Storicamente. Laboratorio di storia

Studi e ricerche

La cattedra e il potere. Due storie di religiosi e ‘cortigiani’, lettori nello Studio di Bologna

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Abstract

The essay contributes to widen the study concerning Bologna's University History of XVII century, analising Luigi Manzini's and Matteo Peregrini's biographies, persons of letters and intellectuals, who were really important in their contemporary cultural background. In particular, it focuses on them as Bologna University hopeful readers. Their experiences were close in time, but totally apart one from the other. They have been put together in this study because they both convey the idea of how strong was the influence of patronage relationship between intellectuals and powerful men on Bologna's academic life. According to Peregrini's case, these relationships could have even involved “Repubblica” of Bologna and roman ruling class.

Premessa

Luigi Manzini e Matteo Peregrini furono importanti personaggi del mondo culturale del Seicento, in particolare di quello bolognese, anche se oggi ne rimane scarsa memoria. Letterati, teorici della politica e con interessi, per quanto riguarda Peregrini, per la scienza, trascorsero la propria esistenza tra Bologna e le corti nelle quali esercitarono il mestiere di servire. Entrambi operarono presso repubbliche, principi e prelati, svolgendo anche mansioni diplomatiche e di governo. Nel tempo seppero intessere rapporti di patronage con ‘potenti’ del periodo che in qualche caso s’interruppero, anche in modo brusco, in altri durarono a lungo. Le vicende legate alla loro attività di cortigiani in qualche momento si mescolarono, finendo per condizionarne lo svolgimento, con il ruolo di lettori nell’Ateneo bolognese, che entrambi ottennero, anche se in momenti diversi e differenti discipline. Fine di questo lavoro è ricostruire, almeno in parte, il modo in cui tale intreccio si realizzò attraverso il racconto di due storie tra loro distinte. Entrambe tuttavia in grado di porre in luce come i rapporti di patronage dei quali sia Manzini sia Peregrini godevano poterono condizionare gli organi di governo della Repubblica bolognese nelle loro decisioni, consentendo ai due di richiedere e talora ottenere particolari privilegi collegati al loro ruolo di lettori, o aspiranti tali, nello Studio cittadino, ma anche di ambire ad una condizione privilegiata nel momento in cui abbandonarono la cattedra attratti da più prestigiosi e ricchi incarichi. Rapporti di patronage che potevano essere messi concretamente in moto, ad esempio, dalla richiesta di una cattedra universitaria, di un aumento della retribuzione, una volta ottenutala, o della riserva del posto, quando un lettore decideva di rinunciare all’insegnamento per un periodo. Proporre istanza per beneficiare di quest’ultimo genere di privilegio era piuttosto frequente da parte dei docenti interessati a goderne e, per altro, il Senato cittadino si mostrava di solito incline a concederlo. Atteggiamento del tutto opposto assumeva invece il Senato quando alla richiesta della riserva del posto era associata quella del mantenimento della retribuzione universitaria per il periodo di assenza dall’insegnamento, come dimostra anche il caso di Peregrini, la cui condizione personale, pur prestigiosa, non verrà ritenuta sufficiente a giustificare la concessione di un favore così speciale.

Un lettore «che può apportar honore e profitto allo Studio»

Il religioso e il cortigiano

Il 1642 è anno di avvenimenti importanti e morti illustri ricordate anche nei Diari del Senato bolognese. Ad esempio in Francia si spegne il card. Richelieu, spossato da un male piuttosto singolare, secondo quanto asserito in tali memorie, dove lo si descrive «oppresso più tosto dal cumulo degl’onori et delle lodi, che dalla malignità d’impetuosa febbre, che in quattro giorni lo levò dal Mondo», ed è nominato primo ministro il cardinale Giulio Mazzarino, suo fidato collaboratore[1]. A Bologna viene invece a mancare Guido Reni, «soggetto senza paragone […] ornamento e splendore et senza alcuna contraddittione il Principe de’ Pittori del nostro secolo»[2]. Per quanto riguarda invece vicende minori, si ha notizia che in quel periodo fosse tornato a vivere a Bologna, dopo un vario girovagare per l’Italia[3], Luigi Manzini, un letterato e cortigiano che ebbe rapporti, pure se di differente natura, anche con Mazzarino e Reni [Betti 2013]. Infatti, del pittore fu amico e estimatore, mentre grazie ai buoni uffici del Cardinale riuscì a garantirsi una pensione ‘francese’, nel quadro di una inesausta ricerca di benefici di ogni tipo da lui messa in atto, che non faceva distinzione tra alti prelati, principi e repubbliche. Non vi fu comunque motivo di ricordare nei Diari l’arrivo di Luigi in città, data la relativa modestia del personaggio, ma ben presto i Quaranta[4] avrebbero dovuto fare i conti con le sue aspirazioni indirizzate alla ricerca della «Gloria»: «maggior bene» che esista per «l’huomo» e che nasce «dalle sole difficoltà» e da un «terreno» che «non si feconda, che co’ sudori»[5]. Un principio generale che il suo estensore declinò nella pratica in modo personale, tendendo a fare coincidere, come fine della propria azione, la ricerca della ‘fortuna’, soprattutto economica, con quello della ‘gloria’. Scopo per il quale cercò, anche riuscendovi in alcuni momenti, di mettere in campo una solida rete di clientele in grado di sostenere la realizzazione dell’ambizioso progetto.

Luigi, nato nel 1604, è ricordato come il più giovane di tre fratelli, tutti venuti al mondo a Bologna, destinati a lasciare un qualche segno nella cultura dei propri anni. Primogenito della famiglia fu Giovan Battista: letterato, cortigiano e ‘bravo’, oltre che accanito giocatore, come del resto il Reni, con il quale condivideva alcune frequentazioni, in particolare quella con Virgilio Malvezzi, il più celebre letterato e politico vissuto a Bologna nella prima metà del Seicento[6]. Dopo di lui venne alla luce Carlo Antonio, di cui è invece rimasta memoria come matematico, astronomo e ottico di riconosciuto valore, molto vicino agli ambienti galileiani del periodo [Betti 2013].

Le vicende biografiche di Luigi e le molte pagine da lui elaborate lo fanno apparire infaticabile scrittore – spesso di testi d’occasione, in taluni casi invece di lavori non banali – nonché piuttosto abile e spregiudicato cortigiano, pronto a mettersi al servizio delle più diverse cause senza porsi troppi scrupoli nel cambiar padrone, purché vi fosse da trarne un vantaggio personale. Già prima del 1642 si era posto alle dipendenze di ‘principi’ laici ed ecclesiastici, ma anche di Repubbliche, come ad esempio Venezia. Aveva già pure suscitato reazioni assai drastiche da parte dei protettori di turno nei suoi confronti – che avevano altresì toccato suoi familiari tanto arditi da prenderne le parti – in occasione di certi suoi passaggi di fronte, giudicati dei veri e propri tradimenti da coloro che aveva abbandonato. La mutevolezza nelle scelte fu una sua caratteristica anche come religioso: fu prima monaco tra i Benedettini e poi prete secolare, monsignore e quasi vescovo, non mancando talora di offrire scandalo con taluni suoi comportamenti [Betti 2013]. Non gli fecero difetto comunque appoggi importanti all’interno delle gerarchie religiose e dei potentati dell’epoca, tali da consentirgli di dare alla fine compimento ad almeno alcune delle sue aspirazioni. Tuttavia, in quel 1642 pare si trovasse in grave difficoltà: sprovvisto di «padroni» e di qualcuno che ne richiedesse i servizi, ridotto in condizioni d’indigenza economica, si scopriva obbligato, forse per la prima volta, a cercare una soluzione ai propri problemi di vita nella città natale, come emergerà dai documenti che verranno esaminati in seguito. Non si può tuttavia negare che, anche in tale circostanza, gli sia venuta meno l’abilità nel ricercare e trovare proprio a Bologna, nel mondo della nobiltà senatoria, influenti protettori in grado di garantirgli il successo di un’operazione, almeno all’apparenza, piuttosto singolare: ottenere una cattedra universitaria pur essendo privo di laurea[7].

Il momento in cui accadde il fatto era oltretutto piuttosto particolare per lo Studio bolognese, segnato nel 1641 dall’intervento moralizzatore del card. Durazzo, allora Legato pontificio a Bologna. Il cardinale aveva appunto pubblicato in quell’anno nuove «Ordinationi fatte e stabilite» nel 1639 dal card. Sacchetti, suo predecessore nella carica di Legato, «per conservare la dignità et reputatione dello Studio di Bologna». «Ordinationi» con cui si cercava di porre argine ai disordini nella vita privata e pubblica di studenti e agli abusi dei docenti che inducevano discredito sull’Ateneo. Infatti alle turbolenze degli uni si intrecciavano i cattivi costumi dei secondi, a causa soprattutto delle troppe licenze che erano soliti concedersi rispetto ai loro obblighi[8]. Fra tali licenze spiccava l’uso di ridurre arbitrariamente, rispetto a quanto prescritto, il numero delle lezioni e il tempo della loro durata, oltre agli eccessi nel tenere insegnamenti privati all’interno delle proprie abitazioni. In primo piano rimaneva poi la questione del numero assai ridotto di docenti ‘forestieri’, cioè provenienti da luoghi diversi rispetto a Bologna, che era presente nello Studio, mentre la gran parte delle cattedre veniva occupata da cittadini. Si trattava di una ‘riserva’ di posti che non impedì comunque all’Università bolognese di annoverare al proprio interno figure di primo piano del panorama culturale, ma costituiva comunque un serio limite alla possibilità di reclutamento dei docenti legato al solo merito, dal momento in cui riduceva a poche unità il numero dei ‘forestieri’ che potevano ottenere una cattedra nello Studio. In sostanza lo ius loci valeva sovente più del merito per conseguirvi un insegnamento[9] [Brizzi G.P. 2008; 2007].

La vicenda che ha come protagonista Luigi Manzini non pare proprio confortare l’idea che le speranze poste dai due Legati pontefici di un felice esito del loro disegno a favore della «dignità et reputatione dello Studio» si siano tradotte in pratica in modo rapido ed efficace. Costituisce invece un illuminante esempio di quanto, anche nel periodo immediatamente seguente all’uscita delle «Ordinationi», fossero efficaci le forme di patronage a livello cittadino nel guidare l’assegnazione delle cattedre nello Studio bolognese, sul cui conferimento vigilava il locale Senato, il quale esercitava tale compito valendosi prevalentemente dell’opera dell’Assunteria (o Assonteria) di Studio[10].

