Storicamente. Laboratorio di storia

Dossier

Fare e disfare famiglia. Introduzione

Qualche anno fa, Marzio Barbagli, Maria Castiglioni e Gianpiero Dalla Zuanna hanno pubblicato un libro dal titolo Fare famiglia in Italia, in cui hanno analizzato, per l’ultimo secolo, l’uscita dei giovani dalla famiglia di origine, la scoperta del sesso, la formazione di nuove famiglie (in convivenza o, molto più spesso, sancite dal matrimonio) e – ancora – i riti nuziali, le regole di residenza dopo le nozze, i legami tra generazioni e la fecondità[1]. Il titolo Fare famiglia inevitabilmente mi ricorda un proverbio che la mia nonna materna citava spesso: «far e desfar l’è tut laorar», cioè «fare e disfare è tutto lavorare». Si tratta di un’espressione di saggezza popolare che mette in evidenza come anche la distruzione, quando non abbandonata all’azione del tempo e degli agenti naturali, ma deliberatamente attuata dall’uomo, implichi impegno e fatica. Per questo, pensando a un possibile titolo per il Dossier che qui presentiamo, Fare e disfare famiglia mi è parso un titolo adeguato. Anzi, se non fosse troppo lungo, il titolo che rispecchierebbe forse ancor meglio il contenuto del Dossier sarebbe La fatica di fare e disfare famiglia, che del proverbio riprende non solo il gioco linguistico del fare e disfare, ma anche il tratto più contenutistico del “lavoro”, sia pur assunto nel senso latino di labor (che appunto significa fatica, sforzo, travaglio).
I saggi che, nel corso del 2010, come pezzi di un mosaico, andranno a formare il Dossier, riguardano, infatti, anzitutto, l’accidentato percorso di formazione delle famiglie, in quello che è oggi il territorio italiano, lungo un arco di tempo che va dall’Antico regime agli anni Settanta del Novecento. In questo senso prestano particolare attenzione alle difficoltà e ai rischi che rendevano impossibile, per molte coppie, arrivare all’altare[2] e/o al municipio, dopo l’introduzione del matrimonio civile[3], lungo una strada maestra larga e ben spianata. Spesso, insomma, si trattava di “matrimoni a ostacoli”, per riprendere, in un’accezione più ampia, una felice definizione usata da Margareth Lanzinger in relazione a un contesto specifico[4]. Ecco allora che i diversi contributi analizzano temi quali la difficoltà di mettere insieme una dote; i complessi rapporti tra genitori e figli per quanto riguarda la scelta matrimoniale; il ruolo dei mediatori; l’angoscioso problema, per uomini e donne di alcuni gruppi sociali, di trovare un/a partner (adeguato/a) e le strategie per superare il rischio di un celibato o nubilato forzati; le limitazioni formali all’accesso al matrimonio per parentela in grado proibito e anche, in alcune zone, reddito insufficiente, e i modi per aggirarle; i rischi, soprattutto per le donne, dei rapporti con i fidanzati, che potevano portare a gravidanze illegittime talvolta seguite da aborti e infanticidi.
Ma ad aborti e infanticidi non facevano ricorso solo donne nubili che cercavano di sfuggire alle mille difficoltà che di solito attendevano le ragazze-madri e/o al disonore di una maternità senza matrimonio (per tutelare il loro onore o per altre ragioni, anche gli uomini, peraltro, potevano rendersi colpevoli della soppressione di un neonato)[5]. Aborti e infanticidi erano praticati anche in famiglie “regolari”, soprattutto quando l’arrivo di un nuovo figlio o figlia rischiava di compromettere un equilibrio economico molto precario. La cultura del controllo contraccettivo è infatti cresciuta lentamente, e non solo perché i metodi sono andati perfezionandosi soltanto negli ultimi decenni. Tra le ragioni di tale lentezza va annoverato il fatto che la contraccezione è stata a lungo percepita da molti uomini come lesiva della loro