Storicamente. Laboratorio di storia

Studi e ricerche

Augusto e la Germania: come nasce una provincia

PDF

Abstract

L'articolo reinterpreta, attraverso fonti archeologiche ed epigrafiche, l'influenza politica ed economica dei Romani nel territorio della Germania al tempo del principato di Augusto. Fattori quali: 1. la presenza di insediamenti civili sulla riva orientale del Reno; 2. la costruzione di un altare dedicato al culto di Roma e Augusto nell'Oppidum Ubiorum (Colonia), capitale designata della provincia; 3. l'esistenza di un sistema fiscale e di proprietà private dei membri della famiglia imperiale nell'area; 4. lo sfruttamento delle risorse minerarie, in particolare le miniere di piombo, di proprietà imperiale e gestite da appaltatori, fanno supporre una solida presenza romana nella provincia nel periodo che va dal 7 a.C. (anno del trionfo di Tiberio sulle tribù germaniche) alla disfatta di Varo del 9 d.C.


The article presents a new interpretation, mostly based on archaeological and epigraphic sources, of the Roman political and economical presence in the territory of Germania under the principate of Augustus. Many factors: 1. the presence of civil settlements on the eastern bank of the Rhine; 2. the altar dedicated to Roma and Augustus in the Oppidum Ubiorum (Colonia), designated capital of the Roman province; 3. evidences of a fiscal system and of imperial private properties in the area; 4. the exploitation of the lead mines (owned by the Emperor, bur managed by contractors) imply a solid Roman control of the province between 7 BC (the triumph of Tiberius on the German tribes) and 9 AD (the defeat of Varus).

Premessa

Durante la repubblica l’espansionismo territoriale fu un elemento essenziale della concorrenza reciproca fra le famiglie aristocratiche. Si pensi solamente a figure come Fabio Massimo o i Corneli Scipioni nel corso della seconda guerra punica. Questa permanente situazione concorrenziale, nonché l’annuale cambio delle magistrature, impedirono che si potesse sviluppare un disegno, un programma a lungo termine, intrinsecamente coerente. Una siffatta idea di impero non avrebbe potuto essere realizzata, anche se fosse stata messa in atto. I territori che alla fine della repubblica rappresentavano l’impero romano, si trovavano tutti intorno al Mediterraneo, per quanto spesso non fossero contigui. L’Italia, il cuore dello Stato romano, confinava a nord direttamente con terre che non facevano parte dell’impero. Il territorio italico veniva continuamente attaccato dalle Alpi. Per quanto riguarda i Balcani, non esistendo alcun collegamento via terra tra l’Italia e le province orientali, si era costretti ad attraversare l’Adriatico in nave. In occidente, fu Cesare il primo a rendere accessibile il territorio gallico oltre la striscia litoranea della provincia Narbonese. L’impero creato dalla repubblica era, nella sua struttura interna, un’opera incompiuta.

Il regime, di stampo effettivamente monarchico, che Augusto aveva dato alla res publica, rese possibile una prospettiva di lunga durata [1]. È vero che i titolari delle magistrature cambiavano ancora anno per anno; ma è altresì vero che il Principe, Augusto, era il centro permanente e dominante. Egli e il suo confidente più intimo, Marcus Agrippa, che dal 22 a.C. fu anche suo genero, svilupparono un’idea dell’ordine mondiale che doveva dare nuova forma a tutto il Nord, ma soprattutto alle regioni orientali a ridosso dell’Italia [2]. Roma doveva essere padrona a casa propria, non più dipendere dalla volontà di pace di alcuni popoli o di alcuni regnanti. Così, a partire dall’inizio del secondo decennio a.C., va formandosi passo dopo passo un progetto di espansione territoriale che dall’Italia settentrionale segue due direttrici, verso nord e verso est.

Non sappiamo come si sia sviluppato questo piano nel dettaglio. Mancano gran parte delle fonti coeve e questo non solo in relazione a quanto deciso a Roma e fra i confidenti di Augusto. Ad ogni modo, possiamo seguire per grandi linee lo svolgimento dei fatti e da ciò trarre delle conclusioni in merito agli scopi politico-militari perseguiti da Augusto e dai suoi consiglieri. Molto tuttavia rimane ancora oscuro, dato che quasi tutte le fonti letterarie di una certa ampiezza furono redatte principalmente in un momento in cui la politica contro i Germani transrenani si era conclusa con una catastrofe; la conseguenza fu che l’intera impresa poté o dovette essere vista sotto un’altra luce. Eppure, troppo spesso gli studiosi moderni non hanno compiuto questa semplice constatazione della non contemporaneità tra avvenimenti e cronache né esaminato la possibile influenza degli eventi seguenti su di esse. Nel giudicare la politica augustea, si è sempre seguito questi resoconti tardi, senza domandarsi in che misura tale sguardo retrospettivo possa avere influito sulla narrazione dei fatti e sull’analisi delle motivazioni.

Le possibili interpretazioni su quale sia stato l’obiettivo di Augusto nell'ambito delle operazioni militari contro le tribù germaniche oltre il Reno rimangono, in passato come oggi, assai diverse. Mentre alcuni storici moderni sono partiti dal presupposto che Augusto avesse avuto sin dall’inizio l’intenzione di ottenere conquiste durevoli al di là del Reno, altri hanno visto le offensive militari più come delle reazioni a scopo difensivo, attraverso le quali scongiurare la minaccia contro le province galliche. In seguito però, per molto tempo, è stata viva l’opinione secondo la quale i territori oltre il Reno non dovessero essere considerati quali territori realmente provincializzati. 

Oggi quest’interpretazione appare sempre più dubbia o, per dirla in maniera più diretta, viene ormai considerata errata. In tal senso, hanno portato un importante contributo le fonti scritte già conosciute da tempo, sia di natura epigrafica sia letteraria, ma soprattutto i dati provenienti dai nuovi risultati dalle ricerche archeologiche compiute nel territorio transrenano, ma anche nell’Oppidum Ubiorum, l’attuale città di Colonia. Entrambe saranno oggetto della mia analisi [3].