La lettura di «Belle Lettere»

Il primo atto ufficiale della storia universitaria di Manzini data al 26 settembre 1642. Si tratta della richiesta di Luigi ai membri del Senato bolognese di ottenere la «Lettura di Belle Lettere» altrimenti detta di ‘Umanità’ – allora vacante e che era stata tenuta per ultimo da Giovanni Argoli[11] –, supplicandone la concessione «per poter impiegare i suoi studi, fin hora spesi in servizio d’altri Principi, in ossequio della sua Patria e, in particolare, delle Vostre Signorie Illustrissime»[12]. Il «Regimento» delegò agli Assunti il compito d’investigare riguardo all’eventuale obbligo per il richiedente di essere fornito del ‘grado dottorale’ per ottenere la cattedra di Umanità e al possesso da parte sua dell’abilitazione «sopra la disputa delle conclusioni»[13]. Pochi giorni dopo, in merito alle ‘conclusioni’, gli Assunti, scrivevano riferendosi a Luigi, «che si proverà d’habilitarlo proponendolo in Regimento»[14]. A metà di ottobre davano poi conto di quello che fu probabilmente un loro incontro con il Manzini nel quale egli si era impegnato a conseguire una laurea e l’abilitazione alle ‘conclusioni’, ma domandava un onorario ragguardevole per il suo futuro incarico nello Studio essendo «scarso di facoltà»[15]. In merito all’abilitazione alla «disputa delle publiche conclusioni» gli Assunti si mossero in favore di Manzini in Congregatione di Studio, il 22 dello stesso mese[16]. In quella sede, infatti, pur ritenendo che a un «publico Lettore delle Lettere humane» non fosse strettamente necessario disporne, tuttavia «acciocché l’esempio di non sostenerle in ordine a detta facoltà non porti conseguenza nell’altre» domandavano ai Quaranta, «ad cautelam et ad ogni altro buon fine», di «esser gratiose dell’habilitatione sopra la disputa di dette conclusioni». Il fine dichiarato era quello di agevolare la via alla concessione della cattedra a Luigi – che doveva nel frattempo procacciarsi «tutti gli altri requisiti necessarij» (una laurea) – evitando nel contempo alle ‘Signorie Illustrissime’ lo «scrupolo di far ostacolo alle nuove constitutioni». In tal modo si sarebbe aperta per lo Studio «la strada all’acquisto di soggetto attivo, vivace, et idoneo a tal Lettura», indicata, con un qualche eccesso, come «la più stimata per importanza di tutte le altre come quella che pone i fondamenti a qualsivoglia scienza»[17]. Il Senato, il 25 del medesimo mese, si preoccupava ancora che di Manzini venisse esibita «l’habilitatione sopra la disputa delle conclusioni» prima di procedere a definirgli «l’honorario», ponendo altresì a condizione «ch’egli sia prima Dottore» e che gli «Assonti di Studio» verifichino se non vi sia «ostacolo» all’interno delle «Constitutioni» nell’«habilitarlo in riguardo della Lettura d’Humanità». Tuttavia il 29 i Quaranta mettevano da parte ogni remora e votavano una «dispensatio a thesibus» per il Manzini[18]. Tre giorni prima gli Assunti, sempre presso la Congregatione di Studio – nell’occasione pronta a concedere «partito» all’abilitazione – avevano affermato che, sebbene Luigi non avesse «il grado dottorale», era un «soggetto di tal valore» da renderlo «universalmente stimato ottimo per la lettura delle Lettere Humane». In sintesi, pur non avendo al momento i titoli necessari, era ben degno di ottenere la lettura a loro giudizio «più stimata» di tutta l’Università bolognese. La benevolenza degli Assunti si allargava sino a dichiarare l’opportunità di offrirgli una retribuzione consistente, adeguata alle necessità personali del soggetto, il quale «fra gli accidenti del mondo» era restato «troppo tenue, anzi privo di beni patrimoniali per sostentarsi». Sempre gli Assunti poi, indossando i panni di Luigi, aggiungevano, rivolgendosi ai Quaranta, che, siccome era «il suo desiderio di applicarsi tutto al solo servitio delle Vostre Signorie Illustrissime così sagge», sperava «dalla loro generosità un honorario da poter vivere decentemente». Alla fine del mese di ottobre partivano le pratiche per iscrivere Manzini nei rotuli dello Studio bolognese[19]. Il 5 novembre gli Assunti, sempre in sede di Congregatione di Studio, indicavano la necessità di passare a trattare della cattedra e dell’onorario. Nell’occasione si lasciavano andare a un elogio del soggetto «assai noto per le molte sperienze passate», insistendo sulla necessità di essere «benigni e liberali» nei suoi confronti. Nella circostanza adducevano tuttavia anche motivi strettamente legati alla «Lettura di Lettere Humane», indicata «come quella che […] relativamente a tutte le scienze richiede dispendiosa copia di libri, onde a lui che, come è noto, è privo di patrimonio sarà quasi impossibile di trattenersi con meno di 300 pezzi di nostra moneta d’annuo honorario, e massime dovendosi proveder di cose e suppellettili». A sostegno dell’opportunità di conferirgli un congruo stipendio aggiungevano: «il soggetto non è ordinario, ma è cittadino di tale spirito che può apportar honore e profitto allo Studio». Tre giorni dopo scrivevano di nei loro atti di «fare relazione favorevole» all’ingresso di Manzini sulla cattedra di Umanità con «honorario» di 1200 lire[20], cifra ben maggiore di quella prima indicata e piuttosto elevata in assoluto, il cui conferimento a Luigi trova conferma nell’atto ufficiale del Senato del 19 dicembre che chiudeva al momento la vicenda, ma con il corollario che Manzini non potesse godere del ‘beneficio’ prima di aver ottenuto una laurea[21].

Manzini ottemperò alla richiesta del Senato e rapidamente conseguì il titolo di dottore in teologia, entrando a far parte del Collegio dei teologi già il 23 gennaio del 1643 e, secondo fonti autorevoli, ne redasse anche gli statuti, che furono stampati nel 1650, ma senza il nome dell’autore [Fantuzzi 1781-1794, V, 212].

La volontà di servire con assoluta dedizione lo Studio e il Senato bolognese, dichiarata da Luigi e accolta come vera dagli Assunti, non era comunque poi così solida come Manzini intendeva far credere. Il 29 ottobre 1643 infatti Luigi scrive al Senato esponendo la propria nuova situazione: «già preparato e in procinto, per cominciar a metter in pratica il singolare e […] in estremo riverito honore della Lettura delle belle Lettere» era però stato «inaspettatamente chiamato al servizio d’un Gran Prencipe con carica, stipendi e qualità tanto superiori a tutte le speranze e a pochi mezzi di esso Oratore», così da non restargli «imaginabile ragione perché ricusar questa Fortuna, salvo il gusto e la buona grazia di loro Signorie Illustrissime e suoi benignissimi Signori». Per tale motivo «il medesimo oratore humilissimamente» supplicava i Senatori «che si come nel conferirgli questa Lettura l’hanno con tanta benignità e singolarità favorito, così restino serviti di concedergli anche, con lor gusto, licenza dalla medesima, affinché egli possa, in impiego di tanta fortuna, servire alla gloria della sua patria e delle Signorie loro Illustrissime». Considerato che poi Luigi non era personaggio solito a darsi particolari remore nel limitare le istanze, aggiungeva la richiesta che gli venisse riservata la cattedra «ogni volta che ritornasse», cioè domandava di fare della ‘lettura’ una sorta di vitalizio personale del quale far uso a propria discrezione. Il Senato delegò anche in questo caso agli Assunti considerazioni e relazione sulla vicenda.

Nell’occasione tuttavia gli Assunti cessarono di svolgere attività di patronage nei confronti del Manzini e in Congregatione di Studio, il 26 novembre del medesimo anno, si espressero con toni decisamente risentiti nei confronti del richiedente. In quella sede ricordarono, innanzi tutto, come avesse ottenuto la cattedra per la sola benignità del Senato, prima ancora di avere una laurea, e la sua richiesta di «licenza» giungesse «non havendo» egli «ancora principiato a leggere». Nel momento in cui poi retoricamente rammentano ai Senatori come concedere tale «licenza» fosse esclusivamente nel loro «arbitrio», paiono rivolgere un ironico rimprovero alle «Signorie Illustrissime» – che segnala pure di dove erano giunti a Manzini gli appoggi necessari ad ottenere la cattedra l’anno precedente –, quando affermano che a «questa gratia si spera ch’elle saranno facili giaché alla prima concessione si dimostrarono tanto liberali e benigne». Riguardo tuttavia alla richiesta di «riserva» i toni sono decisamente espliciti e pungenti. I «Signori Assonti» vi sono decisamente contrari, «non potendo essere informati dei talenti dell’oratore in materia di Belle Lettere Latine, mentre egli non ha mai fatto neanche il suo principio, non che incaminata la Lettura pubblica. Anzi, non sapendo esempio veruno che sia giamai stata riservata ad alcun Dottore una Catedra nello Studio da lui non mai ascesa». Per la decisione finale ci si affidava al giudizio insindacabile delle «Signorie Illustrissime», ma il parere in materia da parte degli Assunti era difficilmente esprimibile in termini più chiari e non sembra che il Senato lo abbia contraddetto, dal momento in cui il nome di Manzini dopo il 1644 scompare dai rotuli dello Studio.

Una questione che rimane aperta riguarda l’identità del «Gran Prencipe» per raggiungere il quale Manzini abbandonò l’incarico universitario prima ancora di averlo realmente assunto. Nelle pagine che a Luigi dedica il Fantuzzi è scritto che nel 1643 divenne protonotaro apostolico «e per mezzo del suo Protettore Cardinale di Savoia nell’anno stesso li 20 maggio fu presentato alla Prevostura di S. Maria Maggiore della Mirandola» [Fantuzzi 1781-1794, V, 212 ]. All’interno delle Memorie degli accademici Gelati in merito a quest’ultimo episodio si legge invece che Luigi venne «presentato al Pontefice Innocenzo X dal Serenissimo della Mirandola, vacando la Provostura di quella Città: dignità in essa quasi conforme a Vescovati dell’altre, e la ottenne, vestendo l’habito di Prelato» [Zani 1672, 300]. Rispetto a quella del Fantuzzi tale versione della vicenda sposta in avanti di almeno un anno il momento in cui avvenne il fatto, dato che solo nel 1644 si ebbe l’elezione a pontefice di Innocenzo X. Inoltre, fa del «Serenissimo della Mirandola», cioè Alessandro II Pico della Mirandola – al governo del piccolo Stato dal 1637 al 1691 e duca dal 1656 –, del quale Luigi fu al servizio, il protagonista principale nella circostanza dell’attività di patronage nei confronti di Luigi. Entrambe le fonti paiono, in termini generali, piuttosto attendibili in relazione alle informazioni che forniscono su Manzini. Le Memorie perché composte in un momento assai prossimo cronologicamente ai fatti; le Notizie in quanto il loro autore era in possesso, per questioni ereditarie, delle carte della famiglia Manzini e, quindi, disponeva di documentazione diretta riguardo alle storie dei suoi membri. Appare perciò verosimile l’indicazione di Fantuzzi che fa del card. Maurizio di Savoia, del quale a più riprese Luigi fu al servizio, il personaggio che nel 1643 chiama Luigi presso di sé. Appare inoltre possibile trovare un punto di sintesi tra le apparentemente diverse versioni rispetto alla vicenda della prevostura della Mirandola. Se infatti sembra ragionevole accogliere quella che offrono le Memorie, altrettanto conforme al vero può essere giudicata l’informazione del Fantuzzi, il quale indica nel card. Maurizio un autorevole e decisivo appoggio avuto da Manzini per ottenere il beneficio, anche se nel suo racconto anticipa l’evento di almeno un anno. Non esistono invece versioni divergenti tra le due fonti rispetto alla conclusione della vicenda: dopo alcuni anni Manzini rinunciò alla pur prestigiosa carica, non senza tuttavia essersi assicurato che gliene derivasse una «onesta pensione», nel segno di una sua inclinazione ad accettare che dai ‘sudori’ profusi gli derivassero pur anche beni minori rispetto a quello sommo della ‘gloria’. Fantuzzi, che definisce la ‘pensione’ «ragguardevole», ne fa seguire l’ottenimento a un nuovo ritorno a Bologna di Manzini, «uomo desideroso di libertà», che nel locale Ateneo «si adottorò in Filosofia» [Fantuzzi 1781-1794, V, 212].

