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Comunicare storia

Le guerre d'Italia 1494-1530 di Marco Pellegrini

Poiché manifesto è che da poi che lo Imperio Romano cominciò a declinare non aveva già mai sentito Italia tanta prosperità né provato stato tanto desiderabile quanto era quello nel quale securamente si riposava l’anno della salute cristiana 1490.

Con questa solenne riflessione il Guicciardini inizia la propria Storia d’Italia istituendo un parallelo, solo in apparenza forzoso, tra il primato politico e militare dell’antico impero e quello culturale, economico, morale, e civile della penisola alla vigilia della calata di Carlo VIII.
La scelta di adottare una periodizzazione tanto aulica, di collegare cioè la crisi dell’Impero a quella degli stati italiani, manifesta la convinzione guicciardiniana che quest’ultima abbia rilevanza storica e valenza epocale non minore di quella che mille anni prima aveva travolto l’antica Roma. Con una differenza, tuttavia, ben chiara nel testo del Guicciardini, che si sintetizza nella lentezza del declino di Roma a fronte della subitaneità del crollo del sistema degli stati della penisola.
Va subito aggiunto però che non fu il Guicciardini a immaginare per primo un collegamento tra l’antico primato dei romani e quello recentissimo dell’umanesimo italiano.
Per gli uomini di cultura, dell’Europa tutta, l’Italia aveva condotto per mano il Vecchio Continente non solo nella riscoperta delle lingue classiche o della filosofia antica, ma piuttosto le aveva rimodulate dando ad esse nuova vita e nuova attualità.
Dalle città della penisola, in particolare da Firenze, era nato un mondo nuovo, non chiuso peraltro in una turris eburnea di studi eruditi, ma che diventa centro di irradiazione di una realtà inedita e vitalissima.
Questa consapevolezza era condivisa dai grandi del tempo, dal Ficino al Reuchlin, dal D’Etaples al Guarino, tanto che anche gli uomini della Riforma luterana avrebbero dato atto del ruolo straordinario della civiltà italiana nel porre le stesse basi morali di una nuova Europa.

Per dono dei fiorentini cominciò a risorgere la vita della cultura, e una grande utilità ne venne a tutti gli uomini… Nelle città furono emendate le leggi, fu purificata la religione...
Non v’ha dubbio perciò che Firenze, salvando la cultura e traendola in orto sicuro splendidamente, ha ben meritato di tutti i popoli [MELANTHONIS 1836, coll. 129 ss].

A scrivere queste parole pochi anni prima della fine delle terribili guerre d'Italia fu infatti Melantone.
E non stupisca allora se nella penisola si affermava così la convinzione di una sorta di nuova instauratio imperii sub altera specie: «abbiamo perduto Roma, il suo regno, la sua potenza, ma grazie alla lingua latina conserviamo più splendido dominio ancora in gran parte del mondo… Ivi infatti l’Impero Romano ovunque domina la lingua di Roma» [VALLAE 1729, 3 ss].
A scriverlo nell’Elengantiarum Linguae Latinae Libri tres, è Lorenzo Valla che ha ricostruito il latino classico, lo ha emendato dagli «appesantimenti» medievali e soprattutto ha scoperto in questo restaurato idioma la cifra culturale unificante per tutta la Christiana Res Publica.
Così allora non stupisce se Polidoro Virgilio, nel commentare la rovina politica della sua patria, riprende un tema antico, quello della Translatio studiorum.
Di ciò si era parlato solo pochi decenni prima quando i grandi sapienti greci erano fuggiti in Italia dinnanzi all’affermarsi delle turcocrazia.
Ora, quasi a tracciare un epicedio e al tempo stesso un auspicio per il futuro, Polidoro Virgilio conclude che «fu proprio in questi tempi che le lettere latine e greche avendo raggiunto la piena fioritura, escluse, cacciate, confinate dall’Italia (a seguito naturalmente del crollo degli stati della penisola) si riversarono al di là delle Alpi per tutta la Germania, la Francia, l’Inghilterra e la Scozia» [POLIDORO VIRGILIO 1720, Verona, 184 ss.].
