Storicamente. Laboratorio di storia

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Guido Crainz, L’ombra della guerra. Il 1945, l’Italia

Il cono d’ombra della seconda guerra mondiale si proietta lungo la penisola italiana. Il 1945 è la resa dei conti: punto di raccordo di una transizione. Crainz si aggira nelle atmosfere, volutamente plurali, di un paesaggio raggelato in una diffusa violenza che pare non avere direzione. È un’ombra metaforica ma soprattutto reale. Come quella delle sagome degli aerei alleati che prima di sganciare le bombe mandano dal cielo volantini su cui è scritto: per colpa di Hitler e Mussolini l’Italia è condannata a diventare terra di nessuno. O quella dei nazifascisti in ritirata, che lasciano una scia di sangue civile dietro di sé.
«Come ogni momento di crisi profonda, il 1945 ci riconsegna una biografia della nazione, fra un passato pesante e un incertissimo futuro» (9). Attraverso fonti letterarie, d’archivio, giornali d’epoca e memorie, l’a. compone lo spaccato di un paese sperduto che si aggroviglia attorno a un nucleo di dolore in cui è arduo penetrare: «È impossibile avvicinarsi al protrarsi della violenza con chiavi di lettura semplificate, con sguardi sicuri di se stessi: ogni griglia interpretativa è sottoposta a durissima prova e spesso lo storico può segnalare solo gli aspetti, gli snodi su cui nutre dubbi, incertezze, difficoltà di capire» (85). Per colmare lo spazio di una impossibile chiarezza Crainz racconta, si fa portavoce dei racconti altrui. Come già in altri lavori – Storia del miracolo italiano, Il paese mancato, Il dolore e l’esilio – fa parlare fonti letterarie e giornalistiche, qui utilizzate anche con l’intento di restituire la medesima ansia di racconto (neorealistico ma non solo) che caratterizzava l’Italia di quei mesi.
Dopo vent’anni di silenzio forzato il paese tenta di ricostruirsi narrando il suo sé, la sua ancora una volta impossibile unità. Da una parte un centro-sud liberato prima della Liberazione, dall’altra un nord in cui la guerra pare «inespiabile». Vicenda di sdoppiamento, non solo territoriale, in cui generazioni e fazioni politiche si scontrano ma senza che ciò generi un vincolo di appartenenza duraturo, chiaro. Impossibile dimenticare che gli stessi giovani che resistevano all’occupazione e al regime erano parte di una generazione cresciuta durante il fascismo, completamente immersa nella temperie dell’epoca contro la quale combatteva.
Fra ansia di trasformazione e bisogno di normalità, gli italiani vivono questo scorcio della loro storia in mezzo a difficoltà di ogni tipo. Nel febbraio del 1945 il costo dei viveri è aumentato, rispetto al 1938, di 24 volte a Milano e di 40 a Roma. Il primo treno Roma-Napoli impiega 12 ore per coprire la tratta.
Il paese si risveglia misero e sonnacchioso per un verso, violento per un altro. In preda a un’ansia di vendetta che in alcuni momenti diventa trionfo di crudeltà primitiva, antropologica.
Ma il sapore del sangue non penetra fra le pagine del saggio: né per essere glorificato, né per essere maledetto. L’intento di Crainz rimane quello di capire, per tentare di ri-costruire un nesso dal valore solo storico. In tale direzione si colloca anche il desiderio di comprendere il ruolo delle istituzioni e delle componenti politiche, in particolare il PCI che, in un momento così complesso, «Va interrogato in tutti i suoi contorni, nella sua profonda ambiguità e nelle sue aspre contraddizioni, ma al tempo stesso nella sua capacità concreta di “costruire democrazia” e di ricondurre all’interno di essa tensioni sociali acutissime e diffuse aspirazioni a rivolgimenti radicali» (108). La medesima volontà di chiarezza porta l’a. a computare i numeri delle morti, soprattutto di quelle avvenute all’indomani del 25 aprile, quando tutto avrebbe dovuto essere finito. Gli eventi, invece, mostrano che nessuna data può agire come una cesura netta. Attraverso un’indagine della Direzione generale di Pubblica Sicurezza, svolta alla fine del 1946 e ora custodita all’ACS nelle carte del Gabinetto del Ministero degli Interni, l’a. ci riporta dati incontrovertibili che attestano 9.364 persone colpite perché «politicamente compromesse». Morti che altrove sono indicate con numeri raddoppiati: il “sangue dei vinti” non scompare ma viene colto nella sua realtà.