Nuove istanze per una cattedra

La laurea in Filosofia di Manzini data al 1651 [Bronzino 1962, 154] e costituì titolo per lui utile al fine di proporsi nuovamente per un ruolo di docente all’interno dell’Università. Questa volta però le sue mire non si legarono direttamente alla cattedra di Umanità, come s’intende dagli atti degli Assunti ove è scritto, in data 16 febbraio 1652, che, letto il «memoriale» di Manzini, «se li dichi che specifichi qual lettura dimanda e se dimanda la primaria se gli insinui quello che dispongono le conditioni e se dimanda la cattedra altre volte concessagli, si veda se quella è più vacante»[22]. Luigi dovette essere piuttosto insistente nelle proprie richieste se, circa un mese dopo tale data, gli Assunti annotavano nei loro atti l’incombenza di comunicargli che la sua istanza sarebbe stata presa in esame nel giro di pochi giorni[23]. Anche riguardo a questa pratica non si ha comunque notizia di un esito felice, come del resto era fallito un altro tentativo compiuto da Luigi l’anno precedente, collegato strettamente alla lettura di Umanità. Una circostanza tale da far supporre che conseguire la nuova laurea potesse rientrare per Manzini in una strategia, per altro sfortunata, studiata per ottenere un differente incarico, vista l’impossibilità di riottenere quello acquisito anni prima. Nel marzo del 1650 Luigi aveva infatti tentato di procacciarsi nuovamente la cattedra abbandonata nel 1643, senza realmente mai esservi salito, inviando allo scopo una supplica al Senato. Nel documento ricordava come la Lettura, «tanto importante a questo publico Studio», fosse ancora «vacante» ed offriva la «debolezza dei propri talenti» per colmare il vuoto, in nome della «Pietà dovuta verso la Patria e dell’infinite obbligazioni che tiene e professa verso le Vostre Signorie Illustrissime». Probabilmente certo che la memoria dei trascorsi comportamenti giocasse per lui in modo negativo, si soffermava sulla propria condizione personale al momento e, con abile mossa, presentava implicitamente la sua richiesta come una sorta di risarcimento della propria precedente condotta al Senato e alla città. Quella di Manzini nell’occasione non è infatti più la supplica di un uomo in un difficile stato personale, ma la manifestazione di una scelta volontaria, che lo porta a preferire il ruolo di docente dello Studio rispetto ad ogni altro impiego propostogli nel presente e nel futuro, al quale è disposto a rinunciare in caso di accoglimento della richiesta. Luigi scrive, infatti, di essere in procinto di mutare «la sua residenza e di pigliar servizio fuor della Patria», dichiarandosi tuttavia pronto a declinare questa e ogni altra offerta per «servire con ogni puntualità, fede e applicazione in detta Catedra, preferendo di buon cuore a qualsivoglia altra fortuna l’honore del servire alle Vostre Signorie Illustrissime». Anche in questa occasione toccò agli Assunti informarsi e riferire. La loro risposta fu interlocutoria, intesa a conoscere prima di tutto se fosse disponibile a ricevere un onorario «moderato», aggiungendo significativamente come lo scopo fosse quello di «agevolare le difficoltà che probabilmente si prevedono» anche «con queste conditioni»[24]. ‘Difficoltà’ che risultarono evidentemente insormontabili.

In ogni caso Luigi riuscì a ottenere un ufficio importante legato alla vita dell’Università. Nel 1653 risulta infatti che Manzini, intanto insignito della carica di «monsignore», esercitasse l’interim di cancelliere dello Studio – dopo la morte del titolare e in attesa del suo sostituto – con l’obbligo di assistere alle «pubbliche conclusioni». Una funzione alla quale, appare ragionevole supporre, fosse stato scelto dall’arcivescovo in carica al tempo: Girolamo Boncompagni[25]. Un obbligo a cui tuttavia non ottemperò in quanto «indisposto» in occasione della laurea di Marcello Malpighi – delegando al suo posto Ovidio Montalbani [Marchi 2011, 759-761] – al quale con la sua assenza procurò qualche serio problema in merito al riconoscimento della validità della laurea conseguita[26].

L’ultimo periodo di vita di Manzini non trascorse comunque a Bologna, ma tra Mantova e Torino, dove aveva ottenuto incarichi rispettivamente dai Gonzaga e dai Savoia. A essergli fatale fu forse il desiderio o la necessità di rientrare nel luogo d’origine. Mentre infatti si trovava in viaggio su di una barca lungo il Po, controllato dalle due sponde da truppe spagnole e francesi, il 27 giugno 1657 fu raggiunto da un’archibugiata, sparata da una mano rimasta misteriosa, così come nascoste furono le motivazioni del gesto, sempre che alla sua base non vi fosse stata una semplice casualità, come affermò la versione ufficiale dell’evento.

Un ‘affare di Stato’: la ‘riserva della lettura’ del «Lector Philosophiae ordinarius» Matteo Peregrini. Note biografiche

Nel 1649 rientrava a Bologna da Genova Matteo Peregrini (o Pellegrini), letterato, cortigiano, teorico della politica e scienziato. A riportarlo nella città d’adozione[27] era, agli inizi di quell’anno, il conferimento dell’incarico di segretario del Senato bolognese – per il quale aveva concorso unitamente ad altri più o meno celebri aspiranti – ottenuto grazie al voto favorevole dei Quaranta[28]. A Genova era giunto anni prima, dopo una lunga permanenza lontano da Bologna: prima a Napoli poi a Roma e in altri luoghi. Un periodo segnato soprattutto dall’ingresso nel seguito del card. Antonio Barberini jr. A Genova aveva invece trovato accoglienza negli ambienti più influenti e ricchi della città, legandosi in particolare a due nobili letterati: Anton Giulio Brignole Sale – che sostenne nelle sue battaglie politiche e culturali – e Giovan Vincenzo Imperiali, alla cui protezione dichiarò di potersi affidare con fiducia. Le ragioni che lo spinsero a lasciare la città non sono mai state del tutto chiarite, come del resto quelle che lo indussero a lasciare i Barberini, dei quali era ritenuto e si considerava una «creatura». Un ‘esilio’ dalla patria di adozione che, dopo il soggiorno a Napoli per «occupatione honorata» e l’ingresso nelle corti barberiniane, fu scandito da una serie di incarichi sia laici sia ecclesiastici al servizio della famiglia di Urbano VIII e della Chiesa[29]. Va tuttavia rilevato come anche nel periodo genovese non si interruppero i rapporti di patronage che legavano Matteo ad Antonio jr. sulla cui benevolenza poteva ancora contare, tanto da sperare che potesse venire allargata ai propri familiari [Betti 2013].

Peregrini aveva intrapreso i suoi studi, almeno inizialmente a carattere scientifico, a Bologna, dove con molta probabilità ebbe come proprio maestro il celebre matematico Giovan Antonio Cataldi e come sodale un altro allievo di Cataldi, Giovan Antonio Roffeni, di qualche anno più anziano di lui, ricordato come amico e fidato corrispondente bolognese di Galileo [Aricò 1998; Bònoli-Piliarvu 2001, 153-154]. Dopo la prima laurea in filosofia (1620), Peregrini conseguì anche quelle in teologia (1622) e in diritto (1626). Già nel 1620 Matteo – che in precedenza aveva ricevuto gli ordini come sacerdote secolare – salì sulla cattedra di logica, per poi passare a quella di filosofia, in un percorso che quindi lo vide dedicarsi all’insegnamento di materie scientifiche, senza tuttavia mai stampare alcun testo su tale argomento. Uscirono invece dalla sua penna negli anni seguenti opere di carattere prevalentemente politico e letterario, destinate a portargli una buona celebrità, ma nessun riconoscimento accademico legato a simili tipi di discipline. Riconoscimento che invece gli venne attribuito come ‘filosofo’ al momento del ritorno a Bologna nel 1649, quando gli fu conferita la «lecturam Philosophiae ordinariam»[30]. Un segno che nelle materie scientifiche gli era ancora pubblicamente riconosciuta una competenza tale da far supporre che non si sia accostato solo occasionalmente al loro studio, e comunque avesse continuato a coltivarlo negli anni trascorsi presso i Barberini ed a Genova, quando intrattenne relazioni con scienziati del periodo, alcuni dei quali, tra l’altro, avevano avuto occasione di frequentare quelle corti barberiniane di cui Matteo faceva parte.

Non molto tempo dopo il ritorno a Bologna giungeva a Peregrini – ricordato anche come «archivio di erudizione» [Crescenzi 1639, 630] – la richiesta di trasferirsi a Roma per assumere il ruolo di secondo custode della Biblioteca Vaticana, che poi sarebbe divenuto quello di primo custode della stessa Biblioteca[31]. Tramite dell’istanza – non si conosce quanto inattesa o auspicata da parte di Matteo in un mondo in cui si guardava sovente con interesse alle possibilità di carriera in curia – fu il card. Luigi Capponi[32], attraverso l’intervento diretto di Sforza Pallavicino, nipote del celebre politico e letterato bolognese Virgilio Malvezzi: entrambi conoscenze di vecchia data dello stesso Peregrini[33]. Ad ispirarla o, almeno, ad approvarla non poté tuttavia che essere papa Innocenzo X. Un pontefice particolarmente avverso ai Barberini, verso i quali si accanì per quanto gli fu possibile, soprattutto nella prima parte del suo pontificato[34], ma che evidentemente non disdegnava di accogliere nella propria corte alcuni almeno degli intellettuali che avevano dato lustro a quella del suo predecessore Urbano VIII. La felice disposizione del pontefice verso il Peregrini era maturata con ogni probabilità nell’occasione della sua nomina a segretario del Senato bolognese nel 1649. Nomina che, per un sacerdote come Matteo, poteva divenire valida solo attraverso una specifica dispensa papale in grado di consentire all’eletto di superare il divieto per un religioso ad assumere il ruolo di notaio, obbligatorio per chiunque fosse chiamato alla funzione di segretario del Reggimento. Peregrini offrì nel frangente un’ulteriore prova della sua abilità nel muoversi nelle corti tra principi e prelati, ma anche presso le Repubbliche, pure se dalle caratteristiche piuttosto particolari come quella di Bologna [De Benedictis 2007; 2008]. Assicuratasi infatti l’elezione, ottenne dai Quaranta due mesi di tempo per procacciarsi la dispensa richiesta. Riuscì nell’impresa muovendosi personalmente da Genova a Roma, dove fu capace di far mutare radicalmente parere al Pontefice, prima assolutamente determinato a non concedere alcun tipo di deroga in materia[35]. Oltre alle capacità persuasive di Peregrini, è largamente probabile che a determinare il successo della sua missione romana siano state influenti amicizie nella curia pontificia, capaci di preparargli un terreno favorevole al felice esito della missione[36]. Una tra tutte fu di certo quella che lo univa proprio a Sforza Pallavicino, citato protagonista della sua chiamata a Roma come bibliotecario. L’offerta di occuparsi della Biblioteca Vaticana fu accolta dal suo destinatario, né il Reggimento cittadino giudicò di potersi opporre alla volontà pontificia, che pure gli sottraeva in una sola volta il segretario maggiore – sostituito temporaneamente nelle funzioni dal ‘prosegretario’ Floriano Nani[37] – e un dottore dello Studio, al quale si doveva, almeno in parte, l’iniziale permanenza a Bologna dell’allora giovane scienziato Giovan Domenico Cassini, poi destinato a straordinaria celebrità [Cassini 1810, 262-264]. La partenza per Roma di Peregrini, avvenuta tra il 21 e il 22 gennaio del 1651[38], ebbe tuttavia strascichi probabilmente non previsti dai Quaranta. Infatti, il contenzioso che sarebbe sorto tra Matteo e il Senato riguardo alla condizione giuridica ed economica che gli doveva essere riservata a Bologna in relazione alle due mansioni a cui aveva dovuto rinunciare assunse a un certo momento i contorni, almeno per quanto riguarda quella collegata all’Università, di un ‘affare di Stato’.