virilità, che le gravidanze della moglie invece confermavano; era (ed è) considerata un peccato dalla dottrina ufficiale della Chiesa cattolica[6]; infine – non dimentichiamolo – secondo la legge italiana fino al 1971 incitare all’uso di anticoncezionali o farne propaganda era un reato[7]. Tutto ciò poteva portare alla decisione, per certi versi paradossale, di sanare il “male” di una gravidanza “inopportuna”, che metodi contraccettivi anche rudimentali avrebbero in molti casi potuto evitare, ricorrendo all’aborto, rischioso sul piano sanitario e legale, o addirittura all’infanticidio. Com’è noto, infatti, fino all’entrata in vigore della legge 22 maggio 1978, n. 194[8], in Italia l’aborto era illegale. Per interrompere una gravidanza, le donne, soprattutto se non avevano i soldi per pagare a caro prezzo qualche medico compiacente, erano pertanto costrette a ricorrere a pratiche abortive fantasiose e, spesso, pericolose, esponendosi, oltre che al rischio di una condanna penale, a quello di subire danni permanenti o perfino di morire[9].
In questo senso, non solo il percorso verso il matrimonio ma anche il processo di crescita del nucleo familiare, per molte coppie, in particolare per molte donne, era irto di problemi e di rischi; e questo per molti motivi, tra i quali il fatto che il “farsi” delle famiglie implicava talvolta, forse neppure troppo raramente, anche il pericoloso “disfarsi” di gravidanze, o addirittura di figli, “inopportuni” (il che non significava necessariamente indesiderati)[10] nel corso della lotta quotidiana per mantenere complessi equilibri tra entrate, bocche da sfamare e, almeno per alcuni, attese di un futuro migliore per la prole che il suo moltiplicarsi avrebbe inevitabilmente compromesso.
In questa prospettiva, l’istituzione famiglia si presenta più che mai in tutta la sua mutevole storicità. Appare dunque qualcosa di lontanissimo da una «società naturale», come invece la vorrebbe la Costituzione italiana (art. 29)[11]. L’analisi dei dibattiti, tenuti alla Costituente, relativi all’art. 29, permette di capire quali interessi e visioni del mondo fossero in gioco e rende intelligibili i compromessi che stanno dietro alla formulazione alquanto ambigua, per non dire contraddittoria, dell’articolo stesso, che parla della famiglia come «società naturale fondata sul matrimonio», laddove il matrimonio è chiaramente un istituto tutt’altro che naturale, regolato com’è in modo diverso nelle varie società[12].
Una delle questioni in discussione alla Costituente era, peraltro, proprio il valore del vincolo matrimoniale: e il fatto che, alla fine, dopo accesi dibattiti, si decise di non inserire la parola “indissolubile” nell’art. 29, ha reso un po’ meno complesso il pur lungo, difficile e conflittuale iter che ha portato all’introduzione del divorzio con la legge 1° dicembre 1970, n. 898[13]. È, allora, quello della conflittualità tra coniugi e del divorzio – “disfacimento” finale dell’unione matrimoniale –, un altro filone di questo Dossier, che certo non racconta una favola bella di fanciulle e principi azzurri che vivono felici e contenti per molti e molti anni, ma – appunto – focalizza l’attenzione soprattutto sulle difficoltà e la fatica di metter su famiglia e sui lati oscuri e/o conflittuali dei rapporti di coppia e familiari, fino alla scelta di “disfare” un matrimonio oppure, come si diceva sopra, di “disfarsi” di gravidanze o figli “inopportuni”.
