Storicamente. Laboratorio di storia

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Immanuel Wallerstein, The Uncertainties of Knowledge

Muovendoci all'interno del XXI secolo, gli interrogativi sulla natura e il ruolo delle scienze sociali suscitano oggi risposte creative che ci portano lontano dal contesto ottocentesco in cui le scienze sociali sono nate. Nonostante queste siano ancora legate alle specializzazioni disciplinari cresciute nel moderno sistema universitario, infatti, la ricerca si sta muovendo oltre i confini delle diverse discipline. Questa è la tesi sostenuta da Wallerstein in The Uncertainties of Knowledge, in cui l'autore raccoglie ed estende le proprie riflessioni dell'ultimo decennio circa la crisi gnoseologica che il pensiero contemporaneo sta attraversando.

Il libro offre un'agile raccolta di saggi che si snodano sul tema della crisi delle certezze che la scienza - minacciata da un lato dalle pressioni di un relativismo totalizzante, dall'altro da un sempre crescente grado di specializzazione del sapere - si trova oggi a dover fronteggiare, e che approdano a costruire sull'incertezza un nuovo sistema di comprensione della realtà. Sostenendo che le suddivisioni dell'accademia hanno dato luogo ad un paradigma che postula la certezza come base della conoscenza, così da assecondare il bisogno di prevedibilità intrinseco al sistema capitalistico moderno, Wallerstein ci offre una nuova immagine delle scienze sociali, la cui metodologia ammetta l'incertezza come assunto epistemologico e la complessità come irriducibile componente della realtà sociale.

La corposità dei contributi e l'eterogeneità dei temi sono tali da impedire, in questa sede, un resoconto anche schematico dei contenuti del volume. Basti dire, pertanto, che la raccolta presenta due sezioni principali suddivise in senso tipologico. La prima sezione è dedicata ad una riflessione teoretica sulle strutture della conoscenza. Senza perdere il carattere persuasivo, quasi divulgativo, che gli è proprio, l'autore getta luce sulle trasformazioni del pensiero moderno, arrivando ad azzardare alcune previsioni sul futuro. Rivisitando il cosiddetto «divorzio» fra scienza e filosofia, collocabile approssimativamente a cavallo fra XVIII e XIX secolo, Wallerstein ricostruisce l'evolversi della caratteristica prima del moderno sistema-mondo capitalista, vale a dire il persistere di una doppia struttura della conoscenza, la presenza di «due culture» apparentemente contrapposte. Ciò cui stiamo assistendo ora è un'inversione di tendenza messa in essere da due movimenti che, partendo da posizioni alquanto differenti, hanno finito col convergere i loro attacchi contro lo stesso obiettivo: il modello newtoniano alla base delle scienze naturali. Nel campo delle scienze naturali il movimento delle «scienze della complessità» ha contrapposto al tradizionale paradigma nomotetico, determinista e lineare, la «freccia del tempo» e la «fine delle certezze», postulando la preminenza dell'entropia sull'equilibrio. Nel campo delle scienze umane, gli «studi culturali» hanno invece contrapposto all'universalismo il particolarismo e la contingenza storica dei giudizi estetici. Questa doppia apertura chiama in gioco una necessaria opera di ripensamento della natura delle diverse metodologie disciplinari, mettendo in dubbio da un lato la validità dei confini fra le scienze sociali, dall'altro la liceità della divisione epistemologica fra le «due culture».

Scendendo nel campo della ricerca concreta, la seconda sezione del volume offre appassionate riflessioni sui «dilemmi» delle discipline. Per oltre due secoli, sottolinea l'autore, abbiamo vissuto in una struttura gnoseologica in cui scienza e filosofia sono state considerate forme di conoscenza distinte, quando non addirittura antagonistiche. È in questa divisione dicotomica che ha trovato spazio il proliferare della disciplinarizzazione delle scienze sociali, quale terreno conteso fra gli studi umanistici e le scienze newtoniane. È alla luce di questa separazione che le diverse discipline - interpretate come categorie intellettuali, strutture istituzionali e culture, ovvero costruzioni sociali le cui origini possono essere localizzate nelle dinamiche del sistema storico all'interno del quale si sono formate - articolano i propri spartiacque dicotomici: la divisione fra passato (storia) e presente (economia, scienze politiche e sociologia), fra mondo occidentale civilizzato (queste stesse quattro discipline) e resto del mondo (antropologia, studi orientali), ed infine lo strutturarsi del pensiero occidentale intorno alla distinzione liberale di mercato (economia), Stato (scienze politiche) e società civile (sociologia). Con la crisi del sistema-mondo moderno, questa struttura ha iniziato a disgregarsi sotto la spinta di nuovi approcci interdisciplinari. Esplicita diviene qui, ancora una volta, la riflessione su Braudel e Prigogine, così come il richiamo ad una metodologia basata sui concetti di sistemi storici e di lunga durata e alla necessità di ogni scienza di essere "storica".

Da qui la chiamata per un auspicato passaggio «dalla sociologia alle scienze sociali storiche». Un approccio storico alle scienze sociali, dunque, che sia esemplificativo di ciò che si può chiamare interdisciplinarità. In questo contesto, i confini disciplinari sono infatti visti come porosi, piuttosto che rigidi ed impenetrabili, cosicché l'impostazione metodologica interdisciplinare diviene il contesto per costruire nuove connessioni tra le scienze sociali e gli studi umanistici, in modo da riportare la conoscenza del mondo sociale in quell'«arena di incertezza» cui intrinsecamente appartiene.