La Translatio studiorum è strettamente collegata alla Translatio Imperii in una sorta di «variante demilitarizzata» evocata più volte, già nel tardo medioevo e riaffermata poi con vigore dopo la caduta di Costantinopoli a tutto vantaggio dell'Italia; così che dopo la caduta di due Rome, l’Antica e Costantinopoli appunto, ecco che una terza, che mai si è ammantata di questo titolo, cioè l’Italia, nelle parole di Polidoro Virgilio crolla anch’essa ma virtuosamente trasmette al resto di un’Europa ancora incolta il proprio compiuto sapere.
Mi sono soffermato su queste tematiche, attraverso alcuni rapidi esempi, dal momento che è proprio nella paradossale contrapposizione tra la convinzione condivisa di un primato italiano (simile, pure in forme diverse, a quello di Roma antica) e la drammatica rapidità con cui il sistema politico della penisola crolla, che si configura il grande interrogativo circa le guerre d'Italia.
Roma, come ci lascia intendere il Guicciardini, si era logorata dall’interno, in un declino lungo molti secoli.
L’Italia, al contrario, passava dall’apogeo della propria civiltà ad una ignominiosa dissoluzione.
Naturale allora che i contemporanei, per primi e gli storici, poi, si affannassero a trovare una spiegazione complessiva del tutto, in una specie di gioco degli specchi in cui, già sulla scorta delle riflessioni dei contemporanei, profasis e aitia si confondevano continuamente, nella ricerca, quasi «giudiziaria», di una colpevolezza sembrava risarcire l’apparente incomprensibilità di un processo di breve durata.
Non che ,in realtà, Machiavelli, Guicciardini e molti altri ancora non avessero, come sappiamo, fornito le loro risposte. E pur tuttavia esse risultavano con ogni evidenza parziali.
La complessità e la rilevanza del problema determinano allora un vero e proprio filone storiografico che produce grandi risultati e che tuttavia ci appare costantemente condizionato dal retaggio stesso dell’analisi umanistica, cioè a dire da una sorta di unilateralismo in virtù del quale una singola dimensione del problema finisce per rappresentare l’elemento unitario in termini interpretativi dell’intero fenomeno.
Così la debolezza politica interna dei singoli stati, la loro incapacità a superare dimensioni macroregionali o i limiti dell’organizzazione militare diventano di volta in volta la causa scatenante dell’intero processo.
Ne consegue anche una sorta di meccanicismo logico in nome del quale gli Oltramontani, i veri padroni militari della situazione, si  muovono in virtù di un principio di azione e reazione, certo dotati di volontà propria, ma al tempo stesso condizionati, al di là dei loro stessi desiderata, dall’aprirsi continuo di nuove falle e di nuove debolezze all’interno del sistema italiano, con il conseguente, sempre più ampio, coinvolgimento delle varie potenze europee [AUBERT 2003].
Marco Pellegrini, che con sapienza e rigore ha già in passato analizzato il mondo rinascimentale e in particolare quello straordinario microcosmo che ruota intorno alle Romagne, ci offre ora una valutazione complessiva del problema delle guerre d'Italia.
E’ proprio sulla scorta di quanto sopra detto che il suo volume, periodizzato secondo l’ormai classica formula 1494-1530, si segnala in primo luogo per una sorta di virtuosa ateoreticità ermeneutica [PELLEGRINI 2009].
Ciò non significa naturalmente che il Pellegrini rinunci ad una ricerca di uno schema interpretativo in termini di causalità generale; egli cerca piuttosto di temperare gli estremismi e le rigidità delle varie Scuole storiografiche che in passato hanno cercato di individuare, in termini di unicità, i fattori epigenetici di crisi del sistema.
Il Pellegrini, al contrario, tutti li soppesa, li valuta e li raccorda: l’introduzione di nuove tecniche, ma anche soprattutto di una nuova mentalità bellica, la fragilità ed anomalia delle strutture statuali, la natura effimera ed illusoria di uno schema diplomatico fondato su quel compromesso precario che era stata la Pace di Lodi.
Il Pellegrini, soprattutto, amplia tuttavia il campo di osservazione sino a valutare, nel suo complesso, il panorama di un’Europa in cui quasi tutte le grandi potenze, in apparente parziale sincronicità, si ritrovano ad uscire da lunghe e profonde crisi.
La Francia si libera nel 1453 dalla Guerra dei Cent’Anni ma è solo nel 1477, con la morte di Carlo il Temerario, che si risolve il perenne dualismo con lo stato borgognone.
Anche gli Asburgo e il Sacro Romano Impero, con Federico III e soprattutto Massimiliano, si adoperano, con un limitato successo, a dare maggiore concretezza alla vecchia struttura imperiale e soprattutto per espandere gli stati ereditari della loro casata.
