Storicamente. Laboratorio di storia

Dossier

Alla ricerca di una moglie. Celibato rurale e migrazioni matrimoniali

Abstract

From the end of the Second World War to the first haf of the Seventies, Italy went through a period marked by deep economic changes. Behind the transformation from a mainly rural to an industrial country, many social problems can be identified, including the increase in celibacy rates in the rural areas of northern Italy. Through a case study, this cle will show the relationship between the spreading of celibacy status in these regions and the arrival of women from the South of the country, who migrated to the North in order to marry: thanks to specific marriage mediation practices, such female immigration allowed the reactivation of the biological and social reproductive cycles of peasant families and households.

La diffusione del celibato

Nell’ambito degli studi sui fenomeni migratori che hanno interessato l’Italia del secondo dopoguerra, la ricerca ha privilegiato l’analisi dei massicci trasferimenti di lavoratori verso l’estero, prestando minore attenzione alle migrazioni interne dello stesso periodo. Inoltre, pur riconoscendo l’importanza che tali movimenti di popolazione hanno assunto nella ristrutturazione economica e sociale del nostro Paese[1], storici e sociologi hanno analizzato soprattutto i flussi provenienti dal Mezzogiorno agricolo, diretti verso i grandi centri urbani industriali del Nord. Hanno invece lasciato in ombra altre forme di mobilità[2], penalizzando, in particolare, i movimenti migratori femminili[3], solitamente interpretati come spostamenti “al seguito”, successivi cioè ad una decisione di trasferimento intrapresa dagli uomini, siano essi padri o mariti.

A dimostrazione della complessità e della eterogeneità delle migrazioni interne, anche di quelle femminili, questo articolo intende indagare un flusso che ha coinvolto donne originarie del Sud Italia che, a seguito di precise pratiche di mediazione matrimoniale, si sono trasferite in diverse aree rurali centro-settentrionali, tra l’immediato secondo dopoguerra e la prima metà degli anni Settanta del Novecento[4].

Concentrando la nostra attenzione sulle colline albesi, in Piemonte, e facendo ricorso sia a fonti quantitative che qualitative[5], analizzeremo questo fenomeno a partire dalla zona d’arrivo, mettendo così in luce l’importante relazione tra la diffusione del celibato nelle campagne settentrionali e l’arrivo delle immigrate per matrimonio e, in seconda battuta, lo stretto rapporto fra la persistenza di tipologie familiari sempre meno presenti nella società italiana e il difficile inserimento delle spose meridionali.

La diffusione del celibato

Qui vivono molti uomini scapoli che per uno sfizio si definiscono vedovi pur non avendo mai cercato una donna e perciò mai trovato una moglie. Si sono organizzati per stare solitari nelle loro piccole case.
Occupano una stanza e al massimo la cucinetta accanto. Hanno il loro bravo letto a una piazza naturalmente di ferro e latta nera, vivono con il loro lavoro agricolo o con poche pecore, senza molte esigenze. Si fanno cucina da sé e soprattutto mangiano molta solitudine.[6]

A partire dal secondo dopoguerra e per tutti gli anni Sessanta e Settanta del Novecento, nelle aree rurali italiane si erano verificati fenomeni di spopolamento e senilizzazione della popolazione. Intense migrazioni rurali e agricole comportavano, soprattutto nelle regioni settentrionali del Paese, una drastica riduzione degli abitanti e una radicale diminuzione degli addetti al settore primario. Anche in Piemonte, sulle colline albesi - nelle Langhe non meno che nel Roero - massicce emigrazioni, che già avevano coinvolto la popolazione a partire dalla fine dell’Ottocento[7], si erano intensificate in concomitanza del boom economico. A fronte delle nuove possibilità lavorative offerte dalle industrie di Alba o dalle grandi città limitrofe come Torino, Milano, Genova, le generazioni più giovani abbandonavano in massa le campagne e soprattutto nelle zone marginali a bassa redditività agricola, intere borgate e frazioni risultavano vuote e disabitate. Questioni economiche e demografiche, inoltre, si intrecciavano a diversi problemi di ordine sociale. L’estrema difficoltà di ammodernamento infrastrutturale da parte degli enti locali, finiva per acuire il senso di isolamento delle comunità rurali, mal collegate ai centri urbani, prive spesso dei servizi elementari e afflitte dall’assenza di un’adeguata rete fognaria e idrica[8]; il desiderio di mantenere in vita tante piccole-medie aziende agricole comportava l’emergere di strategie di pluriattività che combinavano lavoro industriale e agricolo, con non pochi sacrifici da parte dei contadini che conciliavano a fatica turni di fabbrica e impegno sulle terre (part-time farmers).

In realtà, le migrazioni e “una struttura professionale più equilibrata” caratterizzata da una redistribuzione dei lavoratori nei comparti produttivi più dinamici[9], celavano ed allo stesso tempo esprimevano le difficoltà in cui versavano i comuni rurali dell’albese che a metà degli anni Sessanta, la Camera di Commercio Industria e Agricoltura di Cuneo classificava tutti come “depressi”, “a rilevante depressione”, o “parzialmente a rilevante depressione”[10].

In tale contesto, un ulteriore sintomo della crisi che attraversava il mondo rurale fu l’aumento abnorme del numero dei celibi sul totale della popolazione. Si trattava per lo più di uomini che, come sostiene Edoardo Ballone[11], nella seconda metà degli anni Cinquanta erano all’incirca quarantenni, uomini che avendo preso parte alla seconda guerra mondiale negli anni della loro giovinezza, in seguito non erano più riusciti a sposarsi. Ad essi si aggiungevano altri “scapoli” che avevano rinunciato al matrimonio per mantenere in equilibrio il numero delle donne e degli uomini all’interno della famiglia e che quindi, in presenza della madre e/o di sorelle nubili, non avevano reputato necessario o opportuno sposarsi finendo per raggiungere un’età troppo avanzata per proporsi in matrimonio. Non ultimo, come riportano diverse fonti[12], molti si ritrovavano in una condizione di celibato forzato, determinata da una sempre più diffusa propensione da parte delle donne a scartare proposte matrimoniali con uomini contadini che le avrebbero vincolate alla vita di campagna. Gli osservatori dell’epoca sottolineavano spesso con forza questo ultimo aspetto, sottintendendo una sorta di “colpa” delle donne rispetto al declino della cultura e delle comunità rurali: “abbagliate dalle ciminiere delle fabbriche”[13], le giovani donne non desideravano più sposarsi con un contadino poiché “il richiamo della città era adesso la nuova chimera […] il matrimonio perfetto era un uomo condizionato dalla paga fissa della fabbrica cittadina ed un alloggio in affitto dentro un anonimo blocco di cemento, alla periferia della metropoli”[14].

