Storicamente. Laboratorio di storia

Comunicare storia

Da Algeri a Santiago del Cile. Circolazione delle idee e controrivoluzione nello spazio Atlantico

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Abstract

Il saggio analizza la circolazione delle idee in materia di "guerra irregolare" tra Francia, Stati Uniti e Cile dopo la Seconda guerra mondiale. Il contesto internazionale della guerra fredda è caratterizzato dall'emergere della guerra irregolare come paradigma dei conflitti moderni. L'impiego di tecniche eterodosse da parte dei movimenti di guerriglia provoca il disorientamento degli eserciti professionali, inducendoli alla ricerca di soluzioni in grado di stabilizzare la situazione. Più che dimostrare  le origini di ciascuna dottrina, il saggio analizza la loro derivazione da un complesso circuito di sistematizzazione teorica, risultante da una tensione continua tra elaborazione locale e circolazione globale. La presenza di elementi comuni in diversi contesti nazionali, malgrado l’assenza di una comprovata volontà di collaborazione ufficiale tra paesi, mostra la capacità di circolazione delle idee attraverso canali diversi da quelli istituzionali. L'obiettivo di questo studio è di analizzare le dinamiche di tale circolazione nell’ambito della contro-rivoluzione e di considerare il ruolo delle reti sociali nei processi di comunicazione.

This essay focuses on the circulation of ideas on ‘irregular warfare’ matters between France, the United States and Chile, after World War II. The international environment of the Cold War is characterized by the emergence of irregular warfare as the paradigm of modern conflicts. The employment of heterodox techniques of guerrilla provokes the disorientation of professional armies, who start looking for measures to stabilize the situation. More than showing the origins of each doctrine, our aim is to discuss the fact that these doctrines are the product of a complex process of theoretical analysis resulting from a tension between local elaboration and global circulation. The fact that common elements can be found in different national contexts despite the inexistence of any formal collaboration between countries, demonstrates that ideas can circulate through non-institutional channels. In the light of this, the objective of this study is to evaluate the dynamics of such circulation in the field of counter-revolution, and to look at the networks underlying this process of communication.

Introduzione

La fine della Seconda guerra mondiale vede il sorgere di un nuovo equilibrio internazionale basato sul principio del bipolarismo e dettato dai ritmi dello scontro a distanza tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Sulle ceneri di un’Europa devastata dalla guerra, i popoli di quello che allora veniva definito “Terzo Mondo” cercano di affermare la propria volontà di autodeterminazione contro vecchi e nuovi imperi. Accecati dal “Sol dell’avvenire”, i cui raggi sembravano minacciosamente superare la “Cortina di ferro”, i dominatori di un tempo confondono quelle che sono espressioni di una volontà di liberazione nazionale con manovre strategiche architettate da Mosca al fine di aumentare il suo raggio d’influenza. La guerriglia e la guerra irregolare [1] s’impongono come paradigma dei conflitti moderni, caratterizzati da una forte asimmetria tra eserciti regolari e forze ribelli. Disorientati dalle tecniche elaborate dai guerriglieri, gli eserciti professionali si mettono alla ricerca di soluzioni in grado di stabilizzare la situazione.

Oggetto di questo studio sono per l’appunto le dottrine di guerra irregolare o, come veniva chiamata allora: “guerra contro-rivoluzionaria” [2]. Tale obiettivo va tuttavia meglio definito alla luce di alcune considerazioni preliminari. La nostra ricerca parte dal presupposto che ciascuna delle diverse dottrine analizzate non nasca in un ambiente asettico, ma sia piuttosto il risultato di complesse dinamiche di influenze reciproche all’interno dell’ambiente militare internazionale. All’interno di questo circuito di elaborazione globale, alcuni conflitti si costituiscono come centri spazio-temporali in cui il processo di elaborazione teorica si accentua a causa delle necessità contingenti: è il caso del Sud-est asiatico negli anni Cinquanta, così come dell’Algeria e dell’America Latina negli anni successivi. Il nostro studio sarà dunque dedicato alla circolazione delle idee in materia di guerra irregolare tra Francia, Stati Uniti e Cile dopo la fine della Seconda guerra mondiale.

Si tratta naturalmente di un caso esemplare che non accampa in alcun modo pretese di completezza ma che speriamo possa fornire un utile spunto di ricerca in questo settore di studi. D’altra parte, la scelta del soggetto è stata condizionata anche da una serie di fattori legati ad eventi odierni, che hanno riportato al centro dell’attenzione i temi qui proposti. Da una parte, le dichiarazioni rilasciate dall’ex membro dei servizi segreti francesi Paul Aussaressess [3] sull’utilizzo della tortura da parte dell’esercito francese hanno scosso l’opinione pubblica d’oltralpe, riaprendo la ferita mai rimarginata della Guerra d’Algeria. Dall’altra, l’utilizzo di tecniche di guerra irregolare in conflitti recenti, dalla “guerra al terrorismo” alla “primavera araba”, rendono estremamente concrete e attuali le dinamiche qui ricostruite. Per quanto riguarda il Cile infine, e in particolare la questione delle influenze internazionali sul pensiero dei militari cileni, si tratta di un terreno in gran parte inesplorato in cui lo sguardo degli studiosi, nella migliore delle ipotesi, non supera la prospettiva continentale.

All’interno del saggio, un’attenzione particolare è riservata agli attori di questo processo di circolazione del sapere. Si tratta di gruppi relativamente ristretti di esperti, ma caratterizzati da una forte mobilità geografica e da una fitta rete di relazioni interpersonali. Ciò che si vuole mostrare in questa sede non è tanto la paternità o le origini di ciascuna dottrina, quanto il loro derivare da un complesso circuito di sistematizzazione teorica, risultante da una tensione continua tra elaborazione locale e circolazione globale. La presenza di elementi comuni in diversi contesti nazionali malgrado l’assenza di una comprovata volontà di collaborazione ufficiale, d’altra parte, mostra la capacità di circolazione delle idee attraverso canali diversi da quelli istituzionali. Concentrare l’attenzione sugli agenti di tale scambio di idee richiede tuttavia degli strumenti di ricerca specifici. In questo studio si è scelto di avere un “approccio relazionale” sfruttando idee e suggestioni della “social network analysis” [4]. Si tratta di una metodologia elaborata in ambito sociologico, che tuttavia crediamo si riveli estremamente utile all’interno di studi storiografici soprattutto nei casi, come questo, in cui la scarsezza delle fonti “tradizionali” scoraggia la ricerca. Ancora una volta le risorse a nostra disposizione hanno impedito la realizzazione di una ricerca completa ed esaustiva in questo senso; abbiamo ritenuto tuttavia utile mostrare le potenzialità di tale approccio nello studio di tematiche affini a quella qui presentata.

Dal Vietnam all’Algeria: l’Impero di fronte alla decolonizzazione

Alla fine della Seconda guerra mondiale la Francia versa in condizioni disperate. Al disastro economico si affianca quello politico; sulle ceneri della Terza Repubblica e del regime di Vichy inizia la costruzione della Quarta Repubblica, nel segno di una forte instabilità accentuata dalla difficile gestione dei rapporti tra il potere politico e quello militare. Il problema fondamentale è quello di determinare il ruolo delle Forze Armate all’interno del nuovo scenario politico del Paese; tema di non facile soluzione, considerando la scarsezza dei fondi a disposizione e il risentimento nutrito verso le Forze Armate da larghi settori della società civile, che gli attribuiscono la responsabilità dei traumi subiti durante l’ultimo conflitto mondiale. L’ingresso a pieno titolo nel mondo bipolare sembra aprire nuove prospettive agli uomini d’arme francesi [Doise-Vaisse 1992]. In un’atmosfera politica e culturale di patriottismo esacerbato dalla guerra, la questione coloniale finisce per essere interpretata come una causa “patriottica” piuttosto che come il relitto di un passato in decadenza. Imbevuti della retorica della “missione civilizzatrice” [Ranaletti 2006], molti ufficiali delle guerre d’Indocina e Algeria non riescono a comprendere le rivolte contro la presenza francese nelle colonie, finendo per considerarle come un qualcosa di artificiale, frutto di un indottrinamento proveniente dall’esterno [Ruscio 1995].