E’ in quegli anni che del resto si può collocare il completamento del processo ancora imperfetto di fusione degli stati della penisola iberica.
Scelgo sotto questo profilo una data atipica, ma a mio avviso pregnante, il 1481, anno in cui l’applicazione dell’Inquisizione viene omologata per i due regni di Castiglia e D’Aragona e poiché l’Inquisizione spagnola è uno dei più potenti strumenti di controllo sociale e di accentramento che la monarchia ha nelle sue mani, questo evento sancisce, più di altri, l’ormai ineluttabile processo di evoluzione del mondo iberico verso lo stato moderno [B. BENASSAR 1979, 13 ss; 1983, 120 ss.].
Persino l’Inghilterra, affermatisi i Tudor e lasciata alle spalle la Guerra delle Due Rose, comincia pur timidamente a guardare di nuovo verso il Continente.
In altri termini l’Europa tutta, in questo tardo ‘400, dev’essere considerata come un grande spazio in cui si va a ridefinire il campo di forze operante all’interno di esso.
Nuove realtà statuali, molto più solide oltre che più vaste, hanno razionalizzato i sistemi di potere, hanno dato nuovo vigore alle finanze regie e con ciò hanno posto le basi per la creazione di nuovi e potenti eserciti.
E’ questo il panorama che spesso viene posto a latere della analisi delle guerre d'Italia, secondo una tendenza che già fu tipica degli stessi umanisti italiani del ‘400, tanto poco interessati alle realtà istituzionali e ai meccanismi profondi del potere che si andavano affermando Oltralpe [Cfr. le riflessioni suggerite dalla biblioteca del Calmieri in FINZI 1984, 153 ss.].
Il Pellegrini, al contrario, inizia la propria analisi a partire da questa nuova realtà europea, dalle sue potenzialità inedite, in particolare ponendo l’accento sulle ideologie, gli schemi propagandistici e simbolici, le forme e i contenuti delle progettualità politiche che si vanno elaborando nelle corti del Vecchio Continente.
In questa prospettiva le guerre d'Italia non sono dunque più un mero meccanicistico schema reattivo alle «legiereze» di alcuni signori italiani che, incautamente, aprono la via agli Oltramontani, quasi disvelando un tacitiano arcanum imperii che rivela al mondo la fragilità del sistema Italia.
Sono piuttosto i monarchi europei, quelli di Francia, ma anche della penisola iberica che, dotati ormai di nuove risorse, immaginano rinnovate strategie per affermare la loro potenza nel Mediterraneo.
E’ questa dimensione di mediterraneità che il Pellegrini riscopre nelle scelte di Carlo VIII come di Ferdinando e di Isabella: la penisola italica allora, oltre ad essere una straordinaria fonte di risorse economiche (con acutezza l’autore ricorda più volte come le campagne militari francesi siano state spesso finanziate in gran parte dagli staterelli italiani) è anche una area geografica che, per la sua stessa collocazione, consente di iniziare o riprendere antiche proiezioni mediterranee.
Prescindendo dalla, a mio avviso, sostanziale differenza di pregnante plausibilità delle politiche mediterranee di Spagna e Francia, resta comunque il fatto che la premessa per tali progetti passa inevitabilmente attraverso l’Italia, seguendo di fatto, come il Pellegrini rileva, tradizioni antiche, angioine, ma anche aragonesi più recenti ed efficaci, in particolare quelle legate alle Compagnie catalane operanti nell’antico impero bizantino.
Con ciò il Pellegrini non assolve gli statisti italiani dalla loro miopia o da quella «legiereza» di cui i contemporanei tanto spesso li accusarono e l’incoerenza velleitaria di Ludovico il Moro ritorna al centro delle pagine di questo saggio e con essa anche la consapevolezza dei limiti della politica veneziana.
Particolarmente interessanti sono infatti le osservazioni dedicate alla Serenissima e alla sua volontà di dominio in terraferma, una linea politica tenace e al tempo stesso miope, fondata su di un rapporto in verità unico tra centro del potere e sudditi alla periferia, tutto diverso da quello delle altre potenze italiane dove al di fuori delle mura della città dominante il rapporto con il contado e le città minori era fatto di ostilità, se non di odio.