Nato da un seminario da me organizzato, nell’ambito del dottorato di ricerca bolognese in Storia e geografia d’Europa, su Matrimonio, Nubilato, Celibato (3 marzo 2009), il Dossier si è arricchito in corso d’opera di altri contributi. I testi sono in gran parte, seppur non tutti, scritti da giovani storiche e storici. Complessivamente mi pare che quest’ampia presenza giovanile contribuisca a dare al Dossier una certa vivacità[14], pur tra le tante difficoltà che le nuove generazioni di storici e, se possibile ancor più, di storiche, devono oggi affrontare per portare avanti le loro indagini, in un contesto in cui da un lato non ci si stanca di sottolineare l’importanza di fare ricerca ma, dall’altro, si offrono pochissime possibilità concrete di farla davvero.
Per questo e per altri motivi, tra i quali non ultimo il taglio di lungo periodo, credo che il Dossier possa rappresentare un utile e vivace contributo a filoni di studio che negli ultimi anni hanno visto un notevole sviluppo grazie anzitutto all’impegno di studiose e studiosi interessati alla storia delle donne e dell’identità di genere[15] e di quelli – solo in parte gli stessi –, che si muovono nell’ambito della storia delle relazioni familiari[16]. La ricchezza dei contributi recenti su tali fronti è tale che in una breve introduzione come questa non è possibile passarli in rassegna[17]. Vorrei però sottolineare come la prospettiva tutt’altro che irenica e pacificata in cui si muove questo Dossier non sia in realtà una bizzarra eccezione nell’odierno panorama degli studi. Questioni attuali come la difficoltà di metter su casa incontrata dai giovani di oggi, che qualcuno chiama con disprezzo “bamboccioni”; la discussione sul ruolo del matrimonio nella formazione della famiglia; il diffondersi delle convivenze, etero e omosessuali; il dibattito sulle unioni civili; le ricorrenti discussioni sulle interruzioni di gravidanza, e via discorrendo[18] costituiscono un importante stimolo a cercare in un passato più o meno lontano le radici del presente, o elementi di confronto critico con esso[19]. Il fatto allora che, tra le fonti a disposizione di storiche e storici, siano particolarmente abbondanti, soprattutto per l’età moderna, quelle scaturite dalla conflittualità tra fidanzati, coniugi, familiari, specialmente carte processuali, ha senza dubbio contribuito all’impostazione di molti studi[20]. È però anche vero che a lungo, talvolta per secoli, gran parte di tali materiali è rimasta a giacere negli archivi intatta e polverosa, e solo di recente, grazie proprio a (relativamente) nuovi interessi e a una (relativamente) nuova sensibilità – ai quali non poco ha contribuito la storia delle donne e di genere – è diventata appetibile per quegli “orchi” affamati di carne umana che, secondo Marc Bloch, sono gli storici[21]. Si tratta di interessi e sensibilità per le dinamiche di coppia e le relazioni familiari[22] e, in modo più specifico, per i conflitti tra generi e generazioni, che storicamente hanno trovato nella famiglia una sede privilegiata per maturare ed esprimersi (in modo, è ovvio, non necessariamente distruttivo)[23]. Essi hanno peraltro portato molte studiose e studiosi, che pure hanno trovato nelle carte processuali una fonte di primaria importanza per rispondere ai loro quesiti di ricerca, a effettuare ampi scavi archivistici su molti altri fronti, e – relativamente all’epoca contemporanea – anche a “creare” le proprie fonti da sé, seppur attraverso la relazione con un altro soggetto, grazie al ricorso alla storia orale[24]. Anche i saggi raccolti in questo Dossier si basano d’altronde su un ampio ventaglio di fonti, cosa che senza dubbio costituisce un ulteriore elemento di ricchezza. Grazie allo sguardo di lungo periodo e alla pluralità dei temi, degli approcci, delle fonti, il Dossier offre in definitiva a lettrici e lettori un panorama sfaccettato, che affianca nell’analisi aspetti diversi del “fare” e “disfare” famiglia e dei contesti socio-economici, culturali, politici e normativi che ne condizionano in concreto le dinamiche.

