Storicamente. Laboratorio di storia

Dossier

Dai campi al sottosuolo. Reclutamento e strategie di adattamento al lavoro dei minatori italiani in Belgio

La centralità del nesso tra movimento di popolazione e contratto di lavoro ha contraddistinto  l’emigrazione italiana assistita dall’immediato dopoguerra fino all’entrata in vigore dei principi teorici della libera circolazione della manodopera, ma l’intensità e le modalità della mobilità dei lavoratori sono mutate nel tempo e nello spazio sia in relazione alle differenti congiunture economiche che in relazione all’evoluzione delle politiche migratorie italiane ed estere. Gli anni della ricostruzione rappresentano, sotto questi due aspetti, uno dei periodi di maggiore diffusione dell’esodo clandestino così come della ripresa delle dinamiche autonome delle reti migratorie[1]. Nel corso dell’intero periodo postbellico l’Europa occidentale, ancora sconvolta dai danni della guerra ma già proiettata verso la ricostruzione, è stata percorsa da varie, ampie ed eterogenee migrazioni internazionali. I processi di sviluppo in ciascun Paese sono stati condizionati, e via via modificati, da questi intensi flussi di manodopera che hanno scavalcato i confini dei mercati del lavoro nazionali. In Italia, dopo la forte contrazione tra le due guerre mondiali, all’indomani della liberazione la ripresa dei flussi emigratori si poneva come uno sbocco necessario all’eccedenza di popolazione, uno strumento strategico primario per affrontare la ricostruzione. I flussi emigratori si diressero principalmente verso i paesi dell’Europa centrale e settentrionale – Francia, Belgio, Svizzera, Gran Bretagna e Germania – dove il bisogno di manodopera a basso costo si sposava con l’esigenza italiana di combattere la disoccupazione. Tuttavia, proprio gli anni dell’immediato dopoguerra furono uno dei periodi di maggiore difficoltà per l’emigrazione italiana che, pur di utilizzare le poche opportunità d’impiego disponibili all’estero, dovette adattarsi spesso a scadenti condizioni di vita e lavoro[2]. Si trattava infatti di un’emigrazione prevalentemente temporanea, segnata più che in passato da una legislazione rigida e disseminata di vincoli che rendevano la mobilità delle persone sempre più controllata e la loro permanenza all’estero sempre più precaria[3].

L’emigrazione verso le miniere di carbone del Belgio fu una delle esperienze più difficili e, allo stesso tempo, uno degli sbocchi più promettenti di quegli anni. Il Belgio fu, infatti, insieme con le regioni minerarie francesi, il primo sbocco europeo dell’immediato dopoguerra. I primi contingenti di minatori italiani vi giunsero nel giugno e nel settembre del 1946 e il trattato d’emigrazione stipulato tra le due nazioni era allora il solo in vigore, accanto a quello stipulato con la Francia. In quegli anni di scarsità e di contingentamento internazionale delle fonti energetiche, il carbone Belga era infatti ritenuto provvidenziale per la ricostruzione dell’Europa, del Belgio e dell’Italia stessa: proprio il trattato d’emigrazione assicurava al Paese una determinata quantità di carbone per ogni minatore inviato in Belgio, e anche per ciò era considerato vitale.

A fronte di questa favorevole opportunità di attenuazione della disoccupazione e di approvvigionamento energetico stava, però, ciò che tanto la propaganda immigratoria belga, quanto quella emigratoria italiana preferivano tacere, vale a dire le drammatiche condizioni di vita nei bacini industriali del Belgio e di lavoro nelle strutture ormai logore della sua industria estrattiva, la cui agonia era solo apparentemente mascherata dall’accentuata fase di domanda di carbone durante la guerra e nella peculiare congiuntura della ricostruzione europea. In realtà la macchina dell’industria mineraria nei bacini meridionali del Belgio era mantenuta artificialmente in vita dall’intervento e dalle sovvenzioni del governo, ma venne rapidamente sopraffatta dalla caduta dei prezzi del carbone nei mercati mondiali alla fine degli anni ’50[4]. La chiusura definitiva delle miniere si rivelò un disastro senza precedenti che travolse le secolari strutture dei bacini industriali valloni e, con esse, le decine di migliaia di lavoratori immigrati che con il loro lavoro a basso costo avevano reso possibile il vano tentativo di risollevare l’industria estrattiva del Belgio dalla sua profonda e ineluttabile crisi.

Il vicolo cieco del carbone: declino economico e spopolamento della Vallonia

All’indomani della seconda guerra mondiale la produzione annuale di carbone era stagnante in tutta la Vallonia, mentre era in aumento nel bacino fiammingo del Limburgo, dove la produttività era più forte. Malgrado l’alta congiuntura, l’industria carbonifera vallona mostrava, già alla fine degli anni ’40, i segni del suo irrimediabile tramonto. In realtà la questione dell’invecchiamento e del superamento delle strutture dell’industria estrattiva vallona era all’ordine del giorno sin dalla fine degli anni ‘20, anche se la necessità di rimettere velocemente in moto gli insediamenti distrutti dalla prima guerra mondiale, in modo da poter approfittare degli ampi sbocchi e dei prezzi vantaggiosi legati ai bisogni della ricostruzione, avevano giustificato il mantenimento dei vecchi impianti e la perpetuazione dell’orientamento industriale tradizionale, che sin dall’inizio del XIX secolo era rimasto ancorato al carbone, all’acciaio e al settore tessile. Nonostante l’evidente incapacità delle più vecchie miniere belghe di sostenere la concorrenza dei paesi circostanti, ragioni simili vennero riprese all’indomani della seconda guerra mondiale, quando le miniere di carbone rischiavano la paralisi per mancanza di addetti. In seguito all’evoluzione del mercato del lavoro si era infatti verificato un esodo dei lavoratori belgi dai mestieri più rudi e faticosi verso quelli più specializzati, meno pesanti e più lucrativi.