L’espansione romana in Germania

Per cominciare, è necessaria una breve esposizione di ciò che può essere considerato più o meno certo, sulla scorta della tradizione storiografica ma non solo su questa. Augusto, al più tardi nel 20 a.C., aveva deciso di attivarsi militarmente nelle regioni prossime al confine settentrionale dell’Italia. Al più tardi nel 16 a.C. un gran numero di legioni vennero dislocate dalla Spagna verso la Gallia, per poi disporsi lungo il Reno. Verso il 16 a.C. a Neuss stazionava già una legione romana [4], ugualmente presso Nijmegen sull’Hunerberg [5]. Nel 16/15 a.C., ad opera di P. Silius, di Tiberio e di Druso fu conquistato l’intero arco alpino, che divenne territorio romano insieme alle Prealpi dal lago di Costanza almeno fino all’Inn. Già dal 13 a.C., poi, venne intrapresa l’avanzata verso il Danubio. 

Agrippa, esperto militare e comandante in capo (sotto Augusto), aveva il comando nell’Illirico, là dove maggiormente sussistevano priorità di carattere politico-militare. Sul Reno invece, il comando fu affidato a Druso e a Tiberio, i giovani figliastri del principe. Agrippa, però, morì inaspettatamente nel febbraio del 12 a.C.; il suo posto in Illirico venne assunto dal più anziano ed esperto dei due figliastri: Tiberio. Sul fronte renano, la direzione delle operazioni passò in mano a Druso.

Tiberio sottomise un gran numero di tribù fra il Danubio e la Sava, Druso diede inizio nella tarda estate del 12 a.C. alla sua campagna contro le popolazioni transrenane, impresa questa che lo impegnò sino al 9 a.C. [6]. Egli raggiunse l’Elba nel suo ultimo anno di campagna, benché in precedenza si fosse spinto sin sul Weser. Le ampie distanze coperte durante le spedizioni e l’allestimento di una grande flotta nel Mare del Nord, dimostrano che non doveva trattarsi semplicemente di una spedizione punitiva. In seguito, alcuni accampamenti furono fortificati e presidiati anche durante l’inverno, come ad Oberaden e a Rödgen. A tal proposito, da pochi anni è stata resa nota l’esistenza a Werra, circa 200 km in linea d’aria dal Reno, di un grande campo d’approvvigionamento, con un’ampiezza pari a circa 160 x 350 metri [7]. Tutto ciò non parla a favore di un obiettivo a breve termine. Druso non aveva ancora portato a termine il suo incarico che, durante la marcia di ritorno dall’Elba nel 9 a.C., morì per le conseguenze riportate in seguito ad una caduta da cavallo. Al suo posto subentrò Tiberio, il cui compito in Illirico sembrava essere concluso. Nell'8 a.C., Tiberio marciò attraverso diversi territori abitati da tribù germaniche. I suoi successi furono ritenuti talmente grandi da Augusto, che lo stesso Principe permise al Senato di decretare un trionfo per il generale vittorioso [8]. Circostanza notevole, dato che dal 19 a.C., cioè da 10 anni, a Roma non si era tenuto nessun corteo trionfale, sebbene i successi militari non fossero mancati. Dopo il suo trionfo Tiberio tornò solo per un breve periodo in Germania, per assumere in seguito un altro comando in Oriente contro gli Armeni.

I Germani sulla riva destra del Reno erano sottoposti al comandante delle truppe romane sul Reno. Non è noto chi assunse quest’incarico immediatamente dopo Tiberio, il quale intraprese la politica militare in Germania solo nel 4 d.C.

Secondo le parole di Velleio, alla fine del 5 d.C., in Germania non c’era più nessuno da conquistare né da vincere all’infuori dei Marcomanni che, sotto la guida del loro re Maroboduo, erano diventati una forte potenza in Boemia [9]. Conseguentemente, nel 6 d.C. Tiberio decise di annientare quest’ultimo baluardo germanico, attraverso un doppio attacco da Mainz e da Carnuntum in Austria, ma proprio allora scoppiò un’ampia sollevazione in Pannonia e in Illirico che costrinse Tiberio a impegnare tutte le truppe disponibili a meridione del Danubio [10]. Più del 40% delle forze combattenti romane furono concentrate in quella zona. L’apertura di un secondo grande teatro bellico avrebbe portato a conseguenze catastrofiche per Roma. In Germania rimase tutto tranquillo, fino a quando, nel 6 o 7 d.C., Quintilio Varo ottenne il comando quale legato di Augusto. Secondo quanto riferito più tardi dallo storico Velleio Patercolo, Varo si comportò come se si fosse trovato in una normale provincia. Avrebbe istruito processi, chiamato i Germani al proprio tribunale, riscosso tributi, e così via: insomma, tutto come avveniva normalmente in Siria, dove Varo aveva svolto la funzione di governatore. Proprio questo però, secondo il giudizio dello storico romano, spinse i Germani all’insurrezione [11]. Questa sommossa, che scoppiò improvvisa nella tarda estate del 9 d.C., poco dopo il definitivo assoggettamento delle tribù illiriche, provocò l’annientamento di tre legioni, tre squadroni di cavalleria e sei unità di fanteria ausiliaria: in totale più di 20.000 uomini. Varo si uccise insieme al suo stato maggiore, al fine di non cadere vivo nelle mani del nemico. Ormai, non è più quasi in discussione il fatto che una parte dello scontro abbia avuto luogo presso Kalkrise a nord di Wiehengebirge, e quindi non nel saltus Teutoburgiensis, nella selva di Teutoburgo. I ritrovamenti degli ultimi 20 anni in quel luogo obbligano a questa conclusione [12]. La sconfitta dell’esercito romano al comando di Varo deve aver avuto come conseguenza la perdita totale dei territori sottomessi al di là del Reno.

La Germania era una “provincia” romana?

Sulla maggior parte dei fatti esposti non esiste alcuna discussione, se non su cosa sia stata la Germania transrenana per Roma, nel periodo compreso fra la campagna di Tiberio dell'8 a.C. sino alla disfatta di Varo nel 9 d.C. Oppure, per dirla più semplicemente: la Germania era in questo periodo un territorio provincializzato, una provincia? Era dunque considerato da Roma come un possedimento proprio, sottomesso alla sovranità di un governatore romano sul Reno? O invece questa o quella tribù germanica dipendevano dal potere romano, senza che l’intera regione (probabilmente sino all’Elba) fosse sottoposta ad un’autorità provinciale, realmente efficace? O ancora, secondo un’altra formulazione: i Germani potevano presumere che Roma potesse eventualmente ritirarsi dal territorio transrenano? [13].