Senza negare una reale propensione all’allontanamento delle donne dalle campagne, la diminuzione numerica dei “matrimoni contadini” era in parte il risultato della mutata struttura professionale di tutto il Paese che implicava l’ampliamento delle fasce di lavoratori extra-agricoli ed, inoltre, era sostenuto da un inedito aumento delle opportunità di inserimento per le donne nel mercato del lavoro e dunque di emigrazione femminile individuale verso i centri urbani.

Come dimostra Corrado Barberis, la diffusione del celibato nelle campagne era quindi un fenomeno specifico di quelle regioni italiane caratterizzate da intenso sviluppo industriale, dove, allo stesso tempo, l’agricoltura manteneva un ruolo rilevante nella produzione di reddito[15]. A questo proposito, è interessante notare che anche alcune aree rurali della Francia e della Spagna conobbero negli stessi anni un analogo incremento dei tassi di celibato in concomitanza alla presenza di opportunità migratorie e lavorative extra-agricole di breve-medio raggio.[16]

Concentriamo allora la nostra attenzione su Cortemilia, un paese situato nell’Alta Langa, e verifichiamo in termini quantitativi la diffusione del celibato.

Figura 1: Celibi per fasce d'età (uomini > 21 anni) – cfr. tab. 1.1 e 1.2. Fonte: Fogli di fam., 1951, 1971, ACC.
Figura 1: Celibi per fasce d'età (uomini > 21 anni) – cfr. tab. 1.1 e 1.2. Fonte: Fogli di fam., 1951, 1971, ACC.
Figura 2. Nubili per fasce d'età (donne > 21anni) –
cfr. tab. 2.1 e 2.2. Fonte: Fogli di fam. 1951, 1971, ACC.
Figura 2. Nubili per fasce d'età (donne > 21anni) – cfr. tab. 2.1 e 2.2. Fonte: Fogli di fam. 1951, 1971, ACC.

Come possiamo notare nella figura 1, al Censimento della Popolazione del 1951, la curva che rappresenta la percentuale di celibi per ogni fascia d’età registra una diminuzione costante: il numero dei celibi dunque decresce con l’avanzare dell’età e in misura maggiore nelle fasce d’età più giovani, solitamente interessate da una superiore propensione al matrimonio. La curva del 1971 si presenta invece piuttosto frammentata: dopo una prima riduzione, l’incidenza dei celibi tende al rialzo tra gli uomini che hanno un’età compresa fra i 36 e i 55 anni, per poi diminuire lentamente solo nelle fasce più anziane. La comparazione fra le due curve non lascia dubbi: nell’arco di vent’anni il celibato si diffonde in maniera straordinaria soprattutto fra gli uomini tra i 41 e i 45 anni, che nel 1951 sono celibi per il 12,9%, mentre nel 1971 per ben il 32,7%.

Se approfondiamo l’analisi e valutiamo anche la professione, come dimostrano le tabelle 3.1 e 3.2, possiamo verificare che l’aumento dei celibi coinvolge soprattutto gli agricoltori. Pur consapevoli dell’univocità delle classificazioni censuarie che possono nascondere casi di pluriattività, è evidente che il tasso di celibato per fascia d’età è tendenzialmente più alto per gli agricoltori in tutti e due gli anni in esame, ma nel 1971 più che nel 1951 (sia rispetto alle corrispondenti classi d’età del 1951, sia rispetto agli altri gruppi professionali). In particolare, se nel 1951, sul totale degli individui classificati come agricoltori tra i 36 e i 40 anni, i celibi sono circa 30 su 100, nel 1971 sono all’incirca 50 su 100 e tra i 46 e i 50 anni, quando al ’51 i celibi sono 8 su 100, nel ’71 sono ancora 30 su 100.[17]

Riprendiamo ora la figura 2. Le curve che rappresentano il tasso di nubilato per fasce d’età registrano complessivamente un’inferiore incidenza del nubilato nel 1971. In particolare, nel 1971,  le donne tendono a sposarsi prima: le nubili tra i 21 e i 25 anni costituiscono infatti all’incirca il 40% dell’intera fascia, 20 punti percentuali in meno rispetto al 1951. In ultimo, se confrontiamo il tasso di celibato/nubilato per fascia d’età nei due anni in esame – tabella 4 -  è interessante notare che già nel 1951 i celibi sono tendenzialmente in numero maggiore rispetto alle nubili, ma nel 1971 la differenza è decisamente più accentuata: tra i 36 e i 45 anni la differenza tra tasso di celibato e di nubilato si aggira intorno al 13%, mentre nel 1951 era quasi pari, essendo compresa tra l’1 e il 4%.

Come già dimostrava Barberis nel 1965[18], il celibato costituiva un problema nelle aree rurali dell’Italia settentrionale che coinvolgeva più gli agricoltori uomini che le donne, le quali, invece, vedevano ampliate le proprie possibilità sul “mercato” matrimoniale. Il caso di Cortemilia conferma dunque quanto in generale sostenuto dalla letteratura, ma, attraverso la disaggregazione dei dati censuari, consente di cogliere la radicalità di un fenomeno dalle non poche implicazioni. L’aumento degli uomini “non coniugati”, infatti, non solo rappresentava un problema matrimoniale, ma, da un punto di vista sociale, implicava anche l’impossibilità di costruire una nuova famiglia. Le aree rurali collinari del Piemonte erano infatti caratterizzate della diffusa presenza di piccoli-medi proprietari terrieri che vivevano in famiglie complesse patriarcali: “più famiglie coniugate conviventi, legate ad un unico ceppo, o formate da più fratelli, di cui alcuni sposati con figli e nipoti, e sorelle nubili”[19], rette “da un sistema di trasmissione ereditaria tendente a scongiurare la separazione unilaterale di uno o più figli maschi dalla casa paterna, e a escludere in ogni caso dalla dote delle donne qualsiasi porzione di terra[20]”. In tale contesto, il celibato rurale finiva per impedire la riproduzione biologica della famiglia contadina e anche dei ruoli e dei rapporti di autorità interni centrati sul potere decisionale degli anziani, che definivano un aggregato domestico organizzato secondo le esigenze dei lavori agricoli e secondo una divisione dei compiti per genere e generazione.

