Storicamente. Laboratorio di storia

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Matteo Provasi, Il popolo ama il duca? Rivolta e consenso nella Ferrara estense, Roma, Viella

«Il popolo ama il duca?» Da questa domanda prende le mosse l’indagine di Matteo Provasi, il cui scopo è delineare l’evoluzione del rapporto fra principe e sudditi nella capitale del ducato estense fra Tre e Cinquecento. Tre episodi scandiscono il percorso della ricerca: il linciaggio del giudice dei Savi Tommaso da Tortona (3 maggio 1385), l’omicidio del capitano di giustizia Gregorio Zampante (18 luglio 1496) e la morte per malattia dell’appaltatore di imposte Cristoforo da Fiume (22 agosto 1575). Tre eventi caratterizzati da una violenza – nei primi due casi anche schiettamente fisica, nel terzo principalmente ideologica e verbale – la cui analisi morfologica evidenzia alcuni elementi chiave nel complesso dialogo principe/sudditi. Alla base di tutto un assunto: l’osservazione ravvicinata delle crisi piccole e grandi – dalla protesta isolata alla rivolta diffusa – permette di analizzare le manifestazioni di dissenso non solo nel loro concreto svolgersi, ma anche nelle strutture essenziali. La rivolta, come sottolinea Provasi nell’introduzione, è uno spazio d’indagine privilegiato per chi voglia studiare la tenuta del patto originario su cui si fonda lo Stato. È proprio il patto, infatti, il vero oggetto della ricerca. Gli estensi, promossi da vicari della Chiesa a marchesi di Ferrara nel 1264, negli ultimi decenni del Trecento pongono le fondamenta di un edificio politico e culturale che nella piena maturità – da Borso a Ercole II – costituirà un modello di signoria rinascimentale: uno Stato la cui mitologia politica, un sistema simbolico in buona parte ispirato a quello della monarchia francese, è a tutti gli effetti un essenziale strumento di governo. Non stupisce, quindi, che la stessa corte dedichi una particolare attenzione ai segnali, anche all’apparenza trascurabili, inviati da un popolo sempre pronto a ridiscutere i termini del patto sociale. Da qui la continua tensione fra disciplinamento e tolleranza di fronte a forme di disordine – dalle battagliole dei putti ai saccheggi rituali durante le entrate trionfali dei governanti – nelle quali gli estensi riconoscono un delicato termometro degli umori dei sudditi. Tre episodi, si è detto, posti all’inizio (1385) nel mezzo (1496) e alla fine (1575) della signoria estense (intesa come costruzione ideologico-politica, non come semplice dominio) su Ferrara. Nei primi due casi il popolo – una folla inferocita nel 1385, due studenti nel 1496 – si riappropria di una quota di sovranità sopprimendo fisicamente funzionari di governo odiati per le loro tiranniche gestioni della cosa pubblica, nel terzo la cittadinanza si limita ad accogliere con festeggiamenti la morte naturale di un appaltatore esoso. Nell’equilibrio fra le intemperanze del popolo e la reazione del potere Matteo Provasi legge le spie di una parabola destinata a concludersi con la morte senza eredi di Alfonso II e l’ingloriosa devoluzione della città allo Stato della Chiesa. Per ricostruire i particolari delle vicende in esame l’autore fa un uso intenso e attento di una fonte estremamente fertile e allo stesso tempo difficile da manipolare: le cronache cittadine, che fra XV e XVI secolo – come è stato da più parti osservato – vivono anche a Ferrara una stagione di grande diffusione e ricchezza espressiva. Là dove la documentazione prodotta dal governo (provvedimenti di polizia, gride, verbali di sedute) si sofferma in particolare su date, nomi, luoghi e quantità, le cronache danno una versione parziale e spesso fortemente condizionata dal punto di vista dell’estensore; proprio da queste versioni soggettive, e talvolta persino da un lapsus o da un silenzio, si può misurare l’accorciarsi o allungarsi della distanza fra signore e sudditi. Ma anche un’altra fonte dai contenuti fortemente «narrativi» è spesso posta sotto la lente d’ingrandimento: la corrispondenza degli ambasciatori stranieri in missione presso la corte estense. Sono proprio le lettere dei rappresentanti di altri stati – e in particolare dei rappresentanti veneziani e medicei – a rivelare retroscena e a fornire possibili interpretazioni politiche degli eventi. Una via, questa, battuta in anni recenti con importanti risultati – proprio per Ferrara – da Giovanni Ricci.