In questa fase, la debole politica coloniale della Quarta Repubblica finisce per delegare alle Forze Armate il compito di raggiungere i suoi principali obiettivi: sicurezza e integrità territoriale, re-indirizzamento economico e ristabilimento del prestigio internazionale. Nel corso degli anni Cinquanta, diversi ufficiali si trasformeranno così da “esecutori” della politica governativa, a veri e propri “decisori” nella gestione dei territori occupati. La tendenza verso una maggiore autonomizzazione e politicizzazione delle Forze Armate trova un incentivo nelle rivolte crescenti presso le colonie; di fronte a tale situazione, i vari governi si mostreranno piuttosto permissivi nei confronti d’iniziative personali e forzature da parte dei militari, volte a privilegiare l’efficacia piuttosto che il diritto. È all’interno di questo clima generale che si afferma in Francia l’esigenza di un rinnovamento del sistema di difesa e di addestramento militare. Molti ufficiali ritengono che le forme della guerra siano cambiate dopo il 1939, tanto nell’aspetto strategico-materiale quanto in quello concernente la dimensione dottrinaria. Da tale esigenza prende avvio il processo di elaborazione teorica che porterà alla nascita della Doctrine de la Guerre Révolutionnaire (DGR).

La Guerra d’Indocina rappresenta un punto di svolta in questo senso. La guerra vera e propria scoppia nel Dicembre del 1946, quando in seguito al bombardamento del porto di Haiphong da parte della Marina Francese, i Viêt Minh sferrano un attacco volto a riprendere il controllo della città di Hanoi, da cui era stata proclamata l’indipendenza l’anno precedente e che nel frattempo era stata recuperata dall’Esercito francese. Inizia così una serie di battaglie tra l’Esercito francese e l’Esercito popolare vietnamita, creato dai Viêt Minh, il quale riesce progressivamente a imporre una guerra di guerriglia, sfavorevole all’esercito francese. A questo punto il conflitto entra in una fase nuova, che lo vede al centro delle dinamiche della Guerra Fredda. In seguito alla guerra di Corea, l’attenzione del fronte anticomunista si dirige verso l’estremo oriente. La Francia cerca di far passare agli occhi dei suoi alleati quella che è di fatto una guerra coloniale, per una lotta contro il comunismo globale, in difesa dell’Occidente. In tal modo inizia il coinvolgimento statunitense nelle questioni vietnamite.

In effetti, i giochi di potere nel Sud-est asiatico sono ben più complessi di quanto possano apparire a un primo sguardo. Se Inghilterra e Francia mirano a ristabilire il loro controllo nella regione, perduto durante la Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti mettono in opera una politica più fumosa, cambiando spesso alleanze e campo di battaglia. L’atteggiamento statunitense irrita il comando francese, preoccupato di «evitare che gli americani mettano il naso nei [loro] affari» [Aussaresses-Deniau 2008]. Benché nell’ambito di una collaborazione di fondo con l’alleato statunitense, l’Armée cerca dunque di formare in maniera autonoma un proprio sistema di contro-guerriglia, che vedrà la luce col nome di Groupement de Commandos Mixtes Aéroportés (GCMA). Come spiegato dal colonnello Trinquier, la missione del GCMA «era ricalcata su quella del Service Action durante la guerra ‘39-‘45, in altre parole: creazione di maquis [5], formazione di gruppi di sabotaggio, creazione di filiere d’evasione» [Trinquier 1976].

In ogni caso, nonostante la superiorità tecnica e strategica, l’esercito francese crolla sotto i colpi della guerriglia vietnamita. La sconfitta di Diên Biên Phu rappresenta un vero e proprio trauma per i militari [Ruscio-Tignères 2005]. Incapaci di comprendere gli eventi, i militari francesi cominciano a leggerli in maniera distorta, reinterpretando la realtà fino a stravolgerla in una visione manichea del mondo e della storia. Piuttosto che nella volontà di liberazione dei popoli colonizzati o nei mutamenti della politica internazionale – che rendevano assolutamente anacronistica la continuità degli imperi coloniali – i militari cercano le ragioni della sconfitta nella debolezza della classe politica, nella mancanza di sostegno da parte della popolazione francese e, soprattutto, in un presunto ritardo dell’esercito nell’adeguarsi alle tecniche di combattimento imposte dalle nuove tipologie di conflitto [Navarre 1956]. In un sincero sforzo di comprensione, gli ufficiali impegnati in Indocina si lanciano nello studio delle opere di Mao e Ho Chi Minh, persuadendosi di aver fatto una scoperta sensazionale: la Guerre Révolutionnaire [6].

Secondo i teorici della DGR, la Francia sarebbe coinvolta in una nuova tipologia di conflitto completamente diversa rispetto a quello convenzionale; sottoposta ad attacchi che si definiscono: «Universali», «Permanenti» e «Totali» [7]. Tale guerra si combatte infatti su tutto lo spazio del globo terrestre, poiché le frontiere non sono più sufficienti a contrastare i mezzi di diffusione delle idee e il nemico ha la possibilità di fare proseliti in campo avversario. Così come non è limitata nello spazio, essa non lo è nemmeno nel tempo e ciò in ragione del fatto che l’aggressione psicologica, che ne costituisce l’elemento predominante, non distingue tra tempo di pace e tempo di guerra. Totale è poi da intendersi nel senso di “totalità umana”, poiché la battaglia si estende ai cuori, agli spiriti, alla volontà degli uomini. Secondo una famosa massima di Mao, «la popolazione civile rappresenta, per gli eserciti, ciò che l’acqua rappresenta per i pesci» [Tse-Tung 1964]. Se la natura della nuova guerra appare relativamente semplice nelle sue caratteristiche principali, l’individuazione del nemico lo è in misura ancora più grande. Si tratta del Comunismo Internazionale, visto come una sorta di mostro marino che dal quartier generale di Mosca allungherebbe i suoi tentacoli sui popoli del Terzo Mondo. Troviamo qui, probabilmente, l’abbaglio più grande dei teorici della Doctrine de la Guerre Révolutionnaire, ossia la convinzione che qualunque sia la forma assunta dal conflitto in corso – guerra di decolonizzazione, insurrezione nazionale, rivoluzione religiosa ecc. – la sua radice sia sempre la stessa: l’azione del Comunismo Internazionale guidato da Mosca, che sfrutta in maniera utilitaristica i popoli del Terzo Mondo per portare a termine il suo piano di conquista del mondo [Ruscio 1995].

Una volta compresa la natura intima della strategia comunista, si trattava dunque di elaborare una contro-strategia efficace. È questa la Doctrine de la Guerre Révolutionnaire, elaborata in maniera simmetrica a quella che si riteneva fosse la strategia comunista. Lo studioso americano Peter Paret parla a questo proposito di «immagine dello specchio», sottolineando il divario esistente, all’interno del pensiero militare francese di quegli anni, tra una visione della rivoluzione assolutamente limitata e l’elaborazione di una teoria controrivoluzionaria estremamente precisa e dettagliata [Paret 1964]. La nuova dottrina s’impone a metà degli anni Cinquanta come il principale paradigma dottrinario all’interno dell’esercito francese.

