Storicamente. Laboratorio di storia

Dossier

La mancata «valorizzazione» dell’impero. Le colonie italiane in Africa orientale e l’economia dell’Italia fascista

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Abstract

The aim of this paper is to analyze the economic goals of the Ethiopian War and the results of the Fascist Empire in Italian East Africa (Africa orientale italiana). In this respect, the creation of the new colony in East Africa gave rise undoubtedly to a failure. It was the consequence of the weakness and the lack of planning that characterized the origin of the “Empire” – as it is testified, for instance, by confused and contradictory laws and frequent conflicts of jurisdiction – and was also the consequence of big companies’ lack of interest in colonial investments.

L’impero e l’economia

«Africa Italiana», febbraio-marzo 1942.
«Africa Italiana», febbraio-marzo 1942.
Nelle dichiarazioni pubbliche, nei documenti ufficiali e nelle direttive emanate dal governo fascista dopo la proclamazione dell’impero, il 9 maggio 1936, non si rintraccia l’esistenza di alcun piano generale per la «valorizzazione» (termine anodino con cui si intendeva lo sfruttamento dei possedimenti) dei possedimenti africani. Anche la propaganda, a parte l’indicazione di alcuni specifici obiettivi, insistette su formule generiche, come quella dell’«impero del lavoro» o della colonia come spazio ideale per la formazione dell’«uomo nuovo» fascista, frugale, guerriero e consapevole della propria superiorità razziale [Mondaini 1937; Pes 2007] [1]. Non si trattava solo di scelte retoriche. Al momento dell’avvio delle operazioni militari contro l’Etiopia non c’era alcun programma preciso su cosa l’economia della nuova colonia sarebbe dovuta diventare dopo la conquista, né una precisa quantificazione preventiva della sostenibilità dei costi e dei vantaggi attesi [Labanca 2002b, 279]. Ancora all’indomani della proclamazione dell’impero, Mussolini faceva affidamento sul volontarismo e sullo «spirito fascista» più che su una ponderata programmazione:

Il territorio dell’Etiopia – dichiarò nel luglio 1936 – è oggi così vasto e le sue risorse così poco note che sarebbe impossibile fare un calcolo realistico degli anni necessari perché renda. L’impresa certamente richiederà parecchi decenni. Tuttavia, noi marceremo, come sempre, rapidamente e, dopo pochi anni, i risultati della volontà e del lavoro italiano diventeranno visibili. In questo compito saremo animati dallo spirito e dal metodo fascista che hanno creato un ordine nuovo [Mussolini 1936b, 25].

Sarebbe tuttavia sbagliato confondere impreparazione, scarsa conoscenza e mancata pianificazione con un disinteresse per lo sfruttamento economico dei territori coloniali. Il regime fascista si mostrò infatti disponibile a mettere in campo interventi statali e investimenti pubblici nell’oltremare decisamente più elevati di quelli realizzati dai governi del passato.

Il presente contributo intende offrire una panoramica delle modalità di funzionamento e dei risultati conseguiti dalle politiche di valorizzazione del colonialismo fascista in relazione ai diversi obiettivi da questo perseguiti; obiettivi che sostanzialmente corrispondevano con quelli delle tradizionali politiche imperialiste. Ci si concentrerà sull’esperienza coloniale dell’Africa orientale italiana (Aoi) – che riuniva due vecchie colonie italiane in Africa, Somalia ed Eritrea, e la più recente conquista, l’Etiopia – e si prenderà in esame il funzionamento dell’economia italiana, lasciando quindi sullo sfondo i riflessi sulle attività economiche e sull’organizzazione sociale delle colonie.

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Il colonialismo demografico

L’obiettivo indicato con maggiore enfasi fu la colonizzazione demografica, nella quale il regime vedeva una soluzione per il problema della disoccupazione, soprattutto agricola, e dell’assorbimento della crescita naturale della popolazione. Si trattava di un’aspirazione non nuova, che da Crispi in poi aveva occupato un posto rilevante nei circoli coloniali italiani: un’aspirazione, però, rimasta fino a quel momento sulla carta. Alla metà degli anni Trenta, in Somalia ed Eritrea, sotto il dominio italiano da oltre un quarantennio, gli insediamenti di coloni risultavano ancora estremamente modesti, nonostante i tentativi realizzati soprattutto in territorio eritreo [Negash 1987: 33-37]. La stessa Libia, oggetto di un ambizioso progetto di colonizzazione, non aveva visto realizzarsi le condizioni per divenire un punto di arrivo di grandi masse di italiani. Il colonialismo demografico annunciato dal fascismo intendeva quindi porsi in forte discontinuità con la reale situazione dei possedimenti acquisiti dai governi liberali.

Fu proprio Mussolini a insistere, al momento dell’inizio dell’aggressione all’Etiopia, sulla volontà di creare una nuova Italia oltremare, composta di centinaia di migliaia di coloni che avrebbero trovato lavoro e benessere senza sottrarre alla patria forze giovani e vitali. L’obiettivo della conquista, disse, era garantire «la possibilità di espandersi per un popolo prolifico, il quale, avendo coltivato il coltivabile sulla propria terra spesso ingrata, non si rassegna a morire di fame» [Mussolini 1935a, 138]. La guerra, dichiarò poi in un’intervista al «Paris soir», aveva l’obiettivo di garantire al popolo italiano «il riconoscimento del suo preciso diritto: quello di vivere»: «Al mio primo segnale i nostri soldati dell’Africa Orientale scambieranno di buon grado il fucile con la zappa. Essi non chiedono che di lavorare per poter sostenere le loro famiglie, alle quali inviano già, con un meraviglioso spirito di risparmio, le loro modeste economie» [Mussolini 1935b, 162]. E ancora, nell’agosto 1936, alcuni mesi dopo la proclamazione dell’impero: «hanno diritto all’impero i popoli fecondi, quelli che hanno l’orgoglio e la volontà di propagare la loro razza sulla faccia della terra, i popoli virili nel senso più stretto della parola» [Mussolini 1936c, 30].

L’obiettivo del colonialismo demografico era dirottare verso i possedimenti oltremare la più alta quota possibile di flussi migratori precedentemente diretti verso l’estero, per mettere fine, una volta per tutte, alla lunga storia degli italiani popolo di emigranti [Labanca 2002a, 194]. Con la conquista dell’Etiopia, secondo i teorici del colonialismo, si poteva realizzare il progetto, fallito in Libia, di un colonialismo marcatamente «popolare», e dare vita a un impero del lavoro» [Fossa 1938].

La colonizzazione demografica si legava strettamente, nei progetti del fascismo, alla valorizzazione agraria. In concreto, il progetto della «colonia di popolamento» ricalcava, nelle linee generali, quello di colonizzazione interna messo in atto con le grandi bonifiche degli anni Trenta. Esso prevedeva l’acquisizione da parte del governo dei terreni, il loro inserimento nel demanio pubblico e la successiva assegnazione agli apparati – come il Commissariato per le migrazioni e la colonizzazione, l’Opera nazionale combattenti, l’Istituto nazionale fascista per la previdenza sociale e gli enti regionali di colonizzazione – cui era assegnato il compito della colonizzazione. Lo Stato avrebbe dovuto sostenere l’operazione fornendo incentivi, credito speciale, premi e sussidi per favorire la bonifica e la colonizzazione da parte delle famiglie assegnatarie dei terreni [Ipsen 1997, 164].