Certamente, nessuna fonte afferma che sia esistita una qualche provincia di Germania, né potremmo aspettarcelo: la regione sulla destra del Reno andò definitivamente persa a seguito della disfatta di Varo. Di conseguenza dopo il 9 d.C., o dopo 16 d.C., l’impiego del termine provincia per designare questa regione era molto poco accettabile per l’orgoglio romano ferito. Per questo motivo non sappiamo direttamente come a quel tempo i Romani chiamassero il territorio a loro sottoposto. Più importante è interrogarsi su cosa i Romani abbiano fatto in questi due decenni al di là del Reno, su come si siano comportati e infine se ci siano segni che possano fornire qualche indicazione sulle intenzioni che serbavano per questo territorio [14].

Qui, entrano in gioco i risultati della ricerca archeologica. Questi ultimi hanno il grande vantaggio, rispetto alle fonti letterarie, di parlarci del momento esatto della loro nascita. Dunque non possono essere stati anacronisticamente modificati a seguito della disfatta di Varo, come invece è accaduto per le fonti letterarie [15].

Verranno qui brevemente discusse, in relazione con le fonti epigrafico-archeologiche, le seguenti tematiche:

  1. La costruzione di insediamenti civili sulla destra del Reno.
  2. La costruzione dell’Altare per il culto della Dea Roma e di Augusto nell’Oppidum Ubiorum, a Colonia, in relazione con la trasformazione urbanistica del luogo.
  3. L’evidente costituzione di una amministrazione fiscale nel sito dove sarà poi dedotta la colonia CCAA (Colonia Claudia Ara Agrippinensium).
  4. Lo sfruttamento economico della regione transrenana.

La costruzione di insediamenti civili sulla destra del Reno

Insediamento di Haltern. Localizzazione (a sinistra) e area principale (a destra, riquadrata) delle residenze dei tribuni e dei centurioni.
Insediamento di Haltern. Localizzazione (a sinistra) e area principale (a destra, riquadrata) delle residenze dei tribuni e dei centurioni.

Sul primo punto: in un primo momento Druso aveva iniziato la costruzione di grandi accampamenti sulla destra del Reno. Alcuni fra questi luoghi furono abbandonati pochi anni dopo, forse nell'8 a.C., come per esempio Oberaden o Rödgen, importanti solo per scopi militari. Comunque, il territorio non rimase per questo disabitato. Poco dopo fu fondato Haltern, con l'originaria funzione di campo. Qui, tuttavia, si incontrano caratteristiche tali da escluderne una destinazione prettamente militare: l’alto numero, superiore alla media, delle cosiddette case dei centurioni e dei tribuni, nonché la presenza di portici antistanti le abitazioni, indicano un utilizzo prossimo all’ambito civile, in ogni caso ben poco compatibile con una situazione di aperta belligeranza. Si è voluta spiegare questa circostanza in ragione di una maggiore presenza di alti ufficiali, tribuni e centurioni, che non di truppe. Il compito dei tribuni non si limitava difatti all’ambito militare, ma, attraverso l’esercito, gli ufficiali favorivano lo sviluppo di un’amministrazione: evidente dunque l’aspetto civile. Inoltre, le tombe costruite dinanzi alla torri del campo principale di Haltern non hanno l’aspetto di sepolture frettolose, come se realizzate durante una missione militare, bensì fungevano da duraturi luoghi di memoria per i defunti. Coloro che costruirono tali tombe partirono dal presupposto di poter continuare a visitare per lungo tempo queste sepolture. Ciò significa che il campo dovette essere per lungo tempo un centro abitativo non solo per militari ma anche per civili [16]. In merito, vi è un passo in cui Cassio Dione sostiene che in Germania non avrebbero svernato solamente soldati, ma vi fossero anche delle città, delle poleis, e che i barbari acquisirono lentamente il modo di vita dei Romani, frequentando i mercati e riunendosi pacificamente in assemblee [17]. In passato questo passo di Cassio Dione non e stato preso abbastanza in considerazione; ora, le scoperte ad Haltern possono essere interpretate in questa direzione.

Sito di Haltern. Tomba circolare: foto aerea e ricostruzione.
Sito di Haltern. Tomba circolare: foto aerea e ricostruzione.

A sostegno di tale tesi vi sono anche gli scavi presso Waldgirmes. Ciò che all’inizio sembrava un altro castrum d’età augustea, cosa che non sarebbe stata così sensazionale, si e rivelato invece come qualcosa di sostanzialmente diverso: un centro abitativo con molti oggetti d’uso civile, in cui è stata rinvenuta solo una piccola quantità di materiale riconducibile all’ambiente militare. In particolare è stato portata alla luce, in un grande spiazzo, una costruzione absidale poggiante su fondamenta di pietra, come ci si aspetta per una piazza centrale di una città, per un foro. Al centro della costruzione che circonda la piazza è stata rintracciata una base di una statua, di cui sono stati rinvenuti resti ridotti a molte centinaia di frammenti. Da questi si evince chiaramente che, in origine, essi dovettero appartenere ad una statua equestre bronzea a grandezza naturale, probabilmente raffigurante Augusto. Ciò si adatta bene al carattere di un centro nel quale il detentore del potere veniva raffigurato attraverso un monumento. Accanto agli abituali aspetti civili connessi alle conquiste, gli amministratori militari mostravano, anche sotto forma d’immagine, chi era il nuovo padrone del paese. Chi costruisce un centro abitato e lo connota secondo queste caratteristiche sta progettando a lungo termine: pianifica di rimanere. L’esistenza di Waldgirmes non è altrimenti spiegabile, se non attraverso l’appartenenza del territorio del Lahn all’impero romano [18]. L’affermazione di Cassio Dione sulle poleis costruite dai Romani in Germania è così adeguatamente provata.

Insediamento di Waldgirmes: localizzazione, planimetria e ricostruzione.
Insediamento di Waldgirmes: localizzazione, planimetria e ricostruzione.

Insediamento di Waldgirmes: pianta del foro con le cinque basi per statue equestri di cui rimane la porzione di una testa di cavallo rinvenuta nell’agosto 2009.
Insediamento di Waldgirmes: pianta del foro con le cinque basi per statue equestri di cui rimane la porzione di una testa di cavallo rinvenuta nell’agosto 2009.

