati e opuscoli su terrorismo ed estremismo, Documentazione non classificata, busta 491, fasc105, Tavola rotonda sull’estremismo, Roma, 3 gennaio 1978, 101-104.
21. Cfr. «I Volsci», n. 3, aprile 1978. Cfr. Bianchi, Caminiti 2007, 302.
22. Linea di massa: dal partito di Mirafiori al contropotere del partito dell’Autonomia, «Rosso», 30 maggio 1978.
23. IG, APCI, Direzione PCI, Sezione problemi dello Stato, Perchè il “no” dei comunisti all’abrogazione della “Legge Reale”, 25 maggio 1978, mf 330, 1130.
24. Torino: il giorno dopo, «Rinascita», 16 marzo 1979.
25. Marco Donat Cattin, membro di Prima Linea responsabile dell’assassinio affermò che si era scelto di colpire l’ala democratica della magistratura perché ritenuta «la componente più pericolosa in quanto espressione del più alto grado degli organi dello Stato, della capacità e della intelligenza rispetto ai processi in atto nell’area armata e il suo ambito di consenso»: Balestrini 1988, 83.
26. Sentenza ordinanza di rinvio a giudizio del G. I. Francesco Amato, cartella77, vol. XXXVII, tomo I in procedimento contro Antonio Negri e altri, n. 32/81, Corte d’assise di Roma, 48.
27. La manifestazione di lunedì a Milano, «Lotta continua», 31 gennaio 1979.
28. Perché il PCI esce dalla maggioranza, «l’Unità», 27 gennaio 1979.
29. Craxi B. 1978, Il vangelo socialista, «l’Espresso», 27 agosto.
30. Sartori M. 1979, Padova: un terrorismo diverso per celare il cuore delle Br?, «L’Unità», 10 aprile.
31. Cerruti G. 1979, Sono loro i capi delle Brigate Rosse?, «Repubblica», 10 aprile.
32. La nuova sinistra di fronte alle elezioni, «Rosso per il potere operaio», maggio 1979.
33. Gallucci A. 1979, Ordinanza di rigetto di istanze di scarcerazione, 7 luglio 1979, in AAVV, Processo all’Autonomia, Cosenza: Lerici, 260-261. Diversamente si espressero i protagonisti di quella vicenda che raccontarono di un gruppo estremamente diviso al suo interno e in difficoltà economiche. Potere Operaio non solo non era riuscito a divenire il partito dell’insurrezione, ma neanche a raggiungere il livello di organizzazione di un partito tradizionale. Negri fu espulso, mentre Potere Operaio sopravvisse solo pochi mesi per poi sfaldarsi completamente e, come risulterà anche al termine delle indagini, una parte dei suoi aderenti si ritirarono a vita privata, altri entrarono nel Pci o nel sindacato, altri confluirono in Autonomia Operaia, altri formarono i Collettivi Politici del Veneto, altri ancora, come Valerio Morucci, approdarono alle formazioni armate: Grandi 2003.
34. Ventura A. 1980, Dall’operaismo al partito armato, «Rassegna sindacale», 24 gennaio.
35. Tornabuoni L. 1979, Gli intellettuali discordi nei giudizi sul professore, «La Stampa», 11 aprile. Eco U. 1979, La democrazia non può processare le opinioni, «Repubblica», 22 aprile.
36. Neppi Modona G. 1979, La verità e il processo, «Rinascita», 7 settembre.
37. Le misure urgenti per la tutela dell’ordine democratico e della sicurezza pubblica furono emanate il 15 dicembre 1979 per mezzo di un decreto legge, convertito poi in legge il 6 febbraio 1980.
38. Pecchioli U. 1980, Eppure c’è chi non vuole aprire gli occhi, «Rinascita» 4 gennaio.
39. Scialoja M., Malspina T. 1980, Dal 7 aprile al 7 aprile, «l’Espresso», 13 aprile.
40. Bolaffi A. 1980, Terrorismo: i cannocchiali e la costellazione, «Rinascita», 11 aprile.
41. E. De Aglio, F. Travaglini, Pecchioli, il comunista che sogna un 25 aprile contro le BR, “Lotta Continua”, 15 aprile 1980.