La realizzazione di questo programma iniziò presto. Già nell’ottobre 1935, al momento dello scoppio delle ostilità, migliaia di lavoratori – sotto il controllo del Commissariato per le migrazioni e la colonizzazione interna – si trasferirono in Etiopia al seguito delle truppe, per iniziare la costruzione delle opere pubbliche con cui predisporre la colonizzazione [Gallo 2015: 142-145]. All’indomani della proclamazione dell’impero le autorità coloniali impressero una forte accelerazione, rifuggendo da approcci più graduali e calibrati sugli effettivi contesti locali [2]. L’afflusso di lavoratori italiani nei possedimenti da allora crebbe costantemente, anno dopo anno, a ritmi, però, sempre ben lontani da quelli previsti e sperati. Da subito infatti la colonizzazione demografica incontrò diversi ostacoli.

Innanzitutto, i progetti del fascismo si dovettero scontrare con la dura realtà della mancata pacificazione dell’Etiopia: in ampie porzioni del territorio rimase attiva una vasta e combattiva resistenza, che costrinse il governo italiano a proseguire le ostilità ben dopo la proclamazione dell’impero, con un minor spiegamento di forze ma con un ulteriore imbarbarimento dei combattimenti [3]. Ampie zone dei territori dell’Aoi sfuggivano quindi al pieno controllo delle autorità coloniali, e risultavano quindi di fatto indisponibili per i progetti di valorizzazione economica: gli italiani furono a lungo padroni soltanto dei centri abitati e delle linee di comunicazione, mentre nella campagna imperversavano, nonostante i continui rastrellamenti, i gruppi della resistenza etiope [Del Boca 1982, 126]. Il persistere della guerriglia e le dure azioni di contrasto e repressione praticate dalle forze armate italiane comportavano inoltre una militarizzazione dell’intera vita coloniale, che contribuiva a rendere più ardue le condizioni di vita degli italiani. Nel timore che l’arrivo di masse troppo ampie di coloni potessero rafforzare la ribellione, provocando l’adesione alla resistenza anticoloniale degli etiopi penalizzati dall’arrivo degli italiani, il governo italiano, su esplicita volontà di Mussolini, dal 1938 decise di rallentare il processo di colonizzazione [Podestà 2004, 292].

Lo stesso territorio etiopico, d’altra parte, presentava condizioni che certo non favorivano i progetti del regime: si trattava di una superficie molto vasta, che i geografi del tempo misuravano in circa 900.000 km quadrati (tre volte la superficie dell’Italia), sprovvisto di una rete adeguata di vie di comunicazione e con molte zone difficilmente raggiungibili [Labanca 2002b, 279]. La realizzazione della colonizzazione contadina fu frenata anche dai ritardi e dalle inefficienze con cui l’amministrazione coloniale procedette alla scelta delle aree adatte in cui intervenire e alle procedure di indemaniamento per portare le terre sotto il possesso degli enti incaricati dei progetti di colonizzazione. A determinare questi ritardi contribuirono anche le incertezze delle autorità italiane, e il dubbio, diffuso nelle élite politiche e amministrative del colonialismo fascista, che l’impiego di manodopera proveniente dalla madrepatria, remunerata molto di più di quella locale, avrebbe reso i prodotti più cari e quindi meno competitivi per l’esportazione [Brancatisano 1994; Larebo 1994].

I risultati conseguiti – pur considerando il poco tempo che il governo italiano ebbe a disposizione – furono alla fine estremamente modesti. Nel 1940 secondo i dati diffusi dal regime erano presenti in Aoi circa 300.000 italiani [Labanca 2002a, 199]. Si tratta di una stima non verificabile (il servizio statistico del ministero dell’Africa italiana indicava, solo per i quindici centri principali, un dato equivalente alla metà) [Ipsen 1997, 174], che indica un flusso di popolazione comunque non irrilevante ma ben lontano dagli impegni iniziali, che vagheggiavano un oltremare «popolato da milioni di italiani» [Astuto 1940, 430]. Erano numeri anche molto distanti da quelli che potevano vantare altri sistemi coloniali, in particolare quello francese: basti pensare che la sola Algeria alla metà degli anni Venti contava più di 830.000 bianchi. Inoltre, tra le migliaia di italiani trasferitisi in Aoi nella seconda metà degli anni Trenta, solo una minima percentuale era composta da lavoratori agricoli impiegati nei progetti di colonizzazione. Per la gran parte, infatti, si trattava di lavoratori impegnati nel settore edilizio e nella costruzione di infrastrutture, recatisi in Africa anche solo temporaneamente [Gallo 2015: 151, 201-202; Rosoni, Chelati Dirar 2012], cui si aggiungevano commercianti, professionisti, imprenditori, generalmente residenti nelle maggiori città, per non contare poi le tradizionali figure degli amministratori coloniali, funzionari e tecnici specializzati alle dipendenze dello Stato (agronomi, veterinari, ingegneri, tecnici minerari, tra gli altri). A costoro si sommavano infine i militari, presenti in numero massiccio in conseguenza delle modalità fortemente militarizzate adottate nei rapporti con le popolazioni locali e che trovava ulteriori giustificazioni nella difficoltà a raggiungere un pieno controllo del territorio.

La percentuale di coloni in senso stretto risultava alla fine particolarmente esigua: poche centinaia di famiglie arrivarono in Africa orientale nell’arco di quattro anni, con un picco nel 1938 cui seguì una nuova riduzione (cfr. tab. 1). Insomma, se l’afflusso nelle colonie italiane in Africa fu, nel complesso, deludente, i risultati della colonizzazione demografica e agricola appaiono addirittura irrisori. Le autorità italiane alla fine ne presero atto e tardivamente iniziarono a rivedere i programmi, prima rallentando e poi rimandandone l’attuazione integrale. Indicativo in questo senso è, tra gli altri, un documento del 1940 del vice governatore generale Enrico Cerulli, indirizzato al ministro dell’Africa italiana Attilio Teruzzi, nel quale si proponeva una gestione più «flessibile» dei territori, destinandone solo una parte alla colonizzazione demografica [4].

Tab. 1. Colonizzazione demografica in epoca fascista
Anni Libia (a) Africa Orientale italiana in complesso
  famiglie componenti famiglie componenti famiglie componenti
1936 122 959 - - 122 959
1937 239 1.556 145 967 384 2.523
1938 1.775(d) 14.633(d) 597 1.665 2.372 16.298
1939 1.453(e) 10.802(e) 133(f) 857(f) 1.586 11.659
TOTALE 3.589 27.950 875 3.489 4.464 31.439
Note:
(a) Libia dopo il 1932 (prima i dati si riferiscono alla Tripolitania).
(d) Primo scaglione dei Ventimila.
(e) Secondo scaglione dei Ventimila.
(f) Trasferimenti attuati dall’Opera Nazionale Combattenti, dagli Enti di colonizzazione di Romagna

Fonte: Protasi M.R., Sonnino E. 2003, 117.

