Storicamente. Laboratorio di storia

Biblioteca

Angelo Fortunato Formiggini, Parole in libertà

«C’era una volta un editore modenese di sette cotte, e perciò italiano sette volte, che risiedeva a Roma. Quando gli dissero: tu non sei italiano, egli volle dimostrare di essere modenese di sette cotte e perciò sette volte italiano, buttandosi dall’alto della sua Ghirlandina». Queste le parole più famose lasciate ai posteri da Angelo Fortunato Formiggini, editore ebreo italiano e fondatore dell’omonima casa editrice, morto il 29 novembre 1938 per essersi gettato dalla torre del Duomo di Modena dopo la promulgazione delle leggi razziali.

Margherita Bai, giovane studiosa di letteratura, ci restituisce in un’articolata edizione critica Parole in libertà, il libello, pubblicato per la prima ed unica volta più di sessant’anni fa nel 1945, che raccoglie il testamento umano e spirituale dell’editore modenese. L’a. torna ad occuparsi di Formiggini dopo aver curato l’edizione del carteggio della Festa tassoniana alla Fossalta e lo fa con il dichiarato intento di restituire il pensiero e l’esperienza di vita dell’editore in tutta la sua complessità, scevra da postume mitizzazioni. A tal fine l’edizione del 2009 – tratta dal manoscritto autografo oggi conservato per volontà dello stesso Formiggini nella Biblioteca Estense di Modena – ci svela il testo integrale del pamphlet con le diverse correzioni apportate dall’autore, le note a margine, le parti mancanti o diversamente ordinate rispetto alla pubblicazione dell’immediato dopoguerra.

Parole in libertà si compone di testi redatti in diverse forme letterarie – epigrafi, commiati, trattati polemici e lettere – così come sono molteplici gli interlocutori dell’opera che dal privato familiare si allargano al pubblico del vissuto dell’editore (i modenesi, il direttore della Biblioteca Estense, i soci dell’anonima Formiggini), fino ai vertici del Partito fascista, ai suoi ministri, al duce, al papa, al re e a tutti gli italiani.

Sono i destinatari del testamento di un intellettuale che ha visto legata inscindibilmente la sua vita al destino del paese e che riesce, anche di fronte ad una morte ricercata come estremo atto di protesta, a non abbandonare il suo innato eclettismo espressivo e formale. Quando decide di suicidarsi, per Formiggini sono ormai lontani i tempi de La secchia rapita, prima opera pubblicata come editore nel 1908 ed esemplificativa del suo amore per il riso, concepito come forma anarchica di espressione, e de La ficozza filosofica del fascismo e la marcia sulla Leonardo (1923), testo nel quale la protesta contro il ministro Giovanni Gentile – accusato del furto della rivista di informazione bibliografica «Italiache scrive»e dell’idea per la Grande enciclopedia italica – aveva lasciato intatta la sua ammirazione per Mussolini.

Nel 1938 le sorti della casa editrice sono segnate e gli spazi di azione e di autonomia sempre più ridotti; il razzismo antisemita fascista determina per Formiggini l’ultimo atto dell’allontanamento dal duce per il quale, scrive l’autore in Ultima Ficozza, le leggi razziali sarebbero divenute una Caporetto. È Mussolini l’interlocutore cui l’editore si rivolge utilizzando il tu, abolendo ogni forma di cortesia, e alternando sarcasmo e violenza verbale nel tentativo di convincere il capo del fascismo a non lasciarsi coinvolgere nell’antisemitismo nazista. Anche quando il discorso si allarga rivolgendosi agli ebrei (Epistola agli ebrei)le parole dello scrittore hanno come finalità la dimostrazione dell’inesistenza di una specifica identità ebraica che si traduce nella non pericolosità degli ebrei italiani e quindi nell’inutilità della persecuzione. Su questi presupposti la vana speranza di chi, antisionista, ha provato inutilmente – umiliandosi – la via della discriminazione, è evidente: l’Italia potrà ancora salvarsi se gli ebrei metteranno da parte la religione e tutto ciò che essa influenza nei loro usi e costumi per assimilarsi, quasi annullandosi, nel popolo italiano. La perdita degli ideali getta Formiggini in una profonda crisi intellettuale che nulla lascia all’editore se non la scelta del suicidio.