Storicamente. Laboratorio di storia

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Fulvio Delle Donne, Federico II: la condanna della memoria, Roma, Viella, 2012, 206 pp.

La sterminata bibliografia federiciana che comprende i nomi di numerosi medievisti di primo piano (solo per citarne qualcuno, ricordiamo Ernst Kantorowicz, David Abulafia, Hans M. Schaller, Wolfgang Stürner, Errico Cuozzo e Hubert Houben) si arricchisce di questo volume che rappresenta un importante testimone del felice connubio che si può instaurare tra storia e filologia una volta messi da parte tecnicismi e istanze erudite fini a se stesse. Pienamente condivisibile dunque, l’affermazione dell’a. secondo cui «la storia non si può fare senza la filologia; ma neppure la filologia può rimanere fine a se stessa» (p. 9). Il libro intende dare conto della ricchezza e complessità di una figura storica i cui lineamenti non si esauriscono nel semplice accertamento degli avvenimenti storici collegati a Federico, ma sono ampliati a dismisura da una memoria che ne ha trasformato e deformato – più o meno intenzionalmente – la fisionomia, al punto che lo Svevo fu giudicato, già da testimoni a lui contemporanei, con valutazioni diametralmente opposte: per alcuni Anticristo, per altri Stupor mundi.

Il lavoro di Fulvio Delle Donne si suddivide in cinque parti che egli sviluppa scandendole con titoli forse un po’ troppo criptici, ma comunque coerenti al piano espositivo esplicitato nell’introduzione: 1) la mitogonia (= le radici del mito); 2) la mitotrofia (= la crescita del mito); 3) la mito-poësis (= la sublimazione poetica del mito); 4) il chaos-mythos (= la materia alla base del mito letterario); 5) il mito-motore (= le credenze che si andarono legando al mito con il passare del tempo). Come si può intuire non si tratta di un’ennesima biografia di Federico II, quanto piuttosto di un interessante contributo che, partendo dall’imperatore svevo, fornisce una lettura del suo mito e al tempo stesso lega strettamente tale mito alla storia, nel chiaro intendimento che «se la storia senza il mito può essere limitante, il mito privato della profondità storica, isolato e decontestualizzato, assurto a mero simbolo, rischia di diventare estremamente pericoloso» (p. 157), come dimostrano alcune derive sensazionalistiche contro cui da tempo si sono schierati alcuni medievisti: basti ricordare le ricerche sul sistema castellare federiciano condotte da Raffaele Licinio che sfatano le tante incaute mitizzazioni avanzate su Castel del Monte. Il tutto sempre nel rispetto di una linea interpretativa dettata da un estremo rigore filologico, come dimostra la sospensione del giudizio nell’attribuzione di alcuni componimenti poetici allo Svevo in assenza di alcun elemento certo al riguardo (si veda la nota 47 di p. 84).

Riprendendo l’intera architettura espositiva del volume, la parte meno sviluppata sembra a nostro avviso essere proprio la prima, relativa agli eventi storici fondanti il mito di Federico II (pp. 13-38): manca infatti la discussione delle testimonianze degli autori musulmani che, nel riferire gli eventi della crociata federiciana, forniscono un quadro particolarmente interessante dell’eccentricità della figura dello Svevo agli occhi dei suoi interlocutori islamici, sempre sospesi tra condanna per la sua appartenenza al mondo cristiano e curiosità per un sovrano i cui interessi apparivano molto vicini a quelli in voga presso le loro corti. Del resto anche una maggiore attenzione al De arte venandi cum avibus sarebbe stata auspicabile nell’intento di rintracciare gli elementi alla base del secolare mito che ha permesso alla figura di Federico II di superare le barriere dell’età medievale e continuare una vita dopo la morte fisica, quasi per confermare quelle voci sparsesi poco dopo il suo decesso che lo volevano ancora vivo dentro l’Etna ove si sarebbe rifugiato in attesa di tempi migliori (si vedano le testimonianze citate alle pp. 62-63).

Forse si tratta di appunti e questioni che tradiscono una prospettiva più prettamente storica rispetto a quella condotta con estremo rigore da Fulvio Delle Donne, cui però non si può negare di esser riuscito a dirci qualcosa di nuovo su un argomento ormai ‘classico’ come quello federiciano in un volume agile ma al contempo denso.