Note

[1] M. Barbagli, M. Castiglioni, G. Dalla Zuanna, Fare famiglia in Italia. Un secolo di cambiamenti, Bologna, Il Mulino, 2003.

[2] Vale la pena ricordare che, prima del Concilio di Trento (1545-1563), per sposarsi in modo indissolubile era sufficiente il consenso dei due nubendi: non erano necessari né parroco, né testimoni, né bisognava andare in chiesa. Il Concilio di Trento impose le pubblicazioni, i testimoni e la presenza del parroco che avrebbe dovuto sposare i due convenuti davanti alla chiesa; il Rituale romanodel1614 impose che la celebrazione avvenisse all’interno della chiesa, cfr. D. Lombardi, Storia del matrimonio. Dal Medioevo a oggi, Bologna, Il Mulino, 2008, 100. Le norme del Concilio di Trento resero anche possibile distinguere le persone sposate da quelle che convivevano senza essersi sposate, cosa che fino ad allora era stata difficile se non impossibile, visto che esisteva l’istituto del matrimonio presunto, in base al quale si assumeva che due persone che vivevano more uxorio fossero sposate. Nella situazione post-conciliare il concubinato fu oggetto di una dura repressione, ma non mancarono le resistenze. Tra i volumi più recenti in merito cfr. S. Seidel Menchi, D. Quaglioni (eds.), Trasgressioni: seduzione, concubinato, adulterio, bigamia: XV-XVIII secolo, Bologna, Il Mulino, 2004; G. Romeo, Amori proibiti. I concubini tra Chiesa e Inquisizione, Roma-Bari, Laterza, 2008.

[3] Il matrimonio civile è stato introdotto in modo definitivo in Italia dal Codice Civile del 1865 (il cosiddetto Codice Pisanelli): Libro I, Delle persone, Titolo V, Del matrimonio, in part. Capo IV, Della celebrazione del matrimonio, art. 95: «Il matrimonio deve essere celebrato nella casa comunale e pubblicamente innanzi all’uffiziale dello stato civile del comune, ove uno degli sposi abbia il domicilio o la residenza». Per l’affermarsi del matrimonio civile, cfr. R. Sarti, Nubili e celibi tra scelta e costrizioni. I percorsi di Clio (Europa occidentale, secoli XVI-XX), in: M. Lanzinger, R. Sarti (eds.), Nubili e celibi tra scelta e costrizione (secoli XVI-XX), Udine, Forum, 2006 (ma 2007), 145-318 (152-156), con ulteriori riferimenti.

[4] M. Lanzinger, Matrimonio a ostacoli, in: A. Schönweger (ed.), Bellezza, lavoro, vita quotidiana … Il Museo della Donna di Merano racconta, Innsbruck-Wien-Bozen, StudienVerlag, 2007, 74-84.

[5] Tra i contributi recenti sull’infanticidio cfr. A. Prosperi, Dare l’anima: storia di un infanticidio, Torino, Einaudi, 2005 e P. Guarnieri, Forzate analogie. L’infanticidio nel discorso giuridico, in: P. Guarnieri (ed.), In scienza e coscienza. Maternità, nascite e aborti tra esperienze e bioetica, Roma, Carocci, 2009, 47-61, che ricorda come l’onore minacciato dalla gravidanza illegittima di una donna era in realtà spesso quello maschile (dei padri o fratelli della donna, ma talvolta anche del padre del neonato).