Il carbone era ad ogni modo esaltato a simbolo della nazione dal governo di unità nazionale del dopoguerra, che aveva intrapreso una dinamica politica energetica. La cosiddetta «battaglia del carbone» era stata lanciata nel febbraio del 1945 dal primo ministro Achille Van Acker, con l’obiettivo di convincere il maggior numero di cittadini belgi a scendere nei pozzi ed a «tornare» a lavorare in miniera, ma la propaganda governativa non era riuscita ad ottenere i risultati sperati. Nonostante le minacce di coscrizione obbligatoria, gli incentivi e le vantaggiose condizioni proposte dallo «Statut de mineur» – miglioramento di salari, pensioni, ferie, costruzione di nuove case operaie – i belgi non erano infatti più disposti a scendere nelle miniere, sia per la durezza del lavoro, sia soprattutto per la sua pericolosità[5]. Sebbene i tassi di disoccupazione non fossero indifferenti, le capacità di reclutamento di minatori nel mercato del lavoro interno restavano molto basse e il ricorso alla manodopera straniera in Belgio – più che soluzione ad una presunta penuria di manodopera – si presentava come «une stratégie correspondant à des intérêts économiques et sans rapport avec le marché global de l’emploi.» [6].

Il governo aveva infatti fissato il prezzo di vendita del carbone ad un livello deliberatamente basso al fine di rilanciare il consumo interno e soprattutto alimentarne il commercio con l’estero. Era questa una manovra azzardata che ha finito per favorire i vecchi charbonnages a scapito di quelli più produttivi, esentandoli dall’investire in una necessaria modernizzazione degli impianti. Fu solo nel 1951, in seguito alla creazione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA), che questa politica di bassi prezzi venne abbandonata a favore di un programma, tanto doveroso quanto tardivo, di modernizzazione e rinnovamento degli stabilimenti ed aumento della produttività, sotto il patrocinio della Fédération Charbonnière de Belgique (Fédéchar). Ma durante il quinquennio 1944-1948 l’imperativo di produrre in fretta e in grande quantità per poter approfittare della forte domanda internazionale aveva fatto optare per una soluzione più immediata: l’approvvigionamento massiccio di una manodopera a basso costo disposta ad accettare condizioni di vita e lavoro che la maggioranza dei belgi rifiutavano. La carenza di lavoratori, catastrofica all’inizio del 1945, aveva portato il governo belga a sollecitare inizialmente il trasferimento di prigionieri di guerra tedeschi per i lavori di fondo, ma vista la debole produttività dei prigionieri di guerra e l’avvicinarsi del loro rimpatrio, previsto per il 1947, le autorità pubbliche si rivolsero verso le «Displaced Persons» (D.P.) – i profughi di guerra che vivevano ancora nei campi di sfollamento – ed il reclutamento di operai stranieri, ingaggiati in primo luogo nell’Italia reduce dall’esito disastroso della guerra[7].

In ogni caso, il governo belga aveva adottato una politica di immigrazione flessibile e a breve termine della manodopera, una sorta di stop and go della forza lavoro legato agli andamenti del mercato: ogni qualvolta si minacciava un rallentamento dell’attività economica ed un ristagno dell’occupazione interna, l’immigrazione veniva bloccata e i contratti non rinnovati[8]. Ciò nonostante nel 1947 il governo italiano aveva firmato un secondo accordo, che ha assicurato un cospicuo afflusso di lavoratori fino alla terribile catastrofe mineraria del Bois-du-Cazier a Marcinelle dell’8 agosto 1956, quando l’immigrazione ufficiale dall’Italia venne sospesa e le autorità belghe rivolsero il reclutamento verso nuovi paesi esportatori di manodopera. Da questa concisa panoramica si evince come l’apporto della manodopera straniera abbia giocato un ruolo economico essenziale nella rimessa delle miniere a pieno rendimento durante la seconda metà degli anni ’40. Si trattava nondimeno di una ripresa rapida e congiunturale che non tardò a rivelare il proprio carattere effimero, quando, con l’ingresso nella CECA, nei primi anni ’50 l’industria mineraria belga dovette affrontare la concorrenza diretta dei paesi vicini, dove la ricostruzione era andata di pari passo con il rinnovamento dei settori industriali.

La questione del carbone ha senza dubbio rappresentato uno dei problemi più complessi per il Belgio degli anni ’50. Tanto dal punto di vista della domanda, quanto da quello dell’offerta, erano sopraggiunti mutamenti essenziali. In primo luogo, il consumo di famiglie ed imprese era sempre meno orientato verso il carbone, laddove la domanda di prodotti petroliferi cresceva in maniera estremamente rapida. D’altro lato il carbone straniero era riuscito ad imporsi anche nel mercato belga grazie ai suoi prezzi poco elevati, legati all’esistenza di riserve più recenti ed abbondanti e di costi di trasporto relativamente bassi. Questa continua concorrenza al ribassamento dei prezzi mise il governo e i produttori belgi in serie difficoltà. La stragrande maggioranza delle miniere operavano in condizioni estremamente difficili: venature di basso spessore, ormai consumate e difficilmente agibili, sommate a salari relativamente elevati comportavano costi di produzione molto alti e tassi di produttività contenuti. Già alla fine degli anni ’40 era ben chiaro alle istituzioni che se si fossero lasciati giocare liberamente i meccanismi del mercato le miniere di carbone in Belgio si sarebbero ritrovati in completa inattività nell’arco di qualche anno.

Carta delle miniere di carbone in Belgio. Fonte: F. Milone, Il carbone e l’emigrazione italiana in Belgio, in «Bollettino della Società Geografica Italiana», 8, 1949,
105.
Carta delle miniere di carbone in Belgio. Fonte: F. Milone, Il carbone e l’emigrazione italiana in Belgio, in «Bollettino della Società Geografica Italiana», 8, 1949, 105.