Il commercio coloniale

Un secondo obiettivo della conquista dell’Etiopia era rappresentato dalla creazione di forti reti di interscambio, da cui avrebbe dovuto prendere forma un’area commerciale integrata. Il regime si prefiggeva in questo modo di migliorare la bilancia commerciale e quindi i conti con l’estero, che alla metà degli anni Trenta stavano facendo segnare squilibri sempre più consistenti. Si trattava di un progetto in linea con una tendenza in atto nell’economia internazionale, quella alla formazione di blocchi commerciali e valutari estesi e scarsamente aperti l’uno verso gli altri. Nel quadro della «disintegrazione» del mercato internazionale, infatti, le grandi potenze europee avevano dato vita ad aree commerciali e valutarie: la Gran Bretagna e i paesi del Commonwealth, per primi, con gli accordi di Ottawa del 1932, adottando il principio della «preferenza imperiale» avevano stabilito accesso preferenziale ai rispettivi mercati e discriminazioni dei prodotti provenienti da altre economie; l’esempio fu poi seguito dalla Francia, che aveva rafforzato l’interscambio e le relazioni con i propri domini coloniali, e dalla Germania, che invece aveva dato vita a una regione dominata dal marco che vedeva coinvolta buona parte dell’Europa orientale e balcanica [5]. All’interno di questi blocchi i paesi «dominanti» esercitavano un’indiscussa leadership economica e promuovevano una divisione del lavoro basata su una più accentuata complementarietà tra le diverse economie nazionali.

L’Italia tentò di realizzare un blocco commerciale proprio con le colonie africane, dando vita a una sorta di “autarchia imperiale”. Con il lancio del programma autarchico, ufficializzato proprio mentre era in corso l’aggressione all’Etiopia, il fascismo si era prefisso – secondo le parole di un celebre discorso di Mussolini – di «realizzare nel più breve termine possibile il massimo possibile di autonomia nella vita economica della nazione» [Mussolini 1936a, 242]. L’impero, quale unità economica integrata, definiva i confini entro cui avrebbe dovuto trovare attuazione l’autarchia [6]. Piani autarchici furono approntati anche per i territori africani [Basile Giannini 1940a]. Lo scopo del governo era quello di incrementare le esportazioni di prodotti coloniali verso altre nazioni, in modo da realizzare un apporto netto di valuta, e, al tempo stesso, costruire un mercato di sbocco per i prodotti italiani, protetto dalla concorrenza estera, che integrasse e non sostituisse quello diretto verso le altre nazioni [7].

L’impatto della conquista italiana sul commercio delle colonie fu notevole: non perché l’Italia inserì quei territori nel mercato mondiale – essi erano già integrati nelle reti del commercio internazionale, non solo infra-africano – ma perché modificò profondamente le dimensioni degli scambi, la direzione dei flussi e la composizione merceologica [Negash 1987: 37-48; Labanca 2002 b, 270-271]. Guardandoli dalla madrepatria, gli scambi con i territori dell’Africa orientale si svilupparono secondo un andamento ben definito: i valori delle importazioni dai territori entrati a far parte dell’Aoi crebbero notevolmente ma rimasero trascurabili e continuarono a rappresentare una quota minima delle importazioni italiane; le esportazioni dell’Italia nell’impero invece si moltiplicarono a ritmi volumi impressionanti, fino a raggiungere in un quadriennio circa un quarto dell’intero export nazionale (cfr. tab. 2) [Podestà 2004, 258].

Tab. 2. Commercio speciale con l’Africa Orientale italiana, dati assoluti e percentuali
  Valore delle importazioni italiane (in migliaia di lire italiane correnti) AfricaValore delle esportazioni italiane (in migliaia di lire italiane correnti) Percentuale sul totale delle importazioni italiane Percentuale sul totale delle esportazioni italiane
1935 73.507 534.473 0,94 10,21
1936 95.277 1.350.361 1,57 24,41
1937 246.246 2.110.168 1,76 20,24
1938 137.178 1.837.619 1,21 17,53
Fonte: Podestà 2004, 258.

Sul mercato italiano arrivavano dall’Africa orientale principalmente caffè, banane, pelli grezze, semi oleosi e cotone grezzo. Si trattava generalmente di prodotti a basso costo che incidevano relativamente poco sulla composizione dei consumi degli italiani, e questo contribuisce a spiegare il basso volume complessivo delle importazioni. A volte, era soprattutto il caso del caffè, l’interscambio era «artificialmente» sostenuto dal regime per ragioni propagandistiche: l’arrivo di un prodotto tipicamente coloniale doveva dimostrare l’immediata utilità economica dei territori coloniali e alimentare il mito dell’impero, radicandolo nelle abitudini della quotidianità. Le esportazioni verso l’Aoi erano invece molto più composite. Destinate principalmente ai mercati dei «bianchi» emigrati e solo in minima parte al mercato «indigeno», includevano materie prime come ferro, acciaio e ghisa, per la realizzazione di opere pubbliche o di stabilimenti industriali, i prodotti dell’industria meccanica (come macchine industriali e mezzi meccanici di trasporto), per usi sia civili sia militari. Tra le esportazioni verso l’Aoi figuravano anche, in misura significativa, alcuni prodotti alimentari – cereali, legumi, tuberi, bevande (birra, vino e vermut), ortaggi e frutta –, tessuti di cotone e farine: era la dimostrazione dell’insufficienza della produzione dell’agricoltura della colonia – a causa dell’inefficienza dei sistemi di coltivazione, della mancata specializzazione monoculturale, e dell’arretratezza dei sistemi di collegamento tra le aree delle coltivazioni e quelle commerciali – e di quanto i possedimenti fossero lontani dall’autosufficienza [Podestà 2004, 259-260] [8]: un’ autosufficienza – non solo economica ma anche militare – che il governo italiano aveva sin dai primi tempi indicato come un obiettivo da perseguire [Labanca 2015: 186-187].

Un sistema degli scambi così strutturato non apportò benefici alla bilancia commerciale italiana. L’elevato ammontare delle esportazioni nei territori coloniali era infatti, in misura significativa, anche il risultato della scelta, da parte di numerosi produttori italiani, di dirottare una quota delle vendite verso l’Africa orientale, penalizzando quindi le correnti di esportazione verso paesi terzi, che garantivano afflusso di valuta dall’estero. A questo fenomeno se ne aggiunse un secondo, ugualmente negativo: la speculare propensione di molte delle tradizionali esportazioni coloniali (caffè, pelli, cera) a indirizzarsi non verso gli abituali mercati di assorbimento ma prioritariamente verso il mercato metropolitano. Anche in questo caso veniva a ridimensionarsi una fonte potenziale di valuta pregiata. L’aggravio che questa situazione comportava per i conti con l’estero fu prontamente segnalata a Mussolini dal sottosegretario agli Scambi e valute Felice Guarneri e dai funzionari dell’Istituto nazionale per i cambi con l’estero [9].

Già all’indomani della conquista dell’Etiopia, il sistema commerciale dell’impero sembrava non pienamente allineato alle esigenze della bilancia dei pagamenti della madrepatria. Ad aggravare questo stato di cose contribuirono le divergenze tra i diversi esponenti del governo, che vedevano in particolare opporsi Guarneri e il ministro delle Finanze Paolo Thaon di Revel. Il primo incentivò gli acquisti dei territori africani dalla madrepatria – in questo modo, le colonie favorivano i produttori italiani e potevano saldare in lire le proprie spese, senza dover intaccare la disponibilità di valuta estera – impegnandosi al tempo stesso a contenere quel flusso commerciale, attraverso una riduzione delle spese coloniali e il raggiungimento dell’ autosufficienza da parte dell’Aoi. Thaon di Revel, al contrario, puntava a incentivare non gli acquisti dalla madrepatria, che potevano avvenire in lire, ma quelli dai paesi limitrofi ai possedimenti coloniali, dai quali si doveva acquistare spendendo valuta pregiata (soprattutto sterline e dollari) ma a prezzi più bassi, aggravando quindi la bilancia commerciale ma con vantaggio per il bilancio dello Stato. Le direttive emanate dal governo nazionale oscillarono a lungo tra queste due soluzioni [10].