42. IG, APCI, Direzione, Sezione problemi dello Stato, La lotta la terrorismo dopo la strage di Bologna. Relazione del compagno Bruno Bertini alla riunione del gruppo di studio sul terrorismo e sui problemi dell’estremismo, 17 settembre 1980, mf 0486, p. 1166.
43. Violante L. 1980, Tanti terrorismi ma un unico obiettivo, «Rinascita», 2 maggio.
44. Garantisti o neutrali?, «L’Unità», 26 aprile 1979. C’è un terrorismo legittimo? «L’Unità» 14 aprile 1979.
45. Il ricatto di Piperno, «L’Unità», 11 aprile 1979.
46. Pertini esprime il proprio elogio all’operato dei giudici di Padova, «L’Unità», 11 aprile 1979.
47. IG, APCI, Direzione PCI, Sezione Problemi dello Stato, Circolare sui nuovi sviluppi del terrorismo, mf. 410, 21 giugno 1979, 809-814.
48. Piperno F. 1978, Dal terrorismo alla guerriglia, «Pre-print» supplemento di «Metropoli. L’Autonomia possibile», n. 0, marzo.
49. Piperno F. 1979, Prima pagano, meglio è, «Metropoli. L’Autonomia possibile», n. 1, Giugno.
50. IG, APCI, Direzione PCI, Sezione Problemi dello Stato, Attacco eversivo oggi, area estremista, scelte di lavoro, 21 settembre 1979, mf. 0427, 989-990.
51. Ghiara M. 1979, La dura realtà del terrorismo. Intervista al compagno Ugo Pecchioli, «Rinascita», 30 novembre.
52. ACS, M.I., Gabinetto Ministero, Partito Comunista Italiano – Affari Vari, Prefettura di Venezia, Riunione del Partito Comunista Veneziano del 20/10/1979 su “Autonomia organizzata”, 5 novembre 1979, b.4.
53. Una nota della prefettura di Padova del luglio 1979 segnalava alla direzione romana della pubblica sicurezza il conflitto fra i due giudici. Cfr. ACS, ministero dell’Interno, Ordine pubblico, Padova (1976-1981) b. 37, f. 11001/55.
54. M. De Luca e F. Giustolisi, Parlano i giudici del terrorismo / A nostro modesto giudizio.., “L’Espresso”, 22 giugno 1980.
55. Paolucci I. 1979, L’inchiesta di Padova prosegue senza limiti, «l’Unità», 18 aprile.
56. Sartori M. 1979, Perchè ristagna l’inchiesta a Padova su «Autonomia», «L’Unità», 30 giugno.
57. Sartori M. 1979, Troppi freni all’indagine Negri, si dimette un giudice di Padova, «L’Unità», 1 luglio.
58. IG, APCI, Riunione della Direzione del Pci, Nota sulla questione Negri, 28 luglio 1983, MF 8310.
59. S. Criscuoli, 7 aprile, il record dei rinvii, “l’Unita”, 23 febbraio 1983
60. CSEL, Archivio PCI Padova, C. Villi, Lettera a Berlinguer. CSEL, Archivio PCI Padova, Lettera di Franco Longo ad Alessandro Natta.
61. Cacciari M. 1983, Il caso Negri alla Camera. I pregiudizi innocentisti o colpevolisti non servono, «Il mattino di Padova», 10 settembre.
62. Zanonato accusa a Cacciari, «Il Mattino di Padova», 11 settembre 1983.
63. Passalacqua G. 1986, Per Negri e gli autonomi una pioggia di assoluzioni, «Repubblica», 31 gennaio.
64. Scottoni F. 1988, La sconfessione del teorema Calogero nella sentenza del processo 7 aprile, «Repubblica», 28 gennaio.
65. È proprio dalla collaborazione fra alcuni imputati del 7 aprile e una parte di Magistratura Democratica che nasce nel 1982 la “dissociazione”, ufficializzata dalla legge Gozzini del 1987. Con la dissociazione il postulante non denuncia esplicitamente i suoi ex compagni ma tratta una riduzione di pena riconoscendo tutti i delitti di cui è imputato e impegnandosi a rinunciare all’uso della violenza.