[6] Nonostante qualche timida ed effimera apertura negli Anni Sessanta e durante il brevissimo pontificato di Giovanni Paolo I (1978), il Catechismo oggi stabilisce quanto segue: «2370 La continenza periodica, i metodi di regolazione delle nascite basati sull’auto-osservazione e il ricorso ai periodi infecondi255 sono conformi ai criteri oggettivi della moralità. Tali metodi rispettano il corpo degli sposi, incoraggiano tra loro la tenerezza e favoriscono l’educazione ad una libertà autentica. Al contrario, è intrinsecamente cattiva “ogni azione che, o in previsione dell’atto coniugale, o nel suo compimento, o nello sviluppo delle sue conseguenze naturali, si proponga, come scopo o come mezzo, di impedire la procreazione”»256 [Note: (255) Cf Paolo VI, Lett. enc. Humanae vitae, 16: AAS 60 (1968) 491-492. (256) Paolo VI, Lett. enc. Humanae vitae, 14: AAS 60 (1968) 490]. Su questi temi si veda ora M. Pelaja, L. Scaraffia, Due in una carne. Chiesa e sessualità nella storia, Roma-Bari, Laterza, 2008, 250-293.

[7] L’articolo 553 del Codice Penale, Incitamento a pratiche contro la procreazione (inserito, come quelli relativi all’aborto, nel titolo X, Dei delitti contro la integrità e la sanità della stirpe) stabiliva quanto segue: «Chiunque pubblicamente incita a pratiche contro la procreazione o fa propaganda a favore di esse è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a lire quattrocentomila. Tali pene si applicano congiuntamente se il fatto è commesso a scopo di lucro». L’articolo fu abrogato con la sentenza della Corte Costituzionale n. 49 del 1971. L’abolizione di tale divieto ai colloca in una fase storica caratterizzata, come è noto, da un profondi cambiamenti degli atteggiamento verso il corpo e il sesso. Tra i contributi più recenti su diversi aspetti di tali trasformazioni cfr. L. Passerini, Corpi e corpo collettivo. Rapporti internazionali del primo femminismo radicale italiano, in: T. Bertilotti, A. Scattigno (eds.), Il femminismo degli anni Settanta, Roma, Viella, 2005, 181-193; A. Tonelli, Comizi d’amore. Politica e sentimenti dal ‘68 ai Papa boys, Roma, Carocci, 2007.

[8] Sulla storia della legge cfr. ora G. Scirè, L’aborto in Italia: storia di una legge, Milano, B. Mondadori, 2008 e, sull’atteggiamento dei cattolici, P. Gaiotti de Base, Cattoliche e cattolici di fronte all’aborto e il mutamento degli equilibri della Repubblica, «Genesis. Rivista della Società Italia delle Storiche», III (2004), 57-86. Tale fascicolo di «Genesis», curato da A. Bravo e G. Fiume, è dedicato agli Anni Settanta, e naturalmente il tema dell’aborto è cruciale nelle storie degli anni Settanta e del neo-femminismo: cfr. Bertilotti, Scattigno (eds.), Il femminismo degli anni Settanta, cit., in part. il saggio di E. Guerra, Una nuova soggettività: femminismo e femminismi nel passaggio degli anni Settanta, 25-67. Vedi anche Ead., Storia e cultura politica delle donne, Bologna, Archetipolibri, 2008, 55-72.Invece, per una prima introduzione alla storia di lungo periodo dell’aborto cfr. G. Galeotti, Storia dell’aborto, Bologna, Il Mulino, 2003. Per una recente e stimolante riflessione collettiva su maternità, nascite e aborti cfr. Guarnieri (ed.), In scienza e coscienza, cit. Le posizioni relative all’aborto sono chiaramente influenzate dal modo in cui vengono concepiti il feto, la madre e i rispettivi diritti. Su questi temi cfr., oltre ai saggi contenuti nel volume appena citato, cfr. Nadia M. Filippini, La nascita straordinaria. Tra madre e figlio la rivoluzione del taglio cesareo (sec. XVIII-XIX), Milano, Angeli, 1995; il forum, a cura di G. Fiume e E. Vezzosi su La cittadinanza del feto in«Genesis. Rivista della Società Italiana delle Storiche», II (2003), n. 1;E. Betta, Animare la vita: disciplina della nascita tra medicina e morale nell’Ottocento, Bologna, Il Mulino, 2006; C. Pancino, J. d’Yvoire (eds.), Formato nel segreto: nascituri e feti fra immagini e immaginario dal 16. al 21. secolo, Roma, Carocci, 2006. Si veda anche l’esposizione virtuale Making visible embrions,su cui cfr. C. Pancino, La rappresentazione dell’embrione e del feto umani. Una mostra online a cura di Tatjana Buklijas e Nick Hopwood, in «Storicamente», 2009, n. 5.

