Storicamente. Laboratorio di storia

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Augustin Berque, La pensée paysagère

Geografo e orientalista, directeur d’études all’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi, A. Berque è una delle voci più originali e rilevanti nel panorama degli studi sul paesaggio in Francia. In questo libro, l’ultimo di una lunga serie che dagli anni ’90 del secolo scorso ha contribuito a rinnovare l’approccio delle scienze umane al paesaggio, si interroga sull’essenza intima della pensée paysagère. Egli intende con questo termine non il pensiero sul paesaggio, che implica l’esistenza di un concetto, di un’elaborazione intellettuale che ne permetta l’identificazione oggettiva e la rappresentazione, bensì il pensiero di tipo paesaggistico (paysagère) e dunque un senso profondo (p. 55), una sensibilità innata nei confronti della costruzione del paesaggio che caratterizzerebbe, e avrebbe caratterizzato, le società sprovviste di questo concetto.

Per quale ragione, si chiede l’a., le società del passato, che non possedevano neppure un vocabolo per definire il paesaggio, ce ne hanno lasciato esempi straordinari come il Mont St. Michel, i vigneti della Borgogna, il Roussillon etc. (p. 8), mentre la società contemporanea, che è caratterizzata da un sempre più serrato dibattito sul paesaggio, non è in grado di preservarlo e anzi, è spesso responsabile della sua distruzione? Perché non siamo più in grado di avere una pensée paysagère e dunque di progettare un paesaggio nel quale sia bello vivere? (p. 12)

Per tentare di rispondere a queste domande Berque si propone di rintracciare, attraverso un doppio percorso di analisi, nel quale s’intrecciano itinerario personale e itinerario scientifico, le fasi successive della storia dell’alto Atlante, già oggetto degli studi del padre e luogo nel quale egli ha trascorso parte dell’infanzia. Il paesaggio marocchino fungerà, lungo tutto il libro, da tramite a un’altra storia, quella del paesaggio tout court. Ogni paesaggio, infatti, secondo Berque, possiede tre diversi «livelli di vita» (p. 13): quello della natura (la geologia, il ciclo delle stagioni etc.), quello della società e quello della persona (il soggetto che contempla il paesaggio o attraverso un’esperienza empirica o attraverso la sua rappresentazione). Narrare la storia, e dunque le tre vite del paesaggio dell’alto Atlante, può permettere di comprenderne l’essenza più profonda e nello stesso tempo di chiarire «cos’è il paesaggio» e in cosa consiste la pensée paysagère.

Il libro si compone di 18 brevi capitoli, corredati da schede bibliografiche e suddivisi a gruppi di tre. La parte testuale è accompagnata da disegni che la madre dell’a. aveva eseguito per illustrare la tesi di dottorato del marito.

Grazie ad uno stile narrativo semplice ma allo stesso tempo rigoroso, Berque affronta la sua storia del paesaggio attraverso l’analisi dei testi (Esiodo, Virgilio, Xie Lingyun) e dei miti dell’antichità, l’indagine linguistica, il confronto continuo tra l’universo culturale e filosofico della civiltà occidentale e della civiltà orientale e la confutazione delle teorie classiche, come quella di J. Ritter sulla comparsa dell’estetica del paesaggio (p. 76). Egli individua momenti e principi fondatori. II principio della grotta di Pan, ad esempio, simbolizza l’inizio, in Occidente, del pensiero paesaggista: la città (Atene) si appropria della campagna/mondo agricolo (la statua di Pan, custodita in Arcadia) e la trasforma in un simbolo della «natura» (la statua viene posta in una grotta nell’Acropoli). Percorrendo il «lungo cammino» che porta alla nascita del paesaggio (e non alla sua invenzione, poiché secondo Berque il paesaggio non è una pura creazione dello sguardo dell’uomo), l’a. si sofferma anche sull’analisi della cosmografia delle diverse civiltà. Approfondisce, attraverso l’analisi dei testi, il significato delle parole utilizzate per raccontare l’ambiente e giunge ad enunciare le sei condizioni senza le quali non è possibile, a suo modo di vedere, parlare della presenza del paesaggio all’interno di una cultura: 1) una letteratura (orale o scritta) che canta la bellezza dei luoghi e la conseguente toponimia; 2) dei giardini ornamentali (d’agrément); 3) un’architettura finalizzata a godere della vista sul territorio circostante; 4) delle opere pittoriche che ritraggono l’ambiente; 5) una o più parole per indicare il paesaggio; 6) una riflessione esplicita sul paesaggio (p. 46).

Il libro si conclude con un Codicillo destinato a «quanti desiderano superare la modernità». Nelle cinque pagine che lo compongono Berque illustra il concetto di trajection, il processo, simile alla metafora, che permette di assemblare e di fare coincidere due realtà fisiche diverse (in questo caso il monte Nanshan in Cina e il Waffagga in Marocco) in una realtà unica, quella del paesaggio (oggetto concreto e frutto di una percezione). Il paesaggio è dunque la risultante, secondo l’a., di una trajection a due tappe: la prima si compie al livello ontologico della biosfera (il luogo concreto in cui avviene la percezione), la seconda a quello dell’ecumene (la cultura attraverso la quale noi strutturiamo la nostra percezione).