Storicamente. Laboratorio di storia

Biblioteca

Giancarlo Mazzuca, Luciano Foglietta, Sangue romagnolo. I compagni del Duce. Arpinati, Bombacci, Nanni, prefazione di Sergio Zavoli, Bologna, Minerva Edizioni, 2011, 253 pp.

Nelle riviste storiche si è soliti ignorare libri come questo. Le ragioni sono evidenti: all’assenza di fonti primarie, di un’approfondita ricerca archivistica, di una riflessione storiografica seria, di un corposo apparato bibliografico, di citazioni e note si unisce una banalizzazione della storia politica del ’900 convertita in un romanzo d’appendice, un appiattimento delle differenze ideologiche e una serie infinita di imprecisioni ed errori.

In questo caso credo che valga la pena fare un’eccezione. E iniziare a parlare da un punto di vista scientifico anche delle pessime volgarizzazioni storiche che inondano le librerie italiane e che, sovente, hanno un buon riscontro in quanto a copie vendute, oltre a godere del favore di gran parte dei mass media (vedasi gli elogi di Aldo Forbice nell’intervista a Mazzuca nel programma radiofonico Zapping di Radio 1 del 12 settembre u.s.). Essenzialmente per due ragioni. La prima è rilevare gli errori storici e le pericolose riletture del passato che tali libri forniscono e che si consolidano con facilità nell’opinione pubblica. La seconda è apportare nuovi materiali per poter continuare la riflessione sull’uso pubblico della storia che si è iniziato a fare in ambito storiografico.

Ma andiamo con ordine. Innanzitutto, di cosa si parla in Sangue romagnolo? Gli aa. raccontano l’intrecciarsi di quattro vite, quella di Benito Mussolini, Nicola Bombacci, Leandro Arpinati e Torquato Nanni, tra la militanza giovanile nella rossa Romagna dei primi del secolo e la drammatica morte nell’aprile del 1945. Le traiettorie individuali di quelli che vengono definiti i «quattro moschettieri» (p. 183), nati tra le valli del Bidente e del Rabbi, vengono narrate sotto la lente dell’amicizia, che «solo in questa terra può vincere le peggiori degenerazioni della politica» (p. 40). Così, le diverse strade intraprese dai protagonisti del libro vengono spiegate con un felliniano Amarcord, banalizzando la politica e il pensiero politico, oltre che la vexata quaestio del transito di uomini politici da una famiglia politica ad un’altra. L’obiettivo è chiaro e viene esplicitato in chiusura al volume: riscattare queste figure, fino addirittura a riabilitare «quasi totalmente» i «compagni del duce» e «molto parzialmente» (p. 250) lo stesso Mussolini. Un obiettivo invero complesso, mi si permetta l’appunto.
Detto ciò, vediamo ora come se ne parla. E iniziamo dagli errori grossolani di cui il volume è pieno zeppo. Gli aa., ad esempio, ritengono che Mussolini ricoprì la carica di segretario generale del PSI dopo il Congresso di Reggio Emilia del 1912, che Claudio Treves fu direttore dell’«Avanti!» durante il biennio rosso e che il cadavere di Matteotti fu ritrovato solo 16 giorni dopo il rapimento. Il nome di battesimo di Bordiga diventa «Armando», mentre il cognome del socialista Vacirca si trasforma inspiegabilmente in «Vercica».

Errori che la lettura di un semplice manuale di storia contemporanea avrebbe evitato, ma che si convertono in bazzecole in comparazione con la credibilità data dagli aa. a numerosi miti fascisti, propagandati dal regime durante il ventennio e mantenutisi in vita grazie a memorie ed autobiografie, alla storiografia neofascista e a quel qualunquismo che non ha mai abbandonato una parte della stampa italiana. Come il mito della violenza rossa e dell’assenza dello Stato nella Pianura padana del 1919-1920, che si converte in una giustificazione della violenza squadrista ed agraria (p. 73), il mito delle leggi razziali del 1938 come un’imposizione tedesca (p. 116)  o il mito di un Mussolini «riluttante» al ruolo di duce della RSI, prigioniero dei tedeschi (p. 120). Il climax si tocca però con la visione offerta della Resistenza, sull’onda del Sangue dei vinti di G. Pansa. Quello che V. Romitelli chiamò qualche anno fa l’odio per i partigiani è evidente nella descrizione data dagli aa. della «truculenza» delle «stragi» di Piazzale Loreto e del «triangolo della morte» (p. 226), in cui i partigiani sono descritti come «belve assetate di sangue» (p. 240). Una visione che contrasta con quella offerta dell’ultimo Mussolini, rappresentato come un uomo onesto intento ad instaurare un socialismo made in Italy, insieme al suo «amico fraterno» Bombacci. Fino al punto di parlare dei due ex socialisti come di «due vecchi pensionati seduti sulla panchina dei giardinetti» sulle rive del lago di Garda (p. 123).

L’uso pubblico della storia che si sta facendo in Italia lascia molto a desiderare, non c’è dubbio. E il libro di Mazzuca e Foglietta ne è una prova, tra le molte esistenti. Una prova di quella rilettura della storia del ’900, e soprattutto del fascismo, che tende a convertirlo in una favola per bambini o in una saga hollywoodiana, trasformando il tutto in un semplice «racconto della terra dei nostri nonni» (p. 250). Per contrastare tali semplificazioni ed impedire la sedimentazione di tali miti nella società credo sia doveroso rompere la consuetudine degli storici di non scrivere riguardo a pubblicazioni di questo tipo.