La crisi si rivelò incontestabile solo alla fine degli anni ’50. Sommata a quella di alcuni settori metallurgici, provocò una caduta progressiva dell’impiego industriale nel Sud del Paese, quando invece nuove attività minerarie e soprattutto industriali si stavano sviluppando nel Nord. Nonostante la moratoria di cinque anni e gli alti sostegni concessi dal governo nazionale e dalle istituzioni europee al fine di potersi adattare al piano di risanamento previsto dalla nascente Comunità Economica Europea (CEE), la Vallonia vide la chiusura di 19 tra il 1957 ed il 1961. Decine di migliaia di minatori persero allora il loro impiego: da 81.000 unità nel 1957 si passò alle 39.000 unità del 1961[9]. La crisi carbonifera fece vacillare nel suo insieme l’economia vallona, scavalcando il settore minerario e comportando molteplici effetti a catena sugli altri settori dell’industria pesante che provocarono una situazione di disoccupazione più o meno diffusa e latente, e con essa una moltitudine di difficoltà sociali. Il fenomeno demografico ha rispecchiato questa involuzione. Alla fine della seconda guerra mondiale la popolazione vallona contava meno di 3 milioni di abitanti, una cifra inferiore di quella del censimento del 1930, e l’andamento demografico vallone appariva come uno dei più deboli d’Europa. Solo i movimenti immigratori hanno saputo giocare un ruolo essenziale nel mantenimento dell’equilibrio demografico.

Nel 1962 un celeberrimo rapporto sulla situazione demografica della regione commissionato dal Conseil Economique Wallon – Le Rapport Sauvy – attirò l’attenzione dell’opinione pubblica sui pericoli rappresentati dall’invecchiamento della popolazione e dal crescente squilibrio tra le classi d’età: la crescita dei costi di sicurezza sociale e delle pensioni era destinata a pesare in maniera sempre più intollerabile sulle spalle di una popolazione attiva sempre meno numerosa. Per fermare questo processo, il demografo francese Alfred Sauvy suggeriva una serie di misure politiche di sostegno delle nascite e, soprattutto, una strategia di attiva perpetuazione dei flussi immigratori, attraverso politiche di aiuto dei ricongiungimenti familiari e di stabilizzazione delle famiglie dei lavoratori immigrati. Se in un primo momento erano reclutati esclusivamente lavoratori celibi, nel corso degli anni ‘50 le politiche immigratorie vennero così indirizzate a favorire l’arrivo di famiglie. Sebbene la crisi carbonifera avesse comportato un forte rallentamento e in alcuni casi la sospensione del reclutamento di operai stranieri per le miniere, l’immigrazione italiana era divenuta un mezzo indispensabile per porre rimedio a deficienze di ordine demografico[10]. Al di là della sua primaria determinazione di natura economica – vale a dire la soddisfazione dei bisogni immediati di manodopera – la sfavorevole evoluzione della struttura demografica aveva insomma reso il bisogno immigratorio quasi permanente. Un passaggio, questo, che oltre a conciliarsi con un mutamento nei progetti di vita dei migranti, ha implicato una trasformazione nelle politiche immigratorie e negli stessi meccanismi del reclutamento.

Tra mobilità assistita e catena spontanea: meccanismi dell’ immigrazione italiana in Belgio

La stagione migratoria del dopoguerra era stata aperta dall’accordo bilaterale del 1946, che prevedeva la «deportazione economica» verso il Belgio di centinaia di migliaia di italiani. La debolezza della cooperazione tra i due governi nella gestione del fenomeno migratorio fu evidente sin dall’entrata in vigore del trattato, che registrò da subito una percentuale di rimpatri molto alta tra i contingenti di emigranti, sebbene la quantità di partenze restasse altissima[11], come dimostrano i flussi dell'emigrazione italiana in Belgio. Che l’accordo bilaterale fosse composto da un insieme di provvedimenti squilibrati, a svantaggio del governo italiano e soprattutto dei lavoratori immigrati è cosa ampiamente dimostrata dalla storiografia[12]. Già nei meccanismi e nelle pratiche del reclutamento erano infatti contenute le fondamenta della direzione belga dell’intero apparecchio migratorio. Ufficialmente, erano gli uffici di collocamento dei singoli comuni a doversi occupare della ricerca – di preferenza fra i disoccupati iscritti – dei candidati per l’emigrazione, la cui età massima era fissata tra 35 e 40 anni. Le offerte di impiego pervenivano loro dal Ministero del lavoro, che li riceveva direttamente dai datori di lavoro belgi. Nella pratica vedremo come le singole miniere avessero organizzato un sistema parallelo di reclutamento sul posto che permetteva loro di privilegiare candidati politicamente inoffensivi ed originari di regioni precise.

In entrambi i casi, i candidati prescelti venivano sottoposti ad una prima visita medica presso l’ufficio sanitario del comune di residenza. I futuri emigranti venivano poi inviati presso l’Ufficio provinciale del lavoro per un’ulteriore visita di controllo che certificasse l’adattabilità dei candidati ai lavori di fondo. I lavoratori la cui candidatura era ritenuta valida erano allora inviati al Centro per l’ emigrazione in Belgio di Milano, ubicato nei sotterranei della stazione centrale. Lì sostavano qualche giorno, in condizioni di totale promiscuità, in attesa dei convogli settimanali e prima di tutto della decisone finale che seguiva all’ulteriore visita della Mission belge d’immigration e al controllo incrociato della polizia belga e italiana. Teoricamente la Sûreté belge, che operava a Milano, non poteva operare apertamente nel senso di una selezione personale degli individui, ma nella realtà molti lavoratori agricoli che avevano partecipato all’occupazione delle terre vennero rinviati al Ministero Italiano del lavoro come «indesiderabili». Secondo Fédéchar la selezione dei lavoratori doveva infatti garantire che questi ultimi fossero, oltre che «elementi tecnicamente capaci» e fisicamente adatti al tipo di lavoro al quale erano destinati, anche adeguati all’ambiente in cui avrebbero dovuto vivere e confacenti a «rappresentare degnamente» i lavoratori italiani all’estero.