Certo la Serenissima sa di poter contare su di una fedeltà popolare che, pur messa a dura prova, si rivelerà fondamentale soprattutto dopo il disastro di Agnadello.
Ciò tuttavia nulla toglie alla incapacità dei veneziani di percepire anch’essi (e sembra quasi un paradosso vista la straordinaria tradizione diplomatica della Repubblica) come ormai la penisola tutta rappresenti uno spazio di espansione per potenze che anche la Serenissima stessa, non può più contrastare.
Così in questo senso la volontà veneziana di fruire al massimo della crisi del Ducato milanese e poi (per ciò che attiene la Puglia) di quella dello stato aragonese di Napoli, va in effetti interpretata come autolesionistica miopia.
In verità tutto il saggio del Pellegrini, pur in una esposizione di eccellente chiarezza didattica (il che di per sé costituisce già una novità in una materia troppo spesso mal declinata in termini formali) contiene infiniti spunti di riflessione per lo studioso.
Se questo testo, da un lato, propone infatti una lettura accessibile ad ogni lettore di buona cultura (e tale è il lodevole fine dell’editore), dall’altro, tuttavia, contiene in sé numerose analisi particolarmente stimolanti anche per gli storici.
Gli spunti offerti infatti sono numerosissimi e di straordinario interesse: come infatti non cogliere infatti la necessità di una più puntuale riflessione sulla «furia franzese» tante volte evocata dall’autore.
Essa deriva non solo da una tecnica, ma anche da una mentalità bellica nuova che cerca di velocizzare le guerre, di renderle «grosse e corte», per usare l’espressione machiavellica e che proprio per questo si affida non solo all’artiglieria in termini ossidionali, ma rapidamente si concentra sulla necessità di disporre di un’artiglieria campale e anche su di una nuova «antropologia» del rapporto tra le forze combattenti e civili.
Si tratta spesso di prassi terroristiche che investono innanzitutto le popolazioni delle città fortificate, ma che, ancora più, concepiscono vere e proprie battaglie di annientamento in cui non ci si accontenta di stabilire la vittoria, ma si mira soprattutto a distruggere lo strumento bellico dell’avversario, evitando di dare quartiere al nemico.
Ciò ci riconduce, da un lato, alla necessità di riflettere sulla genesi di questo nuovo modo di combattere (e dunque a guardare con diversa prospettiva alla stessa Guerra dei Cent’Anni); dall’altro, poi, questa tematica si proietta verso il futuro, perché l’alternativa tra concedere o negare scampo al nemico vinto si riproporrà ininterrottamente per tutto il ‘500 e ancora per gran parte del ‘600 in una continua alternanza tra queste due strategie; uno di tali approcci si potrebbe considerare continuazione della tradizione italiana, così ben descritta dal Pellegrini, che vede dunque nella battaglia un momento determinante, ma non univoco, di una più vasta trattativa diplomatica che ininterrottamente raccorda gli stati belligeranti. L’altra, al contrario, affida al campo e ai soli strumenti militari la definizione dei nuovi assetti di potere territoriali [MARTELLI 1990, 823 ss.].
Ed è in seno a questa tematica poi che nuove riflessioni si propongono circa il paradosso italiano, quello di un insieme di stati, colti di sorpresa dal grande parco di artiglieria di Carlo VIII con i suoi cannoni e che, al tempo stesso, però, con le nuove tecnologie della casata D’Este riafferma subito una primazia proprio nella creazione e gestione delle artiglierie campali, senza che tuttavia questo vada ad alterare i rapporti di forza ormai del tutto sanciti a favore dei «barbari d’Oltralpe» [ANGELUCCI 1963, Documenti inediti per la storia delle armi da fuoco italiane, Torino, I, 351 ss. e 376 ss.].
E ancora come non riflettere sulla straordinaria complessità di quelle poche aree all’interno delle quali è possibile, agli stati italiani, una leva di fanteria e uomini d’arme di sperimentate capacità.
Penso in particolare alla Val del Lamone (della quale il Pellegrini ha  così compiuta conoscenza) con i suoi notabili in grado di offrire a questo o quello stato non solo le "chiavi" del territorio, ma anche forze militari stabili ed efficaci. Il nome di De Naldo e della sua famiglia, nel complesso, ambiguo e controverso legame con tutte le potenze del territorio, prima fra tutte Venezia, risulta emblematico sotto questo profilo.