Ma se da una parte la Guerra d’Indocina rappresenta il momento del trauma e della presa di coscienza, cui seguono i primi tentativi di risposta da parte dell’esercito francese, è nella Guerra d’Algeria che possiamo osservare una completa realizzazione dei principi della DGR. Incapace di contenere la rivolta capeggiata dal Front de Libération National (FLN), il governo parigino delega progressivamente ai militari la condotta delle operazioni. La nomina del generale Salan a capo delle operazioni nel 1956 mobilita un largo contingente di veterani della Guerra d’Indocina, per lo più convinti sostenitori della DGR. È il generale Aillard, a capo dei militari di stanza ad Algeri, a fornirci una descrizione piuttosto eloquente del lavoro svolto dall’esercito francese nella capitale algerina, in occasione di una conferenza tenuta presso la sede parigina della NATO nel 1957.

Una prima fase, denominata di «Distruzione» consiste innanzitutto nello smantellamento e nella soppressione delle reti politico-amministrative ribelli. Distruggere tali organizzazioni multi-tentacolari vuol dire restituire la libertà alle popolazioni controllate, liberarle dal condizionamento fisico e morale. Per assolvere a tale compito è necessaria la cooperazione di tutte le forze legali poste sotto un comando unico: Forze Armate, polizia e servizio d intelligence. In secondo luogo occorre procedere all’annichilamento dei gruppi armati ribelli che hanno il compito precipuo di organizzare attentati e operazioni spettacolari contro le forze legali, al fine di mantenere la popolazione in uno stato d insicurezza costante e di mostrare la propria forza demoralizzando le forze legali. La distruzione di tali bande, da condursi secondo un piano essenzialmente militare, assume la forma di una guerra di guerriglia con tutte le difficoltà che ciò comporta nel caso di terreni accidentati o all’interno di un centro urbano. A tali esigenze si potrà rispondere con un’adeguata organizzazione delle truppe, dividendosi in unità combinate appoggiate dall’aviazione ma con un’effettiva preponderanza della fanteria.

Una volta assolti tali compiti si passerà alla fase di «Costruzione» ossia al ristabilimento della pace e all’edificazione di un nuovo ordine politico e sociale. Secondo il generale Aillard ciò richiede innanzitutto una ricostruzione di una rete di rapporti con la popolazione e di un rapporto di fiducia nei confronti del potere legale, persa sotto l’influenza della propaganda sovversiva. Ma pacificazione vuol dire anche organizzazione della popolazione, creazione di gerarchie all’interno della società, sostituzione dell’apparato amministrativo edificato dai gruppi ribelli, con nuovi gruppi incaricati di guidare il futuro dell’Algeria. Infine, costruzione vuol dire persuadere la popolazione, mediante specifici programmi educativi, lo stabilimento di un sistema di autodifesa e l’impiego di forze ausiliari autoctone, a combattere la battaglia contro la rivoluzione [Déon 1959].

All’interno di tale strategia, un ruolo centrale è rivestito dalla dimensione psicologica del conflitto; pilastro portante all’interno dell’architettura teorica della DGR. Benché il concetto di “Guerra psicologica” permeasse tutti i settori dell’esercito francese, ad essa era dedicata una divisione specifica all’interno dell’Armée, denominata 5° Bureau. Nella guerra d’Algeria, tale divisione svolge due compiti essenziali:

  • Action psychologique, consistente nel mantenere uno stato di benessere morale e di unità di propositi, tra i militari così come tra i civili francesi;
  • Guerre psychologique, ovvero l’affronto sul piano psicologico dell’avversario, attraverso la sottrazione dei propri sostenitori e l’abbattimento del morale delle proprie truppe [Sourys 1959].

Naturalmente gli incarichi del 5° Bureau potevano coinvolgere diversi momenti e aspetti della guerra. I suoi membri parteciparono a diversi tipi di operazioni, dagli attacchi a punti chiave del FLN, al rastrellamento di un villaggio di civili, fino naturalmente, al processo di rieducazione degli avversari catturati. Su quest’ultimo aspetto, considerato di centrale importanza in una guerra che si riteneva soprattutto ideologica, si concentra l’apporto più significativo della sezione psicologica alla guerra d’Algeria. Generalmente, si riteneva che la rieducazione di un prigioniero richiedesse un totale isolamento dal mondo esterno; per questo una volta catturati, i prigionieri algerini erano internati in appositi campi. Tali campi erano parte integrante del sistema giudiziario inaugurato durante la guerra stessa, all’interno della quale il normale apparato giudiziario pareva inadatto a fronteggiare le condizioni introdotte dalla Guerre Révolutionnaire.

I campi in questione erano di due tipi:

  • Centre de triage et de transite (CTT), utilizzato come punto di raccolta e smistamento dei prigionieri;
  • Centre d’hébergement.

Nei CTT vi era una prima divisione dei prigionieri, secondo il loro coinvolgimento nella lotta rivoluzionaria, sulla base della quale erano raggruppati in tre gruppi: Rossi, direttamente inviati a processo; Bianchi, liberati «nell’ambito delle possibilità»; Rosa, contro i quali non vi erano prove certe di coinvolgimento, ma che tuttavia rimanevano soggetti pericolosi. I membri di quest’ultima categoria erano inviati nei centres d’hébergement, dove si cercava di convertirli pienamente alla causa francese [Paret 1960]. Il sistema dei campi era supervisionato da un prefetto civile, ma a capo di ogni campo era posto un ufficiale militare, i cui subordinati provenivano generalmente dal 5° Bureau. Di centrale importanza la figura del “monitor” – incarico ricoperto da un ufficiale esperto in guerra psicologica – a cui era affidato il compito di presiedere alla rieducazione di un gruppo di prigionieri. Il primo passo nel processo di rieducazione consisteva nel "disintegrare l’individuo"; il prigioniero era isolato, le sue paure e i suoi sensi di colpa erano portati alla luce e manipolati dal monitor, il quale lo spingeva a rinnegare il proprio passato e a riconoscere i propri errori. Tale fase di lavage de crâne, era seguito da un periodo di bourrage de crâne, durante il quale si cercava di far assimilare ai prigionieri, il punto di vista delle Forze Armate sulla storia, la cronaca e il futuro del Nord-Africa. Infine, il prigioniero era trasferito in un gruppo disciplinato di prigionieri convertiti alla causa francese, con i quali partecipava attivamente alla campagna contro il FLN.

Il processo di “ideologizzazione” del conflitto – volto a identificare nella ribellione algerina un focolaio rivoluzionario di matrice marxista – tocca il suo apice nel 1957 con la cosiddetta Battaglia di Algeri, dove si pone in atto un’opera di repressione sistematica della guerriglia che scarica sulla popolazione civile i suoi principali effetti [Branche 2001]. I successi militari ottenuti in Algeria oscurarono, almeno agli occhi dei militari, il fallimento politico della questione algerina. Persuasi di essere ormai gli unici in grado di gestire la situazione contro un governo debole e traditore, alcuni ufficiali arrivano a rivoltarsi contro il proprio paese, con la formazione dell’organizzazione militare clandestina Organisation de l’Armée Secret (OAS), processo che culmina nel tentativo di putsch del 1961. La neonata Quinta Repubblica guidata dal generale De Gaulle chiude definitivamente la questione algerina con la concessione dell’indipendenza.

In quegli stessi anni, all’applicazione pratica della nuova dottrina si accompagna un’intensa attività di produzione e diffusione editoriale, che fa della DGR la protagonista assoluta della letteratura militare francese degli anni Cinquanta [8]. I veterani delle guerre d’Indocina e Algeria cominciano a mettere in ordine le loro esperienze, ricavandovi saggi specialistici che conosceranno una grande diffusione in Francia e all’estero [Trinquier 1961]. Tuttavia, l’egemonia della DGR, unitamente alla forte politicizzazione delle Forze Armate, costituisce un ostacolo sulla strada della riorganizzazione dello stato avviata dal presidente De Gaulle. Bisogna liberarsi dei propagandisti della DGR al più presto e ristabilire la subordinazione delle Forze Armate al potere politico. Gli ufficiali legati a tale corrente da parte loro, si sentono irrimediabilmente traditi dalla madrepatria e sono ben disposti ad allontanarsene, almeno in maniera provvisoria. In questo senso, la richiesta di esperti di guerra non convenzionale rivolta dagli Stati Uniti al governo francese all’inizio degli anni Sessanta arriva nel momento più opportuno [Robin 2004].

