Storicamente. Laboratorio di storia

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Antonino De Francesco, 1799. Una storia d’Italia

Il libro di Antonino De Francesco non rappresenta, a dispetto delle dimensioni, un testo semplice. I fatti relativi alla Rivoluzione napoletana sono proposti col preciso intento di far emergere la complessità degli eventi e contrastare, attraverso una sapiente ricostruzione dei molteplici ed intricati rapporti di forza (non solo in campo interno, ma anche internazionale) una letteratura tralatizia che in gran parte risulta legata, come appare chiaro dalla parte finale del libro, a interessi particolari. A cominciare dall’apertura, in cui viene giustamente sottolineata la reciproca influenza che i fatti rivoluzionari suscitarono parimenti in Italia e Francia (passando per il ruolo del Direttorio e la dialettica tra questo e i generali impegnati nelle campagne militari), l’analisi di De Francesco tocca numerose questioni su cui l’autore si sofferma in modo specifico, accompagnando vivaci considerazioni critiche a un ricco apparato di note bibliografiche sapientemente selezionate. Questa considerazione vale anzitutto per l’analisi dei singoli soggetti coinvolti nelle vicende storiche, dei quali De Francesco ci offre una ricca galleria di ritratti tra cui compaiono, tra gli altri, l’abate Jerocades, il giovane Lauberg, il comandante Championnet, l’ammiraglio Nelson, il cardinale Ruffo, il ministro Acton. Attori che però rimangono sullo sfondo di uno studio che mira a meglio cogliere il significato dello scontro politico ed in cui, in particolare, il binomio giacobini/sanfedisti viene assunto a «radice e simbolo» dell’identità italiana. Tra i nuclei problematici oggetto di studio da parte dell’autore vanno anche evidenziati il legame tra giacobini e massoneria (e i suoi diversi volti), la contrapposizione tra i progetti controriformatori e la debolezza del quadro politico, le tortuosità della storia e in particolare l’ambiguità di alcune soluzioni normative manifestatesi a proposito delle leggi sull’eversione della feudalità, sull’abolizione dei fedecommessi, sulla ripartizione del territorio e l’organizzazione dei poteri locali (tutte norme che ponevano prepotentemente all’ordine del giorno il delicato problema della ricerca del consenso in una società che dimostrava straordinarie capacità di resistenza al nuovo ordine).
Ma il valore del volume di De Francesco non si esaurisce in una pregevole sintesi degli eventi storici, benché offerti nella loro complessa articolazione. L’autore va molto più a fondo e, interrogandosi sulle ragioni della tenuta del paradigma del 1799 come espressione della nuova identità italiana nel discorso politico della classe dirigente, ne svela la funzione legittimatrice in quanto forma di uso pubblico della storia. In questo senso l’autore perviene così a «vedervi le radici dell’Italia moderna». Vincenzo Cuoco, Pietro Colletta, Atto Vannucci, Francesco Paolo Di Blasi, Ippolito Nievo, Pasquale Turiello, Alfredo Oriani, Alfredo Niceforo, Benedetto Croce, Gioacchino Volpe, per giungere fino ai contemporanei Delio Cantimori, Franco Venturi, Albert Mathiez, Giuseppe Galasso e Anna Maria Rao, rappresentano i diversi momenti di un’interpretazione che passa attraverso una sola chiave di lettura: quella eminentemente letteraria. Da qui scaturisce la dura polemica contro quella vulgata che, ancora presente nel panorama della letteratura nel secondo dopoguerra, aveva creato “una dimensione civile italiana tutta declinata sul versante culturale e niente affatto su quello politico” (p. 18). Contro questa lettura De Francesco sembra riportare gli eventi sul piano della concretezza, quasi richiamando costantemente l’attenzione dello storico a non accontentarsi di spiegazioni parziali o univoche. Egli respinge pertanto due opposte tendenze storiografiche: per un verso quella dell’idealismo crociano che dietro l’interpretazione moderata dell’esperimento napoletano come espressione di una nuova identità italiana celava una precisa e coerente proposta politica; e per un altro quella di una rappresentazione della storia che potremmo definire “del come vorremmo che fosse” (che giunge fino alla critica della “recita” delle celebrazioni del bicentenario e – sia pure in termini sempre positivi – alla presa di distanze dalla lettura di Anna Maria Rao del 1799 come risposta al 1899, cioè ad un’altra possibile via all’Ottocento). A fronte di tali commenti De Francesco evidenzia l’oggettività degli eventi e del loro concatenarsi ridando spazio alla centralità delle azioni militari (si pensi al ruolo del generale Championnet, al riflesso de fatti di Abukir), all’influenza dell’opera sotterranea delle intelligence governative (costantemente impegnate a destabilizzare il terreno politico), al movimento delle idee (non solo casuale, ma conseguente al spostamento degli uomini), al tattico intreccio di interessi non sempre coincidenti. A fronte di tale impostazione, che tuttavia esplicita il continuo misurarsi col presente in termini dichiarati, rimane pur sempre aperta la possibilità di un’analisi in cui sfera politica e culturale non siano nettamente separate.