Storicamente. Laboratorio di storia

Studi e ricerche

La Grande Crisi e le relazioni tra Italia e Ungheria (1931-1935)

L’Ungheria all’indomani del primo conflitto mondiale

L’Ungheria fu il Paese più penalizzato dai trattati di pace che ridisegnarono i confini dell’Europa centro-orientale nel primo dopoguerra.

L’atteggiamento punitivo delle Potenze dell’Intesa  (che considerarono Budapest responsabile della guerra, al pari di Vienna e del Reich tedesco) , le spinte centrifughe delle minoranze slave e romene e gli appetiti annessionistici dei Paesi confinanti determinarono lo smembramento territoriale della multietnica Ungheria storica, regno autonomo all’interno della duplice monarchia, frutto del compromesso austro-ungherese (noto come Ausgleich) del 1867.

Il primo biennio post-bellico magiaro fu caratterizzato dal cambio di tre diversi regimi politici e dalla prosecuzione della guerra contro la Cecoslovacchia, la Romania e la Serbia che, nell’inverno del 1918, avevano violato l’armistizio di Belgrado (7 novembre 1918) nel tentativo di strappare ulteriori territori all’Ungheria. Alla Repubblica Democratica ungherese (16 novembre 1918 – 20 marzo 1919) presieduta dal filo-occidentale Mihály Károlyi– il quale, di fronte all’imposizione di cessioni territoriali sempre più gravose da parte delle Potenze vincitrici, si dimise e consegnò il potere ad una coalizione formata da socialdemocratici e bolscevichi ungheresi - seguì l’esperimento sovietico della Repubblica dei Consigli (21 marzo -1 agosto 1919), guidata dal comunista Belá Kun. La Repubblica sovietica ungherese, seppur isolata diplomaticamente ed economicamente dalle Potenze occidentali,  continuò la guerra contro le truppe d’invasione degli Stati confinanti, ma dopo gli iniziali successi militari in Slovacchia, l’Armata Rossa magiara venne travolta dall’offensiva delle truppe romene che giunsero a occupare Budapest il 3 agosto 1919[1].  

La situazione si stabilizzò soltanto nel novembre 1919, quando l’esercito romeno si decise a lasciare l’Ungheria e le truppe controrivoluzionarie guidate da Miklos Horthy entrarono a Budapest. Il nuovo regime conservatore magiaro (1919 – 1944), che nel frattempo aveva ripristinato formalmente l’istituzione monarchica sotto la reggenza dello stesso Horthy, fu ammesso dalle Potenze vincitrici al tavolo delle trattative e il 4 giugno 1920 Budapest si rassegnò a firmare, il trattato  di Trianon [link5], per effetto del quale il Paese perse due terzi del territorio e due terzi della sua popolazione, di cui circa tre milioni di etnia magiara divennero sudditi dei Paesi confinanti[2].  Da quel momento la revisione dei confini di Trianon fu il principio ispiratore che orientò  tutta la politica estera ungherese fino alla seconda guerra mondiale.

Ma, nonostante questo obiettivo dichiarato, l’azione internazionale di Budapest risultò fortemente condizionata dalle conseguenze economiche dei cambiamenti geopolitici imposti dal trattato.

Inserita nella precedente unità economica dello spazio asburgico, l’Ungheria di Horthy si ritrovò dipendente dal commercio estero. Poiché i nuovi confini privavano il Paese delle materie prime che avevano garantito lo sviluppo industriale prebellico, le esportazioni legate al settore agricolo divennero determinanti per la bilancia commerciale magiara. Ciò significava la necessità di piazzare le merci magiare sul mercato affrontando la concorrenza mondiale, in un contesto che escludeva qualsiasi intesa economica su base regionale, a causa dell’aperta ostilità politica tra Budapest ed i Paesi che avevano beneficiato della sua spoliazione territoriale. Di non minore importanza per il Paese danubiano risultò la possibilità di ottenere un afflusso di capitali stranieri che permettesse di finanziare l’ammodernamento e la ristrutturazione del proprio apparato economico. Infine le finanze magiare, gia indebitatesi nel corso del conflitto, vennero gravate dal pagamento delle riparazioni di guerra[3]

Per queste ragioni Istvan Bethlen, presidente del Consiglio magiaro dal 1921 al 1931 e leader indiscusso della scena politica ungherese per oltre un decennio, si fece propugnatore di  una politica estera pragmatica, capace di adattarsi all’evoluzione della situazione internazionale, senza però rinnegare il fine ultimo della revisione. Ciò significava che, di fronte all’isolamento del Paese e alla sua precaria situazione economica (nel 1923 la corona ungherese registrò una caduta verticale del suo valore), occorreva mitigare le punte più accese della propaganda revisionista e cercare di normalizzare la posizione del Paese nel consesso internazionale, al fine di ottenere un prestito internazionale, considerato l’unica possibilità per scongiurare la bancarotta ungherese[4]. La strategia di Bethlen ebbe successo: nel 1922 l’Ungheria venne ammessa nella Società della Nazioni e nel 1924 ottenne un prestito internazionale che dava ossigeno alle finanze ungheresi[5].