Un primo conflitto tra Peregrini e il Senato di Bologna

Un primo fronte di contrasto tra Matteo, nel frattempo nominato monsignore, ed i Quaranta riguardò il Peregrini segretario del Senato. In merito a come rispondere alle sue richieste il Reggimento sembra abbia discusso in particolare dal 14 al 22 aprile 1651. All’interno del Senato si confrontavano nel frangente due diverse opinioni su come gestire l’assenza del Peregrini e la sua istanza di riservargli l’incarico nella prospettiva di un possibile ritorno. Una prevedeva che fossero concessi a Peregrini solo due mesi di ‘riserva’, comunque accompagnati dall’intero onorario spettante per il periodo, accelerando così i tempi della sostituzione. L’altra, che si afferma gradita al richiedente, non prevedeva corresponsione di onorari, bensì un prolungamento della riserva sino ad ottobre. Particolarmente interessanti sono le motivazioni a sostegno dei due differenti partiti addotte in Senato dagli Assunti di Cancelleria, ai quali era stato evidentemente commissionato uno studio della ‘pratica’[39]. Per un verso si sottolineava l’urgenza e la necessità di provvedere affinché il Senato avesse un proprio segretario nel pieno delle funzioni e non dovesse invece affidarsi a un sostituto. Per un altro si mostrava vivo timore che una decisione a contrasto con i desideri di Peregrini lo inducesse a venir meno al ruolo di patrocinatore delle cause cittadine a Roma. Compito in cui doveva essersi mostrato particolarmente abile se in Senato si poteva affermare: «perch’egli quando anche si fusse in Roma potrà sempre giovar molto a gl’interessi pubblici come di già a quest’hora ne ha passati e da quali se ne possono sperare ottimi effetti come gli Assonti di Cancelleria ne fanno attestatione»[40]. Tale seconda motivazione induce a ritenere che Peregrini a Roma svolgesse, con l’approvazione della ‘Patria’, una mansione, almeno in parte parallela a quello dell’ambasciatore della Repubblica bolognese, di patrocinatore di cause locali presso gli ambienti della curia[41]. L’efficace esercizio di un simile compito poteva derivare a Matteo solo da una parte svolta all’interno della corte papale che non si limitasse esclusivamente ai compiti di bibliotecario, ma ne facesse un membro ascoltato della cerchia degli uomini vicini al pontefice: circostanza che troverà conferma in atti successivi della vicenda che vide contrapporsi Peregrini al Senato. Le varie delibere assunte dai Quaranta di prolungare l’incarico al Nani per periodi limitati, in genere due mesi (la prima data 21 marzo, l’ultima 9 dicembre)[42], lascia intendere che la volontà di Matteo sia risultata vincente o che comunque la trattativa tra le parti sia continuata. Tuttavia negli Atti del Senato il 21 dicembre compare la notizia dell’abdicazione di Matteo dal suo incarico di segretario maggiore e, nello stesso giorno, viene eletto al suo posto un letterato di origine fiorentina: Cosmo Gualandi, mentre il Nani è confermato come «pro segretario»[43]. Non vi è notizia che il provvedimento del Senato – in palese contrasto con la decisione assunta pochi giorni prima riguardante il Nani – sia frutto di un atto d’imperio del Reggimento o nasca da un accordo tra le parti. Nei fatti ed a breve, comunque, Peregrini avrebbe dimostrato che il tempo di rivendicare i propri ‘diritti’ nei confronti dei Quaranta era tutt’altro che finito.

Un secondo fronte di scontro

Un nuovo conflitto tra il Senato e Peregrini, all’apparenza ben più aspro del precedente, ebbe al centro la ‘riserva’ della lettura universitaria di filosofia. La questione pare avere il proprio culmine nella primavera del 1652, ma si trascinava da mesi precedenti, come risulta dai contenuti di documenti di quel periodo che ne segnano il percorso. Il primo ritrovato, che se non costituisce l’inizio del confronto, ne indica perlomeno una ripresa dai toni particolarmente forti, è una missiva diretta ai Quaranta, a firma del Peregrini, datata 10 gennaio 1652 e viene da Roma[44]. Nella lettera Peregrini, con toni al limite dell’arroganza – pur in un contesto di formale dichiarato ossequio alla volontà del Senato – rivendica la propria straordinaria condizione personale, che invita i Quaranta a riconoscere, accogliendo per intero le sue istanze, come era stato fatto in passato per alcuni casi «singolari». Le richieste di Matteo si possono riassumere in due punti: mantenere contemporaneamente il posto di lettore nell’Ateneo e insieme l’intera retribuzione che gli sarebbe dovuta per lo svolgimento di tale incarico durante tutto il periodo in cui avrebbe dimorato a Roma, in quanto al servizio del Papa[45]. Sulla base dell’accoglimento di entrambe le ‘suppliche’ dichiara poi che misurerà direttamente la ‘sollecitudine’ con cui proseguire la sua azione a favore di Bologna presso la curia romana: «haverò memoria della gratitudine dovuta, così haverò ancor campo di mostrarmi grato con l’opere».

Nei primi giorni di marzo del 1652 gli Atti dell’Assunteria di Studio indicano come si stessero esaminando con attenzione le richieste inviate dal Peregrini, con particolare riferimento alle implicazioni di quelle economiche. Nella seduta del 7 marzo 1652 gli Assunti, chiamati dal Reggimento cittadino ad analizzare la questione e riferire, si mostrano inclini a trovare un modo per «consolare» un Peregrini descritto come desideroso di un ritorno a Bologna e agli incarichi lasciati: conservargli la riserva del posto e corrispondergli per intero l’onorario, ma solo quello dovuto per l’anno trascorso. La «speranza» dichiarata è poi che a risolvere la questione venisse un suo rientro a Bologna con la conseguente ripresa di entrambi gli incarichi precedenti[46]: auspicio piuttosto singolare tenendo conto che il Senato si era già dotato da tempo di un nuovo segretario. Il 13 di marzo gli Assunti si dichiarano invece impegnati in una ricerca di esempi passati, collegati alle maggiori personalità che si erano trovate in condizioni simili a quella attuale del Peregrini, così da offrire alle sue istanze risposte sostenute da probanti esempi storici[47]. Gli stessi Assunti tre giorni dopo – data in cui la loro relazione, contenente le proposte di offerta al Peregrini, fu letta in Senato[48] – dichiaravano tutto il loro ‘rincrescimento’ per non aver potuto trovare esempi o argomenti che potessero consentir loro di fornire un parere favorevole alle istanze del Peregrini, dichiarandosi limitati nelle loro «facoltà» perché obbligati ad ottemperare alle norme stabilite «da sommi pontefici», che affermano come «il denaro della gabella grossa è applicato a dottori leggenti attualmente, la qual qualità non conviene a lui»[49].

Un ‘affare di Stato’

Il richiamo alle disposizioni pontificie presente negli Atti degli Assunti acquista un particolare significato se riferito ai contenuti della lettera da loro inviata il 20 marzo all’ambasciatore bolognese a Roma, il senatore Girolamo Albergati[50]. La missiva propone inizialmente una descrizione dello stato del caso, indicando le richieste del Peregrini, le motivazioni teoriche che le sostenevano e gli esempi dei quali si era fatto forza per supportarle[51]. In seguito appare il giudizio del Senato sulle istanze di Matteo e le controproposte che intende presentargli. L’insieme delle rivendicazioni di Matteo è ritenuto «esorbitante» dal ‘Regimento’, che invece – accogliendo la proposta degli Assunti di Studio – intende offrirgli la riserva della lettura e la conservazione dell’onorario al suo eventuale ritorno, oltre alla corresponsione di quattrocentocinquanta lire a saldo di quanto gli sarebbe stato dovuto per l’anno precedente. Nucleo centrale della lettera è tuttavia il dichiarato timore presente nei Quaranta di una azione romana del Peregrini intesa ad ottenere, attraverso un breve pontificio – quindi per intervento diretto di Innocenzo X – quanto il Senato non erano disposti a concedergli. Alla «prudenza» dell’Albergati era affidato il compito di precludere a Peregrini «la strada a questo tentativo», impedendo così che «s’introduca novità tanto perniciosa allo Studio». Gli Assunti forniscono poi all’ambasciatore un armamentario di motivazioni e di esempi – frutto del loro recente lavoro – da usare nella sua azione diplomatica, della quale l’obiettivo più importante è divenuto convincere il Papa delle buone ragioni della Repubblica. Due sono soprattutto i temi sui quali gli Assunti insistono: innanzitutto la carica assunta a Roma da Matteo non ha nulla a che fare con Bologna e con i «publici affari»; riguardo poi agli esempi indicati da Peregrini a sostegno delle proprie istanze gliene vanno contrapposti altri in grado di documentare come in passato soggetti di «gran qualità» abbiano lasciato lo Studio bolognese, accettando a Roma ruoli che avevano attinenza con il «publico», senza tuttavia ottenere il privilegio di conservare l’onorario. Il caso principale che si invita l’Albergati ad addurre è quello di Alessandro Ludovisi, poi papa Gregorio XV. In tal modo si pone sul piano della trattativa il più importante ed illustre degli esempi che la Repubblica potesse mettere in campo: un lettore dell’Ateneo, bolognese d’origine, destinato a divenire papa. Sul piano quindi dei riferimenti giuridici è proposto l’elenco dei pontefici che hanno stabilito come nell’Ateneo bolognese lo stipendio non possa essere dato a lettori assenti. Nell’insieme si trattava di una serie di argomenti e di esperienze concrete da proporre ad Innocenzo X – formalmente assente nel contenzioso, ma che si temeva potesse entrare a dettarne la fine con atto d’imperio – per ricordargli come un intervento diretto a favore di Peregrini lo avrebbe posto a contrasto con una lunga giurisprudenza fissata dai suoi predecessori, oltre che con il diretto esempio offerto da uno di loro. In merito poi ai casi citati da Matteo, l’ambasciatore poteva contrapporre come non si riferissero a soggetti in condizioni paragonabili alle sua, poiché riguardavano assenze destinate a durare «un breve spazio di tempo», mentre Peregrini «habita di continuo in Roma, e con poca speranza di partirsene mai». Conclusione che chiarisce come a Bologna non si credeva in effetti a un ritorno, di cui evidentemente Peregrini lasciava invece strumentalmente trasparire la possibilità. Il 23 marzo intanto il Senato provvedeva a concedere le promesse quattrocentocinquanta lire al Peregrini, a saldo del suo onorario per l’anno trascorso[52]. Matteo tuttavia, nel medesimo giorno, scrivendo ai Quaranta da Roma[53], si mostrava pronto ad affidare il buon esito della sua causa alla «buona volontà» del ‘Regimento’, indicando tuttavia una nuova soluzione per risolvere il contenzioso: un arbitrato che avrebbe potuto essere affidato al «Sig. Eminente Merenda loro avocato», così da muoversi in «piena et legale equità». L’‘avocato’ era Antonio Merenda, un giurista al tempo assai illustre, che lo Studio bolognese riuscì ad avere tra i propri docenti dal 1647, strappandolo a una forte concorrenza e con il quale Peregrini, l’anno precedente, aveva pubblicato il suo unico contributo dato alle stampe in campo giuridico: Ad Statutum Bononiense Sub Rubrica de Praescritionibus Responsa tria […] In quibus luculenter ostenditur praecipue, qua ratione etiam in debitis iuratis possit, & debeat dictum statutum procedere, Bononiae, G.B. Ferroni, 1651[54].