Bisogna tuttavia notare che, guardando anche solo ai dati aggregati, si riscontra un progressivo miglioramento dei dati anno dopo anno, come appare evidente dalla situazione dei primi mesi del 1939, prima cioè che lo scoppio della seconda guerra mondiale sconvolgesse integralmente il sistema internazionale degli scambi. In quel momento il movimento commerciale dell’Africa orientale italiana faceva registrare un andamento leggermente difforme da quello di tre anni prima, e il cambiamento andava nella direzione auspicata dal governo: le esportazioni segnavano un leggero aumento, sia verso l’Italia sia verso l’estero, mentre le importazioni calavano. A ridursi erano soprattutto gli acquisti da parte dei territori africani di alcuni prodotti alimentari come i cereali, i legumi e i tuberi, le bevande, gli ortaggi e la frutta. Questo dato, unito al notevole aumento dell’importazione di concimi, costituiva la conferma di un significativo incremento della produzione locale e di una maggiore resa da parte del settore agricolo delle colonie [Podestà 2004, 318]. Si trattava di deboli segnali di cambiamento, indicativi di una possibile inversione di tendenza, che lo scoppio della guerra in ogni caso interruppe.

La formazione di reti di scambio tra madrepatria e territori dell’Aoi era finalizzata anche al raggiungimento dell’obiettivo per eccellenza del colonialismo: l’approvvigionamento, a condizioni vantaggiose e protette, dei classici beni coloniali, come i prodotti minerari e quelli derivanti dalle coltivazioni «esotiche» (caffè, banane, cotone, tabacco). A questi ultimi si è già fatto cenno in precedenza. Per quanto riguarda i prodotti minerari, da utilizzare come materie prime per l’industria o come fonti energetiche, la produzione locale non fu in grado di sostenere lo sviluppo di manifatture locali né di offrire un contributo adeguato alle imprese in Italia. Le risorse di Eritrea e Somalia erano rimaste per decenni poco utilizzate [Toniolo 1980, 331; Negash 1987: 37-48]. Quanto all’Etiopia, il governo aveva inizialmente riposto grandi speranze nella ricchezza del sottosuolo e si riprometteva di poter conseguire i primi guadagni in tempi rapidi. Si trattava tuttavia di una previsione, anche in questo caso, assai poco supportata da una reale conoscenza dei territori e della loro conformazione. Al momento della conquista, infatti, ben poco si sapeva in Italia del sottosuolo etiopico. I pochi lavori disponibili erano superficiali e lacunosi [tra gli altri, Manetti 1936], mentre mancavano studi scientifici specifici sulla struttura geografica, che furono intrapresi con ritardo e scarsa sistematicità.

Vista la necessità e l’urgenza di risultati, fu creato un Ispettorato generale minerario presso il governo generale, con funzioni sia amministrative sia tecnico-scientifiche, e presso ogni governo locale un Ufficio minerario con sezioni distaccate nelle zone di maggiore interesse e dotato di laboratori. L’Ispettorato e i vari uffici avevano un proprio corpo di tecnici minerari e ingegneri. Il programma di sfruttamento mirava a un duplice obiettivo: nel breve periodo, valorizzare ciò che già si conosceva, promuovendo uno studio approfondito dei pochi giacimenti noti e riorganizzando le miniere attive; più a lungo termine, avviare la prospezione di tutti gli altri territori dell’Etiopia, delle cui disponibilità minerarie si sapeva poco [Podestà 2004, 319]. Si trattava di un programma di non facile realizzazione, perché richiedeva abbondanti mezzi tecnici e finanziari, prometteva guadagni molto differiti nel tempo e comportava grossi rischi, anche causa dell’instabilità politica dei possedimenti. Per queste ragioni le aziende minerarie nazionali non sempre si dimostrarono disponibili a impegnarsi in una vasta azione di ricerca e sfruttamento, e ben pochi furono i capitali privati investiti nel progetto. Tra i tentativi più significativi compiuti in questa direzione ci fu la costituzione della Compagnia mineraria africana (Comina), creata nel 1937 dalla Montecatini e da altre grandi imprese italiane, meccaniche e siderurgiche, con esiti tuttavia molto modesti. Ancor più povere di risultati furono le attività dell’Azienda delle Miniere dell’Africa orientale italiana, che attivò missioni per la ricerca di metalli preziosi sulla base di labili tracce, finanziate in maniera pressoché esclusiva da investimenti pubblici.

Lo Stato fu il principale protagonista dell’operazione, anche attraverso la partecipazione di enti pubblici. Tra questi, fu emblematico il caso dell’Agip, coinvolto su ordine del governo, e contro il parere del management aziendale, nella ricerca di petrolio. Labili indizi riscontrati nel corso di una rapida missione compiuta in Etiopia già verso la fine del maggio 1936 avevano infatti diffuso la convinzione della disponibilità di «oro nero» nella nuova colonia. L’ente petrolifero nazionale si dedicò quindi per quattro anni alla ricerca del petrolio africano, mobilitando risorse finanziarie, mezzi tecnici, ricercatori e operai, costretti per altro a operare in condizioni estremamente disagiate. Preso atto dell’assenza di risultati, nel 1940 fu abbandonata ogni partecipazione all’operazione [Pizzigallo 1992, 95-110; Pozzi 2009, 110-112].

L’esito complessivo dello sfruttamento delle risorse minerarie fu dunque, alla fine, estremamente deludente, a partire dalla produzione di oro e di platino, su cui si appuntavano le maggiori speranze.

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Basti pensare che, anche a qualche anno di distanza dalla proclamazione dell’impero, a fronte dell’obiettivo di mille chili di oro l’anno, ne furono raggiunti, nei giacimenti situati in Eritrea e nell'Etiopia occidentale, 469 nel 1939 e 465 nel 1940, una parte dei quali derivanti non dalla gestione diretta delle miniere diretta ma da acquisti da produttori locali. La produzione di platino ammontò invece a 101 chili nel 1939 e 119 nel 194: pochi rispetto non solo al fabbisogno nazionale, stimato in 300 chili l’anno, ma anche ai circa 200 chili che venivano prodotti ai tempi del Negus [Podestà 2004, 321]. Ancora meno rilevanti furono altre produzioni, tra le quali piccoli giacimenti di stagno nella Somalia settentrionale e di mica in Etiopia. Nell’insieme, quindi, all’interno del già esiguo flusso di importazioni, la quota di prodotti minerari era scarsamente significativa [11]. Non solo, le iniziative di sfruttamento minerario fecero registrare costi di produzione elevati, a causa della remunerazione della manodopera locale – più alta di quella delle zone confinanti, come lo Yemen e il Sudan – del costo elevato dei trasporti, dei combustibili e dell’energia elettrica, della necessità di pagare i diritti il transito attraverso il canale di Suez per il trasporto in Italia [12]. Oltre a essere scarso nelle dimensioni, l’approvvigionamento di materie prime risultò quindi anche poco conveniente e talvolta meno competitivo degli acquisti sui mercati esteri. A suggello di questo stato di cose, nel 1940, il direttore della «Rassegna economica dell’Africa Italiana», Raffaele Basile Giannini, così scriveva: «Per le materie prime notevolmente deficitarie dell’economia italiana […] l’apporto che attualmente può dare l’Africa Italiana è pressoché nullo» [1940b, 720].