Fonte :  Fédéchar, Main d’œuvre italienne. Critères de sélection dans le recrutement, 1952, in Rijksarchief te Hasselt (RH), Fonds Fédéchar, 1447: Bescheiden betreffende Italiaanse gastarbeiders 1935-1978
Contro i lavoratori meridionali sussistevano molti stereotipi decisamente negativi ampliamente diffusi anche negli studi sociologici coevi, mentre il Nord Italia, per la più lunga esperienza di industrializzazione, era ritenuto dal patronato carbonifero belga un migliore bacino di reclutamento: «On distingue suivant l’origine régionale des intéressés, entre les immigrants du Nord de l’Italie et ceux du Sud de la péninsule et de la Sicile. Et l’on estime généralement que les premiers s’adaptent plus aisément que les seconds au travail et à la vie en Belgique : leur instabilité est moins accusée, ils sont plus assidus, plus laborieux,  plus disciplinés, leur capacité professionnelle est supérieure, ils s’intègrent moins malaisément à la communauté locale… ». Cfr. P. Minon, Migrations provoquées et problèmes sociaux de mobilité ouvrière. Etude exécutée pour la Communauté Européenne du Charbon et de l’Acier, Travaux de l’Institut de Sociologie de la Faculté de Droit de Liège, V, Liège, 1956, 96

Anche per ovviare a questa selezione che veniva contestata dalle autorità italiane, gli intermediari delle miniere che operavano direttamente in Italia avevano optato, al fine di assicurarsi una manodopera calma e affidabile, per il reclutamento degli emigranti nei villaggi attraverso il filtro delle reti parrocchiali e delle raccomandazioni delle opere vaticane. Anche nel corso del viaggio verso i bacini industriali del Belgio, che poteva durare quasi 52 ore, gli immigrati erano scortati da agenti in incognita incaricati di individuare gli elementi agitatori. Al momento dell’arrivo in Belgio venivano poi scaricati sui binari riservati ai treni merce e convogliati nei diversi charbonnages su autocarri solitamente utilizzati per il trasporto del carbone. Qui erano sottoposti all’ultimo, definitivo, esame da parte del responsabile medico della miniera. Nel caso l’immigrato fosse dichiarato inadatto al lavoro sotterraneo poteva essere occupato in superficie o convogliato verso altri settori industriali, ma nella maggior parte dei casi era dapprima rinchiuso nella caserma del Petit-Chateau di Bruxelles, poi rimpatriato. Quando invece l’operaio era ritenuto adatto al lavoro di fondo, il permesso di lavoro B, della durata di un anno rinnovabile, e che vincolava il lavoratore a cinque anni di attività ininterrotta nel settore minerario – pena l’espulsione dal Belgio – entrava in vigore, e con esso tutta una serie di problemi inattesi.

Tra i traumi principali che attendevano gli emigrati al loro arrivo nei bacini minerari predominava quello dell’impatto con la tipologia e le condizioni di lavoro. La prima «discesa al fondo» era, per uomini totalmente inesperti del mestiere, uno choc tale da impedire a molti di scendere una seconda volta. I manifesti affissi in Italia infatti pubblicizzavano il «lavoro sotterraneo nelle miniere belghe» senza specificarne i dettagli. Fino alla metà degli anni ’50 inoltre, il contratto tipo non prevedeva alcun periodo iniziale di formazione professionale, e i lavoratori italiani venivano spediti ad apprendere il mestiere direttamente al fondo, senza alcuna precauzione, né la conoscenza della lingua. Le conseguenze di questa inesperienza non erano solo psicologiche. A causa della loro scarsa qualificazione, i salari erano nettamente inferiori a quelli sperati: i minatori ricevevano infatti un salario composto da una parte fissa ed una parte proporzionale alla loro produzione, un sistema che, esortando gli operai all’aumento smisurato del rendimento, aumentava la pericolosità del mestiere di abatteur. Tra le altre principali delusioni erano le deprecabili condizioni in cui i minatori italiani in Belgio vennero inizialmente alloggiati.

Minatori italiani in Belgio emigrati dal Friuli, 1961, Museo provinciale della vita contadina
Minatori italiani in Belgio emigrati dal Friuli, 1961, Museo provinciale della vita contadina
Raccolti nei campi di lavoro utilizzati per i prigionieri di guerra durante il conflitto, prostrati dalla durezza del lavoro e delusi dalle difficoltà nel pervenire ai guadagni promessi e sperati, molti immigrati non riuscirono a superare l’impatto con la miniera, venendo così segnalati alla polizia degli stranieri per rottura «ingiustificata» del contratto, mentre molti di quelli che riuscirono a superare il trauma dell’impatto iniziale si ritennero comprensibilmente «venduti» dall’Italia per qualche sacco di carbone.

I flussi si mantennero tuttavia continui e regolari fino alla catastrofe mineraria di Marcinelle che, con i suoi 262 morti di cui 136 italiani, colpì duramente l’opinione pubblica, spegnendo definitivamente ogni entusiasmo verso l’ emigrazione italiana in Belgio[13]. Percepita come sacrificio collettivo, la tragedia di Marcinelle segnò la fine dell’immigrazione ufficiale e degli accordi bilaterali tra il Belgio e l’Italia.

L'immagine simbolo della tragedia della miniera di carbone belga di Marcinelle (8 agosto 1956) raffigurante l'incendio del pozzo Bois-du-Cazier. I minatori italiani
morti a Marcinelle furono 136 (262 il numero totale delle vittime).
L'immagine simbolo della tragedia della miniera di carbone belga di Marcinelle (8 agosto 1956) raffigurante l'incendio del pozzo Bois-du-Cazier. I minatori italiani morti a Marcinelle furono 136 (262 il numero totale delle vittime).
Ma se il governo belga non faticò a trovare altri mercati per l’importazione organizzata della manodopera, firmando accordi bilaterali prima con la Spagna e la Grecia, poi con il Marocco e la Turchia, la storia dell’emigrazione italiana in Belgio non si è fermata al 1956. Nella seconda metà degli anni ’50 e nel corso di tutto il decennio successivo i flussi migratori familiari e individuali continuarono ad alimentare la comunità italiana del Belgio fino a raggiungere la cifra di 300.000 individui nel 1970.

