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Federico Finchelstein, “Dai fascismi ai populismi”

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Federico Finchelstein, “Dai fascismi ai populismi. Storia, politica e demagogia nel mondo attuale”, Roma, Donzelli, 2019, XIII+278 pp.

Il titolo originale del recente saggio di Federico Finchelstein recita From Fascism to Populism in History, e dà forse meglio evidenza - senza nulla togliere all’edizione italiana, arricchita da un penetrante saggio di Angelo Ventrone - al tratto che meglio distingue questo lavoro da molta della letteratura oggi in circolazione sul tema del populismo, l’approccio storico appunto. Non nel senso di essere una ricostruzione lineare dello svolgimento nel tempo di fascismi e populismi, ma perché intende renderli intelligibili attraverso il ricorso alla storia, o – con le parole dell’a. – intende spiegare «in che modo il fascismo e il populismo sono connessi fra loro dal punto di vista storico e teorico, e come dovremmo affrontare le loro rilevanti differenze», in base all’assunto che «se il fascismo e il populismo sono al centro del dibattito politico, e vengono spesso fusi insieme, in realtà rappresentano traiettorie politiche e storiche alternative. Allo stesso tempo, hanno una genealogia comune: appartengono alla stessa storia» (p. 26).

Nonostante, tuttavia, i frequenti richiami al dibattito politico, questo non è un instant book: non solo, infatti, intende «intrecciare un dialogo con decenni di ricerche sul fascismo e sul populismo, per poter prendere in esame, criticare e spiegare le idee e gli studiosi del fascismo e del populismo» (p. 4), ma si fonda su due decenni di ricerche dello storico argentino, iniziate come è noto con i primi lavori sul peronismo, per proseguire con l’analisi del fascismo in chiave transnazionale, e dell’esperienza dittatoriale latinoamericana negli autoritarismi novecenteschi[1].

In una fitta trama di riferimenti a vicende e contesti su scala globale, l’a. fissa così una serie di punti fermi interpretativi, che consentono al lettore di orientarsi, senza soverchie incertezze, nel dedalo di esperienze storiche lontane e vicine qui evocate.

In primo luogo, il populismo qui trattato è, soprattutto, il “populismo realizzato”, il cui archetipo è il peronismo, che nasce storicamente dalla sconfitta senza appello del fascismo nel 1945, e che trae la propria ragione politica dalla riformulazione del lascito del fascismo all’interno del gioco elettorale democratico. Una riformulazione che prendeva nettamente le distanze dalla dimensione dittatoriale e soprattutto dai due tratti distintivi dei fascismi interbellici, individuati nel ricorso alla violenza e nella definizione del popolo in termini etnico-razziali, ma che ne ne mantiene la collocazione “terza” – in termini sternhelliani – fra liberalismo e comunismo. Si è dato luogo così a una nuova e multiforme tradizione politica, nel perimetrare la quale l’a. intreccia un intenso dialogo con i più incisivi contributi della scienza politica, a partire dai lavori di Nadia Urbinati – con la quale l’a. condivide la collocazione del populismo nel campo della democrazia, seppure «sfigurata»[2] e distanziandosi invece da letture più caratterizzate nel senso di un “rilancio” politico del populismo, come tipicamente Ernesto Laclau e Chantal Mouffe[3].

Il carattere multiforme della nuova formula politica del populismo, le cui potenzialità euristiche sono state a lungo trascurate secondo l’a. proprio per il fatto di essersi manifestate per la prima volta nel Sud globale - e per lo sguardo orientalisticamente euratlantico adottato anche dagli studiosi provenienti da quelle aree - viene a costituire la sua specificità più rilevante, per il fatto di potersi declinare in versioni variamente progressiste e reazionarie, alimentando esperienze politiche e storiche apparentemente lontane, ma accomunate da alcuni elementi, nell’individuazione dei quali il contributo dell’a. è decisivo.

Finchelstein propone infatti una fenomenologia dei caratteri distintivi del populismo politico, senza l’intenzione di presentare, sia chiaro, un modello interpretativo schematico, applicabile a diverse latitudini e buono per tutto le stagioni. Al contrario, i tratti distintivi proposti da Finchelstein costituiscono una sintesi del suo lavoro di ricerca e di comparazione delle due tradizioni politiche di fascismo e populismo, composta in forma di genealogia. Con l’obiettivo, tra gli altri, di contrastare l’inappellabile giudizio di irrilevanza che la strumentazione dello storico sembra oggi subire relativamente alla sua capacità di affrontare gli interrogativi posti dal presente e dalle trasformazioni politiche in corso.