Gli Stati Uniti: gli allievi si fanno maestri

Prima di analizzare la collaborazione franco-statunitense in tema di guerra irregolare, riteniamo utile una breve digressione sulla politica americana dei primi anni Sessanta, al fine di illustrare il contesto entro il quale si inserisce il contributo francese. Quando nel Gennaio del 1961 il neoeletto presidente John Fitzgerald Kennedy fece il suo ingresso alla Casa Bianca, il pericolo rappresentato dalle guerre irregolari era già considerato molto seriamente a Washington. Il processo di decolonizzazione che attraversa il mondo negli anni Cinquanta imprime una dinamica nuova al corso della Guerra Fredda. Particolari preoccupazioni suscitano le nuove dichiarazioni rilasciate dal presidente russo Nikita S. Chruščëv nel Dicembre del 1957, secondo cui l’Unione Sovietica avrebbe ben presto superato gli Stati Uniti in termini di aiuto ai paesi in via di sviluppo. La risposta a tale minaccia viene trovata nell’impiego delle Forze Armate dei paesi in via di sviluppo, come corridoio principale di trasmissione di riforme socio-economiche e di sviluppo [McClintock 1992].

Nel 1959 viene dunque creata la Banca Interamericana di Sviluppo (IDB), mentre il Dipartimento di Stato sviluppa un programma di assistenza militare rivolto a favorire un’integrazione di sicurezza interna e sviluppo economico. È la nascita della National Security Doctrine (NSD) nella sua versione nord-americana, perno ideologico dell’amministrazione Kennedy. L’evolversi degli eventi sulla scena politica internazionale, così come la formazione personale del presidente Kennedy [9], fa sì che il suo governo si mostri particolarmente sensibile ai problemi legati alla guerra non convenzionale. Sotto l’influenza del generale Maxwell Taylor, nominato suo consigliere, Kennedy e soprattutto il nuovo segretario della difesa Robert McNamara, arriverà a stabilire una priorità della strategia contro-rivoluzionaria su quella nucleare, considerata eccessivamente rischiosa [Freedman 1983]. Questa nuova attitudine porterà all’avvento di quella che Blaufarb chiama «era della contro-insurrezione» [Blaufarb 1977].

Il fiasco della Baia dei Porci nel 1961 – il tentativo fallimentare da parte di esuli cubani addestrati dalla CIA di conquistare la parte sud-ovest di Cuba e rovesciare il governo cubano filo-sovietico guidato da Fidel Castro – accresce le preoccupazioni del governo che cerca di correre ai ripari istituendo una commissione d’inchiesta sull’accaduto, presieduta da Maxwell Taylor. Dal comitato Taylor emerge, nel gennaio del 1962, lo Special Group (Counter-insurgency) [SG (CI)], incaricato di svolgere un’attività di sorveglianza sulle azioni insurrezionali, considerate al pari delle guerre convenzionali [10]. L’attività del gruppo si dirige inizialmente verso i soli territori del Laos e della Thailandia, rivolgendo più tardi la sua attenzione all’America Latina e al Medio Oriente. In marzo, un altro memorandum rende obbligatoria, per tutti gli ufficiali dei diversi settori della difesa, una formazione in tema di contro-insurrezione [11]. Nell’ambito di un’accelerazione nella formazione alla guerra irregolare, la priorità assegnata allo sviluppo economico dei paesi in via di sviluppo è confermata dalla nomina di Walt Whitman Rostow – celebre economista che aveva preso parte al Piano Marshall – come consigliere aggiunto alla sicurezza nazionale. Altra tappa fondamentale in questo processo di “sostegno” dei governi amici è la creazione dell’Office of Public Safety (OPS) sotto la direzione dell’ex OSS Byron Engle [12]. Tale organismo svolgerà un ruolo essenziale in termini di formazione delle forze di polizia alleate, in particolar modo in Vietnam e America Latina, attraverso l’International Police Academy creata nel 1963.

Dal punto di vista militare, aumentano notevolmente gli investimenti sulle Special Forces [13], sostenute con forza dal presidente Kennedy che si reca appositamente a Fort Bragg, ribattezzata per l’occasione Special Warfare Center (SWC). Fort Bragg si conferma dunque come tempio dell’attività contro-rivoluzionaria statunitense, affiancata ben presto da una serie di agenzie civili che apportano un bagaglio di conoscenze politico-sociologiche che manca ai militari. Nasce così nei primi anni Sessanta lo Special Operations Research Office (SORO), che realizza numerosi studi teorici sulla contro-insurrezione per conto del centro di Fort Bragg. Allo stesso modo l’ufficio di ricerche operative (ORO) della Johns Hopkins University diventa Reserch Analysis Corporation (RAC), che stipula un contratto con l’esercito e mobilita una serie di esperti civili della guerra non convenzionale, il cui ruolo sarà analizzato più avanti. Infine vi è la RAND Corporation, anch’essa impiegata nella ricerca teorica in materia contro-insurrezionale. L’amministrazione Kennedy riesce così in pochi anni a fare di quella che era una corrente minoritaria all’interno delle Forze Armate statunitensi, un pilastro della difesa nazionale americana. Ne risulta un complesso contro-insurrezionale articolato in tre settori: politico (CIA e Special Group (CI)), militare (Fort Bragg) e universitario (SORO, RAC e RAND). I tre settori lavorano in simbiosi con l’obiettivo di recuperare il ritardo, denunciato da Kennedy e dai suoi collaboratori, in materia di guerra non convenzionale. È su questa tradizione locale e attraverso il filtro di istituzioni locali create ad hoc, che va ad installarsi l’apporto della cultura francese alle teorie di contro-insurrezione statunitensi.

In realtà primi episodi di collaborazione militare tra Stati Uniti e Francia in materia di guerra irregolare risalgono ai primi anni Quaranta [Tenenbaum 2009]. Già nel corso dell’occupazione nazista della Francia, gruppi misti franco-britannico-americani chiamati Jedburghs si erano adoperati nell’organizzazione di operazioni di guerriglia in appoggio alla resistenza francese [Irwin 2008]. Tale collaborazione si rinnova e intensifica nel momento in cui gli statunitensi subentrano ai francesi nella gestione del conflitto indocinese alla fine degli anni Cinquanta. È proprio in questa regione che secondo lo storico della guerra irregolare Michael McClintock i francesi influenzeranno lo sviluppo dei primi programmi di guerra non-convenzionale degli Stati Uniti, così come la dottrina di contro-insurrezione che ne deriva [McClintock 1992]. Questa prassi di collaborazione serve a intessere una rete di amicizie e conoscenze tra i soldati dei due eserciti, che si rivelerà fondamentale nel momento in cui si tratterà di sviluppare un’azione congiunta contro il nemico comune rappresentato dal Comunismo. Tuttavia, lo “scambio atlantico” in tema di guerra irregolare non si limita alla sola collaborazione militare su campi di battaglia comuni. Si tratta piuttosto di una dinamica complessa che si articola su di un piano politico, militare e culturale, in cui l’apparato civile riveste un’importanza pari se non superiore ai militari stessi.