La costruzione dell’Altare per il culto della Dea Roma e di Augusto nell’Oppidum Ubiorum di Colonia

Molti di voi conoscono il passo degli Annali di Tacito (1, 17, 2), là dove egli parla di Segimundo, figlio di Segeste, oppositore di Arminio e per questo convinto amico dei Romani: «quippe anno, quo Germaniae descivere, sacerdos apud aram Ubiorum creatus, ruperat vittas, profugus ad rebelles». Egli era in carica quale sacerdote presso l’Ara Ubiorum, l’altare degli Ubii, nel momento in cui i Cherusci con Arminio e le altre tribù germaniche annientavano Varo con le sue truppe. Quando seppe della distruzione dell’esercito romano, si strappò la fascia sacerdotale dalla testa, simbolo della sua posizione nel culto provinciale, fuggì dall’altra parte del Reno e si unì alle tribù ribelli. Questo passaggio pone diverse questioni sotto vari aspetti. Per quale motivo un Cheruscio ha la funzione di sacerdote presso un altare che si trova in un abitato nella parte sinistra del Reno, dove dimorano gli Ubii? Perché e come è stato eletto? Chi sono gli elettori? E su cosa si basava il culto che si praticava in quel luogo? E infine cosa è l’Ara Ubiorum [19]?

Oppidum Ubiorum. Localizzazione nella planimetria dell’area  cultuale di Roma e Augusto.
Oppidum Ubiorum. Localizzazione nella planimetria dell’area  cultuale di Roma e Augusto.

Oppidum Ubiorum. Ricostruzione dell’area  cultuale di Roma e Augusto.
Oppidum Ubiorum. Ricostruzione dell’area  cultuale di Roma e Augusto.

Per prima cosa, nonostante il nome, non poteva essere stato indicato così un altare per il quale fossero competenti gli Ubii. La denominazione Ara Ubiorum è utilizzata unicamente da Tacito, che scrive circa un secolo dopo, dunque, rispetto al 9 d.C. [20] questa designazione, interpretata letteralmente, risulta anacronistica. Inoltre Sigismondo era Cheruscio: la sua tribù abitava a circa 100 km a nord-est di Colonia. Se dunque Sigismondo esercitava un sacerdozio nell’insediamento degli Ubii, doveva trattarsi di un culto sovranazionale. Tacito scrive anche che Segismondo era un sacerdos creatus, cioè era stato eletto. Se qualcuno veniva eletto, doveva esserci un’assemblea, alla quale partecipavano almeno i Cherusci e gli Ubii. Sintetizzando, si trattava di un unico altare che riguardava più tribù e che era inoltre strettamente collegato con la supremazia romana. Ciò significa necessariamente che era praticato un culto di Roma e di Augusto, dunque, un culto statale. L’analogia si pone con l’Ara Romae et Augusti, che era stata consacrata da Druso nel 12 a.C. a Lugdunum, oggi Lione. Le tribù delle province galliche dovevano dimostrare la loro lealtà a Roma in forma solenne e cultuale, attraverso sacrifici e rappresentazioni. La scelta del sacerdote aveva luogo all’interno del concilium trium Galliarum, nell’assemblea (delle tribù) delle tre province galliche. Lì era in gioco la lealtà politica degli appartenenti all’impero, che avevano trovato nel concilium Galliarum un’istituzione politica [21]. Sulla scorta delle poche informazioni presenti in Tacito, è possibile pensare che ciò che era stato istituito sulla riva sinistra del Reno fosse qualcosa di simile. Ciò significa necessariamente che per Augusto, ma anche, per esempio, per i Cherusci, la Germania transrenana era considerata parte dell’impero romano e proprio nella forma di un territorio provincializzato. Per di più, non si conosce per nessun luogo, che non fosse già organizzato in una provincia, una siffatta forma di organizzazione cultuale. Per questo possiamo concludere che, nel 9 d.C., la Germania transrenana era considerata da Roma un possedimento acquisito.

Da questo breve passo di Tacito è possibile evincere quale territorio, secondo l’idea dei Romani, costituisse presumibilmente la provincia: l’intera regione, sia sulla sinistra che sulla destra del Reno, visto che mentre il sacerdote apparteneva alla tribù dei Cherusci stazionata sulla destra del Reno, l’Altare stava invece sulla sinistra del fiume, nel territorio degli Ubii, il sito della successiva CCAA. Il Reno dunque attraversava la provincia di Germania, ma non ne costituiva il confine, come invece risulta essere ovvio a seguito della successiva evoluzione. E l’Oppidum Ubiorum era la capitale di questa provincia, dove i Romani avevano anche costruito un arco onorario probabilmente per Augusto: ne è prova solo un piccolo frammento di una specifica colonna [22].

I resti di questo spazio sacro, dov’era collocato l’Altare, si possono ancora rintracciare a Colonia all’interno della città romana. La zona si trova a sud del Praetorium, direttamente di fronte al Reno; la vista va dall’Altare, posto nel mezzo dell’area sacra, in direzione del Reno e poi sulla sponda destra del fiume, nel territorio quindi appena sottomesso. Il modo con cui è stata edificata quest’area mostra chiaramente quale fosse il programma romano, esattamente come le altre precedenti testimonianze di Colonia. Il centro abitativo, per quanto noi oggi possiamo vedere, non può essere fatto risalire in nessun caso all’iniziativa degli Ubii: qui tutto è romano. Il luogo era dunque già allora destinato a centro politico-amministrativo della nuova provincia.

La costituzione di una amministrazione fiscale nel sito della futura CCAA (Colonia Claudia Ara Agrippinensium)

Questa funzione può essere ancor oggi concretamente osservata in due monumenti sepolcrali. In base alle ricostruzioni, il primo monumento sepolcrale era di forma circolare, con un diametro di 6 metri e un'altezza complessiva non inferiore ai 10. L’iscrizione nomina un dispensator, una persona dunque inserita in un contesto amministrativo, nella riscossione e nell'emissione di denaro. Coloro i quali avevano quest’incarico erano sempre degli schiavi. Il padrone di questo dispensator non poteva essere nessun altro se non Augusto o lo stesso Tiberio. Secondo l’interpretazione proposta, il monumento funebre fu realizzato durante il principato di Tiberio, sebbene il dispensator in questione dovesse essere stato attivo sotto Augusto [23]. Ciò significa che già in età augustea, in concomitanza con la conquista militare, era stata creata nel sito di Colonia un’organizzazione amministrativa con ingenti entrate finanziarie.

Ricostruzione della tomba del dispensator.
Ricostruzione della tomba del dispensator.

Ricostruzioni dell‘iscrizione del Vediano, liberto di Tiberio e Livia Augusta.
Ricostruzioni dell‘iscrizione del Vediano, liberto di Tiberio e Livia Augusta.