Nubili e celibi che un tempo sarebbero rimasti sul fondo a lavorare sotto gli ordini dei genitori o ad allevare i figli della sorella coniugata, trovavano nei contesti urbani la possibilità di acquisire redditi individuali sufficientemente alti per l’accumulazione del capitale necessario ad affrontare i costi del matrimonio e una vita familiare indipendente[21] rispetto alla famiglia d’origine. Rimanevano quindi nelle aree rurali soprattutto gli eredi o comunque gli uomini che sentivano la necessità di perpetuare il lignaggio, i quali, incapaci di adattarsi a nuove forme di corteggiamento e legati ad uno stile di vita “tradizionale” – dall’accettazione dell’autorità genitoriale alla residenza in aperta campagna – non suscitavano attrazione nelle donne, più propense ad adottare uno stile di vita e forme di socialità tipiche della città[22] e ad allontanarsi da rapporti familiari che penalizzavano fortemente l’autonomia e i comportamenti delle giovani donne. In un contesto in cui le classi rurali rappresentavano ormai l’ultimo gradino della scala sociale, inoltre, le nozze di una donna con un operaio o un impiegato e l’emigrazione femminile diretta verso la città non risultavano contraddittorie rispetto al sistema matrimoniale del passato, poiché garantivano in un certo senso una forma di mobilità sociale verso l’alto. Nella mutata situazione economico-sociale, nonostante le leggi italiane sancissero da tempo la divisione egualitaria del patrimonio tra i figli/e, possiamo estendere al caso in esame quanto sostiene Marchini per la Corsica rurale degli stessi anni: “fintantoché sussiste[va] un’apertura verso la perpetuazione” - la volontà cioè di tramandare quanto più indiviso un patrimonio e un lignaggio - “uno dei fratelli, generalmente il primogenito, vi partecipa[va]. L’uguaglianza nella vita quotidiana si paga[va] attraverso l’ineguaglianza di fronte all’accesso alle forme di riproduzione”[23].

Dunque, se in un passato sette-ottocentesco – e probabilmente ancora fino alla seconda guerra mondiale - la diffusa presenza di nubili e celibi nelle famiglie contadine esprimeva la volontà di regolare le relazioni familiari e la riproduzione in base alle esigenze del gruppo, progettando un futuro per la famiglia, nel Novecento inoltrato il celibato rurale costituiva piuttosto una condizione non desiderabile[24].

Come sostiene John Tosh[25], esiste un nesso storico tra patriarcato - inteso come “termine descrittivo per indicare quelle aree di vita in cui il potere esercitato dall’uomo sulla donna e sui bambini costituisce una forma significativa di stratificazione”[26] – e mascolinità, che è possibile mettere in luce valutando la mascolinità quale “status sociale esibito in specifici contesti sociali”[27]. La dimostrazione della mascolinità è infatti, secondo Tosh, soprattutto pubblica e si esercita in tre ambiti allo stesso tempo distinti e in relazione fra loro: casa, lavoro e associazioni maschili.

Nel Piemonte rurale, come negli altri casi europei che abbiamo citato, il modello familiare normativo della società era rappresentato dalla coincidenza tra casa-famiglia-lavoro[28]. In simili contesti, la mascolinità si esprimeva soprattutto attraverso la capacità di adempiere ai compiti del capofamiglia: colui che “creava” la famiglia e sapeva gestire e controllare le mansioni lavorative dei membri. Inoltre, il capofamiglia trasmetteva i propri saperi e le proprie capacità ai figli, in particolare ai figli maschi. Queste abilità costituivano allora il capitale con il quale gli uomini si presentavano alla società, partecipavano alla vita comunitaria e si rapportavano con gli altri uomini (è questo il terzo ambito delineato da Tosh; nel nostro caso si può parlare della piazza del paese o della trattoria dove gli uomini giocavano a carte quali luoghi della socialità maschile). Il matrimonio giocava quindi un ruolo fondamentale quale porta di accesso allo status di capofamiglia e quale realizzazione completa della mascolinità. Anche nel caso in cui non coincidesse con l’indipendenza dall’autorità paterna, come spesso avveniva nelle famiglie complesse, il matrimonio restava la pre-condizione necessaria per potersi emancipare in futuro. In questi casi però al matrimonio seguiva l’attesa che dipendeva non dall’individuo, ma nuovamente dai genitori, dalle loro decisioni o dalla loro salute.

Dal secondo dopoguerra in poi, a venir meno sarà proprio la necessità di attendere: la possibilità di “far da sé”, determinata da nuove possibilità lavorative e dall’assenza della stringente necessità della trasmissione di risorse economiche e anche dei saperi, consentirà un ingresso più veloce nella vita adulta tanto per gli uomini, quanto per le donne. Il celibato degli anni Cinquanta-Settanta del Novecento perdeva quindi il suo carattere di funzionalità nei confronti del gruppo familiare per diventare sinonimo di impossibilità di realizzazione personale per quegli uomini il cui orizzonte mentale e il cui bagaglio di valori faceva riferimento alla tradizione. Il celibato diventava dunque una condizione non desiderabile perché implicava, per usare le parole di Pierre Bourdieu[29], una reproduction interdite: il venir meno della riproduzione biologica e del lignaggio, ma anche della riproduzione del rapporto fra i sessi che segnava in ultimo un ordine sociale in via di estinzione.

La “riproduzione ritrovata”

Era il 1955 quando nei Registri Matrimoniali di Cortemilia veniva iscritto in bella grafia il primo matrimonio tra una donna di venticinque anni nata nel Sud Italia, in provincia di Caserta, e un ventottenne residente nel comune. Sei anni dopo, comparivano altri due matrimoni con simili caratteristiche: una ragazza siciliana di vent’anni ed una donna calabrese di trent’anni che sposavano due uomini, rispettivamente tredici e undici anni più vecchi di loro. A partire da questo momento fino al 1975, mentre il pennino lasciava il posto alla macchina da scrivere, tali matrimoni sarebbero stati all’incirca due ogni anno e contemporaneamente sarebbero andati diffondendosi a macchia d’olio in tutta l’area rurale piemontese.