Le spese per l’impero e il «keynesismo coloniale»

Il fascismo dirottò in pochi anni ingenti investimenti nell’Africa orientale italiana. La propaganda celebrò a più riprese gli sforzi eccezionali per la costruzione di strade, case, ospedali e scuole. L’impero fascista, da questo punto di vista, si poneva in forte discontinuità con la precedente storia del colonialismo italiano: per circa un quarantennio l’Italia liberale aveva mantenuto a livelli estremamente bassi le spese per i territori d’oltremare, e per oltre un decennio, fino alla metà degli anni Trenta, il regime fascista si era mosso nella stessa direzione. Uno sguardo di natura comparativa, come suggerisce Nicola Labanca, mette in evidenza come il caso italiano non fosse affatto un’eccezione. Negli anni tra le due guerre, infatti, tutte le maggiori potenze coloniali destinarono ingenti investimenti per lo sviluppo dei propri domini africani [Labanca 2002b, 303]. Lo scopo era certamente quello di valorizzarli sul piano economico, nel quadro, come si è visto, della formazione di blocchi commerciali e valutari. A questo si aggiungeva un’altra possibile ricaduta positiva delle spese per i possedimenti: dopo l’inizio della crisi dei primi anni Trenta nelle classi dirigenti europee si affacciò l’idea che la spesa pubblica destinata alle colonie potesse attivare un virtuoso moltiplicatore degli investimenti, favorendo di conseguenza la ripresa economica e il rilancio dell’occupazione.

La possibilità che la politica imperialista, incrementando notevolmente la domanda pubblica, potesse innescare una sorta di «keynesismo coloniale» fu indicata espressamente da alcuni dei principali responsabili della politica economica dello Stato fascista. L’allora sottosegretario allo Scambio delle valute, Felice Guarneri, in occasione dell’aggressione all’Etiopia individuò nella spesa pubblica per gli armamenti uno strumento anticiclico, capace di «funzionare da volano del lavoro nazionale in modo da correggere le influenze sfavorevoli che sul grado di occupazione delle fabbriche [avrebbero esercitato] la ridotta disponibilità di materie prime estere e la contrazione che le esportazioni [avrebbero subito] per effetto delle sanzioni» [13]. Anche il ministro delle Finanze, Paolo Thaon di Revel in alcuni interventi della metà degli anni Trenta alluse a un positivo legame tra spesa per la costruzione dell’impero e ripresa economica. Già pochi mesi prima dell'avvio della guerra d’Etiopia, dichiarava che l’indebitamento prodotto dal regime fascista «non può ritenersi eccessivo rispetto all'immensità dell'opera compiuta e al beneficio che la Nazione risanata ne trae per la sua capacità produttiva e nella sua volontà di lavoro» [14].

In seguito alla guerra d’Etiopia e agli investimenti per l’organizzazione dell’impero si registrò effettivamente un significativo miglioramento dell’andamento dell’economia italiana: nel triennio 1935-37 il prodotto interno lordo aumentò a una media annua del 5,2% e la produzione manifatturiera del 7,5% [Toniolo 1980, 274]. Evidentemente, la nuova conquista africana contribuì a produrre l’incremento di domanda necessario alla ripresa economica [15]. Fu questo il «principale effetto economico del tardo imperialismo italiano» [Toniolo 1980, 330]. Semmai, come ha osservato Gianni Toniolo, «ciò che colpisce, a parte le distorsioni settoriali e territoriali, è il fatto che i risultati non siano stati, nel complesso, migliori e più duraturi dal punto di vista della crescita aggregata» [273]. L’incremento del reddito nazionale, infatti, fu equivalente a quello registrato nel periodo 1922-25 (prima cioè non solo dell’inizio della crisi ma anche dell’operazione deflattiva di «quota 90»), in un momento di forti tagli alla spesa pubblica, e, soprattutto, appare inferiore a quanto ci si sarebbe potuti attendere: non solo la crescita trasse vantaggio anche della politica autarchica di sostituzione delle importazioni ma risultò sproporzionata, in senso negativo, all’entità delle spese coloniali.

La spesa pubblica per l’Aoi, almeno nel primo biennio, fu infatti notevole, non solo per i costi della guerra. Una quantificazione precisa, dettagliata e condivisa degli investimenti erogati dallo Stato non è disponibile. Le diverse elaborazioni propongono stime difformi. La ricostruzione dei dati è complicata dal fatto che l’enorme aggravio di spesa fu in parte nascosto attraverso alcuni artifici contabili: come già all’epoca della Libia, le spese di guerra furono contabilizzate fuori bilancio e generalmente differite a esercizi successivi, in modo da far apparire i conti in pareggio [Del Boca 1979, 716-725; Maione 1991, 414]. Il governo voleva in questo modo dimostrare di aver conquistato un impero senza avere alterato l’equilibrio tra entrate e spese, evitando quindi di allarmare i risparmiatori, ai quali anzi si rivolgeva per nuovi prestiti. Secondo i dati della commissione finanze del Senato del Regno, le spese per la conquista dell’Etiopia e l’amministrazione e «valorizzazione» dei possedimenti dell’Aoi dal 1935 al 1939 ammontarono a una media annua di oltre 10 miliardi di lire correnti, per un totale di circa 46 miliardi, equivalenti al 20-25% della spesa pubblica totale (a seconda della valutazione di quest’ultima) e al 12% del reddito nazionale (cfr. tab. 3) [Maione 1991, 414] [16]. Si trattava di un impegno enorme, che non aveva precedenti minimamente comparabili nella storia coloniale italiana: basti pensare che la campagna libica, nel periodo 1011-1917 – l’evento fino a quel momento finanziariamente più oneroso – aveva impegnato circa il 5 per cento della spesa pubblica, mentre le spese coloniali ordinarie del governo fascista dal 1922 al 1934 si erano attestate intorno al 2,1-2,2 per cento [Labanca 2015: 93].

Inoltre, dal momento che le uscite straordinarie furono coperte prevalentemente attraverso l’emissione di nuovo debito, a queste cifre bisogna aggiungere il peso rilevante assunto dal pagamento degli interessi [414-415]. Iniziative di forte impatto simbolico, come la campagna dell’«oro alla patria» e la «giornata delle fedi» o le iniziative di sostegno delle comunità italiane all’estero – che la propaganda celebrò con grande enfasi – ebbero invece un’efficacia pratica assai marginale [Terhoeven 2007; Pretelli 2010: 68-71].