Per quanto il meccanismo del reclutamento fosse rapido ed organizzato, sin dalla firma degli accordi bilaterali il patronato minerario si era infatti mostrato insoddisfatto della troppo sommaria selezione praticata dai canali ufficiali, compromessa dagli elevati tassi di rimpatrio dei minatori ingaggiati, che comportavano altri costi per il rientro e soprattutto una gravosa instabilità della forza lavoro, non senza importanti ripercussioni per la produzione. Le pratiche di reclutamento della manodopera italiana si erano dunque moltiplicate nel corso degli anni, affiancando al reclutamento gestito dagli uffici di collocamento quello protetto e «clientelare» che operava o attraverso le liste di nominativi fornite agli agenti delle miniere da parrocchie e amministrazioni comunali o, più spesso, per mezzo delle catene di richiamo costruite a partire da minatori già ingaggiati che si erano dimostrati affidabili. Questa pratica molto diffusa, prendeva forma in seguito a contatti stabiliti da minatori impiegati e residenti in Belgio con membri della propria famiglia o del proprio villaggio rimasti in Italia, alimentando così importanti fenomeni di raggruppamento etnico altamente circoscritti nei villaggi minerari della Vallonia. Come già osservato da J. S. MacDonald in un pionieristico studio sull’immigrazione in Australia, la funzione manifesta di rigide burocrazie e politiche migratorie poteva così paradossalmente risultare in un rafforzamento della funzione latente delle reti informali[14].

Le carte della S.A. des Charbonnages de Bois-du-Luc confermano questa tendenza: era la stessa direzione della miniera a stilare la lista dei nominativi dei candidati minatori all’Association Charbonnière du Centre, che sarebbe poi stata trasmessa ai corrispondenti Uffici provinciali del lavoro in Italia, non il contrario[15]. Questo cambiamento nei criteri di selezione aveva per di più comportato un mutamento delle regioni di reclutamento della manodopera. Se inizialmente le miniere si rifiutavano di assumere «des ouvriers originaires des provinces du Sud de l’Italie qui ne conviennent nullement au travail des mines»[16], col passare degli anni un attento esame delle ragioni di abbandono del mestiere tra i minatori che avevano lasciato le miniere e il Belgio, aveva fatto emergere una più stretta interdipendenza tra l’inadattabilità al lavoro in miniera e la professione di provenienza. I lavoratori che avevano avuto precedenti esperienze nell’industria mostravano infatti alti tassi di abbandono, a causa di un forte rifiuto psicologico delle condizioni di lavoro e dell’ambiente minerario, mentre tra i più adattabili alla professione di minatore figuravano i lavoratori provenienti dall’agricoltura e, ovviamente, quelli originari delle regioni a tradizione mineraria[17]. Questo andava inevitabilmente a detrimento delle regioni settentrionali, teatro di quel processo di rapido sviluppo industriale che oltre tutto comportava una sempre minor capacità competitiva del mercato belga dell’emigrazione, spostando la preferenza di reclutamento verso le campagne del Sud e le regioni ex-minerarie, in particolare la Sicilia, la Sardegna e le Marche.

A partire dalla metà degli anni ’50 inoltre i charbonnages avevano intrapreso una politica tesa a garantire una maggiore stabilità della manodopera immigrata: da un lato l’intermediazione di operai già impiegati nell’ingaggio di nuovi lavoratori tutelava dall’instabilità di questi ultimi; dall’altro la promozione dei ricongiungimenti familiari tendeva a normalizzare la vita privata – e di conseguenza professionale – dei minatori. Proprio il permanere e l’affermarsi di queste pratiche migratorie individuali al di là degli accordi bilaterali ha permesso all’immigrazione italiana di mantenere la sua preponderanza nei bacini industriali valloni. Forti cambiamenti erano peraltro avvenuti all’interno delle sue strutture demografiche e sociali: nel corso degli anni ’50 infatti, mano a mano che le regioni dell’Italia settentrionale si industrializzavano ed urbanizzavano, la popolazione italiana immigrata in Belgio si meridionalizzava, soprattutto in relazione alla maggiore proporzione di ricongiungimenti familiari. Mentre tra gli immigrati provenienti dalle regioni settentrionali il numero dei celibi rimaneva superiore a quello degli ammogliati, tra gli immigrati provenienti dal Sud i tassi di padri di famiglia rimanevano preponderanti. Se avere famiglia significava inizialmente un maggior invio di rimesse in Italia, questo fattore costituì in seguito un incentivo per il lavoratore a stabilirsi là dove aveva trovato sicurezza di guadagno.

Le differenze nella provenienza regionale erano comunque assorbite dalla preponderanza dell’origine rurale degli immigrati. Da un’inchiesta svolta nel 1961 alla stazione di Milano, tra gli emigranti in attesa del convoglio per il Belgio, risultava che il 40,7% dei candidati minatori era costituito da ex-contadini, il 47,5% da stagionali che alternavano il lavoro nei campi a quello di manovali nell’edilizia e che circa il 70% degli immigrati erano alla prima esperienza migratoria: troviamo qui conferma del fatto che l’ emigrazione italiana degli anni ’50 era costituita principalmente da una massa di contadini che, in seguito alla fuga dalla terra, divennero in grande maggioranza manovali od operai non specializzati[18]. I dati dell’inchiesta confermano anche che la partenza non era un salto nel buio né era, per buona parte degli emigranti, guidata da meccanismi impersonali di reclutamento e di assistenza. Al contrario, si basava sulle relazioni sociali primarie, vale a dire di conoscenza diretta, che ciascun emigrante aveva con qualcuno che lo aveva preceduto: oltre la metà degli immigrati erano stati chiamati nel Belgio da parenti o compaesani. Più in generale, l’80,2% degli emigranti avevano in Belgio parenti o amici, e solo il 19,8% non aveva nessun appoggio su cui contare al suo arrivo. Vedremo ora quale ruolo abbia giocato nei processi di insediamento ed integrazione a livello locale questo fenomeno di socializzazione anticipata al nuovo ambiente grazie a reti relazionali di parenti o compaesani, che andarono a costituire il capitale sociale a disposizione delle classi subalterne in emigrazione.