Dal punto di vista delle forme ideologiche poi ritorna con forza la questione dei tiranni d’Italia e le pagine del Pellegrini invitano necessariamente ad un’analisi di lungo periodo.
La cultura medievale europea, e segnatamente quella francese, aveva già da tempo istituito un nesso stringente tra tipologia dell’arte bellica e legittimità dei governi.
Opere letterarie, ma anche storiografiche del XII-XIII secolo avvertivano i cavalieri d’Oltralpe sulla pericolosità di combattere nella penisola, una terra in cui la debolezza degli abitanti, incapaci di sostenere un regolare scontro in campo aperto, aveva imposto un’arte della politica basata sulla fellonia, l’inganno, la doppiezza, la ruse in una parola.
I governanti italiani consapevoli di non avere una popolazione dotata di animus e virtus tali da affrontare lealmente il nemico, avrebbero fatto ricorso alla doppiezza, alla falsità o a mezzi criminali come l’avvelenamento dell’esercito avversario.
Incidentalmente si può osservare che ne seguirà una lunga tradizione, che si protrae per gran parte del Rinascimento europeo, circa il ruolo degli italiani come avvelenatori.
Il monarca «fellone» è comunque, per definizione, illegittimo e dunque tiranno nella accezione giuridica del termine.
Al tempo stesso questa valutazione della penisola e dei suoi abitanti altro non è che la trascrizione, geograficamente adattata, degli stigmi già elaborati in primo luogo a discapito del mondo islamico e poi di quello bizantino.
Si tratta cioè di una concezione più vasta che suggerisce una cifra di mediterraneità in chiave negativa, tema interessante visto che di proiezioni mediterranee tanto è necessario parlare nella prospettiva delle guerre d'Italia.
Vi è già un background medievale in seno al quale le culture del Mediterraneo tutte (o per differenza religiosa come l’Islam o per radicati pregiudizi etno-culturali come per l’impero bizantino) vengono descritte come imbelli e al tempo stesso feroci, ma di una crudeltà che necessariamente non si gestisce sul campo di battaglia e si trasferisce così negli inganni, o negli avvelenamenti per l’appunto.
L’Italia è troppo mediterranea agli occhi dei nobili transalpini per non essere in forte misura attinta da questa temperie complessiva, quella di una sorta di biologicismo aristotelico, rideclinato in chiave antimediterranea che rappresenta il primo fondamento circa la interpretazione dei poteri della penisola come strutture di governo moralmente inique e distanti dai valori della Christiana Res Publica [GRINGORE 18576, II, 847 ss.; DESCHAMPS 1880, III, 282 ss.; FROISSART 1869, I, 94 ss.; DA VIGEVANO, cc. 431 ss.; DE MANDEVILLE 1953, 336 ss.; Continuatio zweteensis testia, MGH, ss. 9, 654 ss.].
Un tema che, tuttavia, è necessario ricordarlo, la stessa cultura italiana in qualche modo nuovamente evoca proprio all’epoca delle guerre d'Italia.
In verità si tratta di una rilettura del tema platonico che distingue il «buon tiranno» da quello «cattivo» e che contaminando tale tradizione con le categorie dei giuristi medievali, in particolare con quelle di Bartolo di Sassoferrato, ritorna ad una atipica teoremi della primazia del Bene Comune.
Quest’ultimo può essere messo in crisi dall’azione di un governante che, a prescindere dall’origine del suo stesso potere, adotta quelle prassi comportamentali che per l’appunto i giuristi definiscono come tiranniche, come l’appropriazione monopolistica dell’economia e delle sue risorse, l’iniquità nella gestione dell’apparato fiscale, la conculcazione delle magistrature ordinarie e così via.
Il «buon tiranno» allora è colui che provvede, attraverso una sorta di vero e proprio colpo di stato, a rovesciare questa situazione. Il suo fine è eticamene accettabile e condivisibile visto che ripristina i diritti e le tutele dei cittadini. Al tempo stesso, sotto un profilo strettamente tecnico, anch’egli però è comunque tiranno dal momento che non ha titolo giuridico per diventare detentore del potere.