Tab. 3. Spese di carattere eccezionale 1935-39 (milioni di lire)
1935-36 11.136
1936-37 17.519
1937-38 9.027
1938-39 6.500
Totale 45.997
Fonte: G. Maione, I costi delle imprese coloniali cit., 415

Questi flussi di denaro pubblico erano destinati innanzitutto alla costruzione di infrastrutture, soprattutto per il trasporto, vista la condizione di arretratezza e inefficienza che si registrava non solo in Etiopia ma anche in Somalia ed Eritrea. In breve tempo furono costruite importanti arterie stradali (preferite a quelle ferroviarie, che richiedevano investimenti più elevati e tempi più lunghi a causa dell’orografia del territorio), alla cui realizzazione parteciparono oltre cinquanta imprese nazionali sotto il coordinamento dell’Azienda autonoma statale della strada, con finanziamenti interamente statali. Già nel maggio 1937, solo sei mesi dopo l’inizio dei lavori, erano integralmente percorribili le due strade Asmara-Addis Abeba (1.100 km) e Asmara-Gondar (554 km), ed entro l’estate del 1939, pienamente entro i tempi programmati, furono aperti altri consistenti tratti, tra cui la direttrice Assab-Dessié [17]. La costruzione della rete stradale assorbì quasi i due terzi della spesa complessiva prevista dal piano sessennale per l’Aoi varato dal governo nel giugno 1937 [Tuccimei 1998, 166].

Ampie risorse furono poi assorbite dall’edilizia e dai faraonici progetti di intervento urbanistico progettati e avviati, in alcuni casi per puri motivi di prestigio personale, dal governatore Rodolfo Graziani ad Addis Abeba. A carico del governo italiano, inoltre, erano i numerosi incentivi e contributi ai coloni e alle imprese che avessero deciso di localizzarsi nei territori dell’Aoi, così come il pagamento delle spese correnti delle amministrazioni coloniali, coperte solo in minima parte da entrate tributarie proprie [Toniolo 1980, 334]. A queste voci di uscita bisogna infine aggiungere le spese militari, per le operazioni di controguerriglia, non certo marginali quantitativamente. Indipendentemente dai dati utilizzati, è il primo triennio a risultare particolarmente dispendioso per le casse dello Stato. Oltre alle spese militari per la conquista dell’Etiopia – notevolmente più alte dei due miliardi inizialmente fissati come limite dagli organi tecnici dello Stato –, il problema principale fu costituito dalle ingenti spese dell’amministrazione dell’Aoi durante il governatorato di Graziani (1936-37): una quantità incontrollabile di capitali pubblici, coperti per meno della metà da entrate tributarie proprie.

È dunque tenendo conto dell’eccezionale ammontare complessivo della spesa pubblica erogata che deve essere valutata l’azione di stimolo moltiplicativo che questa effettivamente esercitò sul ciclo economico. Non solo i risultati furono minori di quanto ci si sarebbe potuti aspettare, ma il prezzo pagato, in termini di peggioramento del bilancio pubblico, fu molto alto. L’impresa etiopica invertì una tradizionale vocazione al risparmio e alla prudenza del colonialismo italiano e produsse «effetti sconvolgenti per la finanza pubblica» [Maione 1991, 413]. Inoltre, la notevole spesa pubblica italiana contribuì alla forte inflazione nei territori d’oltremare, con l’effetto di innescare un aumento dei costi della manodopera, delle merci e dei servizi, che rendeva più costose e meno competitive le produzioni realizzate in Africa orientale. Non solo, ma la grande mobilitazione di risorse finanziarie, soprattutto nel 1935-37, andò a innestarsi su una già precaria situazione valutaria [Gagliardi 2006, 89-95]. La scelta del governo fu di abbandonare, nell’ottobre 1936, «quota 90» e il «blocco dell’oro» (il gruppo di paesi rimasti fedeli al e alle parità fissate prima della crisi, composto, oltre che dall’Italia, da Belgio, Francia, Olanda, Polonia, Svizzera). Si rinunciava in questo modo a seguire orientamenti rigidamente deflazionistici, che avevano costituito per circa un decennio un punto fermo della politica economica del governo fascista. L’obiettivo era favorire gli acquisti nell’ambito dei programmi di preparazione alla guerra, a discapito però di quei ceti risparmiatori verso i quali la politica finanziaria e fiscale, privilegiando il finanziamento attraverso l’emissione di debito e la salita dei tassi d’interesse, si era dimostrato fino a quel momento alquanto generoso [Legnani 2000, 63].

La politica della spesa facile, sebbene fosse praticata in prima persona da un potente gerarca come Graziani e fosse pienamente corrispondente ai magniloquenti disegni di Mussolini, trovò una crescente resistenza nel ministero dell’Africa italiana, che cercò in particolare di contrastare la crescita dei costi militari, dovuta all’eccesiva presenza di uomini [Maione 1979, 138]. A tentare di arginare la deriva e a porsi in aperta contrapposizione con Graziani furono soprattutto le massime istituzioni economiche della madrepatria, vale a dire il ministero delle Finanze, la Banca d’Italia e, principalmente, il sottosegretariato poi ministero allo Scambi e valute [18].

Per Guarneri la gestione dell’Aoi rappresentava «la più grave minaccia» per l’economia italiana, mentre per Giuseppe Ferlesch, un funzionario dello Scambi e valute, si trattava di una «politica di megalomania dell’Amministrazione coloniale», che «minacciava di compromettere definitivamente la faticosa opera di riassetto valutario attuata nella Madrepatria» [Guarneri 1988, 763] [19]. Per poter controllare più da vicino l’operato del governatorato dell’Aoi, e portare sotto controllo le spese, Guarneri inviò ad Addis Abeba una propria delegazione, guidata da Ferlesch e dal giovane Enrico Cuccia [20]. Lo scontro tra la delegazione e Graziani e i suoi uomini era inevitabile, e scoppiò nel 1937, con feroci scambi di accuse [21]. La contesa fu risolta alla fine dell’anno, grazie anche all’intervento diretto di Mussolini, che prima, per placare gli animi, avallò la sostituzione di Cuccia, di cui tuttavia difese l’operato [22], e poi procedette alla defenestrazione di Graziani, sostituito da Amedeo d’Aosta [Martelli, Procino 2007; Gagliardi 2006, 171-175]. L’episodio è rivelatore delle tensioni che le spese fuori controllo provocarono tra tutti i soggetti istituzionali coinvolti nella gestione dell’Aoi, e in particolare della spaccatura che si era venuta a creare tra Roma e Addis Abeba.

Con l’avvicendamento al vertice del governatorato dell’Africa orientale, tuttavia, si riuscì a operare una correzione di rotta, seppur parziale: molti progetti faraonici furono abbandonati e le spese per l’impero, pur rimanendo a livelli elevati, fecero registrare una netta riduzione (cfr. tab. 3). Tuttavia, il debito accumulato e il permanere in ogni caso di un alto livello delle uscite continuarono a zavorrare in misura rilevante le condizioni finanziarie dello Stato fascista, e avrebbero costituito un serio ostacolo all’incremento delle spese militari sul finire del decennio.