Le relazioni italo-magiare negli anni Venti

Superata la fase più difficile per l’economia magiara, Bethlen inaugurò, nella seconda metà degli anni Venti una politica revisionista attiva e, dopo un breve tentativo di riavvicinamento con Belgrado, Budapest accettò di buon grado la proposta italiana di un’alleanza in funzione antijugoslava e antifrancese. Roma si opponeva all’egemonia francese nel settore danubiano, esercitata attraverso la sua influenza sulla Piccola Intesa  (l’alleanza stipulata tra Praga, Belgrado e Bucarest nel 1921 contro il revisionismo magiaro), perciò considerava fondamentale attrarre nella propria sfera d’influenza i grandi perdenti dell’assetto postbellico danubiano[6].

Dal punto di vista economico, il trattato di amicizia e di arbitrato italo-magiaro, firmato il 5 aprile 1927, prevedeva il coinvolgimento della Banca Ungaro-Italiana nel settore della fabbricazione di vagoni e locomotori ferroviari ungheresi, la concessione da parte italiana di uno dei due bacini del porto di Fiume per le merci magiare (cereali e zucchero) e un prestito all’Ungheria di 100 milioni di pengö (la nuova moneta ungherese, equivalente a poco più di tre lire)[7].

Gran parte delle richieste ungheresi rimase allo stadio delle buone intenzioni, sebbene tra il 1926 e il 1930 vi fosse un aumento consistente delle esportazioni di grano magiaro nel mercato italiano e Roma ne divenisse il primo importatore. Tuttavia il risultato dell’accordo era, per Budapest, di natura politica: l’Ungheria usciva definitivamente dall’isolamento internazionale, grazie ad un trattato siglato con una potenza vincitrice della guerra, che per di più sosteneva apertamente il revisionismo magiaro. Grazie al sostegno italiano e alla campagna di stampa condotta -  a partire dall’estate del 1927 - dal giornale britannico “Daily Mail” dell’editore Lord Rothermere[8], per la prima volta la propaganda revisionista magiara cominciava a ricevere la favorevole attenzione di una parte non trascurabile dell’opinione pubblica mondiale.

Alla vigilia degli anni Trenta le conferenze dell’Aia (20 gennaio 1930) e di Parigi (28 aprile 1930) trovarono una soluzione soddisfacente allo spinoso problema giuridico degli “optanti”[9] e delle riparazioni di guerra ungheresi. Risultato di questi accordi fu la decisione delle potenze europee di creare un fondo agrario con la partecipazioni di capitali occidentali (anche italiani), allo scopo di favorire il credito internazionale all’agricoltura magiara[10]. In tale occasione la calorosa riconoscenza ungherese per il positivo ruolo di mediazione di Roma a favore dell’Ungheria rafforzò la convinzione generale che l’Italia avesse trovato in Budapest un fedele alleato nella sua politica d’espansione nell’area danubiano-balcanica.

1931: La crisi dell’economia ungherese e gli “accordi Brocchi”

Nel corso del 1931 gli effetti della Grande Crisi raggiunsero l’economia magiara e il resto dei Paesi post-asburgici, rimescolando le carte nella partita politico-economica per l’egemonia danubiana e rimettendo in discussione il legame esclusivo dell’Italia con Budapest che, fino all’anno precedente, sembrava un dato acquisito in maniera definitiva.

Il fatturato dell’industria ungherese che nel 1930 era di 2.474.000.000 pengö, nel 1931 scese a 2.055.500.000, ma certamente più grave ai fini delle esportazioni magiare fu il forte ribasso del prezzo del grano sul mercato mondiale, dovuto in gran parte alla concorrenza americana e russa: se nel settembre del 1930 un quintale di grano aveva un valore di 25 pengö, nel settembre del 1931 tale valore era sceso a 8 pengö al quintale. Considerando inoltre che il raccolto granario ungherese nel 1931 era di 17 milioni di quintali contro i 23 milioni dell’anno precedente, il risultato fu per la bilancia commerciale dell’economia magiara un passivo di 5 milioni di pengö, un dato preoccupante di fronte all’attivo di 50 milioni dell’anno precedente[11].

Questa situazione rendeva ancora più impellente per Budapest la ricerca di soluzioni commerciali che garantissero sicuri mercati alle proprie eccedenze granarie. Tali preoccupazioni spiegavano l’atteggiamento prudente assunto dal governo magiaro di fronte al tentativo di unione doganale austro-tedesca che allarmò le diplomazie di Roma e Parigi nel marzo 1931. Il progetto di Zollverein tra Vienna e Berlino segnava il ritorno della Germania nella competizione politico-economica nell’area danubiana. I piani di Berlino fallirono per l’opposizione italo-francese, ma le dichiarazioni rilasciate in quella occasione da Bethlen all’ambasciatore francese De Vienne preoccuparono Roma,  perché  dimostravano la disponibilità ungherese ad entrare nell’orbita d’influenza economica tedesca: il primo ministro magiaro dichiarava che Budapest rimaneva in attesa degli sviluppi del progetto, ma al tempo stesso non nascondeva l’interesse ungherese qualora l’unione doganale austro-tedesca avesse consentito l’allargamento a Paesi terzi, poiché, in questo caso, l’Ungheria era disposta a limitare la sua futura libertà d’azione commerciale pur di assicurare al proprio grano il mercato germanico[12].