La «traduzione» delle culture rurali

All’arrivo nei bacini minerari valloni, gli immigrati italiani si ritrovarono immersi in una struttura industriale plurisecolare. Nonostante la loro volontà di adattamento, questo scarto non poteva che provocare almeno un’iniziale frattura tra eredità contadina e cultura industriale, trasformazione dell’identità e costruzione di un nuovo senso di classe. In realtà, la stessa struttura territoriale dell’industria mineraria, che aveva permesso la sopravvivenza delle strutture agricole preesistenti, ha reso possibile alla componente immigrata di origine rurale di utilizzare punti di vista, linguaggi, atteggiamenti precedenti come risorse critiche, quasi una presa di distanza nei confronti del modello industriale. La vita nelle cités era definita dagli immigrati stessi come «campagnarde»: «si viveva da gente di montagna, calmi, con poche risorse évidemment et bon, si vivacchiava così…»[19]. Ancora oggi la popolazione italiana immigrata in Belgio conserva una viva memoria dei tratti culturali rurali, nonostante per molti l’esperienza migratoria abbia segnato l’ingresso nella condizione operaia:

J'ai toujours travaillé comme paysan. Puis, j'ai décidé de partir en Belgique parce qu'ici on gagnait peu. Je voulais travailler comme ouvrier mais ce n'était pas facile parce que j'étais paysan. Alors, j'ai décidé, vu que tous partaient en Belgique, de partir moi aussi pour changer de vie[20].

Inoltre, in quanto largamente isolati dalla cultura propriamente industriale sul piano politico, ideologico e sindacale, a causa della selezione nel reclutamento e delle restrizioni imposte dal contratto di lavoro, gli immigrati hanno conservato comportamenti e atteggiamenti strettamente legati al loro retaggio culturale che si riflettevano anche nel rapporto con il lavoro, il tempo, la miniera. L’organizzazione informale del lavoro praticata al fondo della miniera, ispirata non soltanto alla disciplina astratta delle otto ore di lavoro ma anche all’ottenimento di un risultato e alla retribuzione a cottimo, trovava forti continuità con un rapporto preindustriale col lavoro. A questa temporalità preindustriale potevano essere ricondotte anche le forme di regolazione e socialità interne al gruppo operaio. Da un lato, vi era l’esperienza contadina di un lavoro che, svolgendosi secondo i tempi concreti dei cicli naturali piuttosto che secondo il tempo astratto dell’orologio, conosceva momenti di grande intensità e soprattutto una necessità di presenza e regolarità costanti, che univano inestricabilmente tra loro socialità e fatica. D’altro lato, vi era l’esperienza del lavoro artigiano, orientato verso la produzione di ogni pezzo e caratterizzato dall’orgoglio del lavoro ben fatto. In entrambi i casi il rapporto con il lavoro non consisteva tanto nella vendita del tempo astratto quanto nella realizzazione di un prodotto concreto:

Sinceramente non mi sono mai lamentato perché malgrado tutto mi trattavano bene, anche se lavori scomodi e brutti ne ho fatti tanti. Però mi ammiravano, perché io l’orario non lo guardavo mai e volevo fare il lavoro ben fatto. Ho lavorato sette giorni alla settimana, tute le feste, tutte le domeniche[21].

A questa temporalità preindustriale potevano legarsi anche forme di regolazione e di sociabilità interne al gruppo operaio: «Là en dessous, nous étions tous amis. On ne pouvait rien se refuser. Même si c'était ton pire ennemi qui était en danger, on allait le sauver. On travaillait et il y avait un esprit de solidarité» [22]. Gli scherzi e la solidarietà che nascevano al fondo della miniera o nei villaggi servivano anche a tenere sotto un controllo collettivo la gestione del tempo: «Ho arrivato la domenica che c'era una gran festa, sono andato ad abitare in casa di mio zio, che lavorava in miniera, mio zio mi ha trovato lavoro in miniera, dopo tre giorni. Si andava alla mina tutti insieme, poi si usciva dalla mina e si andava nei cafè» [23].

Nonostante la presenza dell’industria, in una certa misura il mondo rurale tradizionale continuava a vivere all’interno e attorno agli agglomerati minerari:

Dans cet espace entièrement consacré à l'industrie, les gens de l'Etoile avaient trouvé le moyen de faire de l'agriculture. Au milieu des étangs de schlamm, entre le terril et les voies des carrels, en tout endroit où le mélange terre-charbon était en faveur de la première, sont apparus des potagers. Un centimètre carré de terre! et c'est une salade qui poussait. Un pot! et c'est du basilic qui mûrissait…[24].

Erano gli animali – le capre, i piccoli allevamenti di polli, anatre, conigli e maiali – che circolavano tra le baracche e sui terrils, gli ambulanti che passavano tra i baraccati, e soprattutto gli orti e i terreni coltivabili intorno ai villaggi operai che segnavano una forte continuità nell’utilizzazione della terra come risorsa: «J'ai appris à mes enfants à tout faire parce que si, demain, ils perdent leur emploi, il sauront se nourrir sans devoir aller au magasin.»[25].

Per alcuni il ritrovamento della campagna rappresentò una cattiva sorpresa:

Mio marito non ha mai guadagnato un buono stipendio e, malgrado che avevo trovato, arrivando, la mia camera da letto e la mia cucina, cioè il necessario, in fondo c'era tanta altra roba che mi mancava, e decisi d'andare a lavorare. Prima andavo quattro, cinque ore al giorno in un campo, da un contadino: quello che non avevo mai voluto fare in Calabria![26].