Utilizzando l’aggettivo ricorrente nelle fonti, possiamo classificare queste unioni come “matrimoni misti”[30], denominazione che rimanda al senso di estraneità percepito all’epoca nei confronti delle aree geografiche e delle comunità di provenienza delle mogli rispetto alla zona di arrivo. L’uso di tale definizione in un contesto di ricerca è ulteriormente giustificato dall’apparato concettuale che negli ultimi anni la sociologia ha elaborato al fine di indagare le unioni matrimoniali che nel presente coinvolgono individui di nazionalità differenti. In particolare, Maurizio Ambrosini definisce il termine “misto”, come un “concetto cangiante” nel tempo: “ la reazione dell’ambiente [in corsivo nel testo], le forme in cui coglie la “diversità” rispetto ad un assetto “normale” dei rapporti coniugali, è dunque un tratto determinate della definizione dei matrimoni misti. In altri termini, le coppie miste sono considerate tali, e diventano oggetto di interesse, perché sono viste e anche vissute come atipiche, fuori dal comune.”[31]

Le nostre coppie, dunque, formate da persone provenienti da regioni ai due capi estremi dell’Italia, risultavano essere, negli anni in esame, eccezionali, singolari, diverse rispetto a quelle generalmente presenti nel Piemonte rurale. La provenienza delle spose rappresentava infatti una evidente violazione della regola endogamica, ma anche di quella esogamica32. Nel caso di Cortemilia, per esempio, le donne coniugatesi tra il 1951 e il 1959 con uomini piemontesi erano nate fondamentalmente nella provincia di Cuneo e in misura esigua in altre regioni d’Italia (tabelle 5, 6.1, 6.2). L’unico matrimonio che coinvolgeva una donna meridionale (come abbiamo visto) costituiva dunque una vera rarità, ma a distanza di qualche anno sarebbe diventato uno fra i centinaia celebrati nelle campagne di tutta la regione.

Che cosa differenziava i matrimoni misti dalle altre coppie interregionali33? Come fu possibile l’incontro tra persone così distanti fra loro e l’ampia diffusione di queste unioni?

Come dimostrano la bibliografia e le fonti orali a disposizione34, i matrimoni misti si distinguevano nettamente dagli altri perché erano il risultato di precise pratiche di mediazione pre-matrimoniale. Gli antichi sensali - che nella zona erano chiamati bacialè - a partire dagli anni Cinquanta, avevano cambiato il bacino di ricerca delle spose, rivolgendo la propria attenzione al Sud Italia, un’area del paese economicamente svantaggiata che avrebbe potuto soddisfare le richieste matrimoniali degli uomini, soprattutto contadini, che ormai sempre più spesso incontravano difficoltà ad “accasarsi”. Il bacialè perdeva progressivamente la propria funzione “tradizionale” – la capacità di combinare matrimoni sulla base dello status economico e sociale delle famiglie d’origine e dunque l’importante ruolo di mantenimento delle gerarchie e dell’ordine sociale a livello comunitario[35] – per diventare sempre più spesso un mediatore che a pagamento si impegnava a recuperare informazioni e contatti in Meridione. Grazie ai nuovi sensali, presero così avvio intensi scambi di fotografie e lettere non meno che viaggi da un parte all’altra della penisola finalizzati alla “contrattazione” matrimoniale. Nel tempo, ai sensali a pagamento si affiancarono mediatori “non professionisti”[36], amici o parenti e le stesse spose meridionali che diventeranno via via le principali attrici di mediazione, dando origine ad intense catene migratorie per linea femminile.

Generalmente, sulla base delle poche informazioni che riguardavano l’aspetto esteriore, l’età anagrafica e lo status economico, gli uomini sceglievano una o più ragazze a cui proporsi in matrimonio; allo stesso modo, le donne accettavano o scartavano proposte matrimoniali che le vincolavano all’emigrazione. L’accordo matrimoniale veniva concluso spesso al primo incontro (le donne e le loro famiglie riponevano fiducia nelle parole dei “pretendenti”, ma soprattutto nel mediatore/mediatrici), oppure in seguito ad un viaggio esplorativo in Settentrione compiuto dalle donne e/o da alcuni familiari, organizzato per sincerarsi della veridicità della proposta maschile, per conoscere la parentela, per valutare l’ambiente di inserimento ed infine per verificare, nel limite del possibile, le reali disponibilità economiche. Le tappe che conducevano alle nozze erano dunque solitamente piuttosto veloci poiché spesso, dopo l’accordo, trascorrevano soltanto alcuni mesi (di solito da tre a sei), durante i quali i fidanzati si scambiavano lettere e telefonate e raccoglievano la documentazione necessaria al matrimonio. Infine, cerimonia e festeggiamenti avevano luogo sovente al paese della sposa e non di rado implicavano una ripetizione del banchetto nuziale nel paese dello sposo, preceduto da una messa religiosa senza rito matrimoniale.

Lui è venuto ad agosto e noi siamo venuti a settembre, con mia papà, mio mamma e un’altra mia sorella, siamo venuti proprio qui. Eh subito subito…[non mi ha fatto una bella impressione] ma poi dopo sposata mi è venuta l’amicizia. Noi ci siamo conosciuti a luglio e dopo mi sono sposata a settembre. Lui diceva che era troppo costoso andare e venire, che aveva i genitori anziani e che avevano bisogno di una giovane in casa a fare i lavori e così…io avevo 24 anni e lui 32…(Teresa).
Lui qui non aveva più nessuno, era lui e un fratello, tutti e due da sposare e la mamma era morta proprio in quell’anno lì, credo… […] erano da soli, allora si è deciso e ho deciso anch’io. […] Quando sono venuta qui ho collaborato in campagna, dentro e fuori casa, avevano tanta frutta, tante robe…mi aspettavo così, grosso modo, sapevo che lavoro faceva, però…per il lavoro no, però vieni in un paese forestiero, non conosci il dialetto, non conoscevo neanche mio marito se ci si pensa bene, mi sono dovuta un po’…sono un carattere solare e allora mi sono adattata abbastanza, adesso mi trovo bene, sono vent’anni che sono qua, quindi, ho fatto la mia famiglia qua […]
Mio marito si è sempre occupato della campagna […] Io non gli ho mai chiesto di andare a lavorare e lui neanche… perché ce n’era già a casa da fare, ce n’era fin troppo. Quando ci siamo fidanzati mi aveva detto: l’importante è che mi tieni la porta di casa aperta, che facevo i lavori di casa, poi è logico che arrivando su c’era il lavoro, lo facevi. (Carla)

La scarsità di opportunità matrimoniali che in passato aveva spesso decretato la scomparsa di piccole comunità o di una sua componente sociale[37], o, ancora, l’aumento dei matrimoni fra consanguinei[38], veniva così aggirata attraverso un’inedita manipolazione e revisione della tradizione. Il ricorso a consuetudinarie forme di mediazione matrimoniale, ma allo stesso tempo l’abbandono di comportamenti strettamente endogamici nonché il distacco dalle norme di “abbinamento” per status sociale ed economico, attivava una strategia di rottura degli abituali confini di ricerca del coniuge che consentiva a molti uomini di affrancarsi da una condizione di celibato forzato e di riattivare il ciclo di riproduzione familiare.