L’iniziativa tedesca e il preoccupante interesse con cui Budapest ne aveva seguito l’evoluzione spinsero Roma ad affrettare la conclusione dei cosiddetti “accordi Brocchi”, dal nome del tecnico economico del Ministero della Finanze che ne fu l’ideatore[13].

Nato per evitare l’adesione di Budapest ad un blocco agrario sotto gli auspici della Francia, il progetto italiano era allo studio fin dall’anno precedente. Il sistema prevedeva la creazione di un istituto di credito, controllato dalle tre banche nazionali, che favorisse il commercio tra Austria, Ungheria e Italia con la concessione di anticipazioni e concessioni a tassi d’interesse molto miti. In sostanza ciascun Paese avrebbe dovuto devolvere una percentuale del prodotto del dazio doganale per le merci concordate, creando un meccanismo di rimborso che garantiva l’afflusso delle merci nei Paesi contraenti senza i relativi dazi. In questo modo il piano italiano riusciva ad aggirare la clausola della “nazione più favorita” in vigore con altri Paesi e, soprattutto, a risolvere il problema della penuria di divise estere che assillava la politica economica austriaca e magiara[14].

Inizialmente Roma coltivò l’ambizione di coinvolgere nel progetto anche Belgrado (allo scopo di strappare il regno slavo dall’influenza di Parigi), ma incontrò in questo senso forti resistenze da parte del governo magiaro[15]. Inoltre il progetto Brocchi aveva suscitato vivaci discussioni anche nel dibattito interno italiano, dove da più parti veniva messa in discussione la convenienza economica dell’accordo per l’Italia[16]. Tuttavia la preoccupazione per il ritrovato attivismo francese e per il crescente interesse mostrato da Budapest per il mercato tedesco vinse tutte le resistenze interne in Italia e la successiva rinuncia mussoliniana al coinvolgimento di Belgrado permise di superare anche le ultime incertezze ungheresi: gli “accordi Brocchi” furono firmati nella località austriaca di Semmering (da cui anche “accordi del Semmering”) il 19 luglio 1931 e furono perfezionati l’anno successivo.

Come riconoscevano gli stessi italiani, gli accordi appena firmati avevano per l’Italia un valore esclusivamente politico, mentre i  vantaggi economici erano tutti per Austria e Ungheria.

Si trattava in sostanza di una sacrificio economico da parte italiana, attraverso il quale Roma sperava, alleviando le precarie condizioni delle economie austriaca e ungherese, di mantenere la fedeltà dei due alleati danubiani.  Ma questo sacrificio economico era difficilmente attuabile alla luce della politica protezionistica avviata da Roma, dopo l’avvenuto crollo dei prezzi agricoli: tra il 1930 e il 1934 l’Italia raggiungeva l’autosufficienza granaria e, a fronte di un livello d’importazione che ancora nel 1930 raggiungeva il 41% della produzione nazionale, essa scendeva già nel 1931 al 14% della produzione interna, conseguenza anche dell’aumento del dazio vicino al 74% del suo valore[17].

Le promesse economiche italiane all’Ungheria furono dunque, ancora una volta, disattese, come testimoniavano le aspre critiche, nelle sedute parlamentari del 1932, che l’opposizione antigovernativa magiara rivolgeva a proposito del reale funzionamento degli accordi commerciali con l’Italia. La delusione magiara non riguardava solo gli accordi nel campo granario, ma anche in quello zootecnico, come provava l’ostruzionismo all’importazione di bestiame magiaro attuato dalle autorità doganali italiane.

Il momentaneo riavvicinamento franco-ungherese

Il mancato rispetto degli impegni assunti da parte di Roma spingeva Budapest a cercare aiuti economici in altre capitali, soprattutto dopo che, nell’estate del 1931, ritornò d’attualità il rischio di bancarotta dello Stato ungherese.

Il continuo afflusso di crediti internazionali, per il 60% a breve e medio termine, concessi a tassi d’interessi molto svantaggiosi (circa il 7%), produsse una spirale perversa che portò ad un pesante indebitamento della bilancia dei pagamenti ungheresi: l’indebitamento ungherese nell’estate del 1931 raggiunse i 4.300 milioni di pengö[18].La situazione divenne esplosiva quando il crollo della banca austriaca Creditanstalt  provocò a catena quello della Banca Generale del Credito Ungherese di Budapest - appartenente al medesimo gruppo Rothschild - e divenne reale il rischio di una fuga di massa dei capitali stranieri dall’Ungheria[19].