Vi è inoltre un secondo monumento funebre del quale ci è giunta una parte dell’iscrizione. In essa è menzionato un Vedianus, uno schiavo, che nel frattempo era stato liberato [24]. In ragione del suo nome e di quello dei suoi manomissori, questo personaggio deve essere vissuto al tempo di Augusto e di Tiberio. In effetti, egli era uno schiavo di Tiberio e di Livia, la consorte di Augusto. Verosimilmente, era uno schiavo del famigerato Vedius Pollio, poi passato in possesso di Tiberio e Livia. Per questo, a Vediano venne eretto a Colonia un imponente monumento sepolcrale, che probabilmente aveva egli stesso ordinato. Cosa faceva un liberto di Tiberio e di Livia sul Reno, in un centro nato al massimo da pochi decenni? Poiché anche se liberato, egli non era completamente indipendente, la sua permanenza in quel luogo doveva essere giustificata da un incarico affidatogli dal suo patrono. Visto che Livia era indicata quale sua patrona, egli ne doveva curare gli interessi e, più precisamente, quelli di carattere finanziario, che dovevano essere considerati giuridicamente attinenti all’ambito privato. Dunque, sul Reno ci devono essere stati dei possedimenti privati di Tiberio e di Livia, qualcosa che più tardi venne definito come patrimonio imperiale, proprietà della corona. Non sappiamo direttamente in che cosa consistessero questi possedimenti.

Lo sfruttamento economico della regione transrenana

Nel museo civico di Soest in Westfalia è preservata in una barra di piombo, sulla quale si può leggere una parte di nome romano: L. FLA[---]. Questo nome incompleto si riferisce al produttore del pezzo, all'appaltatore di una miniera di piombo; il nome venne applicato nel momento della fusione del lingotto. Sul davanti è impresso allo stesso modo un altro nome, nella forma: L. F. VE. Si tratta della stessa persona. VE è una parte del cognomen. Inizialmente non si sapeva dove avesse luogo la produzione di questi lingotti [25].

Frammento di una barra di piombo di Soest.
Frammento di una barra di piombo di Soest.

Barra di piombo, trovata nei pressi della foce del Rodano.
Barra di piombo, trovata nei pressi della foce del Rodano.

Al principio degli anni Novanta, nel Mediterraneo, presso St. Maries-de-la-Mer sulla foce del Rodano, furono rinvenuti dei lingotti all’interno di un relitto, che consentirono un importante passo avanti nella soluzione della questione. Le barre hanno la medesima forma della barra di Soest, ma hanno il vantaggio di presentarsi completamente integre. Anche il nome del produttore può essere letto nella sua completezza. Il nome recita: L. Flavi Veruclae, cosa che significa che le barre furono prodotte da L. Flavius Verucla. Non possono quindi sussistere dubbi sul fatto che il lingotto di Soest e le barre provenienti dal relitto si riferiscano alla stessa persona. Ma il testo sui lingotti provenienti dal Mediterraneo non termina con il nome. Infatti in più vi si trova anche l’espressione: PLVMB GERM, inizialmente interpretata dal curatore dell'edizione delle barre come “piombo autentico (plumbum germanum)”, cosa sin dall’inizio rivelatasi più che improbabile [26]. Ugualmente nei pressi di Fos, sulla foce del Rodano, fu recuperata una barra di piombo, che riportava stampigliato nello stesso modo il nome dei produttori: sociorum plumb. Germ. Ciò indica che anche una società di appaltatori, i socii plumb. Germ., aveva estratto e prodotto le barre corrispondenti. Entrambi, i socii e L. Flavius Verucla, dovevano aver estratto lo stesso piombo, ma ciò significa anche che il luogo di produzione doveva essere pressappoco lo stesso. Le informazioni epigrafiche provenienti dalle barre non sono ancora terminate. Vi è infatti un bollo che recita: Imp(eratoris) Caes(aris), ovvero proprietà dell’imperator Caesar. Poiché questo bollo è stato applicato successivamente, è chiaro che l’imperatore Cesare non aveva a che fare direttamente con la produzione, ma che quest’ultima era gestita da L. Flavio Verucla e dai socii. Infatti, sappiamo da molti altri esempi, che l’imperatore era proprietario di numerose miniere, di cui normalmente non si occupava attraverso il suo personale privato, ma ne lasciava piuttosto lo sfruttamento in mano a appaltatori. Questi ultimi per lo più consegnavano una parte del metallo estratto all’amministrazione di Augusto quale importo dell’appalto. I bolli riportanti Imperatoris Caesaris sulle barre di piombo nel Mediterraneo testimoniano proprio questo rapporto.

Barra di piombo di Fos nei pressi della foce del Rodano.
Barra di piombo di Fos nei pressi della foce del Rodano.

Il bollo IMP CAES associato a quello di L. Flavius Verucla.
Il bollo IMP CAES associato a quello di L. Flavius Verucla.

Cosa vuol dire plumb. Germ.? Già il ritrovamento della menzionata barra di piombo di Soest parlava a favore di metallo d’origine germanica. Ora, grazie alle scoperte di St. Maries-de-la-Mer è possibile integrare completamente il bollo di Soest, sciogliendo le abbreviazioni come plumbum Germanicum, cioè piombo germanico estratto in Germania da un appaltatore romano. Altrimenti non si spiega come avrebbe potuto questa parte di lingotto giungere al Museo di Soest. Il reperto dovette essere ritrovato da qualche parte nelle vicinanze di Soest, che però si trova oltre la sponda destra del Reno, a circa 100 km ad est del fiume. Quest’ipotesi, che il piombo dovesse provenire dalla Germania, può essere accertata grazie alle analisi mineralogiche. Il mineralista M. Bode, dell’Istituto di Mineralogia dell’Università di Bochum, attraverso un’analisi degli isotopi del piombo, ha potuto stabilire che il territorio d’origine dei lingotti è il Sauerland, vicino al territorio di Brilon, quasi 120 km da Colonia, dove si conoscono luoghi d’estrazione sia in età medioevale sia in età moderna. Ricerche condotte sulle barre di St. Maries-de-la-Mer, pubblicate da poco, hanno portato agli stessi risultati delle barre di Soest. È chiaro dunque che la parte di lingotto di Soest e le barre di St. Maries-de-la-Mer provengono dallo stesso luogo di produzione: ad eccezione della forma in entrambi i casi sono identici sia il nome che gli isotopi del piombo. Plumb. Germ. è dunque ovviamente da intendere come plumbum Germanicum. Anche le barre da Fos, avendo la stessa indicazione, provengono dal medesimo territorio di produzione.

Diverse barre di piombo trovate a nord della Sardegna.
Diverse barre di piombo trovate a nord della Sardegna.

