Storicamente. Laboratorio di storia

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Adriano Favole, Oceania. Isole di creatività culturale

«La creatività culturale è il prodotto delle relazioni e delle connessioni, non dell'isolamento e men che meno della ricerca "ossessiva" dell'identità» (p. XV). Suggerendo all'antropologia di «evidenziare il lato trascurato nello studio delle culture umane, ovvero la loro capacità [.] di rigenerarsi, di ricostruirsi anche e soprattutto a partire dalla relazione con il mondo esterno» (p. 19), Adriano Favole propone di sottoporre congiuntamente a revisione le idee più diffuse sull'Oceania e quelle relative alla creatività: la rilettura dell'Oceania permette di ripensare la creatività, mentre, viceversa, una riconsiderazione della creatività produce una nuova comprensione dell'Oceania. A mediare tra i due contrapposti stereotipi su quest'ultima (il continente esotico per eccellenza, da un lato; il continente invaso, corrotto e inquinato dall'occidentalizzazione, dall'altro), è chiamata proprio la nozione di creatività culturale, attraverso la quale l'a. risolve e supera l'opposizione tra tradizione e modernità e quella tra autentico e inautentico. Se, come suggerisce Marshall Sahlins, la cultura non è soltanto un patrimonio, ma anche e soprattutto un progetto, e se, come afferma Georges Balandier, la società è un progetto mai interamente realizzato, la nozione di autenticità culturale diventa inutilizzabile, mentre la creatività diventa il terreno sul quale bisogna indagare le culture nel loro farsi, magari ricorrendo anche al lessico dei teorici della complessità, come l'a. non manca di fare. Per la stessa via, Favole segnala ed evita due rischi: in primo luogo, che ogni riconoscimento della differenza culturale possa essere letto come una forma di esotismo (p. 9); in secondo luogo, che una concezione dinamica e trasformativa delle società umane possa portare a ignorare qualunque elemento di «continuità o durata culturale» (p. 10).

Il volume raccoglie nella storia dell'antropologia e della filosofia le tracce di una "teoria della creatività", richiamando in particolare, e in maniera quanto mai opportuna, il pensiero di Alfred North Whitehead. Inoltre, rifacendosi al lavoro di John Liep, Favole sottolinea la distinzione tra due livelli di creatività: la prima è riscontrabile nelle «variazioni all'interno di una struttura di regole comunemente accettate»; la seconda implica invece una «ristrutturazione delle regole e una riorganizzazione dell'esperienza» (pp. 107-108). La prima accezione di creatività ha respiro universale, come un oceano diffuso sull'intera esperienza umana nella sua eterogeneità, mentre la seconda è propria di contesti storici, geografici e culturali specifici, e in quanto tale è rappresentabile come un'insieme di isole di innovazioni profonde che emergono di tanto in tanto punteggiando l'oceano delle microvariazioni. Quali condizioni possono favorire questa vitalità creativa? Il rinascimento dell'Oceania è attribuito a due fattori: una concezione aperta e dinamica della tradizione e una "congiuntura della differenza" nella contemporaneità. In altre parole, la creatività si spiega con il contatto e la relazione e non con lo sviluppo autonomo delle proprietà di entità concepite isolatamente.

Dopo avere svolto questa operazione di ricognizione dei tasselli di una teoria della creatività, l'a. recupera i medesimi spunti facendoli emergere dal campo, come a sottolineare la convergenza tra le speculazioni filosofiche occidentali e le isole di eccellenza creativa che l'antropologia riscontra anche e soprattutto lontano dai centri di produzione e riproduzione dei saperi accademici istituzionalizzati. La figura di Jean-Marie Tjibaou, a questo proposito, incarna alla perfezione il proposito di accantonare l'idea di creatività associata all'attività mentale isolata del genio individuale: «la persona creativa non è il personaggio eccezionale, il genio le cui idee scaturiscono nel chiuso della sua mente», ma è piuttosto «lo snodo di molteplici reti di relazioni, la persona di frontiera, il passeur culturel, capace di muoversi tra più mondi, a suo agio nell'attraversare i confini» (p. 157). Non si tratta tanto di opporre l'individuo alla collettività, quanto di cogliere la dimensione storica, intersoggettiva e interculturale della creatività. I punti cardine della teoria desunta dal campo sono infatti i cinque "germogli di parola" dello stesso Tjibaou: una concezione relazionale della persona e della società; una critica dell'autenticità reificata; un'apertura alla riformulazione permanente; l'identità intesa come "davanti a noi"; la cultura come condivisione (pp. 176-180).

Questo modo di intendere la creatività evoca necessariamente l'attività dell'antropologo stesso. L'a. recupera infatti il concetto di invenzione della cultura nell'accezione di Roy Wagner, per situarlo al cuore dell'impresa antropologica: «l'antropologo inventa le culture [...] nel senso di trasformare e riformulare concetti e significati appartenenti al suo ambiente linguistico e culturale per comprendere aspetti delle culture di cui fa esperienza» (p.74). Rileggendo l'Oceania e la creatività, dunque, Adriano Favole trova nuove ragioni per proporre l'antropologia come strumento indispensabile di orientamento nella contemporaneità.