Le donne che per mediazione emigravano a scopo matrimoniale nelle campagne piemontesi, soprattutto durante i primi anni di matrimonio, andavano così a vivere presso la casa del marito, dove era possibile che vi fossero uno o entrambi i genitori di quest’ultimo e anche fratelli o sorelle celibi e nubili. La patrilocalità che contraddistingueva le famiglie complesse del Piemonte contadino rimaneva quindi un tratto che caratterizzava anche le coppie miste. Le spose meridionali dunque abitavano spesso “sotto lo stesso tetto” della famiglia d’origine del coniuge, a stretto contatto con la sua parentela sia per quanto concerne il ménage quotidiano, sia per quanto riguarda la gestione del lavoro agricolo e delle risorse economiche.

Con la suocera…ma…un po’, un po’…lei era contenta…ma andavo più d’accordo con mio suocero, chi mi ha insegnato a lavorare in campagna è stato lui, né. Attaccato alla vigna mi ha insegnato lui, a girare il bastone mi ha insegnato lui…anche mia suocera, per carità, ma mio suocero… Abbiamo abitato tanto insieme. Poi ognuno si faceva da mangiare, ma la scala era unica, uno sopra, uno sotto. Le cucine le abbiamo separate dopo che ho avuto mia figlia, ognuno si faceva da mangiare per conto suo, però la casa era una sola, eravamo insieme […] eh sì, perché per il lavoro che c’era in campagna, lui [il marito] non mi ha fatto andare [a lavorare fuori casa], se no io andavo subito (Carmela).
Quando sono arrivata avevo 32 anni e sono andata ad abitare con i suoceri, loro hanno tutto un piano, loro hanno il loro appartamento e noi il nostro, la cucina…però mi sono fermata sempre qui a mangiare [nella cucina dove stiamo parlando], ho la cucina sopra ma mangiamo tutti insieme qui, la uso ogni tanto, quando vengono i miei…però ho iniziato il primo giorno, poi il secondo, poi il terzo, poi non ti osi a dire sto sopra e allora pranzo e cena l’abbiamo sempre fatto tutti insieme, i suoceri, la sorella che non è sposata e il fratello che è malato […] (Filomena)

Le donne si trovavano così ad affrontare non solo il matrimonio con una persona semi-sconosciuta, ma anche la difficile assunzione del ruolo di nuora all’interno della famiglia, che comportava la pressoché totale subordinazione nei confronti dei parenti del marito ed in particolare nei confronti del suocero e della suocera.

Mia suocera comandava lei. Dopo poi lei era più vecchia comandava mio marito, ma se no comandava lei […]. Io da mangiare non ne facevo, faceva mia suocera, comandava lei, fa lei, fa lei, perché non potevi passargli avanti, i vecchi una volta erano un po’…sai…comandava lei e comandava lei, a pranzo, a cena…(Antonella).
Noi abitavamo a cento metri di là… eravamo due fratelli sposati e tutta una famiglia e anche i suoceri, tutti nella stessa casa, poi quando abbiamo fatto questa casa una è andata di là e una di qua [è una casa bifamiliare] …era una cosa pesante, pesante, pesante … i primi anni sono stati pesanti per la lontananza dei miei e per la situazione. Mio suocero era proprio all’antica e laggiù non è così … la suocera invece era brava […]. Lui [il suocero] non è che era cattivo, era duro, era quei signori di una volta, voleva comandare lui e che facessimo tutto quello che diceva lui, lui decideva per tutti… Ci saranno trenta giornate di campagna anche di più … bisognava fare cosa diceva lui, tu vai qui, l’altro va là, io faccio questo […], il cassiere lo faceva lui … non divideva niente, comandava tutto lui … con mio suocero era così … (Silvana)

“Comandare” sembra essere quindi il verbo che meglio rappresenta le relazioni d’autorità interne alle famiglie in cui si inserivano le spose immigrate. Se l’accordo matrimoniale si basava fondamentalmente sulla priorità accordata da entrambi i coniugi alla formazione di una famiglia con figli, nella pratica, le mogli provenienti dal Meridione consentivano anche il mantenimento delle tradizionali gerarchie familiari e l’acquisizione di nuova forza lavoro per le aziende agricole. Dalle fonti orali si deduce infatti che la maggior parte delle donne prima di arrivare nel Nord Italia non avesse un’idea precisa né della famiglia in cui avrebbero vissuto, né tanto meno del carico di lavoro a cui sarebbero state sottoposte ed è senz’altro la difficile coabitazione con i familiari del marito e il controllo delle risorse economiche derivante anche dal loro lavoro a rappresentare l’elemento più problematico della loro esperienza.

Quando sono arrivata non sapevo che era campagna, perché mio marito non ci ha pensato a dirmelo e io non ci pensai neanche che era così la vita, però l’accettai, l’ho accettata subito, se ritorno indietro faccio di nuovo quello che ho fatto, magari cambio qualcosa…però…che lui lavorava in campagna lo sapevo, però come era la vita di campagna qui non lo sapevo. (Filomena)
Ci hanno detto che lavoravano la terra e ci avevano detto anche – questo lo possiamo dire – di andare a vedere i posti che ci pagavano il viaggio – ma noi abbiamo detto, se ci stanno loro ci stiamo noi, ma mai ti potevi immaginare, capisci? Io se vedevo il posto, non venivo, no, no, non venivo. Io no, ma non per mio marito, né, per tutta la situazione, perché una volta che sono stata qui comandavano i suoceri, dovevi fare tutto quello che volevano loro. I soldi li prendevano loro… da me per dieci anni comandavano i suoceri. Io se avevo bisogno di cinquanta lire per un francobollo, dovevo chiedere a lei, la suocera, queste cinquanta lire. (Marta)
Oh, comandava la madona. […] Mio suocero era bravo, era tanto di chiesa. Anche mia suocera era brava, ma comandava tutto, e valeva niente a litigare, conveniva stare zitti. A me toccava lavorare e basta. Eh, ne ho messe di lacrime che non stanno tutte in questa stanza e sono ancora qui a ottantasei anni! (Giuseppina, da L’anello forte, p. 321)

Le parole di Giuseppina qui riportate non sembrano differire molto da quelle che abbiamo letto finora. Intervistata da Nuto Revelli nel 1979, Giuseppina però non è un’immigrata per matrimonio, ma una donna piemontese nata sulle Langhe nel 1895. La difficoltà dell’essere nuora39, la deferenza nei confronti dei suoceri poco aveva a che vedere con la provenienza geografica delle spose, essendo piuttosto la conseguenza di una precisa visione delle relazioni e dell’organizzazione familiare. È doveroso precisare che le situazioni potevano variare molto di caso in caso, in base all’indole dei singoli e soprattutto nei casi in cui la coppia mista disponesse di redditi individuali – solitamente maschili - da attività extra-agricole.