Questa nuova crisi comportò le dimissioni di Bethlen (19 agosto) e, nonostante il nuovo primo ministro Gyula Kàrolyi si dichiarasse continuatore della politica del predecessore nel campo delle relazioni italo-magiare, appariva evidente agli osservatori italiani che la svolta ministeriale preannunciava un orientamento della politica estera magiara maggiormente favorevole alla Francia, unica potenza che possedeva le capacità economico-finanziarie (nel 1931 la crisi mondiale non aveva ancora contagiato Parigi) per salvare le finanze di Budapest. Il 16 agosto del 1931 Budapest otteneva un prestito internazionale di 5 milioni di sterline; di queste 2.800.000 erano concesse dalla Francia contro le 200.000 dell’Italia[20]. La diplomazia italiana constatò amaramente che le esigenze finanziarie ungherese favorivano in quel momento le posizioni francesi nel Paese danubiano, ma ciò non significava una sconfitta definitiva dell’influenza di Roma. Da parte italiana si sottolineava, infatti, la contraddizione di fondo della politica estera magiara in quel momento: se le impellenti ragioni economiche spingevano Budapest verso la Francia, motivazioni politiche di lungo periodo obbligavano l’élite magiara a non indebolire il legame con l’Italia. Tali ragioni politiche erano riconducibili, ancora un volta, al revisionismo, cioè all’appoggio ufficiale che Roma forniva alle richieste magiare di modifica del trattato di Trianon, che Parigi invece contrastava, cercando di compensare il rifiuto con il suo sostegno finanziario all’economia magiara[21]. Le profezie italiane sembrarono avverarsi ben presto.

Nel 1931 la Francia era diventata la prima importatrice di grano ungherese, con 415.025 quintali per un valore di 4.482.270 di pengö, ma già nel 1932 le importazioni si erano azzerate, nonostante un accordo del maggio 1932 avesse stabilito l’importazione da parte di Parigi, per quell’anno, di 800.000 quintali di grano ungherese[22]. La crisi aveva indebolito anche le finanze francesi, ma soprattutto era fallito l’ultimo tentativo di Parigi per una riorganizzazione economica della regione danubiana. Il piano Tardieu prevedeva una collaborazione tra i Paesi danubiani[23] attraverso l’adozione di un sistema preferenziale nell’interscambio commerciale. Il progetto francese tentava di ricreare l’unità economica dei tempi prebellici  (allargata ai nuovi confini degli Stati successori) e,  contemporaneamente, di affermare l’egemonia francese in funzione antitaliana  e antitedesca. La paura magiara di subire all’interno della nuova unità economica l’egemonia della Piccola Intesa (che significava la rinuncia definitiva alla revisione dei confini) e l’opposizione italiana e tedesca che il piano Tardieu incontrò alla Conferenza Economica di Londra, nell’aprile del 1932, causarono il fallimento delle ambizioni francesi[24].

Budapest tra Roma e Berlino:l’ascesa al potere di Hitler e i Protocolli di Roma

Nell’estate dello stesso anno Mussolini riprendeva in mano la direzione del  Ministero degli Esteri, allo scopo di attuare una politica estera più attiva ed aggressiva, mentre in Ungheria il peggioramento della crisi economica portava alla caduta del fragile gabinetto Karolyi e alla nascita del primo governo di Gyula Gömbös. Al fianco di Horthy nella controrivoluzione del 1919, Gömbös era un sincero ammiratore del regime italiano e del sistema corporativo, un nazionalista ed un acceso revisionista, contrario ad aperture troppo concilianti con la Francia. Nulla a questo punto sembrava ostacolare il rilancio delle relazioni italo-magiare. Ma Gömbös, come del resto aveva sempre affermato anche Bethlen e la diplomazia ungherese[25], non riteneva l’Italia una potenza sufficiente per la soluzione dei problemi economici ungheresi  e il raggiungimento degli scopi revisionistici di Budapest. Nella visione magiara l’alleanza con l’Italia andava affiancata da un’intesa con la Germania e l’ascesa di Hiltler al potere, nel gennaio 1933, rafforzarono le speranze magiare di realizzare un blocco revisionista italo-tedesco-ungherese, in cui Budapest avrebbe svolto un ruolo mediatore tra [26].

La visita di Gömbös a Berlino nel giugno 1933 – prima visita ufficiale di un capo straniero al neocancelliere Hiltler – nasceva da un intreccio di motivi economici e politici. Dal punto di vista economico, l’invito - organizzato dalla sezione economica dell’ufficio esteri del partito nazista tedesco – era stato accolto con favore da Budapest, nella speranza di sbloccare i negoziati allora in corso con Berlino per assicurare alle esportazioni agricole magiare il fondamentale mercato tedesco e vincere la concorrenza  della Romania e della Jugoslavia, che in quel periodo conducevano analoghe trattative con la Germania[27]. Politicamente Gömbös cercava di smarcare la posizione ungherese dalla rigida difesa italiana dell’indipendenza austriaca, di promuovere la collaborazione tra la Germania e il blocco italo-austro-magiaro e soprattutto di legare il revisionismo tedesco a quello magiaro, ottenendo da Berlino un pieno sostegno alle rivendicazioni territoriali ungheresi[28].

Tuttavia le richieste di Gömbös per un accordo politico trovarono il rifiuto tedesco, poiché la politica estera nazista era disposta ad appoggiare il revisionismo ungherese contro il comune nemico cecoslovacco ma non contro la Jugoslavia e la Romania. Sul piano economico, invece, Hitler sembrò molto più disponibile e acconsentì, nel gennaio del 1934, ad intavolare trattative commerciali con Budapest per risolvere il perenne problema delle esportazioni ungheresi: nel febbraio del 1934 venne siglato un importante accordo ungaro-tedesco[29].