Sul terreno istituzionale, ad aprire la strada all’attività di collaborazione franco-americana sono una serie di accordi bilaterali, i quali prevedevano dei periodi di addestramento dei soldati di un paese negli istituti del paese partner. I soldati americani hanno così modo di accedere ai corsi dell’École Supérieure de Guerre proprio negli anni in cui questa si costituisce come il principale vettore di trasmissione della DGR [Péries 1999]. Parimenti importante è la presenza di alcuni ufficiali francesi negli Stati Uniti a metà degli anni Cinquanta, chiamati a svolgere delle conferenze sul tema della guerra irregolare, come fu il caso di Roger Trinquier e Charles Lacheroy. Tuttavia, è a partire dal 1952, con la creazione della figura degli Officiers de liaison instructeurs (OLI), che si stabilisce un vero e proprio canale di trasmissione sulla guerra irregolare tra la Francia e gli USA. Se tale figura è inizialmente pensata con funzioni di rappresentanza diplomatica presso alcune scuole militari statunitensi, alla fine degli anni Cinquanta il generale de Bary – aggiunto militare presso l’ambasciata francese negli Stati Uniti – pensa di sfruttare a vantaggio del proprio paese le conoscenze accumulate dall’esercito francese in Indocina e Algeria, lanciando l’idea di una serie di seminari sulla guerra irregolare da tenere nei centri di addestramento militare statunitensi. Nel 1961 è Paul Aussaresses – ex Jedburgh, veterano d’Indocina e Algeria, dove lavorava per i corpi speciali francesi – a essere nominato OLI nel centro di Fort Benning e più tardi a Fort Bragg [Aussaresses-Deniau 2008].

Un contributo altrettanto forte alla diffusione della DGR negli Stati Uniti proviene dal mondo accademico statunitense, dove ben presto nasce un forte interesse per la guerra non convenzionale, specie durante gli anni della presidenza Kennedy che finanzia e supporta largamente questo tipo di ricerche. Tra i diversi istituti che nei primi anni Sessanta sono impegnati nella realizzazione di analisi e ricerche sulla guerra irregolare, la RAND Corporation rappresenta sicuramente il caso più importante [Long 2006]. È presso questo istituto che lavorano alcuni tra i principali analisti statunitensi della DGR – spesso ex militari di origine francese – quali Constantin Melnik e David Galula. Tuttavia, il personaggio chiave in questo senso è senza dubbio Bernard Fall, unanimemente considerato come il principale esperto statunitense delle due guerre del Vietnam, il cui prestigio nel mondo accademico statunitense darà un contributo fondamentale alla diffusione della DGR negli USA [Gosha-Vaisse 2003].

Studenti diligenti, dotati di spirito critico e capacità di analisi, gli ufficiali statunitensi mostreranno negli anni successivi le loro doti di maestri. A partire dagli anni Sessanta un intenso programma di addestramento di militari stranieri sarà messo in atto da parte del governo americano, deciso a giocare d’anticipo sullo scacchiere degli equilibri internazionali. Le dottrine elaborate in questo periodo saranno quindi trasmesse ai militari dei paesi alleati che provvederanno a integrarle nei rispettivi ambienti nazionali. Tradizionalmente, la politica estera americana si era mossa in un’ottica di “integrità continentale”. Il Tratado Interamericano de Asistencia Reciproca (TIAR) firmato a Rio de Janeiro nel 1947 e accordi successivi rivelano la strategia di “difesa emisferica” che gli Stati Uniti portano avanti almeno fino alla seconda metà degli anni Cinquanta. In questo periodo tuttavia, ritenuto ormai improbabile un attacco diretto dell’URSS sul continente americano, gli Stati Uniti concentrano i loro sforzi verso il mantenimento dell’ordine interno agli stati latinoamericani [Veneroni 1973]. Spaventati dal ripetersi dell’esperienza cubana, che si pensava avrebbe favorito la possibilità di un’infiltrazione comunista sul territorio americano, gli USA avviano una politica di re-orientamento delle forze armate in funzione contenitiva delle tendenze progressiste presenti in America Latina. Si tratta di una politica ad ampio raggio conosciuta con il nome di Flexible Reponse [Taylor 1960], che va dalla promozione di politiche di sviluppo all’attività di propaganda anticomunista; dall’addestramento di militari latinoamericani sulle tecniche della guerra non convenzionale alla vendita di armamenti; dalle pressioni economiche per mezzo di organismi internazionali ad atti di sabotaggio e promozione di governi favorevoli agli interessi degli USA [Kornbluh 2003].

La Doctrina de la Seguridad Nacional: tra tradizione locale e influenze internazionali

Le responsabilità degli Stati Uniti nella vita politica dei paesi latinoamericani tra gli anni Sessanta e Settanta è innegabile e generalmente accettata dalla comunità storiografica. Tuttavia, la sua evidenza ha spinto numerosi analisti a farne la causa esclusiva del fenomeno del militarismo in America Latina. In tal modo si sono spesso ignorati i fattori endogeni ai singoli paesi coinvolti, nonché l’influenza di altre tradizioni culturali su tali contesti [Roquié 1982]. In tal senso il caso del regime militare cileno è illuminante. L’11 Settembre 1973 il governo progressista di Salvador Allende è rovesciato da un colpo di stato militare guidato dal generale Augusto Pinochet. L’intensa partecipazione degli Stati Uniti nell’organizzazione e nello sviluppo del golpe è largamente documentato e dimostra il ruolo fondamentale degli USA nel determinare questa fase politica del Cile [14]. Ben più trascurato è il processo di evoluzione interna dell’esercito e della società cilena nella seconda metà del ventesimo secolo. L’analisi di tale processo rivela tutto il peso delle dinamiche locali nello sviluppo politico e sociale del paese andino. Allo stesso modo, tale analisi ci permette di valutare il peso reale dell’influenza statunitense, consentendoci di smontare alcuni luoghi comuni su questo tema. Su questa scia si pongono gli studi di Genaro Arriagada Herrera, il quale rivela l’esistenza di una componente anticomunista presente all’interno dell’esercito cileno ben prima dell’avvio delle politiche di condizionamento degli USA [Arriagada Herrera 1986]. Allo stesso modo, alcuni brillanti studi realizzati dalla Facultad Latinoamericana de Ciencias Sociales (FLACSO) hanno rivelato l’inconsistenza del mito di un presunto costituzionalismo dell’esercito cileno, che ha fatto sì che ancora alla vigilia del golpe del 1973 si parlasse di “eccezione cilena” rispetto alla tendenza d’interventismo mostrata da gran parte delle Forze Armate latinoamericane [Varas-Aguero-Bustamante 1980].

Ancora una volta, così come nel caso di Stati Uniti e Francia precedentemente analizzati, è sul terreno della Guerra Fredda che fioriscono i semi della controrivoluzione. L’apparato dottrinario che in questi anni domina il pensiero delle Forze Armate in America Latina – e che proprio nel Cile di Pinochet trova uno dei suoi momenti di maggior cristallizzazione – prende il nome di Doctrina de la Seguridad Nacional (DSN). Lo studio della DSN non gode di una tradizione storiografica paragonabile a quella dedicata alla DGR. Tuttavia, alcuni brillanti saggi di studiosi latinoamericani [Comblin 1979], nonché le testimonianze delle vittime del regime raccolte dalle commissioni parlamentari istituite al momento del ritorno alla democrazia [15], ci permettono un confronto interessante con le teorie elaborate dai francesi e dagli statunitensi nei due decenni precedenti. Anche qui, come nel caso statunitense, vi è la presenza di evidenti analogie tra le pratiche degli organismi di repressione cileni e le teorie proposte dai teorici francesi della DGR. Nel suo pioneristico studio sulla DSN, José Comblin individua quattro concetti principali intorno ai quali si articola la dottrina: gli Obiettivi Nazionali, la Sicurezza Nazionale, il Potere Nazionale e la Strategia Nazionale [Comblin 1979]. Ciascun regime afferente alla DSN si preoccupa di stilare una lista di Obiettivi nonostante le diverse declinazioni nazionali, tali obiettivi presentano una sorprendente generalità e somiglianza tra di loro. Ciò è dovuto al fatto che nella DSN tale lista trae origine dalla strategia di guerra e non viceversa. Di conseguenza, l’obiettivo principale resta l’annientamento del nemico comunista, rispetto al quale gli altri obiettivi agiscono in maniera strumentale. In generale essi si possono raggruppare in tre categorie:

  • L’appartenenza al complesso dei valori occidentali, siano essi indicati col nome di democrazia, umanesimo o cristianesimo;
  • L’idiosincrasia nazionale;
  • Sovranità e indipendenza territoriale, autodeterminazione, integrità nazionale.