Ad ogni modo, è interessante registrare come tale visione risultasse essere sempre più inattuale nell’Italia degli anni Sessanta e Settanta del Novecento, interessata da un intenso processo di nuclearizzazione e privatizzazione della famiglia40: l’ideale normativo familiare che andava progressivamente imponendosi pressoché in tutto il territorio nazionale e in tutte le classi sociali faceva perno sul nucleo familiare formato dalla coppia di coniugi con figli, basato sull’affettività tra i membri.

Ed è a questo ideale che fanno riferimento le stesse spose meridionali, in parte perché provenienti da zone del Mezzogiorno fondamentalmente caratterizzate – per quanto concerne l’aspetto strutturale - da famiglie nucleari neolocali41, ma soprattutto perché convinte che la loro migrazione comporti l’inserimento in un ambiente sociale “innovativo”, dove costituire una famiglia indipendente dalla parentela d’origine propria e del marito, così come era stato per le tante amiche e parenti emigrate al Nord negli stessi anni.

Io li ho avuti dei fidanzati (ride) ma quando sei giovane non pensi a tante cose, poi ad una certa età cominci a ragionare un po’ diverso…e poi anche che avevo questi fidanzati stavano in Piemonte lo stesso! Era destino che dovevo venire in Piemonte! Si, perché chi lavorava alla Fiat, chi lavorava a Torino, chi a Milano, non c’era nessuno lì, erano sempre amori per corrispondenza (ride), è vero! Almeno al mio tempo era così. Anche le mie amiche si sono tutte spostate via, non c’è quasi più nessuno, vanno per le vacanze, per le vacanze, hanno la casetta lì, per le vacanze soltanto. (Carla)

Ma emigrare nelle campagne settentrionali e non nei centri urbani, in un certo senso, significò ritrovarsi nel passato. Se dal punto di vista della società d’arrivo l’immigrazione matrimoniale può infatti essere a buon diritto considerata una strategia risolutiva di alcuni problemi sociali connessi alla crisi del mondo rurale, altrettanto non possiamo sostenere se valutiamo la stessa esperienza con gli occhi delle donne meridionali, molte delle quali videro di gran lunga tradite le proprie aspettative di cambiamento e di miglioramento.

Non so…subito mi sono convinta, ma poi quando sono arrivata qui… finché non sono arrivati i bambini per me era dura…la lontananza, cambia tutto né…è lontananza…dai tuoi…cambia tutto…la situazione familiare, il mangiare…poi non capivi cosa dicevano, i miei suoceri parlavano solo dialetto e tu non sapevi se parlavano per te, non sapevi cosa devi fare, non sapevi….stai male…quando due persone parlano e tu non capisci niente, è brutto, brutto, brutto.  Mio marito  aveva sette anni in più, aveva 26 anni. Subito…io per mio marito mi ha fatto una…, mi piaceva e tutto, ma a me questi posti qua non mi piacevano. Finché non sono arrivati i figli non sapevo se rimanevo o me ne andavo. Qualche volta ho pensato di andarmene… (Silvana)
Pensavo di cambiare, che fosse meglio, che ci fosse più libertà. Ma non più libertà  di divertimenti, ma proprio come persona […] pensavo che ci fosse una situazione più libera, non tanto più ricca, ma più libera. (Margherita)

Come lasciano intendere le ultime parole che abbiamo letto, il fenomeno delle migrazioni matrimoniali nelle campagne dell’Italia Settentrionale solleva questioni e problemi che in questo articolo sono stati volutamente solo accennati, al fine di mettere in luce in maniera chiara ed evidente la relazione tra celibato rurale e inedite forme di mediazione matrimoniale. In realtà, molte sono le varianti del fenomeno che hanno avuto luogo nel tempo, sia per quanto concerne le pratiche di mediazione, sia per quanto riguarda l’inserimento delle spose; tanti sono i fattori economici macro-strutturali che hanno un rapporto con il problema del celibato e le migrazioni interne, e, ancora, molteplici sono gli aspetti culturali che hanno influenzato le scelte e i comportamenti delle nubili meridionali42.

In questa sede, dunque, ci siamo limitati ad evidenziare una prima importante chiave di lettura: la mediazione matrimoniale nel Sud Italia permetteva a molti uomini piemontesi di affrancarsi da una condizione di celibato forzato e di “importare” donne che consentivano loro di tenere in vita famiglie e attività agricole caratterizzate da modelli di comportamento e di organizzazione improntati sui canoni della tradizione contadina. Ma soprattutto, di dare a tali famiglie e a tali attività un futuro.

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Note

[1] P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi, Einaudi, Torino, 1989, 296; A. Signorelli, Movimenti di popolazione e trasformazioni culturali, in A.A. V.V., Storia dell’Italia repubblicana, Einaudi, Torino, 1995, II, 587-658.

2 A. Arru, F. Ramella, Introduzione, in:  A. Arru, F. Ramella (a cura di), L’Italia delle migrazioni interne, Donzelli, Roma, 2003, IX-XXII; A. Arru, D. L. Caglioti, F. Ramella, Introduzione, in A. Arru, D. L. Caglioti, F. Ramella (a cura di) Donne e uomini migranti, Donzelli, Roma, 2008, XIII-XXXI; B. Bonomo, Il dibattito storiografico sulle migrazioni interne italiane del secondo dopoguerra, «Studi emigrazione», XLI, n. 155, 2004, 679-691.

3 Fa eccezione per le migrazione interne A. Badino, Tutte a casa? Donne tra emigrazione e lavoro nella Torino degli anni Sessanta, Viella, Roma, 2008. Per quanto riguarda l’applicazione del concetto di genere negli studi sui fenomeni migratori cfr. P. Corti, Genere, emigrazione, territorio, in Fumne. Storie di donne, storie di Biella, Torino, Cliomedia edizioni, 1999, 269–276; P. Corti, Donne che vanno, donne che restano. Emigrazione e comportamenti femminili, in P. Corti (a cura di), Società rurali e ruoli femminili tra Ottocento e  Novecento, Istituto Alcide Cervi, «Annali», n.12, 1990 – 1991; cfr. inoltre A. Miranda, Migrare al femminile, McGraw-Hill, Milano, 2008; F. Decimo, Quando emigrano le donne. Percorsi e reti femminili della mobilità transnazionale, Il Mulino, Bologna, 2005.