L’accordo rientrava nella strategia della politica commerciale nazista che mirava ad attirare nella propria orbita economica non solo l’Ungheria ma anche la Romania e la Jugoslavia, attraverso accordi bilaterali, basati sul sistema del “clearing” che compensava le esportazioni agricole dei Paesi danubiani con importazioni industriali tedesche di equivalente valore economico, eliminando la necessità di divisa straniera ’interscambio commerciale.

La visita di Gömbös a Hitler sorprese e preoccupò seriamente Roma e l’accenno fatto nel comunicato finale congiunto ungaro-tedesco circa l’espansione economica germanica nell’Europa sud-orientale fu considerata dalla diplomazia italiana la prova che l’eventuale collaborazione economica tra il blocco italo-austro-magiaro e il Reich tedesco – tanto caldeggiata da parte ungherese -  rappresentava una minaccia per gli interessi italiani[30].

Questi eventi spinsero Mussolini ad accelerare i tempi per un definitivo rafforzamento del legame italiano con Vienna e Budapest: nel marzo del 1934 - un mese dopo la stipulazione del citato accordo ungaro-tedesco – vennero firmati i cosiddetti “protocolli di Roma”, un accordo di consultazione e stretta collaborazione economica e politica tra Roma,Vienna e Budapest.

I protocolli rappresentavano la risposta mussoliniana al rifiuto tedesco di una spartizione economica della regione danubiana; in questo modo Roma cercò di scongiurare l’Anschluss e la perdita d’influenza in Ungheria con un accordo che, malgrado le rassicurazioni di Gömbös ai tedeschi, aveva chiaramente un significato antitedesco[31]. A conferma del duplice orientamento italo-tedesco della politica estera ungherese, Budapest aveva aderito a malincuore ai Protocolli non per i vantaggi economici che pure acquisì con l’accordo, ma in virtù del sostegno italiano al revisionismo e al riarmo magiaro. Tuttavia l’intesa italo-magiara entrò presto in crisi per via delle trattative italo-francesi che, avviate fin dalla fine del 1933, ebbero il loro culmine tra la fine del ’inizio del 1935[32].

1935, l’anno della svolta: la questione abissina e l’evoluzione delle relazioni italo-ungheresi

Mussolini aveva rivolto le sue ambizioni all’espansione coloniale in Africa e, allo scopo di ottenere il beneplacito francese all’impresa abissina, il dittatore negoziò con Parigi un “patto danubiano”(10 gennaio 1935). L’accordo prevedeva l’avvio di trattative per la creazione di un sistema di garanzie collettive tra Vienna e gli Stati successori, con lo scopo di preservare l’indipendenza austriaca, assicurare  lo status quo nella regione e porre le basi per una più efficace collaborazione economica fra i Paesi danubiani[33].

Budapest dichiarò fin da subito il proprio rifiuto a siglare qualsiasi accordo regionale politico o economico prima di aver visto soddisfatte le proprie rivendicazioni territoriali nei confronti dei Paesi della Piccola Intesa e seguì le trattative italo-francesi con una certa ansia e malcelata preoccupazione[34]. Sebbene Mussolini giudicasse ragionevoli le modificazioni territoriali al trattato di Trianon, presentate da Gombos al dittatore italiano (ottobre 1934)[35], come condizione per l’adesione ungherese al patto danubiano, la vicenda aveva chiaramente mostrato la disponibilità della politica estera fascista  a sacrificare gli interessi revisionistici ungheresi in nome dei propri obiettivi coloniali. Inoltre, la creazione di un fronte anglo-franco-italiano in funzione anti-tedesca, in occasione della conferenza di Stresa (aprile 1935), fu una nuova fonte di apprensioni per la politica estera magiara.

La guerra d’Abbissinia (3 ottobre 1935) comportò la rottura del “fronte di Stresa” e segnò la fine di ogni ulteriore sviluppo del progetto di patto danubiano. L’impresa coloniale del fascismo italiano da un lato confermò la convinzione ungherese che l’imperialismo africano di Mussolini avrebbe ridimensionato l’importanza strategica del settore danubiano (e del revisionismo ungherese) nella politica estera italiana, ma, d’altra parte, alimentò la speranza magiara – ben presto confermata dagli eventi - che l’opposizione anglo-francese all’aggressione italiana dell’Etiopia e le conseguenti sanzioni societarie[36] contro Roma avrebbero facilitato il riavvicinamento italo-tedesco.

Tuttavia nel 1935 l’Italia aveva già perso la competizione in Ungheria sul piano economico poiché, nonostante i Protocolli di Roma ed i successivi accordi italo-ungheresi determinassero un aumento dell’80% delle esportazioni ungheresi, in termini assoluti la quota ungherese delle importazioni totali italiane non superò il 5,01%, mentre le esportazioni italiane in Ungheria costituivano soltanto il 4,70% delle importazioni totali del Paese danubiano e registrarono, per la prima volta dal dopoguerra, un brusco calo, dovuto in gran parte alla forte concorrenza tedesca[37]. Nello stesso anno la Germania diveniva, per la prima volta, il più importante partner commerciale dell’Ungheria[38].