I timori del Senato riguardo alla possibilità per Matteo di ottenere un diretto intervento del Papa nel contrasto che lo divideva dal ‘Regimento’ cittadino indica ulteriormente in maniera chiara, anche se indiretta, come egli fosse entrato nelle grazie di Innocenzo X. La risposta dell’Albergati del 27 marzo certifica poi come facesse parte stabilmente della corte del Papa, dal momento in cui, per avere sicurezza d’incontrarlo, l’ambasciatore si propone di seguire gli spostamenti di Innocenzo X, nei quali Matteo era evidentemente solito accompagnarlo[55]. La dichiarata strategia dell’Albergati, così come proposta ai Quaranta, contempla in primo luogo di sondare «l’animo» di Peregrini, cioè di svolgere un lavoro di intelligence inteso a informarsi sulle sue reali intenzioni, ma di opporsi comunque «con que’mezzi» che giudicherà «più opportuni acciocché non s’ottenga il Breve che dubitano, con tanto pregiudicio di loro Signori», facendo uso delle «armi» fornitegli dagli Assunti di Studio a difesa delle «ragioni di cotesta Patria».

Il piano per incontrare Matteo dell’Albergati, che aveva notizia della imminente presenza in S. Pietro del Pontefice, ebbe successo. Così tre giorni dopo l’ambasciatore poteva comunicare al Reggimento che «Peregrini mostra di non haver senso di ricorrere ad altri che alle benignità dell’Illustrissimo Senato per la gratia dello stipendio della lettura»[56]. In merito poi alla proposta di mediazione da conferire al Merenda, aggiunge che Peregrini gli ha confessato come tale istanza nasca dal suo senso dell’onore: «non mira l’hemolumento, ma l’honorevolezza», da misurarsi comunque in lire. Il senso di sollievo con cui l’ambasciatore comunicava la notizia era tuttavia attenuato dal tarlo del dubbio riguardo alle reali intenzioni di Matteo, il cui comportamento accomodante non aveva quindi fatto cadere il timore che fosse solo teso a dissipare ogni possibile sospetto sulle sue intenzioni ed a nascondere un colpo di mano. Aggiungeva pertanto che non avrebbe mancato di «avertire ad ogni qualunque tentativo che potesse farsi per ottenere il Breve che mi accennarono loro». Il 7 di aprile gli Atti degli Assunti di Studio documentano come due lettere a sostegno delle ragioni di Peregrini, giunte attraverso l’ambasciatore bolognese, avessero indotto la magistratura a riprendere la questione, focalizzandosi su quello che ormai ne era riconosciuto come il punto centrale, se cioè competa «alcuna ragione a chi serve il Papa di poter godere l’honorario de Dottori bolognesi»[57].

Ulteriore tappa della vicenda è rappresentata da una missiva spedita da Peregrini, indirizzata ufficialmente agli Assunti di Studio, ma in realtà destinata ai Quaranta, che mostra un Peregrini determinato a veder soddisfatto il proprio ‘onore’ e quindi per nulla disposto ad accettare un accordo che non lo soddisfaceva. La lettera è un misto di note sarcastiche rivolte al Reggimento e di puntigliose rivendicazioni di quelli che il suo autore giudica propri diritti e soprattutto della bontà della via da lui indicata per risolvere il contenzioso: un arbitrato tra le parti affidato a un giurista di prestigio, che poteva essere anche un personaggio diverso dal Merenda in precedenza indicato, con la possibilità di ricorrere perfino a qualsivoglia dei giudici di Rota, uno dei due tribunali civili allora presenti a Bologna[58].

Questa lettera costituisce l’ultimo documento sinora rinvenuto che documenta i contrasti sorti tra il Senato bolognese e Matteo dopo la sua nomina a bibliotecario della Biblioteca Vaticana. È comunque probabile che la vicenda si sia trascinata oltre nel tempo e che ulteriori ricerche possano portare alla luce nuova documentazione in grado di precisarne gli sviluppi, ma anche di aggiungere ulteriori dettagli ai fatti sinora descritti. Comunque è certo che, quali sia state le ulteriori tappe della storia, Peregrini non ebbe molto tempo per rivendicare le proprie ragioni o per vederle accolte. Infatti morì nel dicembre del 1652 a Roma, dove fu sepolto.

Nel 1651, quasi contemporaneamente a Peregrini, giungeva a Roma il celebre Virgilio Malvezzi, ospite nella casa di Sforza Pallavicino e descritto in frequenti colloqui tra lui, il suo anfitrione e Matteo. Lo conduceva in città l’occasione della stampa romana dell’Introduttione al racconto de’ principali successi accaduti sotto il comando del potentissimo Re Filippo IV [Carminati 2007b]. La circostanza per Virgilio era però soprattutto buona per occuparsi delle questioni che aveva ancora aperte con la Santa Sede, poiché, al tempo di Urbano VIII, gli erano stati confiscati i feudi di Castel Guelfo, luogo natale della famiglia. A causare la confisca erano stati soprattutto i comportamenti dei nipoti di Virgilio: Sigismondo e, in particolare, Ludovico, reo di «lesa maestà» [Carminati 2007a]. Una condanna giunta a Virgilio, pur «innocente» [[Carminati 2007b], dopo la quale, nel 1636 – grazie alla protezione del Conte-duca di Olivares – il nobile bolognese aveva intrapreso la via della Spagna, dove si sarebbe conquistato un ruolo importante al servizio di Filippo IV, sia come diplomatico sia come cronista[59].

Al suo ritorno dalla Spagna nel 1645, ad accoglierlo allo sbarco a Genova, Malvezzi avrebbe trovato proprio Matteo, assieme a quel Vincenzo Imperiali – ricco ed influente aristocratico, oltre che celebre letterato – il quale, in un momento di disgrazia, segnato da un esilio da Genova, Malvezzi aveva accolto a Bologna e che poi, rientrato a Genova, fu punto fondamentale di riferimento per Peregrini negli anni trascorsi in quella città.

Assai difficile ritenere che Malvezzi e Peregrini nelle loro amene passeggiate, accompagnati da Sforza Pallavicino, discutessero solo di «scienza e di morale»[60] e non entrassero invece nelle differenti questioni che tanto stavano loro a cuore: per Malvezzi la riconquista delle proprietà che gli era state confiscate, per Peregrini il riconoscimento per intero del proprio ‘onore’. Nei loro frequenti incontri appare infatti impensabile non si sia parlato anche delle controversie in atto tra Matteo e i Quaranta, nonché tra Virgilio e il Papa. Per i trascorsi di amicizia tra i due bolognesi, segnati anche dal tentativo di Peregrini di trovare in tempi passati appoggi e protezione presso l’illustre concittadino, il marchese Malvezzi costituiva, ad esempio, la figura più autorevole di cui il Senato potesse disporre per convincere Peregrini a tenere un atteggiamento di maggiore accondiscendenza verso le proprie decisioni. Virgilio altresì avrebbe potuto mettere in campo la sua esperienza di diplomatico e l’indiscusso prestigio goduto operando a favore della Repubblica bolognese presso la curia papale e lo stesso Pontefice, indirizzato a favorire quella Spagna dalla quale Virgilio era partito accompagnato dalla considerazione di Filippo IV, di cui per anni era stato al servizio.

Se appare piuttosto probabile che i Quaranta abbiano incaricato Malvezzi, durante il suo soggiorno romano, d’intervenire nella diatriba che aveva in atto con Peregrini, allo stesso modo si può ritenere verosimile che Malvezzi abbia sollecitato i buoni uffici dell’amico a favore della propria causa, tenuto conto dei felici rapporti intessuti da Matteo con Innocenzo X. C’è poi da credere che Peregrini abbia stimolato, a propria volta, Malvezzi a farsi patrocinatore delle sue istanze in quel Senato di cui era uno dei membri[61], ponendolo di fatto in un ruolo di mediatore tra le parti[62]. Date le circostanze, in questa occasione, in nome della ricerca di una convergenza d’interessi, potrebbero essere venuti meno in parte i canonici rapporti di dipendenza tra un potente senatore e un ‘cortigiano’, con il secondo solitamente desideroso di trovare protezione sotto le ali autorevoli e influenti dell’altro, che poteva scegliere se concederla o meno. Appare infatti possibile che a Roma, attorno all’ex segretario maggiore dei Quaranta, a partire dal 1651, si sia creato un singolare intreccio di istanze private e di interessi pubblici con protagonisti lo stesso Matteo, il Malvezzi, la corte papale e il Senato bolognese, rappresentato dall’ambasciatore Albergati – al quale era affidato ufficialmente il compito di condurre con saggezza le azioni necessarie a difendere la ‘Patria’ –, dove non è difficile ipotizzare uno scambio di ruoli tra postulante, patrocinatore e mediatore di cause a seconda delle questioni delle quali di volta in volta si trattava. Le eventuali trattative condotte durante la permanenza di Malvezzi e Peregrini a Roma si risolsero, con ogni probabilità, in una serie di dialoghi e di incontri all’interno dei suoi palazzi. Sembra quindi difficile, anche se non impossibile, ne sia rimasta un’ampia testimonianza scritta, confinata forse solo in una qualche comunicazione privata tra Bologna e Roma. Diversa la situazione nei mesi seguenti, quando Malvezzi rientrò nella città natale e le questioni in campo non potevano essere trattate tra i due che in via prevalentemente epistolare. Appare allora lecito supporre che nelle lettere del periodo, sia in quelle già conosciute sia in altre ancora celate negli archivi, si possa trovare documentazione significativa della vicenda di Peregrini e del suo possibile intreccio con quella di Malvezzi. Documentazione sinora sfuggita all’interesse del lettore in quelle già note, anche a causa dell’impossibilità di riferirne i contenuti a una vicenda di cui si è smarrito il ricordo.