Una parte dei tratti distintivi sintetizzati da Finchelstein costituisce il terreno comune alle due tradizioni, la radice condivisa da entrambe, formata da elementi come «forma estrema di religione politica», una «teologia politica fondata da un leader del popolo che ha tratti messianici e carismatici», e un «nazionalismo radicale». E ancora, la concezione tendenzialmente olistica del popolo, l’identificazione degli avversari politici con l’”antipopolo”, l’avversione allo Stato di diritto, alla separazione dei poteri, al pluralismo politico (pp. 128-129).

Altri tratti vanno a costituire un’area di sovrapposizione più sfumata, come l’ostilità ai poteri indipendenti come il giornalismo, e per contro il favore per la cultura popolare e il mondo dell’intrattenimento; e più ancora, l’anti-elitarismo e il discorso antipolitico, che hanno caratterizzato l’esperienza fascista solo nella sua fase di movimento.

Un’altra parte costituisce invece la specificità del soggetto populista, come la collocazione entro il perimetro della democrazia rappresentativa nella sua versione autoritaria, l’accettazione del gioco elettorale, e soprattutto il rifiuto della violenza politica e del razzismo come strumento di costruzione e consolidamento del regime. In particolare, secondo Finchelstein, «sul piano concettuale e soprattutto su quello pratico, proprio la violenza fa da spartiacque tra il fascismo e il populismo. Essa, insieme al suo lascito in termini di politiche repressive e di sterminio, definisce le contrastanti esperienze globali delle ideologie, dei movimenti e dei regimi fascisti e populisti, così come le loro successive riformulazioni nel nostro secolo». (p. 53).

Questo intreccio di sovrapposizioni e distinzioni viene dipanato tenendo fermo il rifiuto della distinzione binaria, dell’opposizione frontale tra fascismo e populismo, e sottolineando invece «l’ambivalente natura democratica dell’esperienza populista autoritaria», e soprattutto i suoi caratteri non statici ma dinamici; la possibilità, cioè, che in momenti e contesti determinati il peculiare soggetto politico populista si riappropri della matrice dittatoriale, il cui abbandono ha costituito il punto di svolta post-1945: «pochi ma significativi esempi della ricaduta del populismo nella violenza fascista spaziano dal peronismo neofascista degli anni Settanta ad Alba Dorata in Grecia e ad altri movimenti di estrema destra europea». In generale, infatti, «il populismo come movimento diventa neofascismo quando passa da una concezione unificante del popolo a una che postula la propria identificazione etnica con la comunità nazionale, spostandosi al contempo da una più o meno generica retorica riferita a un avversario non ben identificato (le élites, i traditori, gli estranei ecc.) alla formulazione dell’immagine di un nemico individuabile in termini razziali o religiosi, contro il quale rivolgere la violenza politica» (p. 56).

È per questo che l’accurata ricerca della distinzione, tipica del lavoro dello storico, piuttosto che la sommaria sovrapposizione tra le esperienze di fascismo e populismo, propria del discorso mediatico e del suo uso pubblico e politico - con cui l’a. ritiene comunque necessario confrontarsi - rende irrinunciabile il contributo di Finchelstein in relazione agli interrogativi posti dal presente, in particolare nell’individuazione delle circostanze in base alle quali si renda possibile l’inversione della traiettoria “dal fascismo al populismo” su cui è impostata la trattazione.

In questo senso, vale la pena rilevare la sottile sfasatura tra l’introduzione all’edizione originale, uscita nel 2017, all’indomani dell’insediamento di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti, e la prefazione all’edizione italiana, preparata nel primi mesi del 2019, all’indomani dell’insediamento di Jair Bolsonaro alla presidenza del Brasile, e mentre era in carica il primo governo “gialloverde” guidato dall’alleanza tra Movimento 5 Stelle e Lega salviniana. Nell’intervallo fra le due edizioni, e con riferimento a una serie di studi sul caso italiano condotti insieme allo storico Andrea Mammone[4], sembra affiorare un maggiore pessimismo dell’a., nel registrare come le novità del trumpismo, che rendevano gli Stati Uniti «l’epicentro del populismo globale» (p. 260), abbiano rapidamente accentuato i propri tratti xenofobi e filofascisti, trovando un’eco nell’evoluzione della politica italiana, dove «la violenza e il fascismo sono ritornati in campo, e ciò nel quadro di una condivisione di linguaggi e strategie con i populisti» (p. 12). Condivisione di linguaggi non significa identità di strategie e obiettivi politici: ma è in queste sfumature che il lavoro di Finchelstein rappresenta una sicura bussola di riferimento.