La Seguridad Nacional è invece il concetto che sta alla base dell’omonima dottrina; in essa si può riassumere l’insieme degli obiettivi nazionali. Si tratta di un concetto che rimane tuttavia abbastanza vago; il brasiliano Amaral Gurgel ne dà la seguente definizione: «La Seguridad Nacional è la garanzia fornita dallo Stato per la conquista o la difesa degli obiettivi nazionali, malgrado gli antagonismi e le pressioni [avverse]» [Gurgel 1975]. Si tratta dunque della capacità della Nazione, grazie ai mezzi forniti dallo Stato, d’imporre il perseguimento dei propri obiettivi nazionali, contro le spinte avverse provenienti dall’esterno così come dall’interno della Nazione stessa. Così come per gli obiettivi nazionali, è impossibile comprendere la natura di tale concetto, al di fuori del contesto della Guerra Fredda. In sostanza la sicurezza nazionale è pensata in diretta opposizione al pericolo comunista, costituendosi come la capacità dello stato di opporsi a tale pericolo, ovunque esso si presenti. In forza di tale opposizione, la Seguridad Nacional apporta dei cambiamenti radicali nella gestione politica dei regimi che l’assumono come ideologia ufficiale. Essa elimina innanzitutto ogni distinzione qualitativa tra utilizzo e rifiuto della violenza; l’importante sono i risultati, rispetto ai quali i mezzi utilizzati per conseguirli passano in secondo piano. In nome della sicurezza sparisce la frontiera tra guerra e diplomazia, in una fusione di strategie che vanno dall’uso della violenza diretta alla pressione economica e psicologica. Allo stesso modo perdono di validità i limiti tracciati dalla Costituzione, qualora questi costituiscano un ostacolo al raggiungimento della sicurezza nazionale. In secondo luogo, scompare la distinzione tra nemico esterno e interno; il nemico è sempre lo stesso ed utilizza le risorse della nazione contro lo stato incaricato di amministrarla. Infine, cade la distinzione tra violenza repressiva e violenza preventiva; l’imperativo di sicurezza legittima l’uso della violenza preventiva in vista di un pericolo futuro. La sicurezza nazionale interessa dunque ogni ambito del vivere associato; il germe della sovversione può nascondersi in ogni angolo della nazione e in ogni angolo va combattuto ed annientato; tanto nella vita politica come in quella economica, nel mondo intellettuale così come in quello ecclesiastico.

Nel perseguire tale obiettivo lo Stato ricorre a quello che si definisce come Potere Nazionale, che costituisce il terzo elemento della DSN. «Il Potere Nazionale è lo strumento della Politica Nazionale per raggiungere gli Obiettivi Nazionali» [Gurgel 1975]. Si tratta, insomma, dell’insieme di risorse di cui dispone lo Stato per imporre la sua volontà, costituita dal raggiungimento dei propri obiettivi. O, come spiega il generale Pinochet nel suo manuale di geopolitica,

La forza organizzatrice della vita associata, nel senso più ampio, che ha lo Stato; il potere comprende l’organizzazione della popolazione per esercitare il dominio sullo spazio e sulla massa umana ubicata nei limiti dello Stato, per mettere in pratica, in forma essenzialmente dinamica, la volontà dello Stato [Pinochet 1974].

Il potere nazionale si articola in quattro componenti: politico, militare, economico e psicosociale [Comblin 1979]. Queste quattro categorie costituiscono l’insieme degli strumenti di cui dispone lo Stato per imporre la sua volontà. Ora si tratta di articolarli in un piano organico che permetta di raggiungere la sicurezza nazionale e con essa gli obiettivi nazionali. Tale è il compito della Strategia Nazionale.

Continuando a seguire la costruzione teorica di Amaral Gurgel, definiamo la Strategia Nazionale come «l’arte di preparare ed esercitare il Potere Nazionale per ottenere e mantenere gli obiettivi fissati dalla Politica Nazionale» [Gurgel 1975]. Peculiarità della strategia della DSN è che cade la distinzione tra l’ambito civile e quello militare; i due campi si fondono in una totalità indistinta che vede l’egemonia dell’elemento militare su quello politico. Questi sono gli elementi costitutivi della DSN, sulla base dei quali i regimi a essa afferenti orientano la propria azione di governo. A partire dalla metà degli anni Sessanta, si aggiunge un quinto elemento, frutto del nuovo orientamento della politica economica degli Stati Uniti.

Nel 1968 il segretario di stato statunitense Robert McNamara pubblica un libro intitolato The Essence of Security in cui affermava: La sicurezza è sviluppo e senza sviluppo non c’è sicurezza. Un paese in via di sviluppo e che non progredisce non conquisterà mai un livello accettabile di sicurezza per la semplice ragione che non può spogliare i propri cittadini della loro natura umana» [McNamara 1968]. Le parole del segretario McNamara riflettono la politica generale di Kennedy riguardo il problema dell’instabilità politica in America Latina. Come afferma lo studioso americano Lars Schoultz, gli Stati Uniti hanno sempre individuato le cause di tale instabilità nei due poli del comunismo e della povertà [Schoultz 1987]. Nel tentativo di costruire un’azione congiunta in grado di rimuovere alla radice le cause della sovversione, la presidenza Kennedy diede avvio a una serie di iniziative – Alleanza per il Progresso, Civic Action, politica di aiuti economici ai paesi in via di sviluppo – volti ad affiancare una politica di sviluppo economico-sociale alla repressione militare dei movimenti insurrezionali. L’enfasi posta dal segretario di stato statunitense sul tema dello sviluppo ebbe delle ripercussioni evidenti sui teorici latinoamericani della DSN, i quali giudicarono necessario perseguire una conciliazione tra sviluppo e sicurezza, ordine e progresso. L’analisi delle diverse sfumature e implicazioni della politica economica statunitense nei confronti dell’America Latina in questi anni, benché interessante, esula dallo spazio della nostra ricerca. In questo saggio ci limiteremo dunque ad analizzare la dimensione della sicurezza, focalizzando la nostra attenzione sulle caratteristiche della politica di repressione messa in atto dal regime di Pinochet.

Ad appena un mese dalla creazione del regime, viene affidato al generale Sergio Arellano Stark il compito di guidare un gruppo di militari incaricato di “accelerare” il corso della giustizia nelle province settentrionali del paese. Questo gruppo di cinque ufficiali, più tardi noto come “Carovana de la muerte”, percorse le province del nord lasciandosi alle spalle sessantotto cadaveri, di cui quattordici non furono mai ritrovati, avviando la lunga lista di Desaparecidos [16] del regime [Verdugo 1989]. La Carovana della Morte non fu altro che l’inizio di una strategia del terrore che culminerà con la creazione della Direcion de Inteligencia Nacional (DINA), istituzionalizzata con il Decreto Legge n. 521, il 14 Giugno 1974. Operante già dalla fine del Settantatre, la DINA non faceva altro che istituzionalizzare il modus operandi della Carovana, costituendosi come un organismo di repressione itinerante che rispondeva delle proprie azioni direttamente al Presidente. Fonti americane fanno risalire la fondazione della DINA agli stessi membri della Carovana, dalla quale si sarebbe preso spunto per una riorganizzazione del servizio segreto cileno [17].