Frammento di una barra di piombo di Brilon con il nome Pudentis.
Frammento di una barra di piombo di Brilon con il nome Pudentis.

Le scoperte non si limitano però solo a questo. Davanti a Rena Maiore (Aglientu) nel mare a nord della Sardegna, è stato rinvenuto un altro relitto, il cui ritrovamento è stato pubblicato da Edoardo Riccardi e Stefano Genovesi [27]. Nel relitto furono rinvenute delle barre di piombo, riportanti diverse iscrizioni, fra cui Augusti Caesaris Germanicum e Pudentis Ger(manicum), oltre a vari contrassegni di controllo. Secondo i due autori, le barre dovevano provenire dalle botteghe spagnole. Ciò nonostante, il marchio Germanicum indica molto chiaramente che questo metallo proveniva dalla Germania, sebbene presumibilmente non dovesse in generale provenire solo da lì. In virtù di una fortunata circostanza, si è scoperto presso la località di Brilon un frammento di lingotto, riportante il nome Pudentis. Quindi, anche le barre rinvenute davanti alla Sardegna provengono dalla zona di produzione del Sauerland, non diversamente dai lingotti di L. Flavius Verucla.

Ma che cosa ha a che fare questa scoperta con la nostra questione sulla situazione della Germania transrenana sotto Augusto? Si tratta della datazione. La prima indicazione sta nel bollo riportante Imp. Caes., oltre che nel contrassegno Augusti Caesaris sulle barre rinvenute davanti alla Sardegna. La forma del nome indica chiaramente che si tratta di Augusto. Infatti, Caesaris Augusti o Augusti Caesaris senza altre precisazioni è utilizzato normalmente per il primo principe. Ancora più importante è però la seguente osservazione. Il giacimento minerario è stato affittato a Flavius Verucla o, meglio, ad una grossa società. Il locatore era l’imperatore. Anche supponendo che un imperatore dopo la perdita della Germania transrenana a seguito della sconfitta di Varo potesse essere così sfrontato da appaltare un giacimento minerario così lontano dal sicuro territorio provinciale sulla sinistra del Reno, in ogni caso non avrebbe sicuramente trovato nessun imprenditore freddo e calcolatore con cui mettersi in affari. Anche allora, per ogni imprenditore era decisivo trarre profitto dal proprio contratto, dall’appalto di una miniera. Ma prima che ciò avvenisse, il locatore, ovvero l’imperatore Cesare, doveva mettere in sicurezza il possesso di questa miniera, scongiurando il pericolo di perdere gli investimenti a causa dei nemici. Gli appaltatori erano dell’opinione che la conquista della Germania fosse completata almeno sino al Sauerland, quindi a circa 120 km da Colonia e che la regione sarebbe rimasta in possesso romano. Allora gli affari sarebbero stati vantaggiosi. Nella secolare storia dei rapporti romano-germanici, questa condizione si presentò solo una volta, nel breve periodo compreso fra il 7 a.C., anno del trionfo di Tiberio, e il 9 d.C., data della catastrofe di Varo. In seguito, mai più Roma spinse il suo potere così lontano ad est del Reno, da consentire ad un imprenditore di investire denaro colà. A seguito di questa considerazione, le barre di piombo con il contrassegno plumbum Germanicum possono essere datate in questo arco di tempo, costituito al massimo da 16 anni.

Tutto ciò comporta comunque delle enormi conseguenze per la valutazione politica del potere romano nella Germania transrenana durante questi anni. Druso e Tiberio avevano così profondamente assoggettato il territorio germanico sino al Weser, ma probabilmente sino al corso dell’Elba, e allo stesso tempo portato così a fondo il potere romano che era possibile iniziare a sfruttare le risorse del nuovo territorio provinciale immediatamente. Come in altre province, le miniere passate in possesso di Augusto, divennero parte del suo patrimonio. Egli non ne curava personalmente lo sfruttamento, bensì, secondo la consuetudine romana, lo affidava a degli appaltatori, i quali versavano una parte del metallo quale tariffa per l’appalto. La consegna di uno di questi pagamenti è andata persa nella foce del Rodano e a nord della Sardegna. Da sole, il valore di queste barre si aggira sui 113.000 denari, sufficienti a pagare 500 legionari per un anno: non è affatto una piccola somma. Bisogna poi supporre che il guadagno degli appaltatori dovesse essere maggiore. Dato che le miniere erano una parte del patrimonio privato del principe, i suoi liberti, o quelli di sua moglie Livia, ne esercitavano il controllo finanziario. Se la tomba di Vedianus a Colonia è interpretata correttamente, quest’attività aveva come centro l’Oppidum Ubiorum, a Colonia. Qui nacque non solo il centro di culto per il nuovo territorio conquistato, ma verosimilmente anche il centro finanziario. Dal momento che qui si tratteneva anche il funzionario romano più alto in grado, come si evince dalla permanenza di Germanico nel 14 d.C. [28] e dalla storia successiva, l’abitato posto sul sito della futura CCAA fu scelto in età augustea quale capoluogo della nuova provincia di Germania. Ciò significa anche che già allora vi era l’intenzione di costituire la provincia su entrambe le sponde del Reno. Il Reno non doveva essere il confine, bensì un'arteria di comunicazione che collegava le due rive del corso d’acqua, che ricadevano entrambe all'interno della nuova provincia. Si deve ad Arminio e a Varo il fatto che poi sia accaduto tutt’altro. Quest'ultimo destino non nega però che la Germania transrenana abbia fatto parte dell’Impero romano per quasi due decenni e che sia stata un territorio provincializzato, nel quale il potere romano si manifestò sotto vari aspetti: militare, politico-diplomatico, urbanistico, economico e culturale. Forse si parlava già perfino di una provincia Germania, che giungeva sino alla foce dell’Elba. Lo stesso Augusto afferma di aver liberato Germaniam ad ostium Albis fluminis, sino alla foce dell’Elba. Ancora 60-70 anni dopo la morte di Augusto, il territorio sulla sponda sinistra del Reno, compreso fra la foce dello stesso Reno e l’odierna Svizzera, veniva indicato nei documenti ufficiali, nelle costituzioni per l'attribuzione della civitas Romana, come Germania  [29]. Questa denominazione non è stata inventata in quel periodo, ma proviene dall’epoca precedente. Oggi tuttavia, oltre alla denominazione, in virtù delle fonti a disposizione risulta innegabile anche un altro fatto: la Germania transrenana fu per circa sedici anni un parte provincializzata dell’impero romano. Che cosa ne sarebbe stato, se non fosse sopraggiunta la catastrofe del 9 d.C. e la decisione di Tiberio nel 16 d.C., può rimanere solo oggetto di speculazione.