Le ragioni dell’insuccesso

L’impero fascista durò solo cinque anni. Non superò quindi la fase della costruzione iniziale, solo dopo la quale è possibile valutare in maniera più puntuale i risultati. È tuttavia innegabile che l’esperienza dei pochi anni iniziali indica chiaramente una tendenza ben precisa, che autorizza a segnare con il marchio dell’insuccesso i progetti di sfruttamento economico delle colonie dell’Africa orientale italiana. A peggiorare il bilancio complessivo dell’operazione furono gli effetti negativi del colonialismo fascista sull’economia dei territori africani. La ferocia della guerra e la brutalità della repressione dopo la fine del conflitto comportarono non solo elevati costi umani ma ebbero un impatto disastroso sull’organizzazione delle società locali. Il grande fiume di finanziamenti per la guerra o per i lavori pubblici spinse una parte delle popolazioni locali ad abbandonare le attività tradizionali, soprattutto nell’agricoltura, per lavori più remunerativi connessi alla presenza italiana, prevalentemente come autotrasportatori od operai dell’edilizia. L’economia e le abitudini di vita e di consumo dell’oltremare vennero inoltre sconvolti prima dall’inflazione, conseguenza delle spese incontrollate del primo biennio, e poi dalla fase recessiva innescata dai successivi tagli dei finanziamenti pubblici. A rendere ancora più instabile la situazione, infine, contribuì il disordine del sistema monetario, in cui coesistevano di fatto due monete – la lira introdotta dalle autorità italiane e il tallero di Maria Teresa, che aveva da tempo larga circolazione in quei territori –, da cui conseguivano incertezze nei rapporti di cambio e frequenti manovre speculative [Tuccimei 1998, 203, 223-224, 227].

Per quanto riguarda nello specifico i programmi di valorizzazione – in un’ottica quindi che concentra lo sguardo sulle relazioni tra madrepatria e colonia e non sulle dinamiche interne a quest’ultima –, è da osservare come il mancato raggiungimento degli obiettivi prefissati dal governo fascista fu determinato non solo dagli ostacoli esterni (la non favorevole struttura della geografia dei possedimenti, la persistente presenza di una diffusa resistenza anticoloniale, l’ipertrofico peso assunto dalla componente militare), ma anche dai peculiari caratteri della politica economica coloniale del fascismo, che sotto molti aspetti rispecchiavano alcuni tratti assunti dall’economia italiana nel corso degli anni Trenta. Appare evidente, in particolare, il carattere caotico e conflittuale dell’azione istituzionale messa in campo dal governo fascista. Come si è già avuto modo di osservare, furono sistematici i conflitti tra le istituzioni coloniali e quelle metropolitane ma anche tra i diversi apparati dell’amministrazione centrale e tra il Governo generale dell’Africa orientale italiana ad Addis Abeba e i cinque governi regionali. In generale, il potere decisionale era attribuito al ministero dell’Africa italiana, mentre il Governo generale aveva piuttosto una funzione di coordinamento e indirizzo dei vari governi locali. La questione dei rapporti fra Roma e Addis Abeba generò un’infinita controversia nell’attribuzione dei rispettivi poteri, almeno fino al 1937, quando il ministro Lessona e il viceré d’Etiopia Graziani, protagonisti di un’accesa rivalità personale e ritenuti responsabili del pessimo andamento della situazione, furono sostituiti, rispettivamente da Attilio Teruzzi e Amedeo d’Aosta. Per quanto riguarda la politica di valorizzazione, anche i ministeri economici intervennero in prima persona nelle decisioni assunte dalle autorità coloniali: in particolare quello delle Finanze, responsabile dei conti pubblici, e quello dello Scambi e valute, che regolava la politica economica estera. Esemplare, in questo senso, sono il già ricordato scontro tra Graziani e Cuccia o la contrapposizione tra Guarneri e Teruzzi in merito all’eventuale introduzione di una nuova moneta nei territori imperiali.

Alla conflittualità interna agli apparati si sommarono le difficoltà derivanti dall’assenza di un unico modello istituzionale e legislativo per tutti territori coloniali. Lo Stato liberale aveva acquisito i propri possedimenti in tempi differenti e con modalità e obiettivi molto difformi, e lo Stato fascista non procedette, al momento della proclamazione dell’impero, ad alcuna seria azione di uniformazione delle leggi. Basti solo pensare che neanche all’interno dell’Africa orientale si riuscì a realizzare un sistema commerciale e valutario unico ma si diede vita, al contrario, a un’autentica babele doganale: l’Eritrea aveva una tariffa con cui accordava un trattamento preferenziale alle merci italiane, l’Etiopia invece adottava un sistema doganale a tariffa unica, cioè senza discriminare le merci italiane da quelle estere, e la Somalia dal novembre 1934, in virtù della convenzione per il bacino del Congo, applicava anch’essa un sistema di tariffa unica, diverso però da quello etiope [Renzi 1938, 147-150].

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Alla disordinata azione dello Stato non fece da contraltare la partecipazione dei privati. Nel corso della guerra all’Etiopia la grande borghesia imprenditoriale, anche attraverso la Confindustria, aveva ostentato pieno sostegno ai progetti imperialisti del regime, da cui peraltro traeva forti vantaggi grazie all’aumento delle ordinazioni militari e delle commesse pubbliche. All’atto pratico, però, quelle manifestazioni non si tradussero in un impegno concreto. I principali esponenti del mondo industriale e finanziario mantennero infatti un forte scetticismo. Uno dei più noti, Ettore Conti, presidente della Banca commerciale, così scriveva sul suo diario alla vigilia della proclamazione dell’impero: «Molti dubbi rimangono poi sulle possibilità di sfruttamento dell’Impero: la sua enorme estensione, la povertà della maggior parte delle sue terre, il passaggio obbligato del Canale di Suez, mi fanno temere che la nostra conquista potrà valere come affermazione di potenza, non come aumento del nostro spazio vitale» [Conti 1986, 360]. Gli imprenditori privati non vollero rischiare rilevanti investimenti nell’economia dell’oltremare: concentrarono l’impegno, assai ridotto, nelle vecchie colonie della Somalia e dell’Eritrea, mentre in Etiopia si limitarono a partecipare a iniziative promosse e condotte in prima persona dalle imprese pubbliche nell’ambito di consorzi misti e ad avviare la propria rete commerciale e di assistenza (per sfruttare il boom dei consumi creato dalla presenza di militari, funzionari e coloni) [Podestà 2011, 442]. A scoraggiare un maggiore impegno contribuivano la disorganizzazione dell’amministrazione coloniale e le inefficienze del sistema creditizio (i capitali raccolti in colonia erano prevalentemente investiti nella madrepatria) [Tuccimei 1998, 179-181].

L’atteggiamento dell’imprenditoria italiana è perfettamente sintetizzato dalle parole di Giuseppe Volpi – tra i principali esponenti dell’élite economica e, all’interno di questa, tra i più ferventi sostenitori del regime, ex ministro delle Finanze e presidente di Confindustria – che in un discorso del dicembre 1936, al consiglio direttivo della Confederazione degli industriali, dichiarò:

È seriamente da considerare, e non soltanto dal punto di vista economico, se esista veramente l’opportunità di promuovere lo sviluppo di tante altre attività industriali, sia per il consumo interno, sia, ancor più, per l’esportazione. Quando tanti mercati sono chiusi, completamente o quasi, ai commerci internazionali, vi è da domandarsi se le necessità dell’economia nazionale consigliano di far sorgere, nelle colonie, delle industrie capaci di escludere od anche soltanto di limitare l’importazione dei prodotti metropolitani, o, addirittura, di fare ad essi concorrenza sui mercati mondiali. Vi è pure da domandarsi se, nei territori coloniali dell’Africa in genere, esistano gli elementi essenziali per una vera e propria organizzazione industriale, giacché è evidente che non basta, all’uopo, la disponibilità delle materie prime sul posto [23].

Si trattava naturalmente di domande retoriche che, inserite all’interno di un discorso ufficiale del maggiore rappresentante degli industriali italiani, indicavano chiaramente quale fosse l’orientamento prevalente della categoria. Alla fine, la presenza dei privati si concentrò in larga parte nel settore dei lavori pubblici, al di fuori quindi dei meccanismi del mercato ma in stretta dipendenza dalle commesse pubbliche e dalle risorse finanziarie erogate dallo Stato.