La DINA, sotto la direzione del tenente-colonnello Juan Manuel Contreras Sepulveda, fedelissimo del regime e strettamente legato al presidente Pinochet, si trasformò ben presto in un’istituzione onnipotente. Già nel Decreto 527 gli articoli 9, 10 e 11, coperti dal segreto, davano al nuovo organismo il potere di effettuare retate, arresti e detenzioni segrete per raggiungere i propri obiettivi. Come notava un funzionario dell’Intelligence militare americana: «Non sembra esserci restrizione alcuna alle operazioni d’intelligence che possa avviare il direttore. In sostanza, la legge presuppone l’approvazione legale e ufficiale di un’organizzazione che è già in piena attività» [18]. Ben presto la DINA divenne celebre per la sua brutalità e la sua onnipotenza. «Nessun giudice di nessun tribunale, e nessun ministro del governo fa una sola domanda su di un caso concreto se la DINA dice di esserne incaricata» avrebbe riferito una fonte cilena all’agente statunitense della difesa William Hon [19].

Nel Giugno del 1975, i servizi americani erano riusciti ad ottenere un organigramma del temibile servizio cileno. Stando a tale rapporto, il servizio si sviluppava su di una complessa rete di divisioni operative operanti sia dentro che fuori il Cile [20]. A capo della DINA vi era il tenente colonnello Manuel Contreras, che fonti della DIA attestano come uomo estremamente intelligente e capace, di totale dedizione al regime e soprattutto al Presidente Pinochet. Al momento del golpe, il colonnello Contreras era a capo della scuola d’ingegneria militare si Tejas Verde, situata a un centinaio di chilometri da Santiago. Nei giorni successivi al colpo di stato, Contreras trasformò il centro nel Campamento de Prisoneros n. 2, che diverrà il prototipo per i futuri centri di detenzione e tortura della DINA. Sotto la sua direzione, la DINA si rese responsabile di almeno tre flagranti violazioni dei diritti umani: la creazione di una rete di campi segreti di detenzione, l’uso sistematico della tortura, la sparizione di centinaia di cileni.

In generale tutti questi centri operavano alla stessa maniera: ricevevano, bendati, i prigionieri, dopo che questi erano stati catturati presso il loro domicilio o direttamente in strada, caricati su di una Ford Falcon senza distintivo alcuno. Una volta entrati nei centri di detenzione, le vittime erano sottoposte a terribili sessioni di tortura, allo scopo di ottenere informazioni utili ad annientare la resistenza di cui si riteneva facessero parte. Ciascun centro aveva la sua “specialità”; Londres 38 ad esempio, usava sequestrare familiari delle vittime e torturarle dinanzi a queste, Villa Grimaldi invece, era conosciuta per le cosiddette casas Chile, casse di legno molto piccole dove i prigionieri venivano rinchiusi. A queste vanno aggiunte violazioni sessuali di ogni genere nonché la pratica di far sparire nel nulla i corpi delle persone assassinate [Garcia Castro 2002].

Al di là delle inquietanti similitudini nei metodi e tecniche di tortura e di controllo della popolazione, i militari cileni riescono a conquistare ciò cui i loro colleghi francesi più ambivano e che agli statunitensi non era concesso nemmeno di sperare: la gestione politica dello Stato. Nel caso del Cile non si tratta di ristabilire l’ordine in una colonia, come nel caso di Indocina e Algeria per i francesi, o di favorire i propri interessi politici ed economici, come nel caso del Vietnam per gli Stati Uniti. La guerra in Cile è volta alla ricostruzione totale della nazione; l’obiettivo, per dirla con le parole del generale Pinochet, era quello di «cambiare la mentalità ai cileni» [21].

Tuttavia, le evidenti analogie tra le politiche di repressione del regime cileno e le teorie francesi pongono un interrogativo riguardo alla dinamica della loro trasmissione, laddove mancano prove documentate di una volontà istituzionale di collaborazione tra le due realtà quale quella riscontrata nel caso degli Stati Uniti. Cercando una spiegazione a tale quesito, abbiamo seguito percorsi alternativi che ci permettessero di rintracciare la presenza di un contatto tra quelli che abbiamo visto essere i diffusori della DGR sul continente americano, e i militari cileni. La testimonianza del generale Aussaresses in questo senso si è rivelata fondamentale. Si è già accennato al lavoro del generale francese negli istituti militari statunitensi, tra cui lo Special Warfare Center a Fort Bragg, nel North Carolina. Gran parte dei soldati che seguivano i suoi seminari sulla guerra non convenzionale a Fort Bragg era di origine latinoamericana [22] [Aussaresses-Deniau 2008]. Di fatto lo SWC è una scuola di élite, ed è lo stesso Aussaresses a rivendicare con un certo orgoglio il fatto che la maggior parte dei suoi allievi assumerà, negli anni successivi, posti di responsabilità presso le Forze Armate e presso i governi dei propri paesi [23]. Altri diverranno a loro volta istruttori presso istituti specializzati in questo tipo di conflitto, tra cui la School of Americas (SOA) [Robin 2004] nel Canale di Panama – specificamente dedicata all’addestramento dei militari latinoamericani – e il Centro d’istruçao na Selva a Manaus, in Brasile, dove periodicamente terrà seminari lo stesso Aussaresses a partire dal 1973, quando lavora a Brasilia in qualità di aggiunto militare presso l’ambasciata francese.

Si sono dunque analizzati gli elenchi dei diplomati della SOA nei primi anni Sessanta, alla ricerca di corrispondenze che comprovassero l’esistenza di un contatto tra i militari cileni che nella decade successiva andranno a integrare gli organismi di repressione del regime e la tradizione dottrinaria francese veicolata dagli statunitensi. L'analisi di tali elenchi rivela l’assoluta preponderanza di soldati cileni tra gli allievi del centro [24]. Seguendo poi la carriera di questi militari, scopriamo che la maggior parte di essi assumerà successivamente incarichi di rilievo nei servizi segreti – in particolare nella Dirección Nacional de Inteligencia (DINA) – e in generale negli apparati di repressione del regime di Pinochet [Giancola 2011]. Interrogato esplicitamente dalla giornalista francese Marie-Monique Robin sulla possibilità di un’influenza francese nella DSN cilena, l’ex capo della DINA Manuel Contreras è restio a mettere in questione l’autonomia dottrinaria del passato regime, ma ammette di essere un grande ammiratore dell’OAS e di aver inviato regolarmente dei gruppi di militari al suo servizio presso il centro di Manaus, affinché fossero addestrati da Aussaresses [Robin 2004]. D’altra parte, una semplice analisi del modus operandi della DINA rivela come questi sia sorprendentemente simile alle istruzioni fornite dal colonnello Trinquier nel suo libro La Guerre Moderne [Trinquier 1964]. Rintracciati così i tempi e i luoghi di contatto tra il mondo della difesa francese e quello cileno, le analogie tra i due complessi dottrinari appaiono meno stupefacenti. Si tratta ora di capirne la dinamica di comunicazione e di valutare il ruolo dei personaggi coinvolti nel processo di trasmissione.