Area della provincia augustea di Germania.
Area della provincia augustea di Germania.

Il poeta Heinrich Heine [30], a dir il vero, ci ha riflettuto:

Se Herrmann [31] non avesse vinto la battaglia
Con i suoi biondi compagni,
non sarebbe più esistita la libertà tedesca,
noi saremmo diventati romani.

Nella nostra patria regnerebbero ora
La lingua e i costumi romani….

Ad ogni modo, questa visione non fa parte del compito dello storico, nonostante possa essere innegabilmente avvincente.


Note

1. La bibliografia su Augusto è immensa; qui ci si limita ad indicare soltanto pochissime opere: D. Kienast, Augustus. Prinzeps und Monarch, Darmstadt4 2014; W. Eck, Augustus und seine Zeit, München6 2014 = Augusto e il suo tempo, traduzione di Carla Salvaterra, Milano 2000.
2. Sul ruolo di Agrippa nella politica augustea degli anni tra il 22 e il 12 a.C. si veda  J.-M. Roddaz, Marcus Agrippa, Roma 1984, p. 383 ss.,  478 ss.
3. Cfr. già W. Eck, Augusto – la Germania – Varo – Tiberio. Il fallimento di una storia romana di successi, «Rivista storica Italiana», 123, 2011, 5 ss.
4. J. Heinrichs, Zur Topographie des ubischen Neuss anhand einheimischer Münznominale, «Bonner Jahrbücher», 199, 1999, 69 ss.
5. Si veda F. Kemmers, Coins for a legion. An Analysis of the Coin Finds from the Augustan Legionary Fortress and Flavian canabae legionis at Nijmegen, Mainz 2006, 61 ss.; Ead., A military presence on the Lower Rhine before Drusus’ campaigns. The coin finds of the Augustan legionary fortress at Nijmegen, in Römische Präsenz und Herrschaft im Germanien der augusteischen Zeit. Der Fundplatz von Kalkriese im Kontext neuerer Forschungen und Ausgrabungsbefunde. Beiträge zu der Tagung des Fachs Alte Geschichte der Universität Osnabrück und der Kommission ‘Imperium und Barbaricum’ der Göttinger Akademie der Wissenschaften in Osnabrück vom 10. bis 12. Juni 2004, a cura di G.A. Lehmann – R. Wiegels, Göttingen 2007, 183 ss.; J. Heinrichs, Eburonisches Erbe. Sch.217 I (a) zwischen Tungrern und Sunukern, in Coinage in the Iron Age. Essays in honour of Simone Scheers, a cura di J. van Heesch – I. Heeren, London 2009, 187 ss., spec. 194 s.
6. Su questo periodo si vedano ora soprattutto i due cataloghi: 2000 Jahre Varusschlacht. Imperium, a cura di LWL-Römermuseum in Haltern am See, Stuttgart 2009, e 2000 Jahre Varusschlacht. Konflikt, a cura di Varusschlacht im Osnabrücker Land GmbH – Museum und Park Kalkriese, Stuttgart 2009, con numerosi contributi e ampia bibliografia. W. Eck, Köln in römischer Zeit. Geschichte einer Stadt im Rahmen des Imperium Romanum, Köln 2004, cap. 4, 63 ss.; Id., Augustus und die Großprovinz Germanien, «Kölner Jahrbuch», 37, 2004 [2006], 11 ss.; Id., Eine römische Provinz. Das augusteische Germanien links und rechts des Rheins, in 2000 Jahre Varusschlacht. Imperium (cfr. supra), 188 ss.; D. Timpe, Römisch-germanische Begegnungen in der späten Republik und frühen Kaiserzeit. Voraussetzungen – Konfrontationen – Wirkungen. Gesammelte Studien, München 2006; C.M. Wells, The German Policy of Augustus. An Examination of the Archaeological Evidence, Oxford 1972; R. Wiegels, Von der Niederlage des M. Lollius bis zur Niederlage des Varus. Die römische Germanenpolitik in der Zeit des Augustus in Feindliche Nachbarn, Rom und die Germanen, a cura di H. Schneider, Köln 2008, 47 ss.
7. K. Grote, Römerlager Hedemünden. Der augusteische Stützpunkt, seine Außenanlagen, seine Funde und Befunde, Hannover 2012.
8. Vell. Pat., 2, 97, 4; Cassius Dio, 55, 6, 5.
9. Vell. Pat., 2, 108, 1: Nihil erat iam in Germania, quod vinci posset, praeter gentem Marcomannorum, quae Maroboduo duce excita sedibus suis atque in interiora refugiens incinctos Hercynia silva campos incolebat.
10. Vell. Pat., 2, 108-111.
11. Vell. Pat., 2, 117-118.
12. Cfr. le pubblicazioni menzionate nella nota 6.
13. Si veda la sintesi di Kienast, Augustus (nota 1), 355 ss.; J. Deininger, Germaniam pacare. Zur neueren Diskussion über die Strategie des Augustus gegenüber Germanien, «Chiron», 30, 2000, 749 ss.
14. W. Eck, Germanien – eine Provinz unter Augustus, in Die römischen Provinzen. Begriff und Gründung, Colloquium Cluj-Napoca, 28. September – 1. Oktober 2006, a cura di I. Piso, Cluj-Napoca 2008, 165 ss.
15. Per questo si veda la bibliografia in Eck, Augusto – la Germania – Varo – Tiberio (nota 3).
16. S. von Schnurbein, The Organization of the Fortresses in Augustan Germany, in Roman Fortresses and their Legions. Papers in Honour of George C. Boon, a cura di R.J. Brewer, London 2000, 29 ss. (aggiornato al 1994); R. Aßkamp, Haltern, in 2000 Jahre Römer in Westfalen, Mainz 1989, 21 ss. con pianta dell’accampamento; cfr. anche J.-S. Kühlborn, Der augusteische Militärstützpunkt Haltern, in Germaniam pacavi – Germanien  habe ich befriedet. Archäologische Stätten augusteischer Okkupation, a cura di J.-S. Kühlborn, Münster 1995, 82 ss.; R. Aßkamp, Aufmarsch an der Lippe. Römische Militärlager im rechtsrheinischen Germanien, in 2000 Jahre Varusschlacht. Imperium (nota 6), 172 ss.
