Storicamente. Laboratorio di storia

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Chiara Giorgi, L’Africa come carriera. Funzioni e funzionari del colonialismo italiano, Roma, Carocci, 2012, 222 pp.

L’ultimo lavoro di Chiara Giorgi mette in campo competenze interdisciplinari e collega gli aspetti culturali, sociali, antropologici della nostra storia coloniale a quelli istituzionali e amministrativi propri del governo coloniale. Si tratta di una storia della amministrazione coloniale indagata dal basso dove i funzionari coloniali rivestono un ruolo decisivo sia rispetto ai molteplici compiti assolti in colonia, sia in relazione alla storia amministrativa nazionale.

Nella prima parte del volume Giorgi ricostruisce l’inizio della nostra vicenda coloniale, le belle speranze ma anche i dubbi e le ambiguità del colonialismo di età liberale. Vicende ben rappresentate dal ministro degli Esteri Pasquale Stanislao Mancini (nel 1881 ministro del governo Depretis) che incarna uno degli esempi della ambiguità della politica coloniale italiana. Rappresentante di quella classe dirigente di stampo liberale che avrebbe cercato di estendere anche all’oltremare, sia pure con correttivi ed attenuazioni quanto alle garanzie costituzionali, il progetto dell’unificazione legislativa appena realizzato in Italia. Mancini veniva dall’ambiente accademico, era stato un ideologo dello Stato nazionale, acceso sostenitore del principio di nazionalità come fonte del diritto delle genti. Sembrerebbe allora paradossale che l’impulso all’opera di conquista coloniale sia venuto proprio da chi aveva predicato, in cattedra e in Parlamento, il rispetto di tutte le nazionalità, da chi aveva difeso il diritto della nazione italiana di acquisire una propria indipendenza politica. Lo stesso diritto sarebbe dovuto spettare anche alle altre nazioni, comprese quelle che l’Italia intendeva colonizzare. Invece le sue parole riprendono tutte le argomentazioni classiche del colonialismo europeo, tutti i paternalismi pedagogico-etici, che però risultavano deboli se applicati ai territori sulla costa del Mar Rosso (Assab e Massaua) che l’Italia era interessata ad occupare. Infatti gli atti parlamentari relativi ai giorni nei quali si discuteva della missione nel Mar Rosso ci riportano le voci che invitavano ai distinguo: le popolazioni abissine non erano sicuramente «primitive», ma discendevano da antichi regni, «per sopraggiunta cristianissimi - diceva Martini - Lasciate stare la civiltà, e dite le cose senza ipocrisia; dite che tutti gli stati d’Europa fanno una politica coloniale e che perciò la vogliamo fare anche noi…».

Nella seconda parte del volume l’a. si sofferma sul fenomeno della «fascistizzazione del personale coloniale». Negli anni ’20 e ’30 l’amministrazione coloniale seleziona il personale prima in base alle competenze professionali maturate in madrepatria, poi, dopo la conquista dell’Etiopia, in base a criteri di militarizzazione: pesca i suoi funzionari tra i molti ufficiali dell’esercito impegnati nella campagna militare. Dopo la disfatta, l’abbandono della colonia e la resa dei conti finale, il processo di epurazione fece giustizia dei funzionari compromessi con il regime, nel modo consueto, tanto che la nuova burocrazia repubblicana vede realizzata una «continuità di uomini e strutture» con la vecchia amministrazione fascista.

Ma il territorio attraversato da Giorgi non è solo quello delle istituzioni coloniali, fatto di organizzazione, regolamenti, funzioni, ruoli, accentramenti e decentramenti, in una parola della burocrazia, ma anche quello degli uomini, dei loro vizi, delle loro debolezze, delle loro virtù (penso al capitolo che l’a. ha dedicato a Dante Odorizzi). Perché la politica, anche quella coloniale, è fatta da persone reali, capaci di dare colore al grigiore della burocrazia. Ecco allora il carrierismo, le furbizie, le autoassoluzioni, le rivalità, le invidie, le ambizioni e le meschinità, ma anche, certamente, le professionalità, le competenze, le eccellenze di quei funzionari che furono anche, direi soprattutto, uomini di scienza. Nel testo alle figure dei Martini, Pollera, Odorizzi, Conti Rossini, Cerulli, Salvago Raggi, seguono quelle dei Graziani, De Lauro, Moreno, De Feo, De Vecchi, Balbo, in una trama che alterna i volti migliori e peggiori del nostro colonialismo.