Questa tradizione, che in qualche modo riconosce come archetipo positivo Francesco Sforza e che viene poi riproposta in infiniti casi fino a piccoli dinasti, ricordo per tutti Uliverotto da Fermo [GUICCIARDINI 1974, 207 e A5; Fermo, Acta, ordines, 9-18; Regestrum Litterarum, cc. 177; 182; 194; 198; 200 ss.], diventa un modello metagiuridico tanto consolidato nella penisola da far parte di una propaganda quasi stereotipa la quale tuttavia, divenuta ben nota presso le monarchie europee, altro non fa che ribadire, nell’immaginario collettivo del Vecchio Continente, la convinzione circa la natura illegittima di tutti i governanti italiani [WIND 1961, IV, 709 A-712A.].
Ulteriore merito del saggio del Pellegrini è poi quello di offrire una disanima puntuale, efficace e coerente di tutti i singoli fattori di crisi e di criticità del sistema italiano, dall’attardamento e dalle incoerenze dello schema militare sino alla debolezza giuridico-istituzionale dei singoli stati e ancora più sino alla incapacità del sistema di trasformare una mera struttura di coesistenza (quale la tanto evocata Pace di Lodi) in un reale sistema di alleanze, quanto meno difensive, capace di tutelare l’autonomia della penisola.
Tutti questi fattori sono di per sé rilevanti e tuttavia l’autore ci lascia bene intendere come abbiano efficacia e pregnanza solo se riletti all’interno di una più complessiva filosofia di governo, quella stessa, aggiungerei, che gli scrittori del tempo non esitavano ad esaltare.
Il governare si identifica innanzitutto, per gli intellettuali italiani del tardo ‘400, nella capacità di «conservare»: le innovazioni sono così viste di per sé stesse fonte di instabilità, cioè «legiereze» che aprono periodi di crisi difficilmente risarcibili.
L’ideale della Pace di Lodi, in realtà, esprime questa filosofia politica di fondo che esplicita, nella politica interna così come in quella estera, una idea di stabilità strettamente coniugata, anzi dipendente, da una ossessiva ricerca della mera conservazione.
E’ chiaro allora che il sistema degli stati italiani non può che guardare con nostalgica affettività a quella tanto declamata quanto effimera Pace.
Esso non è in grado, in verità, di compensare in forma coattiva qualsiasi tensione verso il cambiamento o qualsiasi progettualità che riorganizzi il sistema nella sua complessità [VETTORI 1972, 143 ss.; VALLAE, I, 8 ss.; DECEMBRII, 1562, 6 ss.].
In altri termini la «legiereza» di Ludovico il Moro è sì rovinosa per la penisola, ma solo perché il sistema statuale che la governa non prevede la possibilità di una risposta efficace ad una eventualità di questa fatta.
E lo stesso si dica della assai più plausibile e ponderata decisione dei veneziani di promuovere ulteriormente il loro dominio in terraferma.
Venezia, pilastro del sistema degli stati italiani, partecipa al pari degli Oltramontani allo sfruttamento di questa debolezza del sistema e occorre dire che già il De Commynes legato del re francese, quando si era trovato presso la Serenissima, pur incantato dalla struggente bellezza della città, aveva tuttavia ben compreso come il suo patriziato fosse in procinto di dare vita ad una grande politica espansiva e che ciò sarebbe stato un enorme problema per i suoi vicini e per tutti i loro alleati.
Questi grandi patrizi, scrive De Commynes, leggono Livio cioè il massimo interprete della politica imperiale: ecco ancora una volta coniugarsi, dunque, la riscoperta umanistica della tradizione antica e la reinvenzione, pur effimera, di una politica coerente con tali moduli, un topos ricorrente nella storiografia italiana.
Men che mai allora l’articolazione degli stati italiani, seguendo il ragionamento del Pellegrini, poteva attrezzarsi a reggere l’impatto devastante di monarchie non solo poderosamente attrezzate sotto il profilo militare, ma dotate anche di una progettualità politica estremamente dinamica e nello specifico orientata verso il Mediterraneo.
La chiave di lettura delle guerre d'Italia che il Pellegrini dunque ci fornisce, apre uno scenario nuovo, in cui con drammatica fisiologicità, credo si debba vedere anche la contrapposizione, da un lato, la dinamicità, inevitabilmente aggressiva, delle grandi monarchie europee e la ricerca della staticità sulla quale si ritiene di poter fondare la pace e la sicurezza d’Italia.