[9] Va tuttavia sottolineato che la diffusa e crescente obiezione di coscienza da parte dei medici, i lunghi tempi di attesa, la mancanza di privacy,  rendono oggi tutt’altro che semplice abortire legalmente. Il tema dell’aborto clandestino è pertanto tornato a essere drammaticamente attuale. A questo risultato contribuisce anche il fatto che tra le donne immigrate non sempre c’è una corretta informazione sulle pratiche contraccettive e sulle possibilità di abortire legalmente.  Le irregolari inoltre sono restie a rivolgersi a strutture pubbliche, cfr. P. Guarnieri, Non solo Ippocrate e G. Scimone, G. Faggioli, Aborto volontario e aborto spontaneo, in: Guarnieri (ed.), In scienza e coscienza, cit., rispettivamente 9-18 e 35-45.

[10] Un altro modo di liberarsi di figli “inopportuni”, non di rado con la speranza di poterli un giorno riprendere con sé, è l’abbandono, ampiamente praticato nelle società del passato (sia da donne sole sia da coppie sposate) e tornato oggi tragicamente alla ribalta. Tra i volumi pubblicati di recente su questi temi cfr. M. Canella, L. Dodi, F. Reggiani (eds.), «Si consegna questo figlio»: l’assistenza all’infanzia e alla maternità dalla Ca’ Granda alla Provincia di Milano: 1456-1920, Milano, Skira, 2008. I bambini abbandonati presso gli ospedali istituiti per accoglierli erano spesso affidati a balie esterne che venivano pagate per allevarli. Talvolta tali bambini (se sopravvivevano) non venivano restituiti all’ospedale, ma si inserivano stabilmente nella famiglia della balia: un altro modo ancora di “fare” famiglia, anch’esso con un percorso piuttosto accidentato. Per alcuni casi di questo genere si veda ora E. De Marchi, Dai campi alle filande. Famiglia, matrimonio e lavoro nella “pianura dell’Olona”, 1750-1850, Milano, Angeli, 2009, 288-289.

[11] Costituzione Italiana, Parte prima, Diritti e doveri dei cittadini, titolo II, Rapporti etico-sociali, Art. 29: «La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare».

[12] Sui dibattiti alla Costituente cfr. V. Caporrella, La famiglia. Un’istituzione che cambia, Bologna, Archetipolibri, 2008, 66-70.Sui diversi modi di concepire amore, sessualità, matrimonio e famiglia da parte delle maggiori forze politiche italiane cfr. A. Tonelli, Politica e amore. Storia dell’educazione ai sentimenti nell’Italia contemporanea, Bologna, Il Mulino, 2003. Per quanto riguarda specificamente il Partito comunista cfr. S. Bellassai, La morale comunista: pubblico e privato nella rappresentazione del PCI, 1947-1956, Roma, Carocci, 2000.

[13] Tra i contributi più recenti in merito cfr. M. Seymour, Debating Divorce in Italy: Marriage and the Making of Modern Italians, 1860-1974, New York, Palgrave Macmillan, 2006; G. Scirè, Il divorzio in Italia: partiti, Chiesa, società civile dalla legge al referendum (1965-1974), Milano, B. Mondadori, 2007.

[14] Un ringraziamento ai referees per i preziosi suggerimenti ai singoli autori.