L’onore e l’utile in un cortigiano, teorico della «politica morale»

I libri dedicati da Peregrini alla «politica morale»[63] ci mostrano un teorico del sapere applicato alla vita civile e alla politica capace di disegnare i tratti ideali di un cortigiano modello di prudenza e saggezza, con i requisiti morali e intellettuali per elevare la corte, pronto a suggerire al principe la via migliore per un buon governo indirizzato a conseguire il bene pubblico per mezzo di un impegno politico comune, in nome del dovere e della responsabilità. Le vicende della vita di Peregrini, almeno nel suo ultimo periodo, paiono invece esaltarne le qualità di cortigiano spregiudicato, desideroso di tradurre in beneficio per sé il potere clientelare di cui godeva all’interno della curia romana, dove pare fosse divenuto un sicuro ed efficace punto di riferimento per la cura degli interessi bolognesi che vi si maneggiavano. Le relazioni tra i suoi atti e il modello di cortigiano che aveva proposto nei libri di ‘politica morale’ e in cui aveva inteso farsi identificare paiono davvero flebili, teoricamente legate al solo filo di quella ‘giustizia’ che Peregrini offre, assieme all’‘onore’, come principio ispiratore del suo agire. La vita di Matteo appare comunque vissuta nel segno della sua grande abilità nel mestiere di servire acquisendo la grazia del ‘signore’ di turno. Una maestria nei comportamenti che lo rende capace di muoversi su diversi fronti, anche contrapposti, con assoluta disinvoltura ed evidente successo. A suo agio tra cardinali, papi, principi e repubbliche, si mostra capace di mutare di ‘padrone’ e conservare felici rapporti con il precedente, oltre che di porsi nelle condizioni di crearne di altrettanto favorevoli con il nuovo. Peregrini stesso, per esempio, vantava il proprio legame con i Barberini, di cui aveva saputo conquistarsi stima e benevolenza, ma seppe altresì creare un saldo vincolo con Innocenzo X, per altro, in genere, assai maldisposto verso tutto quello che ricordava la famiglia di Urbano VIII, ma non forse di tutti gli intellettuali di cui si era contornata.

La biografia del letterato, ecclesiastico e cortigiano Matteo Peregrini potrebbe anche essere indicata come una dimostrazione pratica da inserire nel dibattito teorico – su cui lo stesso Peregrini si era cimentato – riguardo all’esistenza o meno di un sistema che regolasse i rapporti tra principe e cortigiano che, se osservato, dava a quest’ultimo certezza di buona riuscita. Le vicende narrate paiono manifestare come Matteo, se realmente esisteva, avesse colto la chiave di tale sistema, mostrando di sapersi adeguare perfettamente alle norme del comportamento cortigiano.

Nel concreto ‘servire’ pare davvero fosse per lui un atto di consapevole dipendenza tale da rappresentare per chi lo compiva via necessaria per conseguire un utile privato. In conseguenza la corte costituiva luogo particolare per il cortigiano in cui coltivare le speranze di avere vantaggi e dove – nell’intreccio di motivi ideali e interessi personali in grado di far emergere le più nascoste energie, che lo stesso Peregrini riconosceva presente in tale figura – i benefici privati costituivano la motivazione principale dei più diversi comportamenti che vi si ponevano in essere. Una conclusione sostanzialmente opposta a quella che aveva disegnato nei suoi testi riguardo alla condotta ed ai fini dell’azione di quel ‘savio in corte’ da lui descritto, ma che, al contrario, appare in linea con le affermazioni sul tema proposte da Giovan Battista Manzini, suo polemico contradditore in materia.

Conclusioni

Il contrasto che divise tra il 1651 e il 1652 il Senato bolognese dal suo ex segretario maggiore non fu solo una contrapposizione legittima su limitati interessi, ma nel presente e in prospettiva poteva indebolire il potere del Reggimento, al cui interno traspare altresì la consapevolezza dei rapporti di forza reali tra la Repubblica bolognese e il Papa, alla cui volontà non ci si può opporre e verso il quale solo si può cercare di mettere in atto azioni di convincimento, attraverso argomenti che cercavano autorità dal passato e tramite i quali si sperava di dar forza alle proprie ragioni. Tale contrasto rischiò inoltre di trasformarsi, da un momento all’altro, in un conflitto aperto tra Innocenzo X e Bologna, qualora il Senato si fosse opposto a un ventilato documento pontificio che, raccogliendo le istanze di Matteo, capovolgeva una tradizione e un repertorio giurisprudenziale consolidato, creando una situazione difficile nel presente, ma soprattutto nel futuro, per la parte delle casse della ‘Repubblica’ bolognese destinata a sostenere le spese per gli onorari dei maestri dello Studio. La danza di argomenti di diritto e di casi esemplari presente nelle lettere e nei documenti da cui è segnata la vicenda era in fondo il prodotto dell’intrecciarsi di ragioni personali per il Peregrini e d’interessi di Stato per il Senato, con le parti pronte a farne uso quando le circostanze correnti lo richiedevano. Il deciso e spregiudicato indirizzo su cui Matteo aveva impostato le proprie richieste al ‘Regimento’ sembra suscitare scalpore e indignazione tra i Quaranta. Appare tuttavia ragionevole supporre che Peregrini ritenesse nella pratica aggirabile lo ‘sdegno’ dei Quaranta e il suo obiettivo realisticamente conseguibile attraverso una manovra combinata tra Roma e quella parte del ceto dominante locale con il quale aveva saputo costruire un intreccio di interessi e di rapporti. Non si comprende altrimenti come un personaggio dotato dall’abilità di Matteo nel muoversi tra corti e negozi avesse scelto una simile condotta, in un differente contesto davvero incauta. In ogni caso Peregrini nella Roma di Innocenzo X viveva un doppio ruolo: servitore verso il Papa e, grazie al ruolo conquistato nei palazzi romani, ‘principe’ verso tutti coloro, anche nobili, che ne domandavano i favori. Favori fatti in maniera così efficace da poter essere posti sul piatto della bilancia nella trattativa intavolata con il Reggimento bolognese, timoroso proprio del danno che sarebbe potuto venire alla ‘Patria’ se Matteo avesse dato seguito alla ventilata minaccia di far venire meno la sua benevolenza verso istanze che giungevano a Roma da Bologna. Un timore tale da indurre i Quaranta a trovare motivazioni a sostegno di riconoscimenti a suo favore che lo soddisfacessero. Una possibilità resa comunque vana dall’aspirazione di Matteo a vedersi conferire un privilegio eccezionale rappresentato dal mantenimento della retribuzione in aggiunta alla riserva del posto. Un privilegio che, oltre a conferire agi materiali, avrebbe costituito riconoscimento pubblico della condizione straordinaria in cui reputava lo avesse posto la sua carriera al servizio della ‘Patria’ e della Chiesa, consolidandone altresì il prestigio sociale.

In termini generali la vicenda fornisce una dimostrazione pratica della forza dei poteri legati a varie forme di rapporti di patronage e di cosa tali legami potessero determinare, non solo nella relazioni personali o in quelle tra individui e Stati, ma anche nei rapporti tra Stati. In questo caso all’interno dei rapporti politici tra una Repubblica, pur in una condizione del tutto particolare come Bologna, e il papato, al cui potere era in ultima istanza sottomessa. L’affaire offre inoltre indicazioni riguardo a quali articolati meccanismi diplomatici, formali e informali, potesse mettere in moto un cortigiano che, ad apparenti dichiarazioni di sottomissione nei confronti della ‘Patria’, abbinava una sostanziale affermazione del proprio potere conseguito altrove, tale da consentirgli di divenirne un interlocutore diretto. Alla base di questa possibilità di trattare con la Repubblica bolognese, al fine di strapparle privilegi, per Peregrini si poneva infatti esclusivamente un rapporto di patronage con un principe, nel caso «supremo», che si supponeva potesse sostenerlo nelle sue richieste per il ruolo di favore che gli aveva concesso all’interno della sua corte, anche se non si conosce quanto fosse davvero incline ad assecondarne le pretese. La sola possibilità determinava comunque nel Senato timori tali da indurlo a intavolare con lui una trattativa ispirata, a quanto pare, da una strategia a doppio binario: trattare e mostrarsi disponibili, sino al limite massimo possibile, verso le sue richieste, ma impedire a Peregrini di percorrere qualsiasi via che potesse condurlo a risolvere l’affaire al di fuori di un’intesa diretta con i legittimi rappresentanti della Repubblica bolognese, evitando così il temuto intervento ‘romano’ nella vicenda. Una strategia le cui incerte prospettive furono tuttavia rese vincenti per il Senato bolognese dalla morte improvvisa del proprio interlocutore.

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- Archivio del Senato, Diari

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Note

[1] Archivio di Stato di Bologna (=ASBo), Archivio del Senato, Diari, n. 5, f. 44r. Anche la morte di Mazzarino sarà ricordata nei Diari [n. 8, f. 30r] con toni encomiastici per il defunto, ma piuttosto coloriti. Vi si scrive infatti che le sue «eroiche virtù et impareggiabili qualità, accompagnate da incomparabile valore, lo hanno reso degno di quella mostruosa fortuna non mai più intesa in qual si voglia altro qualificato personaggio».

[2] ASBo, Archivio del Senato, Diari, n. 5, f. 1.

[3] In un breve profilo biografico a lui dedicato si scrive, in chiave elogiativa, che «destinato a grandi imprese da Principi, mutò stanza più volte fuori della sua Patria»: Zani 1672, 300..

[4] ‘Reggimento’ e ‘Quaranta’ sono due altri termini con i quali il Senato bolognese era solito appellarsi ed essere nominato, anche dopo che il numero dei suoi membri fu portato a cinquanta da papa Sisto V nel 1590.

[5] Le frasi citate si trovano in un discorso del Manzini, pronunciato nell’accademia bolognese dei Gelati, alla quale Luigi fu ascritto, ed edito proprio nell’anno del ritorno nella città natale, il cui titolo (Che la gloria è figlia della difficoltà. Lezione accademica havuta ne gl’illustrissimi Gelati di Bologna a’ 9 maggio 1642) appare piuttosto emblematico e non privo di legami con la situazione dell’autore nel momento in cui fu proposto: Manzini 1642, 7, 22, 25.

[6] Alcune sue opere sono state edite di recente, accompagnate da un saggio e da una bibliografia sull’autore: Malvezzi V. 2010. Si veda anche Carminati C. 2007b, 336-342.

[7] In anni di poco precedenti il privilegio di essere nominato lettore di ‘Umanità’, pur essendo privo di laurea, era toccato a Paolo Mazza o Macchi: Fantuzzi 1781-1794, 375-377, V.

[8] Si trattava di «una serie di prescrizioni e divieti per reprimere difetti e disordini abituali»: Simeoni 1987. In merito ai tentativi di riforma nelle Università dello ‘Stato della Chiesa’, anche se in una prospettiva temporale spostata di qualche anno avanti gli avvenimenti qui proposti, si veda Lupi 2005.

[9] Su tale questione cfr. Brizzi 2008. In merito al tema dei docenti ‘forestieri’ si veda anche De Coster 2000.

[10] La congregazione senatoria degli Assunti (con il nome invece di «Assonti» si denominano nei loro atti) fu istituita, verso la metà del sec. XVI, come commissione consultiva del Senato a fianco dei Riformatori dello Studio, magistratura fondata nel 1381 per sovraintendere alle questioni connesse alla vita dell’Ateneo. Le sue attribuzioni riguardavano la gestione amministrativa e del personale dell’Università, quindi anche l’esame delle domande degli aspiranti ad una lettura o ad un aumento di stipendio. Secondo quanto scrive Claudia Salterini la congregazione «fece proprie alcune delle competenze con cui i Riformatori erano preposti sino a quel momento […] venendo ad assumere un ruolo primario nella gestione dello Studio», anche se le decisioni finali riguardo a tale gestione venivano prese in Senato [Salterini 1997, III]. Per molti versi gli Assunti possono apparire come una vera e propria magistratura con un ruolo sovraordinato rispetto ai Riformatori, anche se, a parere di Brizzi [2008], gli Assunti costituivano il «braccio operativo» dei Riformatori e del Senato.