4 S. Sinibaldi, Spose calabresi in Toscana. L’emigrazione matrimoniale in Italia nella seconda metà del Novecento, in E. Sori, A. Treves (a cura di), L’Italia in movimento: due secoli di emigrazione (XIX – XX), Forum Editrice, Udine, 2008, 349-372; S. Sinibaldi, Come la vite ci metti ‘u palo. La mediazione matrimoniale tra uomini toscani e donne calabresi (1950 –1990), in B.P.F. Wanrooij (a cura di), La mediazione matrimoniale. Il terzo (in)comodo in Europa fra Ottocento e Novecento, Georgetown University, Edizioni di Storia e Letteratura, Fiesole-Roma, 2004, 221–253; C. Malacchini, Uomini in cerca di moglie, Edizioni Taucias Gareida, Giazza Verona, 1986.

5 Utilizzeremo i dati sulla popolazione di un paese delle Langhe, Cortemilia, assunto a caso-studio. Si tratta delle informazioni raccolte e successivamente elaborate presenti nei Fogli di Famiglia del Censimento della Popolazione Istat del 1951 e del 1971 e dei Registri matrimoniali dall’anno 1951 al 1975. Nella seconda parte dell’articolo, invece, useremo 16 interviste “semi-strutturate”da me svolte tra Aprile 2006 e Aprile 2007 sulle colline delle Langhe e del Roero, in provincia di Cuneo. Le intervistate, nate tra il 1942 e il 1951 e sposatesi per mediazione tra il 1960 e il 1980, sono state sollecitate attraverso una serie di domande a ricostruire la propria esperienza migratoria, dalla mediazione matrimoniale al trasferimento e all’inserimento nella società piemontese.

6 D. Lajolo (a cura di), Case di Langa,  Edizioni Omega, Torino, 1983, p. 33.

7 D. Bosca, La Merica che non c’era. L’utopia della terra promessa nelle storie degli emigrati piemontesi in Argentina, Priuli & Verlucca editore, Pavone Canavese, 2002; V. Cortevesio, Alba e l’albese dalla ricostruzione al boom, Tesi di laurea, Facoltà di Lettere, Università di Torino, A.A. 1980/1981.

8 Azienda Autonoma Studi e Assistenza alla Montagna, La langa cuneese. Indagine storica - geografica - demografica - sociale - economica sui problemi della Langa, CCIAA, Cuneo, 1955.

9 COMUNE DI ALBA, Studi sul territorio e prospettive socioeconomiche dell’albese, 1972,  p. 55.

10 IRES, Linee per l’organizzazione della regione, in AEDA, Storia di un successo. Ferrero la più grande industria del Mec, Torino, 1969, 161-165.

11 E. Ballone, La cultura della cascina. Mediatori di donne e di bestiame nel Piemonte contadino, Franco Angeli Editore, Milano, 1979, p. 48.

12 D. Gianoglio, Invito alle Langhe, Viglongo, Torino, 1965, p. 16; C. Mussa, L’Italia unita dal bacialè, «Piemonte vivo», giugno 1968, 39– 42; P. e R. Grimaldi, Alcuni caratteri sociali e produttivi della Langa nell’analisi di una comunità: Cossano Belbo, «Costa Rossa», Anno III, Dicembre 1975, 46-51; R. e P. Grimaldi, La famiglia nelle Langhe. L’immigrazione delle donne dal Sud, «Cronache piemontesi», III, 10, 1980; E. Ballone, La cultura della cascina. Mediatori di donne e di bestiame nel Piemonte contadino, cit.; N. Revelli, L’anello forte, Einaudi, Torino, 1985; E. Forni, Il lavoro della donna contadina, in G. L. Bravo (a cura di), Donne e lavoro contadino nella campagna astigiana, L’arciere, Cuneo, 1980, 21-39; Pagella M., Piccinelli F., Alba e le Langhe: tra vino e cioccolata, in C. Barberis, G. G. Dell’Angelo (a cura di), L’Italia rurale, Laterza, Roma-Bari, 1988, 68-89.

13 C. Mussa, L’Italia unita dal bacialè , cit., p. 39.

14 E. Ballone, La cultura della cascina. Mediatori di donne e di bestiame nel Piemonte contadino, cit., p. 53.

15 C. Barberis, Sociologia rurale, Edizioni Agricole, Bologna, 1965, 195-212.

16 A. Marchini, La question des cadets vue depuis la Méditerranée: fiction récente ou réalité?, in G. Ravis-Giordani, M. Segalen (a cura di), Les cadets, CNRS, Paris, 1994, 121-138 ; A. Barrera, Aînés et cadets dans le contexte d’un système de famille-souche. Étude de quelques cas catalans, in G. Ravis-Giordani, M. Segalen (a cura di), Les cadets, cit., 139-158.

17 La presenza del 50% circa di celibi per gli agricoltori tra i 31 e i 45 anni e del 30% circa tra i 46 e i 55 non è paragonabile alle percentuali degli altri lavoratori manuali comprese tra il 7 e il 28% nelle stesse classi di età.

18 C. Barberis, Sociologia rurale, cit.

19 V. Castronovo, Il Piemonte, Einaudi, Torino, 1978, p. 27.

20 Ibidem

21 Barrera A., Aînés et cadets dans le contexte d’un système de famille-souche. Étude de quelques cas catalans, cit.

22 P. Bourdieu, Célibat et condition paysanne, in Le bal des célibataires, Éditions du Seuil, 2002 , trad. ital. in M. Buonanno (a cura di),  Le funzioni sociali del matrimonio, Edizioni di Comunità, Milano, 1980, 169-212.

23 A. Marchini, La question des cadets vue depuis la Méditerranée: fiction récente ou réalité?, cit., p.136.

24 La storiografia più recente invita a valutare lo status di celibe non necessariamente in termini di “mancata realizzazione” rispetto allo status di coniugato, ma piuttosto come alternativa al matrimonio. Cfr. in proposito, S. Cavallo, Matrimonio e mascolinità. Uomini non sposati nel mondo artigiano del Sei e Settecento, in M. Latzinger e R. Sarti (a cura di), Celibi e nubili tra scelta e costrizione, (secoli XVI-XX), Forum editrice, Udine, 2006, 93-144. Tuttavia, nel contesto analizzato, la non desiderabilità del celibato è dimostrata non solo dall’argomentazione proposta in questo paragrafo, ma anche, come vedremo nel prossimo, dal ricorso a forme di mediazione matrimoniale finalizzate alla ricerca di una moglie.

25 J. Tosh, Come dovrebbero affrontare la mascolinità gli storici?, in S. Piccone Stella, C. Saraceno (a cura di), La costruzione sociale del femminile e del maschile, Il Mulino, Bologna, 1996, 67-94.