[15] Per una rassegna e un bilancio relativi alla storia delle donne cfr. A. Rossi Doria (ed.), A che punto è la storia delle donne in Italia, Roma, Viella, 2003. Importanti, per seguire il dibattito in questo ambito di studi, i fascicoli di «Genesis. Rivista della Società Italiana delle Storiche» pubblicata dalla casa editrice Viella. Vale la pena ricordare che la storia dell’identità di genere si interessa sempre più dell’identità maschile, oltre che di quella femminile. Cfr. in merito S. Bellassai, M. Malatesta (eds.), Genere e mascolinità. Uno sguardo storico, Roma, Bulzoni, 2000; S. Pescarolo, E. Vezzosi (eds.), Mascolinità, numero monografico di «Genesis. Rivista della Società italiana delle Storiche», II (2003), n. 2; S. Bellassai, La mascolinità contemporanea, Roma, Carocci, 2004; E. dell’Agnese, E. Ruspini (eds.), Mascolinità all’italiana: costruzioni, narrazioni, mutamenti, Torino, Utet, 2007.

[16] Oltre ai testi già citati e a quelli elencati alla nota 19, è opportuno richiamare il contributo di studiosi di formazione demografica attenti anche alle relazioni familiari. Oltre ai volumi direttamente pubblicati dalla Società italiana di Demografia Storica presso la casa editrice Forum di Udine, si veda, tra quelli più recenti cfr. G. Da Molin, Famiglia e infanzia nella società del passato, Bari, Cacucci, 2008.

[17] Per ovviare, almeno in minima parte, a tale impossibilità, ho cercato di contestualizzare il presente Dossier fornendo in nota, in questa introduzione, indicazioni relative ai volumi più recenti sui temi trattati (fornire indicazione anche sui saggi sarebbe stato impossibile). Questo anche al fine di fornire qualche minimo strumento bibliografico a chi fosse interessato/a ad approfondire questo o quell’aspetto. Al contempo, per non appesantire troppo l’apparato di note, ho deciso, con pochissime eccezioni, di privilegiare i testi in italiano rispetto a quelli in altre lingue.

[18] Sulle difficoltà dei giovani e sul diffondersi delle convivenze cfr. M. Barbagli, M. Castiglioni, G. Dalla Zuanna, Fare famiglia in Italia, cit. Sulle coppie omosessuali cfr. M. Barbagli, A. Colombo, Omosessuali moderni. Gay e lesbiche in Italia, Bologna, Il Mulino, 2007 (20011); C. Saraceno (a cura di), Diversi da chi? Gay, lesbiche, transessuali in un’area metropolitana, Milano, Guerini, 2003; C. Cavina e D. Danna (eds.), Crescere in famiglie omogenitoriali, Milano, Angeli, 2009. Sulle famiglie di fatto e i Dico cfr. tra l’altro S. Asprea, La famiglia di fatto, Milano, Giuffrè, 2009 (20031). Per quanto riguarda l’interruzione di gravidanza, si pensi ad esempio alle lungaggini e difficoltà frapposte all’introduzione della pillola abortiva.

[19] Si veda ad es., in questo senso il volume di R. Bizzocchi Cicisbei. Morale privata e identità nazionale in Italia, Roma-Bari, Laterza, 2008 («La stranezza del fenomeno [del cicisbeismo] ai nostri occhi ci suggerisce che siamo di fronte a qualcosa che può rivelasi non solo o non tanto curioso o magari piccante, ma soprattutto tale da farci penetrare meglio in un mondo che per altri versi ci sembrerebbe tutto sommato simile al nostro e dunque facile da decifrare, e invece non lo è», p. 5).