Budapest accettava volentieri l’inserimento nell’orbita economica tedesca, non solo perché il mercato del Reich garantiva una soluzione stabile all’annoso problema delle sue esportazioni agricole, ma anche perché l’obiettivo dichiarato della politica nazista, cioè la modifica dello status quo europeo, andava incontro alle speranze revisionistiche ungheresi.

Alla fine della prima metà degli anni Trenta l’Ungheria riconciliava esigenze economiche e politiche nel legame con Berlino, a scapito del rapporto magiaro con l’Italia che risultava ridimensionato.

L’Italia non era riuscita a sostenere adeguatamente l’economia magiara duramente colpita dagli effetti della “grande crisi”, a causa dei limiti della sua potenza economico-finanaziaria e, come sostiene la storica magiara Maria Ormos, per la mancanza di una strategia coerente[39]. Come sperato dai dirigenti magiari, la guerra d’Abissinia produsse - dopo le tensioni tra Roma e Berlino seguite al fallito tentativo di Anschluss nel luglio 1934 - il riavvicinamento italo-tedesco, preludio dell’Asse.

Le relazioni italo-ungheresi dopo il 1935

Con la creazione dell’Asse Roma – Berlino nel 1936 e la stipulazione del Patto d’Acciaio nel 1939 si realizzò il sogno magiaro di in blocco revisionista italo-tedesco-ungherese. Risolta la questione austriaca con l’accettazione mussoliniana dell’Anschluss nel 1938, l’importanza dell’intesa italo-tedesca per Budapest venne confermata, nel giro di pochi anni, dai due arbitrati di Vienna grazie i quali, per la prima volta, l’Ungheria otteneva sostanziali modifiche ai confini imposti dal trattato di Trianon. Come conseguenza del sostegno italo-tedesco al revisionismo magiaro, Budapest – che, dopo il ritiro dalla Società delle Nazioni, aveva aderito al patto tripartito nel 1940 - entrò in guerra, nel 1941, al fianco delle Potenze dell’Asse. Tuttavia, nonostante il ruolo giocato dall’Italia in occasione dei due arbitrati, la fiducia di Budapest nella capacità italiana di controbilanciare l’ingombrante egemonia tedesca venne progressivamente svanendo dopo lo scoppio del secondo conflitto mondiale. L’ambizione di Mussolini di condurre una “guerra parallela” che certificasse l’autonomia d’azione di Roma all’interno dell’Asse si scontrò, ben presto, con la realtà dell’impreparazione militare italiana. I rovesci militari subiti dalle forze armate italiane comportarono  il graduale, ma inesorabile,  indebolimento di Roma nei confronti dell’alleato tedesco; una subalternità ribadita, nell’aprile del 1943, dal rifiuto di Mussolini di aderire alla richiesta del primo ministro magiaro Kallay, il quale, per trovare una via d’uscita da una guerra che appariva chiaramente persa, chiese invano al dittatore italiano di guidare gli alleati minori di Berlino verso lo sganciamento dalla Germania nazista[40]. La costituzione della Repubblica Sociale Italiana nell’Italia settentrionale occupata dalle truppe tedesche, dopo l’armistizio italiano dell’8 settembre 1943, completò la satellizzazione italiana al Reich tedesco; un destino simile a quello a cui andò incontro Budapest poco tempo dopo: nel marzo 1944 Hitler occupò l’Ungheria, impose un governo filotedesco deciso a continuare la guerra al fianco di Berlino e destituì Horthy che tentava segretamente di trattare un ’Unione Sovietica.

Nel 1944, l’impotenza politica del regime di Salò consentiva a Hitler di ordinare a Budapest, la cui economia era ormai schiavizzata dalle esigenze della macchina da guerra tedesca, il dirottamento in Germania delle già ridotte forniture magiare destinate alla Repubblica Sociale Italiana[42]. Un triste episodio che sanciva la fine delle relazioni economiche tra l’Italia fascista e l’Ungheria di Horthy.

Note

[1] E. Santarelli, Bela Kun e la repubblica ungherese dei Consigli, «Rivista storica del socialismo», (20) 1963, 571-583; sui rapporti italo-magiari durante il regime di Bela Kun si veda: E. Santerelli, Italia e Ungheria nella crisi post-bellica 1918 -1920,  Argalia, Urbino, 1968 e Antonio Antàl Gambino, La presenza italiana in Ungheria nella corrispondenza diplomatica francese (1919 -1929), «Grotius», 2009,
www.grotius.hu; G. Romanelli, Nell’Ungheria di Bela Kun e durante l’occupazione militare romena, Ufficio storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, Roma, 2002.