17. Cassius Dio, 56, 18, 2.
18. A. Becker, Eine römische Stadt an der Lahn? Ausgrabungen in Lahnau-Waldgirmes, «Antike Welt», 31, 2000, 601 ss..; Id., Lahnau-Waldgirmes. Eine augusteische Stadtgründung in Hessen, «Historia», 52, 2003, 337 ss. Sul foro cfr. A. Becker – H.-J. K Becker-Köhler, Das Forum von Lahnau-Waldgirmes, in Archäologie in Hessen. Festschrift für F.-R. Herrmann, a cura di S. Hansen – V. Pingel, Rahden, 2001, 171 ss.; sul ritrovamento nel suo insieme cfr. S. v. Schnurbein, Augustus in Germania and his new ‚town‘ at Waldgirmes east of the Rhine, «JRA», 16, 2003, 93 ss. e A. Becker – G. Rasbach, Die spätaugusteische Stadtgründung in Lahnau-Waldgirmes. Archäologische, architektonische und naturwissenschaftliche Untersuchungen, «Germania», 81, 2003, 147 ss.; A. Becker, Lahnau-Waldgirmes. Eine römische Stadtgründung im Lahntal aus der Zeit um Christi Geburt, in Römische Präsenz und Herrschaft im Germanien der augusteischen Zeit (nota 5), 321 ss.; G. Rasbach, Das Fundmaterial von Waldgirmes, ibid., 331 ss.; K. Christ, Waldgirmes. Historische Aspekte der neuen Ausgrabungen im mittleren Lahntal, in Ad fontes. Festschrift für Gerhard Dobesch zum fünfundsechzigsten Geburtstag am 15. September 2004, dargebracht von Kollegen, Schülern und Freunden, a cura di H. Hefter – K. Tomaschitz, Wien 2004, 487 ss.; A. Becker, Die Römer an der Lahn. Die Ausgrabungen in Waldgirmes, in Feindliche Nachbarn, Rom und die Germanen, a cura di H. Schneider, Köln 2008, 97 ss.; A. Becker – G. Rasbach, Städte in Germanien: Der Fundplatz Waldgirmes, in Die Varusschlacht (nota 6), 102 ss.; Kontaktzone Lahn. Studien zum Kulturkontakt zwischen Römern und germanischen Stämmen, a cura di K. Ruffing -A. Becker – G. Rasbach, Wiesbaden 2010. Una pianta d’insieme dell’insediamento di età recente, sulla quale sono riconoscibili i particolari, in 2000 Jahre Varusschlacht. Imperium (nota 6), 356.
19. Per questo si veda Eck, Köln in römischer Zeit (nota 6) 77 ss.
20. Tac., Ann., 1, 17, 2.
21. J. Deininger, Die Provinziallandtage der römischen Kaiserzeit von Augustus bis zum Ende des dritten Jahrhunderts n. Chr., München 1965.
22. H. v. Hesberg, Bauteile der frühen Kaiserzeit in Köln – Das oppidum Ubiorum zur Zeit des Augustus, in Festschrift G. Precht, «Xantener Berichte», 12, 2002, 13 ss.
23. W. Eck – H. v. Hesberg, Der Rundbau eines Dispensator Augusti und andere Grabmäler der frühen Kaiserzeit in Köln – Monumente und Inschriften, «Kölner Jahrbuch», 36, 2003 (in realtà 2005), 151 ss.
24. CIL XIII 8266 = AE 2004, 969 b = IKoeln2 268. Cfr un disegno in Eck, Köln in römischer Zeit (nota 6), 94.
25. P. Rothenhöfer, Geschäfte in Germanien. Zur Ausbeutung von Erzlagerstätten unter Augustus in Germanien, «ZPE», 143, 2003, 277 ss.; Id., Lucius Flavius Verucla – ein römischer Großunternehmer in Germanien. Neue Erkenntnisse zu einem alten Fundstück im Burghofmuseum Soest, «Soester Zeitschrift», 115, 2003, 12 ss.; Id., Plumbum Germanicum – Germanic Lead and the History of Augustan Germany, in Archaeometallurgy in Europe. Colloquium Milan 24-26 sett. 2003. Proceedings Vol. 2, a cura dell'Associazione Italiana di Metallurgia, Milano 2003, 641 ss.; Id., Die Wirtschaftsstrukturen im südlichen Niedergermanien. Untersuchungen zur Entwicklung eines Wirtschaftsraumes an der Peripherie des Imperium Romanum, Rhaden 2005, 88 ss.; N. Hanel -P. Rothenhöfer, Germanisches Blei für Rom. Zur Rolle des römischen Bergbaus im rechtsrheinischen Germanien im frühen Prinzipat, «Germania», 83, 2005, 53 ss.; Iid., Römische Bleigewinnung im Raum Brilon und der Bleitransport nach Rom, in Bleibergbau und Bleiverarbeitung während der römischen Kaiserzeit im rechtsrheinischen Barbaricum, a cura di W. Meltzer – T. Capelle, Soest 2007, 41 ss.
26. C. Domergue (avec L. Long), Le ‘véritable plomb de L. Flavius Verucla’ et autres lingots. L’épave 1 des Saintes-Maries-de-la-Mer, «Mélanges de l’Ecole Française de Rome» (Ant.), 107, 1995, 801 ss.; secondo P.R. Trincherini – P. Barbero – P. Quarati – C. Domergue – L. Long, Where do the Lead Ingots of the Saintes-Maries-de-la-Mer Wreck come from? Archaeology compared with Physics, in «Archaeometry», 43 (3), 2001, 393 ss. le barre devono essere state prodotte nel distretto montano della Francia meridionale, ipotesi contro la quale parla già semplicemente la formula: plumbum Germanicum. Domergue aveva sciolto nella pubblicazione GERM in germ(anum).
27. Cfr. S. Genovesi – E. Riccardi, Un carico di piombo da Rena Maiore (Aglientu), in «Africa Romana», XIV, 2002, 1311 ss. e S. Genovesi, Bleibarren mit Stempel, in 2000 Jahre Varusschlacht. Imperium, (nota 6), 359 ss.
28. Tac., Ann., 1, 39 e Eck, Köln in römischer Zeit (nota 6), 242 ss.
29. CIL XVI 20. 23. 28, 158; RMD II 79; V 327; cfr. W. Eck – A. Pangerl, Sex. Iulius Frontinus als Legat des niedergermanischen Heeres. Zu neuen Militärdiplomen in den germanischen Provinzen, «ZPE», 143, 2003, 205.
30. Heinrich Heine, Deutschland. Ein Wintermärchen: Caput XI.
31. Arminio.