26 Ivi, nota 6, p.74.

27 Ibidem

28 L. Carle, L’identità nascosta. Contadini proprietari nell’Alta Langa dal XVII al XIX secolo, Edizioni dell’Orso, Alessandria, 1992.

29 P. Bourdieu, Reproduction interdite, in Le bal des célibataires, cit., 213-242.

30 Vedi nota 7.

31 M. Ambrosini, Sociologia delle migrazioni, Il Mulino, Bologna, 2005, p. 159. Sul rapporto tra migrazioni, famiglia e matrimonio è di grande interesse l’intero capitolo (pp. 134-161). Inoltre, sul concetto di mixité e le questioni metodologiche inerenti lo studio delle coppie miste vedi G. Peruzzi, Amori possibili. Le coppie miste nella provincia italiana, Franco Angeli, Milano, 2008.

Per quanto concerne l’età moderna, l’aggettivo misto in riferimento ai matrimoni di solito indica le unioni fra persone appartenenti a religioni diverse. In Europa, tali matrimoni erano in taluni contesti esplicitamente osteggiati attraverso precisi divieti istituzionalizzati, in altri evitati attraverso pratiche di mediazione matrimoniale o, comunque, attraverso una forte pressione da parte della parentela affinché uomini e donne accettassero dei partners graditi alle rispettive famiglie d’origine e alla comunità di appartenenza. Cfr. in questo dossier, M. Lanzinger, La scelta del coniuge. Fra amore romantico e matrimoni proibiti, «Storicamente», 6, (2010), http://www.storicamente.org
/07_dossier/famiglia/scelta_
del_coniuge.htm; cfr. anche T. Catalan, Mediazioni matrimoniali nell’ebraismo triestino nel corso dell’Ottocento, in B.P.F. Wanrooij (a cura di), La mediazione matrimoniale. Il terzo (in)comodo in Europa fra Ottocento e Novecento, cit., 127-156.

32 G. Peruzzi, Amori possibili, cit., 24-29. Come sottolinea la Peruzzi, i termini endogamia ed esogamia indicano le norme sociali che impongono la scelta del coniuge rispettivamente all’interno e all’esterno del proprio gruppo sociale di appartenenza. Ma il gruppo endogamico o esogamico sono in realtà dei concetti astratti relativi, storicamente mutevoli, la cui definizione dipende dalle variabili utilizzate per individuarli. Possiamo quindi riconoscere i confini del gruppo endo/esogamico utilizzando diversi criteri che possono fare riferimento, ad esempio, alla religione, alla cultura, alla parentela, alla professione, alla nazionalità, alla città, al paese. Stabiliti tali confini, l’esogamia appare a tutti gli effetti una regola in se stessa, poiché è il risultato dei comportamenti ricorrenti di abbinamento dei partners all’esterno della propria cerchia sociale. Le regole esogamiche esprimono perciò delle costanti. Nei casi di matrimoni misti, invece, ci troviamo di fronte a comportamenti inediti, nuovi, che dunque violano le stesse consuetudini esogamiche.

Nel caso che stiamo analizzando, il gruppo endo/esogamico è  stato definito in base al luogo di nascita dei coniugi e la mixité è un tratto attribuito alle coppie formate da uomini nati in Piemonte e donne nate nel Sud Italia.

33 Il cui generale aumento è dovuto sostanzialmente ai massicci movimenti territoriali che coinvolgono tutta la popolazione italiana a partire dalla fine degli anni Cinquanta.

34 È importante precisare che nessuna fonte quantitativa ufficiale consente di stabilire quali siano stati i matrimoni celebrati successivamente a pratiche di mediazione matrimoniale, per cui nelle tabelle precedentemente proposte, le coppie miste sono state identificate attraverso il luogo di nascita dei coniugi, supponendo, sulla base di quanto emerge dalle fonti bibliografiche e orali, che si tratti sempre di matrimoni per mediazione.

35 Cfr. in questo dossier E. De Marchi, “Dormì anmo sulla cassinna”. Nubili e celibi di fronte al matrimonio nel milanese, «Storicamente», 6, (2010), http://www.storicamente.org
/07_dossier/famiglia/
matrimonio_nel_milanese.htm

Anche nelle campagne milanesi studiate da Elena De Marchi, in età  moderna, i sensali svolgevano un importante ruolo di mediazione matrimoniale. Il loro compito consisteva principalmente nel valutare correttamente l’ammontare della dote delle donne per poter individuare dei possibili mariti di simile condizione economica. Al fine di evitare matrimoni caratterizzati da “disparità di natali”, intervenivano, inoltre, le famiglie e le gerarchie ecclesiastiche che, attraverso interventi dissuasivi oppure richiedendo l’intervento dell’autorità civile, tentavano di osteggiare quelle nozze che univano persone differenti per status economico e sociale.

36 Le cui transazioni potevano essere più o meno formali e quindi prevedere o meno il pagamento.

37 Cfr. M. Breschi, A. Fornasin (a cura di), Il matrimonio in situazioni estreme: isole e isolati demografici, Forum Editrice, Udine, 2005.

38 R. Merzario, Il paese stretto. Strategie matrimoniali nella diocesi di Como. Secoli XVI-XVII, Einaudi, Torino, 1981.

39 Cfr. F. Zanolla, Suocere, nuore e cognate nel primo ‘900 a P. nel Friuli, «Quaderni Storici», n. 44, 1980, 429–450; sulla condizione femminile nelle Langhe cfr. A. Bravo – L. Scaraffia, Ruolo femminile e identità delle contadine delle Langhe: un’ipotesi di storia orale, «Rivista di storia contemporanea», 8,1, 1977.

40 Barbagli M., Sotto lo stesso tetto. Mutamenti della famiglia in Italia dal XV al XX secolo, Il Mulino, Bologna, 1984; M. Barbagli, M. Castiglioni, G. Dalla Zuanna,  Fare famiglia in Italia. Un secolo di cambiamenti, Il Mulino, Bologna, 2003, 6 – 94; C. Saraceno, La famiglia: i paradossi della costruzione del privato, in P. Ariès, G. Duby (a cura di), La vita privata, Laterza, Roma-Bari, 1988, 33-78; D. Lombardi, Storia del matrimonio, Il Mulino, Bologna, 2008, 236-250.

41 Nelle quali era tendenzialmente esclusa la coabitazione dei giovani sposi con altri familiari.

42 Aspetti che ho più ampiamente trattato nella tesi di dottorato. L. Marchesano, Matrimoni misti ed immigrazione. Il caso piemontese (1950-1975), Relatore: Prof.ssa M. Malatesta, Università di Bologna, 2010.