[2] Maria Ormos, From Padua to Trianon 1918-1920, Columbia University Press – Akadémiai Kiadó, New York – Budapest 1990; Gy. Juhasz, Hungarian foreign policy 1919-1945, Budapest, Akadémiai Kiadó, 1969; I. Romsics, The dismantling of historic Hungary: the peace treaty of Trianon, Wayne (USA), Center for Hungarian Studies and Publications, 2002; P. Ayçoberry, J.P. Bled, I. Hunyadi (eds.), Les conséquences des traités de paix de 1919 – 1920 en Europe centrale et sud-orientale, Strasbourg, Association des Publications près les Universités de Strasbourg 1984; Antonello Biagini, Storia dell'Ungheria contemporanea, Milano, Bompiani, 2006. 

[3]  Z. Kaposi, L’economia ungherese tra le due guerre mondiali, in F. Guida (ed.), L’epoca Horthy. L’Ungheria tra le due guerre mondiali, Roma, Lithos, 2000, 92-104; Gy. Ranki, The Hungarian economy in the interwar years in  P.Sugar, P.Hanák, T. Frank (eds.), A History of Hungary, Indiana University Press,
Indiananpolis 1990,.356-367; Per una visione generale della situazione politico-economica della regione danubiana nel primo dopoguerra: I. Berend, Gy.Ranki, Economy and foreign policy:the struggle of the great powers for hegemony in the Danube Valley, 1919-1939, New York, Columbia University Press, 1983.

[4] F. Pölöskei, Hungary’s international position in the 1920’s, in I. Romsics (ed.), 20th century Hungary and the great powers, New York, Columbia University Press, 1995, 119 -138.

[5] M. Ormos , L’opinione del conte Bethlen sui rapporti italo-ungheresi (1921-1931), «Storia Contemporanea», n.2, (1971), 283-314.

[6] E. Di Nolfo, Storia delle relazioni internazionali dal 1918 al 1992, Laterza, Bari – Roma, 1994, 58-75; G. Carocci, La politica estera dell’Italia fascista, Bari, Laterza, 1969, 69-83;  E. Collotti, Fascismo e politica di potenza: politica estera 1922 -1939, Nuova Italia, Milano 2000, 53-60.

[7] D. Rodriquez, E. R. Magaldi, Italia ed Ungheria 1927-1934, Roma, Fondazione Einaudi, 2000, 3; A. Breccia, La politica estera italiana e l’Ungheria (1922 – 1933), «Rivista di Studi Politici Internazionali», 1 (1980), 93-112.

[8] I. Romsics, Hungary’s place in the sun: a British newspaper article and its Hungarian repercussions, www.ssees.ac.uk/
confhung/romsics.pdf
. Inoltre l’autobiografico H. Rothermere, My campaign for Hungary, London, Eyre nd Spottiswoode, 1939.

[9] Gli “optanti” erano gli abitanti dei territori persi da Budapest che non avevano rinunciato alla cittadina ungherese e che, divenuti minoranze nei nuovi Stati confinanti, erano stati espropriati delle loro terre.

[10] Convenzione relativa all’istituzione di un fondo agrario, Archivio storico-diplomatico del Ministero Affari Esteri di Roma (ASMAE), Ufficio Trattati, T. 1/23.

[11] Notiziario politico-militare n.27 dell’addetto militare presso la Legazione italiana di Ungheria al Ministero degli Esteri, Budapest 1 ottobre 1932, ASMAE, serie Affari politici  (SAP), “Ungheria 1931-45” , busta (b) 3.

[12] Telegramma dell’ambasciatore in Ungheria al Ministro degli Esteri Grandi, Budapest 26 marzo 1931,  “Documenti Diplomatici Italiani” (DDI), serie settima, vol. XII, 226-370.

[13] Si segnala sull’argomento l’esistenza di un fondo  “Igino Brocchi” presso l’Archivio di Stato di  Trieste.

[14] Lettera del commissario Brocchi al ministro degli esteri Grandi, Roma 29 settembre 1930, DDI, serie settima, vol. VIII, 379-383. Si veda anche J. Petersen, “Hitler e Mussolini la difficile alleanza”, Roma –Bari, Laterza, 1975, 80-84.

[15] Promemoria del commissario Brocchi, Roma 27 ottobre 1930,  DDI, serie settima, vol. VIII, 379-383.

[16] Tra gli oppositori del “piano Brocchi” figurava anche Bottai, Appunto del commissario Brocchi per il capo dell’ufficio di politica economica Ciancarelli, Roma 7 marzo 1931, DDI, serie settima, vol.X, 182-184.

[17] G. Toniolo, L’economia dell’Italia fascista, Bari, Laterza, 1980, 147-149.

[18] Gy. Ranki, I. Berend, Storia economica dell’Ungheria,cit., 109-111.

[19] G. Toniolo, L’economia, cit., 222.

[20] Notiziario politico-militare n.27 dell’addetto militare , cit.

[21] Rapporto n.5636/709 (riservatissimo) dell’ambasciatore a Budapest Arlotta al Ministero degli Esteri, Budapest 5 novembre 1931, ASMAE, “SAP Ungheria 1931-45”, b.1.

[22] Telespresso n.213497 del Ministero degli Esteri a tutti i ministeri, Roma 22 maggio 1932, ASMAE, SAP “Ungheria 1931-45”,b. 3; S. Nicolosi, Aspetti della politica estera ungherese nel quadro della situazione economica internazionale (1927 – 1932), in F.Guida (a cura di), L’epoca Horthy. L’Ungheria tra le due guerre mondiali, Roma, Lithos, 2000, 92-104.