L’importanza preponderante dell’intervento statale fu dunque l’elemento più rilevante della politica di valorizzazione attuata dal fascismo, tanto da rendere quella dell’impero un’economia sostenuta «artificialmente» dallo Stato. Se consideriamo quanto quell’intervento sia stato disordinato, contraddittorio e segnato da forti conflitti, appare alla fine ben poco sorprendente l’esito fallimentare di tutta l’operazione.


Abbreviazioni

  • ACS – Archivio centrale dello Stato
  • AFG – Archivio Felice Guarneri
  • AP – Atti parlamentari
  • ASMAE, Mai, Asg – Archivio storico-diplomatico ministero Affari esteri, Ministero dell’Africa italiana, Archivio segreto di gabinetto
  • ASUBR, – Archivio storico Unicredit Banca di Roma
  • Cnr – Consiglio nazionale delle ricerche
  • Ince – Istituto nazionale per i cambi con l’estero
  • Spd, Co – Segreteria particolare del duce, carteggio ordinario

Fonti primarie

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  • ACS, Cnr, I versamento, b. 266
  • ACS, Ince, b. 5; b. 6; b. 8
  • ACS, Spd, Co, fasc. 500.486
  • ASMAE, Mai, Asg, b. 160; b. 256
  • ASUBR, AFG, fasc. 3.1.1; fasc. 3.2.3; fasc. 6.1.2 

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  • Rosoni I., Chelati Dirar U. (eds.) 2012, Votare con i piedi. La mobilità degli individui nell’Africa coloniale italiana, Macerata: Eum.
  • Sbacchi A. 1991, I rapporti italo-etiopici tra il 1935 e il 1941, in Del Boca A. (ed.) 1991, Le guerre coloniali del fascismo, Roma-Bari: Laterza: 469-500.
  • Susmel D., Susmel E. (eds.) 1959a, Opera omnia di Benito Mussolini, vol. 27, Dall’inaugurazione della provincia di Littoria alla proclamazione dell’impero (19 dicembre 1934-9 maggio 1936), Firenze: La Fenice.
  • – 1959b, Opera omnia di Benito Mussolini, vol. 28, Dalla proclamazione dell’impero al viaggio in Germania (10 maggio 1936-30 settembre 1937), Firenze: La Fenice.
  • Terhoeven P. 2007, Oro alla patria. Donne, guerra e propaganda nella giornata della Fede fascista, Bologna: Il Mulino.
  • Toniolo G. 1980, L’economia dell’Italia fascista, Bari-Roma: Laterza.
  • Tuccimei E. 1998, La Banca d’Italia in Africa, Roma-Bari: Laterza.

Note

1. Un’analoga sottovalutazione degli aspetti economici segna la storiografia sull’impero fascista: Labanca 2007, 47.
2. ASMAE, Mai, Asg, b. 160. Lessona a Graziani, 13 giugno 1936.
3. Cfr. Pankhurst 1970; Rochat 1975; Sbacchi 1991; Rochat 2005, 75-97; Labanca 2015, 151-159, 188-199.
4. ASMAE, Mai, Asg, b. 256. Cerulli a Teruzzi, 18 gennaio 1940.
5. Cfr. Eichengreen 1994, 407; Cairncross, Eichengreen 2003, 19; sulle aree valutarie Di Quirico 2004.
6. ASMAE, Mai, Asg, b. 160. Lessona a Graziani, 2 agosto 1936.
7. ACS, Fondo Graziani, b. 46. Telex di Lessona a Graziani, 10 novembre 1937.
8. Importanti indicazioni sull’economia e sul fabbisogno valutario dell’Africa orientale italiana sono offerte da ACS, Cnr, I versamento, b. 266, fasc. 2. Commissione interministeriale per le materie prime insufficienti e per i surrogati e i succedanei, Relazioni speciali sulle materie prime insufficienti, Allegato alla “terza relazione alla Commissione suprema di difesa – 1938”, gennaio 1938 («Segreto»), 297-313.
9. ACS, Ince, b. 5, fasc. 55. Verbale della seduta del Consiglio di amministrazione del 30 maggio 1936, 44-5; ASUBR, AFG, fasc. 6.1.2. G. Farlesch, Politica valutaria in Africa Orientale italiana, 24 maggio 1946. Sull’operato dello Scambi e valute rinvio a Gagliardi 2006, 97.
10. Cfr. ASUBR, AFG, fasc. 3.2.3. Sottosegretariato per gli scambi e valute, Esigenze valutarie dell’A. O. I. durante il 1936, 5 gennaio 1937; ivi. Guarneri a Lessona, 5 gennaio 1937.
11. ACS, Cnr, I versamento, b. 266, f. 2. Commissione interministeriale per le materie prime insufficienti e per i surrogati e i succedanei, Relazioni speciali sulle materie prime insufficienti, Allegato alla “terza relazione alla Commissione suprema di difesa – 1938”, gennaio 1938 («Segreto»), 297-313.
12. ACS, Ince, b. 8, f. 71. Verbale della seduta del Consiglio di amministrazione del 21 marzo 1939.
13. ASUBR, AFG, fasc. 3.1.1. Mussolini ai sottosegretari di Stato per la Guerra, per l’Aeronautica, per la Marina e al commissario generale per le fabbricazioni di guerra, 15 novembre 1935. Cfr. anche Guarneri 1988, 507-8.
14. AP, Camera dei deputati, XXIX Legislatura, I Sessione, Discussioni, Tornata del 18 maggio 1935, 1656.
15. Per molti aspetti, l’impresa etiopica agì come creatrice di «esportazioni interne», secondo il modello delineato da Kalecki, 1975.
16. Stime diverse sono proposte da Repaci 1962, 402.
17. Cfr. Maggi 1996; Antonsich 2006; Cecini 2007; Fuller 2007; Mattioli 2009. Cfr. anche la testimonianza dell’allora ministro per i Lavori pubblici, Cobolli Gigli 1938.
18. ACS, Ince, b. 6 fasc. 58. Verbali della seduta del Consiglio d’amministrazione del 21 dicembre 1936; ivi, f. 62. Verbali della seduta del Consiglio d’amministrazione del 28 giugno 1937, pp.5; ASUBR, AFG, fasc. 3.2.3. Esigenze valutarie dell’A. O. I. durante il 1936, 5 gennaio 1937, 4. Sul ministero delle Finanze cfr. Maione 1979, 140.
19. ASUBR, AFG, fasc. 6.1.2. G. Ferlesch, Politica valutaria in Africa Orientale italiana, 24 maggio 1946.
20. ACS, Ince, b. 5, f. 55. Verbali della seduta del Consiglio d’amministrazione del 30 maggio 1936, 44-5; Guarneri 1988, 631.
21. Cfr. i telegrammi in ACS, Archivio Graziani, b. 45, fasc. 39.2.
22. ASUBR, AFG, fasc. 3.2.3. Guarneri a Mussolini, 15 giugno 1937. ACS, Archivio Graziani, b. 45, fasc. 39.2. Graziani a Guarneri, 26 luglio 1937.
23. ACS, Spd, Co, fasc. 500.486. G. Volpi, L’industria e l’Impero, 1936.