E’ chiaro che poi, come l’autore sottolinea, miti e schemi di propaganda cercano di riportare tali scelte politiche nell’alveo dell’immaginario collettivo europeo: la Crociata, più o meno vagheggiata, diventa così il manto sotto cui si adombrano le volontà di potenza di Spagna e Francia, così come del pari l’invocazione alla «libertà d’Italia», più volte sollecitata contro gli Oltramontani, contiene in sé i progetti, spesso effimeri, di nuovi stati e di nuovi principati, a cominciare da quello borgiano per finire con le ipotesi nuove costruzioni politiche della casata dei Medici.
Si tratta di proposte effimere, certo, ma che rappresentano anche una sorta di risposta reattiva a quell’ideale della staticità ripetuto per gran parte del ‘400 come chiave di garanzia per la prosperità della penisola.
L’analisi del Pellegrini, del resto, stimola ulteriori interrogativi: Francia e Spagna rappresentano due sistemi politici, economici, militari, culturali profondamente diversi tra loro, fenomenologicamente uniti da una espansione concorrenziale nel Mediterraneo che li vede perciò affrontarsi in Italia.
La prevalenza spagnola è indubbiamente stabilizzata dalle fortune della casata d’Asburgo, dai matrimoni voluti da Massimiliano e dall’ascesa a tante corone del nipote di costui, Carlo V.
Al tempo stesso, tuttavia, il conflitto tra i due stati appare già prima volgere decisamente in favore della Spagna.
Il Pellegrini offre un’ampia e validissima messe di elementi interni alle strategie e all’organizzazione degli eserciti per motivare tale prevalenza.
Vorrei aggiungere che, in qualche modo, proprio nell’ottica della mediterraneità come chiave politica della nuova epoca, la Spagna pare già molto più coerentemente e fattivamente attrezzata della Francia.
Quest’ultima infatti fa riposare la propria vocazione mediterranea sulle antiche tradizioni angioine, quando non addirittura sul mito della Crociata, evocato con grande strumentalità da Carlo VIII, lasciato cadere da Luigi XII e ripreso con accenti nuovi e universalistici da Francesco I.
E pur tuttavia questo background mediterraneo appartiene in verità ad un passato piuttosto remoto.
La Spagna al contrario ha una tradizione di presenza nel Levante, segnatamente nell’area bizantina, molto recente, ha una attività marittima in continua espansione e soprattutto sembra capace di organizzare con maggiore rigore il retaggio simbolico e culturale che deriva da tali ambizioni.
Mi sembra emblematico in questo senso l’organizzazione fisica e simbolica del palazzo che a Grenada farà costruire Carlo V; in esso troviamo una sintesi non solo di moduli architettonici, ma anche e soprattutto di simbologie alle quali sono sottesi precisi rimandi ideologici che afferiscono un po’ a tutte le culture mediterranee.
Vi è naturalmente la grande tradizione del medioevo spagnolo, ma accanto ad essa, figurano numerosi richiami al mondo islamico e, forse più affascinanti di tutti, quelli al mondo bizantino, in particolare nella sala regia che va ad evocare l’immagine del «trono vuoto» simbolo per eccellenza della regalità nella teologia politica dei basileis di Costantinopoli [CHUECA GOITIA, 1953, 211 ss.; Journal de Voyages de Charles Quint de 1514 à 1550, 1874, bis 39 ss.].
Al di là degli strumenti bellici, delle risorse finanziarie e delle vicende che, un po’ casualmente, consegnano alla Spagna tante risorse in Europa e fuori di essa, mi pare allora che il lungo percorso delle guerre d'Italia si possa idealmente concludere con la presa d’atto di una primazia tenacemente e lentamente costruita dalle potenze iberiche all’interno di un Mediterraneo visto come area potenziale di nuova espansione della Christiana Res Publica.
A guidare questa nuova era dovrà essere uno e un solo monarca, secondo gli ideali di impero universale che aleggiano in questa epoca, ma difficilmente potrà trattarsi di un re della casa di Valois (anche se Francesco tenta, in maniera piuttosto velleitaria, la scalata al trono imperiale).
E’ piuttosto dalla Spagna dei terceros, della Reconquista, ma anche soprattutto della contaminazione fruttuosa di tanti retaggi mediterranei che potrà partire questa proposta.
Così, quasi a sancire questo risultato, la solidità delle mura della nuova reggia di Grenada sembra contrapporsi alla «fragilità» impalpabile delle pagine eleganti, erudite, ma anche utopicamente misticheggianti con cui il Postell celebrò l’epicedio dei sogni universalistici di Francesco I [POSTEL 1958, 50 ss.].

Bibliografia

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