[11] Giovanni era figlio del più celebre Andrea – astronomo e matematico che subì il fascino di Galileo – e, pur essendo laureato in utroque iure, grazie alla sua fama di letterato ebbe per tre anni, a partire dal 1637, la cattedra di Umanità. Chiese poi e ottenne di prolungare l’incarico per altri cinque anni, ma il suo nome dopo un anno scompare dai rotuli dello Studio. Su di lui si veda, Asor Rosa 1962, 134. Per la sua permanenza nello Studio bolognese cfr. Dallari 1888-1924, II, ad indicem. Importanti notizie sull’università degli ‘artisti’ in Lines 2011.

[12] Questo documento, come gli altri citati in seguito, si conservano – salvo diversa indicazione – all’interno della cartella personale di Luigi come docente dell’Università bolognese, oggi custodita presso l’ASBo, Assunteria di Studio, Requisiti dei lettori, busta 45, cart. 33.

[13] ASBo, Assunteria di Studio, Atti, n. 11, 1 ottobre 1642, f. 78. Le “conclusioni” costituivano l’ultima prova che lo studente avrebbe dovuto superare prima di ottenere i gradi dottorali in una cerimonia che sarebbe stata presieduta dall’arcidiacono del capitolo della cattedrale di S. Pietro in Bologna, il quale aveva il potere esclusivo di concederli in ogni facoltà, tranne che in quella teologica. Tuttavia era possibile, a richiesta del laureando, chiedere al Senato, che solo poteva accordarlo, di esserne esonerati. Pare si trattasse di una istanza spesso rivolta dai futuri dottori ai Quaranta, anche allo scopo di ridurre le spese assai alte legate all’ottenimento della laurea. Sembra pure che – almeno attorno alla metà del Seicento – il Reggimento fosse piuttosto largo nelle concessioni rispetto a tali istanze. Questo sempre che il richiedente non avesse il torto di essersi fatto dei nemici tanto influenti da condizionarne le scelte in senso negativo, come accadde, ad esempio, al poi celebre medico Marcello Malpighi. Lui stesso narra la vicenda, ricordando come invano avesse chiesto «la dispensa delle conclusioni sul publico studio; e benché a tutti si concedesse per non gravare i laureandi di doppia spesa […] per opra però di poco miei amorevoli sempre mi fu negata la gratia, onde fui constretto a sostenerle». Malpighi 1902, 9. Su Malpighi si veda la voce, a cura di Preti 2007, 271-276. Per l’origine della figura dell’arcidiacono come cancelliere dell’Università di Bologna e le ulteriori vicende che lo videro protagonista della vita dello Studio si rinvia a Paolini 2002.

[14] ASBo, Assunteria di Studio, Atti, n. 11, 4 ottobre, f. 79r.

[15] Ivi, 16 ottobre 1642, f. 80r.

[16] Ivi, 22 ottobre 1642, f. 81r-v.

[17] In merito ai trascorsi ‘splendori’ bolognesi di tale cattedra, su cui erano saliti «maestri che fecero per più di mezzo secolo di Bologna uno dei maggiori centri della cultura umanistica italiana», cfr. Bacchelli 2008.

[18] ASBo, Senato, Partiti, n. 20, f. 120r.

[19] ASBo, Assunteria di Studio, Atti, n. 11, ff. 82v-83r. Il suo nome compare nei rotuli dello Studio nell’anno accademico 1643-1644, cfr. Dallari 1888-1924, II, 439.

[20] Ivi, f. 84r.

[21] ASBo, Senato, Partiti, n. 20, ff. 126v-127r. La differenza tra la proposta di onorario e quanto effettivamente assegnato a Manzini potrebbe trovare una propria spiegazione se la prima cifra potesse venire collegata al pagamento di un trimestre: periodicità con la quale veniva conferito l’onorario ai docenti dello Studio. In tal caso infatti le cifre della retribuzione proposta inizialmente e di quella conferita alla fine coinciderebbero. Tuttavia quanto scritto nei documenti consultati sembra contraddire tale ipotesi. Una prima prova una della generosità mostrata dal Senato nei confronti di Manzini si può cogliere ponendo a paragone il suo compenso con quello destinato ad altri lettori al primo incarico secondo quanto ricordato, ad esempio, nelle Rotolazioni dei lettori e loro onorari (1622-1753), documento che si conserva presso l’ASBo, tra i fondi dell’Assunteria di Studio. Chi invece volesse approfondire il tema delle relazioni tra quanto ricevuto dal Manzini e da suoi colleghi nel periodo può vedere i Quartironi degli stipendi che si conservano presso l’ASBo, Riformatori dello studio.

[22] ASBo, Assunteria di Studio, Atti, n. 12, f. 65r.

[23] Ibidem, f. 67v.

[24] ASBo, Assunteria di Studio, Atti, n. 12, ff. 35v-36r. Con ogni probabilità non è senza riferimento al precedente onorario il fatto che negli atti, sotto il termine «moderato», compaia, poi cancellata, l’espressione «più moderato».

[25] In merito agli anni come arcivescovo del Boncompagni si veda Meluzzi 1975, 45-46. L’arcidiacono appena defunto era il mons. Vincenzo Paleotti ed a succedergli sarà il nipote Carlo Bentivoglio (cfr. Dignitates et canonici Capituli ecclesiae S. Petri Apostolorum Princeps…, 68-69, 76, 119, ms. anonimo, presumibilmente degli inizi del sec. XIX, conservato presso l’Archivio Generale Arcivescovile di Bologna; ma si veda anche Zani 1672, 90-91). Sul Bentivoglio cfr. Fantuzzi 1781-1794, II, 77-79.

[26] Cfr. Malpighi 1902, 10. Il racconto della vicenda, unitamente a quello della mancata «dispensa delle conclusioni sul publico studio» è proposto dallo stesso Malpighi, con maggiore dovizia di particolari e un minore piglio polemico rispetto alle Memorie, nell’autobiografia presente in Malpighi M. 1698, 1. Si veda anche Adelmann 1966, I, 132.

[27] Era infatti nato a Liano, località della provincia bolognese nei pressi di Castel S. Pietro, nel 1595. Per notizie biografiche cfr. Betti 2009; 2013.

[28] Ci vollero tre scrutini per consentirgli di raggiungere i voti necessari all’elezione [cfr. ASBo, Archivio del Senato, Partiti, n. 22, ff. 1v-2r]. Assunse ufficialmente la carica il 20 marzo dello stesso anno [ibidem, f. 5r]. Peregrini sostituì nell’incarico Bartolomeo Guidotti, che lo aveva ricoperto dal 1634 al 1647 [cfr. ASBo, Archivio del Senato, Diari, n. 7, f. 33r].

[29] Secondo quanto scritto nei Diari del Senato bolognese, in data 20 marzo 1649, Matteo era stato lontano dalla «Patria» per ventitré anni, trascorsi «parte in Napoli, parte nella corte Romana, parte in Carichi di Vicario di Vescovi, parte in Governi secolari nello Stato di Santa Chiesa» [ASBo, Archivio del Senato, Diari, n. 7, f. 50r]. Non è al momento nota l’«occupatione honorata» che lo aveva condotto a Napoli già nel 1626. Il termine è proposto dallo stesso Peregrini in una lettera scritta il 23 ottobre di quell’anno agli Assunti di Studio in cui si dice «trattenuto per occupatione honorata» in tale città e supplica «humilissamente» a «degnarsi di permettere» che gli «sia serbata la lettura e il stipendio per quando tornerà a Bologna». L’ istanza fu accolta accolta dal Senato bolognese in data 5 febbraio 1627 [ASBo, Archivio del Senato, Partiti, n. 17, f. 113r]. La missiva di Matteo si conserva all’interno della cartella che raccoglie documenti collegati alla sua attività di lettore presso lo Studio cittadino [ASBo, Assunteria di Studio, Requisiti dei lettori, busta 51, cart. 33]. Lo stesso Pellegrini sottolinea il grande sforzo che gli era costato il servizio dei Barberini indicandolo, in qualche modo, come la causa della scelta di recarsi a Genova, «quasi» un «porto di tranquillità», dopo le «fatiche publiche lungamente in varij carichi sotto il gran Pontificato del Beatissimo Urbano b.a. da me portate»: Peregrini 1650, 9.

[30] Nei citati Diari del Senato bolognese [n. 7, f. 50r] lo si indica come «Dottore di filosofia, theologia, dell’una e l’altra legge, lettore già di filosofia in questo Publico Studio, scrittore di varie opere stampate in politica morale, e belle lettere».

[31] La nomina del Peregrini avvenne agli inizi del 1651 cfr. Mejia, Grafinger, Jatta 2006, 382. Vi è comunque una delibera del Senato che, già in data 3 gennaio, nomina un «prosegretario», «per discessionem D. Matthej Peregrini a sanctissimo D.N. Romae vocati et in vicebibliothecarium […] electi» [ASBo, Archivio del Senato, Partiti, n. 22, f. 41v; cfr. anche Diari, n. 7, f. 63r]. Esiste inoltre un atto dei Quaranta ancora precedente (29 dicembre 1650) che concede a Matteo di partire per recarsi a Roma sino a Pasqua dell’anno seguente [ASBo, Archivio del Senato, Filze, n. 2, f. 290r].

[32] Riguardo al suo ruolo nella biblioteca cfr. Mejia, Grafinger, Jatta, 2006, 186. In generale si veda: Obstat 1976, 67-69.

[33] Sforza Pallavicino era allora figura assai influente della corte di Innocenzo X, anche se, come Peregrini, era stato un tempo uomo dei Barberini sino al momento in cui il violento scossone all’interno nella corte barberiniana, al tempo della condanna di Galileo e dell’esilio di Giovanni Ciampoli, non ne aveva provocato la caduta in disgrazia. In merito ai suoi rapporti con Malvezzi cfr. Carminati 2000.

[34] Sulle vicende dei Barberini nel secolo del pontificato di Urbano VIII si veda: Mochi Onori, Schütze, Solinas 2007. Riguardo ad Innocenzo X si vedano i due contributi di Olivier Poncet, rispettivamente in 2000, 321-335; e 2004, 466-478.

[35] ASBo, Archivio del Senato, Diari, n. 7, f. 50v.

[36] In generale sulla composizione delle corti papali del periodo e le dinamiche dei processi decisionali che vi si svolgevano cfr. Visceglia 2005 e Giordano 2013.

[37] L’eletto come «prosegretario» era un letterato locale – in precedenza «aiutante» della «pubblica segreteria» dal 1621, poi segretario dell’ambasciata bolognese a Roma – al quale non faceva comunque difetto una certa dose d’ironia. Lo dimostra il tono di un suo componimento poetico, indirizzato «Agl’Illustrissimi Sig.ri Senatori del Reggimento di Bologna», dove, proponendo la sua candidatura alla carica di segretario maggiore, contrappone il «servir dolce alla Patria», che «d’Onor fa più, che d’Oro» – del quale si candida come convinto e fedele interprete – e l’abilità con la «penna» di un «famoso Manzin, d’un Peregrini». Tuttavia dichiarandosi intimorito che le sue aspirazioni, conducendolo a porsi a confronto con tanto illustri personaggi, gli causino conseguenze uguali a quelle di Dedalo, si rivolge ai Quaranta con toni dimessi: «S’io chieggo, ah non m’arrogo, e non pretendo,/Ma la Vostra Bontà n’imploro». I versi sono stampati su di un foglio volante, senza dati tipografici (BCABo, Malvezzi 32 E 344), ma l’argomento che vi è trattato, ne pone la stampa al 1649, quando ebbe luogo il concorso che vide il successo di Peregrini e di cui il Nani fu uno dei numerosi partecipanti. Il Nani è ricordato fondamentalmente, oltre che come autore di alcuni testi d’occasione, soprattutto come curatore di una raccolta di componimenti poetici scritti in occasione del funerale di Carlo Barberini, fratello di Urbano VIII: Nani 1630. Su di lui cfr. Fantuzzi 1781-1794, VI, 141.