[23] In questa sede il termine “Paesi danubiani” non è usato in senso strettamente geografico, ma con un significato geopolitico più ristretto, riferito ai soli Stati successori dell’Impero austro-ungarico attraversati dal Danubio. Sono perciò considerati “politicamente” danubiani la Repubblica austriaca, l’Ungheria, la Jugoslavia, la Romania e la Cecoslovacchia, ma non la Germania, la Bulgaria e l’Unione Sovietica (quest’ultima attraversata dal Danubio nell’attuale Ucraina).  

[24] I. Berend, Gy.Ranki, Economy and foreign policy, cit.; M. Ormos, Le problème de la sécurité et l’Anschluss, «Studia Historica Academiae Scientiarum Hungaricae», 124 (1975).

[25] Sul duplice orientamento italo-tedesco della concezione politica di Bethlen:  M. Ormos, Bethlen e Mussolini, in ZS. Kovács, P. Sárközy (eds.), Venezia, Italia ed Ungheria tra decadentismo e avanguardia, Budapest, Akadémiae Kiadó, 1990, 177-193

[26] Sulla politica italo-tedesca di Gömbös: Gy. Reti, Hungarian-Italian relations in the shadow of Hitler’s Germany 1933-1944, New York, Columbia University Press, 2003.

[27] Telegramma (segreto) n. 2827  della Legazione italiana di Ungheria al Ministero degli Esteri, Budapest 21 giugno 1933, in ASMAE, SAP “Ungheria 1931-45”, b.7.

[28] Telegramma n.2861  della Legazione italiana d’Austria al Ministero degli Esteri, Vienna 27 giugno 1933, ASMAE, SAP “Ungheria 1931-45”, b.7.

[29]  La Germania concedeva ai prodotti ungheresi un premio di esportazione per un valore di 22 milioni di pengö, ma in realtà la somma era coperta da crediti tedeschi congelati in Ungheria. Gy. Ranki, Il patto tripartito di Roma e la politica estera della Germania, «Studi Storici», III (1962), 343-371.

[30] Allegato al telegramma n.2827, Budapest 21 giugno 1933, ASMAE, SAP “Ungheria 1931-45”, b.7

[31] J. Petersen, Hitler e Mussolini, cit., 86-95. Gy. Ranki, Il patto tripartito di Roma, cit.; H. James Burgwyn, Il revisionismo fascista. La sfida di Mussolini alle grandi potenze nei Balcani e sul Danubio 1925-1933, Milano, Feltrinelli, 1979; H. J Burgwyn, La troika danubiana di Mussolini: Italia, Austria e Ungheria, 1927-1936, «Storia Contemporanea», 4 (1990), 617-687.

[32] G. Buccianti, Verso gli accordi Mussolini-Laval, Milano, Giuffré, 1984; R. Festorazzi, Laval – Mussolini l’impossibile asse: la storia dello statista francese che volle l’intesa con l’Italia, Milano, Mursia, 2003.

[33] M. Ormos, Sur les causes de l’échec du pacte danubien, «Acta Historica Academiae Scientiarum Hungaricae», 1-2(1968), 21- 83; M. Ormos, A propos de la séurité est-européenne dans les années 1930, «Acta Historica Academiae Scientiarum Hungaricae», 16 (1970), 307-321.

[34] Colloquio fra il Capo del Governo e il Ministro Kanya, Roma 20 ottobre 1934, ASMAE, SAP “Ungheria 1931-45”, b. 10.

[35] Colloquio del Capo del Governo col Presidente del Consiglio ungherese Gömbös, Roma 6 novembre 1934, ASMAE, SAP “Ungheria 1931-45”, b. 10.

[36] Le sanzioni emanate dalla Società delle Nazioni contro l’Italia per l’aggressione all’Etiopia, furono approvate da cinquantadue nazioni e applicate dal 18 novembre 1935 al 25 luglio 1926. Solo Ungheria, Austria, Albania e Paraguay votarono contro.

[37]  La concorrenza tedesca insediava le quote di esportazioni italiane in Ungheria principalmente nel settore tessile, chimico e meccanico. Relazione della Legazione d’Italia in Budapest “Ungheria 1934-35”, Budapest 2 aprile 1936, in ASMAE, Sap “Ungheria 1931-45”, b.15, 49-50.

[38] I. Berend, GY. Ranki, Storia economica, cit., 122-123; F. Guarneri, Battaglie economiche, cit., 368-372.

[39] M. Ormos, Bethlen e Mussolini, cit., 193.

[40] J. Lukacs, The tragedy of two Hungarian prime ministers,  «Hungarian Quarterly», (159) 2000, www.hungarianquarterly.com

[41] E. Collotti, L’Europa nazista, il progetto di un nuovo ordine europeo, 1939-1945, Firenze, Giunti, 2002, 433. Sulle relazioni italo-magiare durante la guerra: E.Collotti, T. Sala, G. Vaccarino (eds.), L’Italia nell’Europa danubiana durante la seconda guerra mondiale, Milano, Quaderni dell’Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione, 1967.