Storicamente. Laboratorio di storia

Biblioteca

Barbara Garofani, Le eresie medievali

Il volume di Barbara Garofani si propone quale opera di sintesi di un fenomeno particolarmente complesso ed eterogeneo come quello dell’eresia in epoca medievale. Lo studio abbraccia un lunghissimo lasso temporale: partendo dalle grandi eresie tardoantiche (prevalentemente cristologiche), fino ad arrivare – dopo un lungo silenzio delle fonti – ai secoli del pieno e basso medioevo (secc. XI-XIV), quando la presenza eterodossa si afferma in forme dapprima sporadiche, poi sempre più strutturate all’interno della Christianitas. Il merito del lavoro consiste proprio in questo non semplice tentativo di compendio, rivolto ad un pubblico prevalentemente non specialista, ma proposto con serietà dal punto di vista storiografico, nonostante inevitabili semplificazioni. L’impianto del volume si apre con un paragrafo teso alla ricerca di un denominatore comune (Il concetto di eresia), preliminare all’analisi vera e propria dei diversi movimenti. L’a. ripercorre dunque i principali sviluppi della storiografia sul controverso tema dell’eresia medievale e affronta la vexata quaestio delle fonti. Proprio su di esse si è sviluppato a partire dagli ultimi anni del secolo scorso un intenso dibattito tra gli specialisti, scatenato principalmente dalla prolifica produzione scientifica della linea decostruzionista francese (e anglosassone), che ha i suoi punti di riferimento principali nel Centre National d’Études Cathares «René Nelli» (e nella propria rivista «Heresis») e, in diversa misura, nel Centre d’Études médiévales dell’Università di Nizza «Sophia Antipolis». L’intensa attività editoriale promossa da queste strutture ha proposto al centro del dibattito storiografico una complessiva riconsiderazione della devianza religiosa, con esiti talmente radicali da rimettere in discussione le principali acquisizioni dell’eresiologia novecentesca,  giungendo al punto di ridimensionare fortemente la portata di un fenomeno ritenuto radicalmente alternativo, fino a ridurlo ad un utile pretesto – artatamente deformato, se non addirittura “reificato” o “inventato”, da parte della gerarchia cattolica – in prospettiva di una completa affermazione della tendenza monarchica in senso teocratico del Papato. Si tratta, come ovvio, di una linea largamente e, a volte, polemicamente discussa dagli specialisti, le cui voci contrarie non hanno ancora trovato compattezza in organiche sedi di pubblicazione. Va dato in ogni caso merito all’a. di affrontare i singoli temi del volume indicando di volta in volta i riferimenti storiografici a sostegno delle proprie affermazioni, preoccupandosi, con apprezzabile scrupolo, di offrire una sintesi quanto più possibile neutra. Per sviscerare la reale portata del fenomeno ereticale è ovvio quindi riferirsi alle fonti, cui l’a. dedica un apposito paragrafo (L’attendibilità delle fonti). L’analisi dei testi concernenti l’eresia è alquanto complessa è rischiosa: le fonti superstiti sono quasi totalmente di matrice cattolica, sia pur di carattere plurale (trattati controversistici, atti inquisitoriali, manuali di procedura ecc.). L’attenzione storiografica si è da ultimo concentrata prevalentemente sulla documentazione inquisitoriale e, tra i pochi testi superstiti di natura deviante, sulla cosiddetta Carta di Niceta del 1167 (p. 77), al centro di un’analitica rilettura nel volume L’histoire du catharisme en discussion. Le «concile» de Saint-Félix, curato da Monique Zerner e uscito 2001. La presunta non autenticità del documento sostenuta da alcuni storici francesi – tuttavia non ancora dimostrata –, mina alle basi l’effettiva consistenza e struttura gerarchica del catarismo, la più preoccupante eresia medievale, foriera di un’alternativa tanto dottrinale – attraverso una concezione dualistica dei principi – quanto istituzionale. Il dibattito storiografico sulle tesi decostruzioniste è ovviamente vivace e ancora aperto.

Nell’affrontare nello specifico i diversi movimenti eterodossi, l’A. si sofferma anche sulle risposte fornite dalla Chiesa, individuandovi una costante spinta repressiva – ma vi furono sfumature – secondo il paradigma di una Persecuting Society (R.I. Moore). Il definitivo passaggio dalla persuasio alla coercitio, per citare un celebre saggio di Raoul Manselli, avvenne sullo scorcio del XII secolo, quando – come giustamente rilevato dall’A. (pp. 46-49) di seguito all’analisi degli episodi di devianza del XII sec. – con il canone Sicut ait beatus Leo del Concilio Lateranense III (1179), e le decretali Ad Abolendam (1184) e Vergentis (1199) si istituì una collaborazione sinergica tra i due poteri universali e si giunse alla criminalizzazione dell’eretico. Nel capitolo conclusivo su L’opposizione alle forme di devianza viene infine approfondito il contesto in cui maturarono nel primo Duecento dapprima l’inserzione ecclesiologica degli ordini mendicanti e successivamente lo sviluppo di una forma sistematica di persecuzione dell’eresia attraverso la nascita del tribunale inquisitoriale nei primi anni Trenta sotto il pontificato di Gregorio IX.

Conclude il volume una bibliografia ragionata molto succinta, utile comunque per un primo orientamento.