Conclusioni

In questo lavoro si è cercato di ricostruire il processo di elaborazione di tre diverse teorie di guerra non convenzionale, elaborate nel corso della seconda metà del secolo passato. Abbiamo mostrato come tali dottrine siano strettamente vincolate tra loro, instaurando un rapporto di comunicazione triangolare, dai risvolti estremamente interessanti. Innanzitutto, la presenza di numerose analogie tra gli apparati dottrinari francese e cileno malgrado la mancanza di un contatto diretto tra le due realtà, getta una nuova luce sul ruolo degli Stati Uniti nell’indottrinamento delle Forze Armate latinoamericane. Di fatti nel caso del Cile qui analizzato, gli Stati Uniti non fanno che “traghettare” oltre il canale di Panama delle teorie di origine francese. Ciò configura un particolare modello di circolazione del sapere in materia di repressione, che vede l’instaurarsi di un rapporto triangolare tra Francia Stati Uniti e Cile, con gli Stati Uniti in funzione di mediatore tra le altre due realtà. Applicando su scala continentale le teorie del sociologo americano Mark Granovetter [Granovetter 1973], osserviamo come in questo senso gli Stati Uniti costituiscano un ponte tra il mondo della difesa francese e cilena, attraverso cui la DGR approda nel paese andino.

In secondo luogo, focalizzando l’attenzione a livello micro-sociale osserviamo come in realtà i pilastri portanti di tale ponte non poggino tanto nell’apparato istituzionale della difesa statunitense, quanto nella rete di contatti amicali e professionali stabilitisi tra soldati francesi, statunitensi e cileni. Ciò mostra la capacità di circolazione delle idee attraverso canali alternativi a quelli istituzionali, percorrendo i percorsi tracciati da una fitta rete di relazioni sociali che spesso trascendono le dinamiche di collaborazione tra le istituzioni cui appartengono. L’apparente casualità e disordine delle analogie riscontrate tra i diversi apparati dottrinari presi in considerazione trova così un ordine nella prospettiva fornita dall’analisi delle reti sociali [Moutoukias 1998]. Gli strumenti forniti da tale metodologia permettono di avanzare nuove ipotesi nel campo della circolazione del sapere, rappresentando un valido supporto per chi intenda addentrarsi in questo campo di ricerca, gettando nuova luce su alcuni angoli ancora inesplorati e caotici.


Abbreviazioni

  • SHAT: Service Historique de l'Armée de Terre (Francia)
  • DIA: Defense Intelligence Agency (Stati Uniti)
  • NSAM: National Security Action Memorandum (Stati Uniti)
  • DGR: Doctrine de la Guerre Révolutionnaire

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Note

1. Una lotta violenta tra attori statali e non statali per la legittimazione e l'influenza sulla popolazione(i) interessata(e). La guerra irregolare predilige un approccio indiretto e asimmetrico, anche se può utilizzare l'intera gamma delle risorse militari e non, al fine di erodere il potere, l'influenza, e la volontà di un avversario: Joint Chief of Staff, Department of Defense Dictionary of Military and Associated Terms, Washington DC, 8 Nov. 2010.
2. Somma degli sforzi civili e militari adottati per sconfiggere una rivolta e per affrontare eventuali scontenti: Joint Chief of Staff, Department of Defense Dictionary of Military and Associated Terms, Washington DC, 8 Nov. 2010.
3. L'accablante confession du général Aussaresses sur la torture en Algérie, «Le Monde», 3 Mai 2001.
4. La social network analysis (analisi delle reti sociali) è una metodologia sociologica fondata sulla teoria delle reti, la quale concepisce le relazioni sociali in termini di «nodi» e «legami». I nodi corrispondono solitamente agli attori sociali all’interno delle reti, ma possono anche rappresentare delle istituzioni e i legami sono le relazioni che intercorrono tra di essi.
5. Termine usato durante la resistenza francese per indicare gruppi di resistenza clandestini.
6. SHAT, 5 Bureau de l’État-major interarmées, Stages d’action psychologique, 1 H 2522/1: Conférences et exposés, La guerre révolutionnaire, Conferenza tenuta a Lione da un veterano della guerra d’Indocina, sept. 1958.
7. SHAT, R 235, TTA 117, Instruction provisoire sur l’emploi de l’arme psychologique, approvato dal generale Ely, Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate, 29 Luglio 1957.
8. Cfr. «Revue de Defense Nationale», «Revue militaire d’Information», «Revue militaire générale».
9. John F. Kennedy si era recato in Indocina durante la guerra anticoloniale contro la Francia, come senatore del Massachussets. In occasione di questi suoi viaggi, così come più tardi quando si troverà ad esprimersi sulla questione Algerina, il presidente americano aveva mostrato un atteggiamento fortemente anticoloniale. Ciò lo rendeva particolarmente sensibile a quella che si supponeva essere una strumentazione sovietica dei movimenti di liberazione nazionale.
10. NSAM N.124: Establishment of the Special Group (Counter-Insurgency), Gen 1962. <http://www.jfklibrary.org/Asset-Viewer/qJbe3E_H7kmxvtbyzSb8pw.aspx>
11. NSAM N.131: Training Objectives for Counter Insurgency, Mar., 1962. <http://www.jfklibrary.org/Asset-Viewer/BivdC1v8-0GxxLDyWr7pxw.aspx>
12. NSAM N.177: Police Assistance Programs, Ago, 1962. <http://www.jfklibrary.org/Asset-Viewer/Jf1xwOvPMUKJZdt3_ITj1w.aspx>
13. NSAM N.2: Development of Counter-guerrilla Forces. Feb 3, 1961.<http://www.jfklibrary.org/Asset-Viewer/B3leMaWRSkOnvMDbjd00Cw.aspx>
14. U.S. Congress, Senate, Select Committee to Study Government Operations with respect to Intelligence Activities, Covert Action in Chile 1963-1973, GPO, Washington DC, Dic. 1975.
15. Cfr. Informe de la Comision Nacional de Verdad y Reconciliacion (Informe Rettig), Secretaria de Comunicacion y Cultura, Santiago, 1991. Informe de la Comisión Nacional sobre Prisión Política y Tortura (Informe Valech).
16. Termine con il quale ci si riferisce a molte delle vittime dei regimi militari latinoamericani, il cui corpo fu fatto sparire nel nulla dopo la morte. La Commissione Interamericana sulla sparizione di persone ne da la seguente definizione: ‹‹Si considera la scomparsa forzata la privazione della libertà di una o più persone, in qualsiasi forma, commessa da agenti dello Stato o da persone o gruppi di persone che attuino con l’autorizzazione, l’appoggio o l’acquiescenza dello Stato, seguita dalla mancanza d’informazioni o dal rifiuto a riconoscere tale privazione della libertà o di fornire il recapito della persona, di modo che s’impedisce l’esercizio dei ricorsi legali e delle garanzie processuali pertinenti››: Inter-american Convention on Forced Disappearance of Persons, <http://www.oas.org/juridico/spanish/tratados/a-60.html>.
17. DIA, Informe segreto sul generale Arellano Stark, 5 Genn. 1975.
18. DIA, Official Decree on the Creation of the National Intelligence Directorate (DINA), 2 Lug. 1974.
19. Hon, DINA, Its Operations and Power, Informe per la DIA, 8 Febbr. 1974.
20. DIA, Organization Diagram of the Directorate of National Intelligence (DINA), 17 Giu. 1975.
21. Tale è dichiarato in un documento ufficiale emanato dalla Giunta di governo cilena a meno di un anno dall’instaurazione del regime militare. Cfr. Junta de Gobierno, Declaracion de Principios del Gobierno de Chile, 11 Mar. 1974.
22. In particolare: Bolivia, Argentina, Messico, Colombia, Brasile, Paraguay, Uruguay, Cile e Venezuela, secondo quanto dichiarato dal generale francese.
23. È il caso ad esempio dell’ammiraglio H. Gordon, allievo di Aussaresses a Fort Bragg e più tardi capo del Centro Nacional de Informacion (CNI), servizio segreto cileno che sostituisce la DINA dopo la sua dissoluzione nel 1977.