[38] Le differenti date appaiono in due distinti documenti del Senato bolognese: la prima è proposta nelle Filze, n. 2, f. 290r, la seconda appare nei Diari, n. 7, f. 63r. Da quanto compare scritto negli stessi documenti (Diari, n. 7, in data 16 febbraio 1651 [f. 62r-v] e Filze, n. 2, f. 290r), l’assenza di Peregrini era prevista inizialmente solo fino alla Pasqua di quell’anno, periodo per il quale gli era garantita la riserva del posto e l’onorario. Singolare comunque che nei Diari (n. 7, f. 63r) appaia espressamente menzionata la ragione dell’andata a Roma di Matteo connessa al «carico conferitogli dalla Santità di Nostro Signore di sottobibliotecario della Vaticana libraria», mentre nelle Filze (n. 2, f. 290r) ci si limiti ad affermare che Matteo partì per Roma «dove supponeva esser chiamato da Nostro Signore».

[39] A tale magistratura spettava il compito di vegliare, in particolare, sulla buona tenuta degli archivi del Senato.

[40] ASBo, Archivio del Senato, Filze, n. 1, ff. 417r-418v. Non sempre comunque tale sua funzione si svolse con successo. Lo documenta una sua lettera spedita a uno sconosciuto corrispondente dove dichiara tutta la propria delusione per l’infelice esito della sua azione all’interno di manovre fratesche. Cfr. lettera ms. di Matteo Peregrini a un ignoto destinatario, datata 17 luglio 1652, in Biblioteca Comunale dell’Archiginnasio di Bologna, Coll. Aut. CIII, pos. 23654.

[41] Ad indagare sulle relazione clientelari intessute tra Bologna e Roma si è dedicata in particolare Reinhardt 2001, 107-146; 2005, 237-249.

[42] Cfr. ASBo, Archivio del Senato, Partiti, n. 22, ff. 41v, 53v, 59r, 62r, 66v; Diari, n. 7, 63r, 68r, 72r, 73v.

[43] ASBo, Archivio del Senato, Partiti n. 22, ff. 67v-68r; Diari, n. 7, f. 74r. Il 5 aprile del 1653 i Quaranta conferiranno per cinque anni allo stesso Gualandi la lettura di «humanarum litterarum», che era stata in precedenza di Domenico Cesari [ASBo, Archivio del Senato, Filze n. 2, ff. 213r-214r e Partiti, n. 23, f. 30r]. In realtà Gualandi mantenne la cattedra fino al 1698 [cfr. Dallari 1888-1924, II e III.1, ad indicem]. L’origine fiorentina del Gualandi è ulteriormente documentata da una sua richiesta del 7 gennaio 1653 in cui chiede di andare a Firenze «sua patria» per affari di famiglia. Nella circostanza fu sostituito nel suo compito di segretario maggiore dal Nani [ASBo, Archivio del Senato, Diari 7 cit., f. 91v]. Cosmo ottenne la cittadinanza bolognese «in forma satis ampla» solo nel 1661 [cfr. Angelozzi-Casanova 2000].

[44] ASBo, Archivio del Senato, Filze, n. 2, f. 289r-v.

[45] «Accostandosi il termine prescritto al richiedere la riserva della lettura, io scrivo questo mio foglio a supplicare le SS.VV. Illustrissime di questa gratia. Per molte contingenze può accadere che un giorno io me ne vaglia. Quando anche ciò non dovesse mai essere, mi sarà pur caro l’havere anche questo pegno della benignità delle SS. VV. Illustrissime. Alcuna volta per qualche singularità concorrente nel suggetto hanno le SS. VV. Illustrissime giudicato conveniente aggiungere alla riserva della lettura quella ancora dell’onorario. Perciò io, sotto pena di mostrar di stimar poco e di credere che le SS.VV. Illustrissime poco stimino l’essere stato loro maggior Segretario, hora Vice Bibliothecario di Sua Santità (particolarità che ne mai più sono concorse, né forse in avvenire concorreranno mai più nel medesimo), non posso tralasciare congiungere alla supplica della prima gratia quella insieme della seconda»: ibidem.

[46] ASBo, Assunteria di Studio, Atti, n. 12, f. 67r.

[47] Ivi, f. 67v.

[48] ASBo, Archivio del Senato, Filze, n. 2, f. 289v.

[49] ASBo, Assunteria di Studio, Atti, n. 12, f. 67v. La ‘Gabella grossa’ era il dazio per l’esportazione delle merci e per l’importazione di quelle forestiere in città e nel contado con cui a Bologna si costituiva il fondo destinato a pagare gli stipendi ai lettori dello Studio. In merito alla sua storia si veda Carboni 1990; 1991.

[50] ASBo, Ambasciata bolognese a Roma, Lettere, n. 146. L’Albergati (1607-1698), fu ambasciatore a Roma dal 1644 al 1653. Nei Diari del Senato [n. 6, f. 68v], si ricorda il «gusto» della città per la sua elezione ad ambasciatore in quanto uomo «di qualità molto honorate et di straordinaria bontà, e prudenza». L’Albergati, interprete di una giovinezza piuttosto turbolenta che lo condusse a conoscere le carceri per volontà del legato pontificio Bernardino Spada, sedette tuttavia assai presto sullo scranno senatorio, che tenne dal 1629 al 1693, quando uscì dal Reggimento per «rinuncia» [cfr. Guidicini 1876, 126-127]. Il suo nome è rammentato in particolare per l’edificazione del celebre palazzo di famiglia di Zola Predosa. Lo si ricorda comunque come uomo che «lasciò molti debiti, ma grandi capitali»; Guidicini 1876, 127. Su di lui si veda anche Dolfi 1670, 50.

[51] In merito alle motivazioni è scritto che Peregrini avesse nei mesi trascorsi fatto «instanza poter godere dell’honorario ancor dimori costì in Roma e non legga attualmente. Pretendeva egli giustificar questa sua dimanda col dire che venne costà chiamato da Nostro Signore non spontaneamente e che trovandosi al servizio del principe supremo dovea reputarsi per presente a similitudine di quegli che sono assenti per causa della Repubblica»; ASBo, Ambasciata bolognese a Roma, Lettere, n. 146, cit.

[52] ASBo, Archivio del Senato, Partiti n. 23, ff. 7v-8r.

[53] ASBo, Archivio del Senato, Lettere VII, 125, Lettere dell’ambasciatore al Senato, sub data.

[54] Riguardo alla sua presenza a Bologna cfr. Fantuzzi 1781-1794, V, 150-151; Dallari 1889-1924, II, ad indicem. Su di lui, in generale, si veda Palumbo 2009, 637-639. Un segnale del prestigio goduto dal Merenda viene dal suo atto ufficiale di morte (3 gennaio 1655) dove è scritto: «L’eccellentissimo et insigne S. Antonio Merenda da Forlì, Dottore di legge ed eminente di questa città nella quale è stato (con somma ammirazione dei più letterati) lettore famoso per anni»; Archivio Generale Arcivescovile di Bologna, Parrocchie soppresse, S. Salvatore, 39/17 Libro de’ morti (1584-1806), l. I, f. 50r.

[55] ASBo, Archivio del Senato, Lettere VII, 125, Lettere dell’ambasciatore al Senato, sub data.

[56] Ibidem, sub data

[57] ASBo, Assunteria di Studio, Atti, n. 12, f. 67v.

[58] «Tre motivi mi hanno forzato ad esser di nuovo molesto all’Illustrissimo Senato et insieme alle SS.VV. Illustrissime. Il primo è stato il vedere tanta disposizione et desiderio in farmi la gratia richiesta mentre vi fosse stato luogo. Per mostrare di gradire una sì gran benignità mi era necessario il non trascurare di secondarla. La seconda la necessità di schifare la nota di quel mal huomo che incorrerei mentre restassi in concetto d’haver desiderato l’altrui contra il divieto della legge d’Iddio, et tentatone un giudice tanto integro quanto è l’Illustrissimo Senato. Il terzo è il persuaderni d’haver giustitia a venti soldi per lira. Posso bene ingannarmi, ma fra tanto, finché non sono disingannato farei da huomo stolido se per ogni strada lecita non procurassi di conseguirla. Ho chiesto il voto del sig. Merenda loro avocato, perché dottore cittadino non haverebbe convenevole il far da giudice in causa, nella quale è più tosto parte. Oltre il sig. Merenda vi sono altri soggetti forestieri, et vi è la Ruota. Havendo dunque, come intendo, l’Illustrissimo Senato commesso alle SS.VV. Illustrissime la mia ultima supplica, ricorro alla loro benignità, pregandole, se così pare loro convenevole a cooperare, che mi sia deputato soggetto legale che possa udire et considerare le mie ragioni, delle quali sin hora non ho motivato che una in barlume. Starò dunque attendendo per poterle mandare et rappresentare compitamente, mentre per fine alle SS.VV. Illustrissime faccio riverenza». La missiva è datata: Roma, 13 aprile, e si conserva oggi presso l’ASBo, Assunteria di Studio, Requisiti dei lettori, busta 51, cart. 33. Sulla presenza a Bologna di due tribunali civili con funzioni praticamente simili, frutto della particolare condizione della città, ‘Repubblica’ legata con un vincolo pattizio al potere del Papa, si veda Boris- Di Zio 1993, 131-154.

[59] Sul suo ruolo di storico cfr. Kagan 2010, 323-329. In generale si veda Belligni 1999.

[60] Calef 1967, 366. Le «questioni filosofiche» trattate in quegli incontri sono indicati all’origine del Trattato sulla Provvidenza di Sforza Pallavicino, opera in forma di dialogo con Malvezzi e Peregrini a protagonisti, cfr. Bulletta 1995, 49. Il testo è pubblicato in Pallavicino 1844.

[61] Malvezzi era stato eletto senatore nel 1627 [cfr. Guidicini 1876, 135] e mantenne tale carica sino alla morte, avvenuta il 12 agosto 1654 [Archivio Generale Arcivescovile di Bologna, Parrocchie soppresse, S. Sigismondo, Libro dei morti, vol. II, pp. n.n., sub nomine].

[62] Virgilio non vide comunque la fine della controversia, che si risolse con il ritorno delle proprietà confiscate alla sua famiglia solo nel 1656 – anche se la situazione ebbe una svolta positiva per la famiglia bolognese già tre anni prima – grazie all’intervento del nuovo pontefice Alessandro VII, al secolo Fabio Chigi, amicissimo del Malvezzi.

[63] Riguardo al Peregrini teorico della politica e della corte rinvio a Peregrini 2009 (ed. orig. 1634), con la bibliografia che vi è contenuta.