In conclusione, solo due osservazioni ancora, una sul piano storico, l’altra sul piano politico.

La prima. L’a. non trascura certo di operare una ricognizione storica dell’esperienza dei fascismi interbellici, dedicandovi anzi un capitolo ricco di spunti di grande interesse e suggestione, soprattutto per la capacità di disegnare traiettorie transnazionali - e transatlantiche. Ma, come nel caso dei populismi, Finchelstein si concentra soprattutto sui fascismi realizzati. Se l’angolatura dello sguardo si situa dal lato dell’America Latina, con il correlativo snodo del 1945 che definisce la periodizzazione di anteriorità storica del fascismo rispetto al populismo, il dispositivo analitico funziona perfettamente. Se lo sguardo si sposta dal lato dell’Europa - meglio ancora, forse, dell’Europa mediterranea, patria dei fascismi interbellici - lo stesso dispositivo lascia in ombra la lunga elaborazione della crisi della democrazia e dello stato liberale innescata dall’avanzare della politica di massa, che in contesti determinati ha portato al fascismo e che conteneva - pensiamo alla cultura politica dell’Italia nel primo ventennio del Novecento, ma anche alla Francia - elementi di demagogia populista. Osservando da quest’angolatura, potremmo scorgere allora alcuni momenti del passaggio dal populismo al fascismo, che potrebbero arricchire ulteriormente il quadro proposto.

La seconda. Finchelstein ci ricorda che nel dibattito politico tende a prevalere la tendenza a «dipingere il populismo come una versione negativa e non problematizzata della democrazia»; contemporaneamente, osserva anche che tale tendenza «rivela una semplicistica, e spesso interessata, identificazione della democrazia con il neoliberalismo». Al contrario, «populismo e neoliberalismo possono essere considerati entrambi elementi che indeboliscono il pluralismo e l’uguaglianza democratici», e che «impediscono una significativa partecipazione dei cittadini al processo decisionale politico» (pp. 35). Mi sembra un richiamo necessario, se si intende mantenere la discussione sul populismo non solo radicata nell’esperienza storica, ma anche al di qua del piano inclinato ideologico in cui sono scivolate nozioni al centro della riflessione in stagioni precedenti, come è avvenuto nel dibattito sul totalitarismo[5]: e per tenere fermo il principio che l’alternativa al populismo si gioca nell’estensione, e non nella riduzione, delle condizioni di uguaglianza e partecipazione democratica.


Bibliografia

  • Finchelstein, Federico. 2010. Transatlantic Fascism. Durham-London: Duke University Press.
  • Finchelstein, Federico. 2014. The Ideological Origins of the Dirty War. New York: Oxford University Press.
  • Finchelstein, Federico. 2015. El mito del fascismo. De Freud a Borges. Buenos Aires: Capital Intelectual.
  • Finchelstein, Federico; Mammone, Andrea. 2018. I nipotini a cinque stelle di Perón. «Corriere della Sera-La Lettura», 8 luglio.
  • Laclau, Ernesto. 2019. La ragione populista. Roma-Bari: Laterza.
  • Mammone, Andrea. 2015. Transnational Neofascism in France and Italy. Cambridge: Cambridge University Press.
  • Mammone, Andrea. 2016 A Daily Revision of the Past. Fascism, Anti-Fascism, and Memory in Contemporary Italy. «Modern Italy», 2, pp. 211-226.
  • Mouffe, Chantal. 2018. Per un populismo di sinistra. Roma-Bari: Laterza.
  • Müller, Jan-Werner. 2017. Che cosè il populismo. Milano: Università Bocconi Editore.
  • Urbinati, Nadia. 2014. Democrazia sfigurata. Il popolo tra opinione e verità. Milano: Università Bocconi Editore.
  • Urbinati, Nadia. 2020. Io, il popolo. Come il populismo trasforma la democrazia. Bologna: il Mulino.
  • Traverso, Enzo. 2002. Il totalitarismo. Storia di un dibattito. Milano: Bruno Mondadori.

Note

1. Si vedano almeno Finchelstein 2010; Id. 2014; Id. 2015.
2. Cfr. Urbinati 2014; Id. 2020; inoltre Müller 2017.
3. Il riferimento è Laclau 2019 e Mouffe 2018.
4. Cfr. Finchelstein, Mammone 2018. Inoltre Mammone 2015; Id. 2016.
5. Si veda ancora Traverso 2002.