Ma il 64% dei lavoratori italiani desiderava abitare al di fuori dell’aggregato urbano, per la calma e la possibilità di avere un pezzo di terra da coltivare. La Société Nationale de la Petite Propriété Terrienne prevedeva grandi investimenti nella costruzione di abitazioni «agresti» nei bacini minerari proprio a causa dell’origine rurale dei minatori italiani[27]. Queste iniziative rispondevano ad una reale esigenza di molti immigrati italiani, quella di avere una terra propria dove potersi costruire una casa e coltivare un orto, piante da frutto, giardini:

I primi tempi abbiamo abitato da una zia di mia madre circa otto mesi, bravissima ma insomma eravamo molto allo stretto, quindi abbiamo cercato una casa, e abbiamo trovato una casa qui vicino ma non ci si poteva vivere, c’era un’umidità e passava l’acqua dai muri… tutto l’inverno in condizioni pietose e allora mia madre ha cominciato a lavorare anche lei, quindi entravano due stipendi e allora mio padre con l’intenzione di ricrearsi quel suo mini ambiente che aveva lasciato da allevatore di bestiame, dei campi, da contadini insomma, ha deciso di cercare […] una casa con molto terreno e siamo andati ad abitare qui accanto, una casa grande, un paio di mucche, alcune pecore, poi galline. Si viveva un po’ come dire di ricordi e al tempo stesso ci aiutava a star bene insomma, almeno dal punto di vista del mangiare…[28].

Passatempo o necessità, la coltura dell’orto o del piccolo giardino domestico, l’allevamento di animali intorno alle baracche, costituivano una risorsa di sussistenza, nei momenti di crisi e di disoccupazione, ma anche e soprattutto una risorsa di alterità nei confronti dell’ideologia industriale, una sfera «altra» che assorbiva energie e attenzioni degli operai, fino ad attenuarne le implicazioni nel conflitto industriale. La storia di questo frammento di cultura popolare mette dunque in rilievo i rapporti che si crearono tra cultura industriale e retaggio contadino, dove la cultura tradizionale era ancora abbastanza solida da non essere spazzata via, ed è dunque sopravvissuta trasformandosi nei rapporti sociali e nelle forme di vita in comune, nei campi di baracche, nelle corone, nelle cités. Il mito del ritorno si mescolava spesso con la memoria dell’idillio campestre del paese d’origine: «[L’Italia] era la campagna completa, era il più grande sogno… qua invece grigiore, nebbia e fabbriche e miniere dappertutto»[29]. Ma al di là dei toni nostalgici, questa mentalità fu attraversata da conflitti e tensioni legati alla velocità del processo di integrazione delle giovani generazioni. Giovanni C. parla del Belgio come «d'une nation pleine de vie et d'ouvriers»[30]. È così che le differenze tra il «mondo industriale» e la «campagna» si trasferirono all’interno della famiglia, nel conflitto generazionale. Michele D., di Nusco, in Campania, arrivò in Belgio nel 1950 e divenne un giovane sindacalista:

Nous sommes passés d'une zone agricole à une zone industrielle. Dans les zones civilisées il faut près d'un siècle pour passer d'une étape à l'autre. Nous, nous avons dû franchir cette étape en une semaine. Nous avons été arrachés… au début c'était mortifiant, puis on s'est assimilés. En fait, à seize, dix-sept ans avec les copains on allait danser, on allait au cinéma… nous avions plus de facilités à nous intégrer, nous les jeunes, que ceux de quarante ans parce que eux ne sortaient pas pour jouer au football. Moi, tout de suite, je suis allé m'inscrire dans une équipe[31].

Ne è derivata una tensione continua tra la riproduzione di forme tradizionali di solidarietà, viste come uno strumento di difesa nei confronti di un ambiente ostile, e la costante ricerca di un progressivo mimetismo con il nuovo milieu – abbigliamento, espressioni, costumi, passatempi. È anche per questo che in alcuni casi gli altri compatrioti venivano tacciati di provincialismo:

[au phalanstère] des polémiques, il y en avait toujours. Il y a toujours l'un ou l'autre qui rentre le soir en chantant et qui fait l'idiot. Tu sais, ça s'est passé parce que ce sont des gens de toutes sortes qui sont venus, par exemple des bergers qui habitaient dans les montagnes et qui, quand ils sont arrivés ici, faisaient les “cow-boys”, ils étaient des campagnards! [32].

Da questo punto di vista, è soprattutto la seconda ondata d’immigrazione che avanzò nel processo di integrazione. Non si trattava forzatamente della seconda generazione, ma del segmento di popolazione più giovane, quella che più si era familiarizzata con il contesto di emigrazione. Si trattava dei giovani che erano cresciuti nei villaggi minerari dove erano arrivati con le loro famiglie quando erano ancora bambini o adolescenti. Vi vissero una forte tendenza al conformismo del quotidiano e si integrarono soprattutto in quanto giovani membri di una società del consumo capace di assicurare un certo livello e stile di vita:

A Castelgrande uscivo poco e per me la vita è cominciata in Belgio, perché qui c'era un'altra cosa, si andava al cinema tutte le domeniche, si usciva più spesso. Questo era nuovo, erano cose che al paese non c'erano. Non mi dispiaceva, in fondo, di essere in Belgio, perché avevo cose migliori, qui[33].

Una trasformazione di stili di vita e pratiche di consumo che comunque poteva lasciare spazio, nelle forme di insediamento e alloggio, alla coesistenza di impulsi «modernizzanti» e consuetudini ereditate dalla «tradizione»: «qui non manca niente: c’è il pollaio, la conigliera, il garage per la moto che sto ingrandendo, per quando comprerò la Wolskwagen, e un bell’orto, con alberi da frutta e legumi d’ogni qualità»[34]. La transizione da contadino a minatore, il passaggio dalla terra al sottosuolo, non poteva insomma che essere allo stesso tempo rottura e continuità: il mondo tradizionale persistette attraverso la transizione dalla campagna alla miniera, generando meccanismi di adattamento e rielaborazione che permisero queste persistenze, ma dando luogo anche a forme collettive che testimoniano delle rotture con questo universo.

Note

[1] S. Rinauro, Il cammino della speranza. L'emigrazione clandestina degli italiani nel secondo dopoguerra, Torino, Einaudi, 2009.

[2] M. Colucci, Lavoro in movimento. L’emigrazione italiana in Europa 1945-1957, Roma, Donzelli, 2008.

[3] E. Pugliese, L’Italia tra migrazioni internazionali e migrazioni interne, Bologna, il Mulino, 2002.

[4] A. S. Milward, Coal and the Belgian Nation, in Id., The European Rescue of the Nation-State, Berkley, University of California Press, 1992, 47-118.