[20] Se alla fine del Novecento era andato crescendo l’interesse per lo studio delle relazioni e dei conflitti di coppia e familiari a partire dalle carte processuali (cfr. ad es. L. Ferrante, Il matrimonio disciplinato: processi matrimoniali a Bologna nel Cinquecento, in: P. Prodi (ed.), Disciplina dell’anima, disciplina del corpo e disciplina della società tra Medioevo ed età moderna, Bologna, Il Mulino, 1994, 901-927; O. Di Simplicio, Peccato penitenza perdono. Siena 1575-1800. La formazione della coscienza nell’Italia moderna, Milano, Angeli, 1994; M. Pelaja, Matrimonio e sessualità a Roma nell’Ottocento, Roma-Bari, Laterza, 1994), nel nuovo secolo c’è stata una vera e propria fioritura di ricerche in merito, cfr. S. Seidel Menchi, D. Quaglioni (eds.), Processi matrimoniali degli archivi ecclesiastici italiani, Bologna, Il Mulino, 4 voll.: vol. 1, Coniugi nemici. Le separazioni in Italia dal XII al XVIII secolo (2000); vol. 2, Matrimoni in dubbio: unioni controverse e nozze clandestine in Italia dal XIV al XVIII secolo (2001, ma 2002); vol. 3, Trasgressioni: seduzione, concubinato, adulterio, bigamia: XV-XVIII secolo (2004); vol. 4, I tribunali del matrimonio, secoli XV-XVIII (2006); O. Niccoli, Storie di ogni giorno in una città del Seicento, Roma-Bari, Laterza, 2000, in part. 109-152; D. Lombardi Matrimoni di antico regime, Bologna, Il Mulino, 2001; G. Arrivo, Seduzioni, promesse, matrimoni. Il processo per stupro nella Toscana del Settecento, Roma, Edizioni di Storia e letteratura, 2006; C. Casanova, Crimini nascosti. La sanzione penale dei “reati senza vittima” e nelle relazioni private (Bologna, XVII secolo), Bologna, Il Mulino, 2007; C. La Rocca, Tra moglie e marito. Matrimoni e separazioni a Livorno nel Settecento, Bologna, Il Mulino, 2009; ecc. Questo lungo elenco non intende certo lasciar intendere che le relazioni familiari siano state studiate solo a partire da carte processuali e/o in una prospettiva di conflitto. Per non citare che un esempio diverso si veda l’analisi delle lettere d’amore svolta da E. Novi Chavarria nel suo volume Sacro, pubblico e privato. Donne nei secoli XV-XVIII, Napoli, Guida, 2009, 187-208.

[21] M. Bloch, Apologia della storia o mestiere di storico, Torino, Einaudi, 1981 (19501; ed. or. Paris, Colin, 1949) 41: «Il buono storico somiglia all’orco della fiaba: là dove fiuta carne umana, là sa che è la sua preda».

[22] Un corposo volume collettaneo su questi temi è stato pubblicato da poco: cfr. R. Ago e B. Borello (eds.), Circolazione di beni, circuiti di affetti in età moderna, Roma, Viella, 2008. Il panorama degli studi ha registrato negli ultimi anni una particolare attenzione per i ruoli materno e paterno, cfr. limitandosi ai lavori più recenti, M. D’Amelia, La mamma, Bologna, Il Mulino, 2005;M. Cavina Il padre spodestato. L’autorità paterna dall’antichità ad oggi, Roma-Bari, Laterza, 2007; G. Galeotti, In cerca del padre. Storia dell’identità paterna nell’età contemporanea, Roma-Bari, Laterza, 2009.

[23] Per un’introduzione al problema in età moderna cfr. ora C. Casanova, Famiglia e parentela nell’età moderna, Roma, Carocci, 2009, 80-85. Sui legami e i conflitti tra generazioni si veda Barbagli, Castiglioni, Dalla Zuanna, Fare famiglia, cit.; I. Fazio, D. Lombardi (eds.), Generazioni. Legami di parentela tra passato e presente, Roma, Viella, 2006; A. Rosina, P.P. Viazzo (eds.), Oltre le mura domestiche. Famiglia e legami intergenerazionali dall’Unità d’Italia ad oggi, Udine, Forum 2008.

[24] Restano importanti, in questo senso, le considerazioni di L. Passerini, Storie di donne e femministe, Torino, Rosenber & Sellier, 1991.