[5] J. L. Delaet, Les Belges ne veulent plus descendre. Recours à la main d’œuvre italienne de 1922 à 1946, in Italiens de Wallonie, Charleroi, Archives de Wallonie, 1996, 15-29.

[6] A. Morelli, L’appel à la main d’oeuvre italienne pour les charbonnages et sa prise en charge à son arrivée en Belgique dans l’immédiat après-guerre, in «Revue Belge d'Histoire Contemporaine», XIX, 1-2, 1988, 85.

[7] F. Caestecker, Displaced Persons, a forgotten group of forced migrants, in corso di pubblicazione. Sull’esperienza dei D.P. cfr. S. Salvatici, Senza casa e senza paese: profughi europei nel secondo dopoguerra, Bologna, il Mulino, 2008.

[8] A. De Clementi, Le legislazioni nei paesi d’arrivo, in P. Bevilacqua, A. de Clementi, E. Franzina, Storia dell’emigrazione italiana, I, cit., 421-437; J. L. Delaet, Cinquante mille Italiens. La main d’oeuvre italienne dans les charbonnages de 1946 à 1958, in «Siamo tutti neri!» Des hommes contre du charbon, Seraing, Institut d’histoire ouvrière économique et sociale, 1998, 133-139.

[9] C. Vandermotten, Tendances longues de l’évolution de la production, de l’emploi et de la productivité industriels en Belgique: 1880-1978, in «Cahiers économiques de Bruxelles», 86, 1980, 266.

[10] L. Bauwir, Une politique active d’immigration est indispensable en Wallonie, in «Revue du Conseil Economique Wallon», 60-61, 1963, 22-38.

[11] La situazione dell’immigrazione in Belgio, in «Bollettino quindicinale dell’emigrazione», 4, 25.2.1949, 69-70; R. Bauer, Appunti critici sulla emigrazione postbellica e A. Castellani, La domanda di lavoro italiano nel mondo. Preparazione degli emigrati, in «Homo Faber», VI, 1955, 43, 2697-2700 e 2721-2739.

[12] M. Colucci, Lavoro in movimento, cit., in particolare le pagine 136-153. Cfr. anche A. De Clementi, «Curare il mal di testa con le decapitazioni». L’emigrazione italiana nel secondo dopoguerra. I primi dieci anni, in «900», 8-9, 2003, 11-27.

[13] Sul disastro del Bois-du-Cazier si vedano F. Dassetto, M. Dumoulin (dir.), Mémoires d'une catastrophe: Marcinelle, 8 août 1956, Louvain-La-Neuve, CIACO, 1986; J. L. Dalaet, Le Bois du Cazier : Marcinelle, Bruxelles, Labor, 2003; J. Urbain (dir.), Tutti cadaveri: le procès de la catastrophe du Bois du cazier à Marcinelle, Bruxelles, Aden, 2006; Inca, Marcinelle 1956-2006: da 50 anni nel profondo del cuore, Roma, CGIL-Ediesse, 2006; Marcinelle. Cinquant'anni dopo: 8 agosto 1956/2006, Roma, MAE, 2006; A. Forti, C. Joosten, Cazier judiciaire, Bruxelles, Pire, 2006.

[14] J. S. MacDonald, L. D. MacDonald, Italian Migration to Australia: Manifest Functions of Bureaucracy versus Latent Functions of Informal Networks, in «Journal of Social History», III, 3, 1970, 249-275.

[15] S.A. des Charbonnages de Bois-du-Luc, Liste nominative des candidats mineurs italiens pour lesquels une invitation leur indique la façon de procéder pour venir travailler à Bois-du-Luc, 1952, in Archives du Musée de la Mine de Bois-du-Luc (AMM), Farde J3 b.

[16] Fédéchar, Commission spécial de la main d’oeuvre italienne, Recrutement en Italie, 1947, in Rjiksarchief te Hasselt (RH), Fonds Fédéchar, 1521: Bescheiden betreffende regelingen voor de huisvesting 1946-1952.

[17] Fédéchar, Main d’oeuvre italienne. Relève des causes de départs ventilées par profession d’origine, 1955, in RH, Fonds Fédéchar, 1450, cit.

[18] L. Barbieri, Le caratteristiche dell’emigrazione italiana in Belgio secondo i risultati di una inchiesta svolta tra gli emigranti in partenza dal Centro di emigrazione di Milano, in «Rivista internazionale di scienze sociali», 33, 8, 1961, 227-245.

[19] L. Zatta, in Programma Socrates Grundtvig della Commissione Europea, Mémoires d'Europe, Nimrod, 2006.

[20] Ferdinando, in C. Basso, Vendus pour un sac de charbon, ou l’immigration: 40 ans après, Institut provincial supérieur des sciences sociales et pédagogiques, Marcinelle, 1984, 64.

[21] S. Di Francesco, in M. L. Franciosi, (a cura di), ... per un sacco di carbone, Bruxelles, Acli Belgio, 1997, 112.

[22] Ibidem, 109.

[23] T. S. Di Prima, in Mémoires d'Europe, cit.

[24] G. Santocono, Rue des Italiens, Bruxelles, Cerisier, 1986, 63.

[25] Ibidem, 65.

[26] Anna, in M. Schiavo, Italiane in Belgio: le emigrate raccontano, Napoli, Tullio Pironti, 1984, 116.

[27] SNPPT, Activité de la Société Nationale de la Petite Propriété Terrienne en faveur des ouvriers mineurs, 1953, in RH, Fonds Fédéchar, 14 48, cit.

[28] S. Angelini, n. p., in Archives du Groupe d’étude sur l’histoire de l’immigration de l’ULB (AHIULB), Interviews par F. Cumoli.

[29] L. Battistoni, n. p., in AHIULB, Interviews par F. Cumoli.

[30] Michele D., in C. Basso, Vendus pour un sac…, cit., 239.

[31] Ibidem, 147.

[32] Ibidem, 236.

[33] Marianna, n. p., in AHIULB, Interviews inédites et retranscrites par M. Schiavo.

[34] Una casa modello, in «Il Sole d’Italia», 15.10.1955, 1.