Storicamente. Laboratorio di storia

Dossier

Un “printemps romain?”: il «movimento '77» visto dalla stampa francese.

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Abstract

L'articolo analizza le percezioni e le rappresentazioni della stampa francese rispetto al «movimento '77» in Italia. Si indagherà secondo quali immagini e attraverso quale lessico il fenomeno contestatario italiano è stato recepito nella sfera pubblica oltralpe. Con l'emergere di alcune tematiche, su tutte quella relativa alla violenza politica, metteremo in evidenza il sovrapporsi della sensibilità e delle culture del contesto che le recepisce. Gli avvenimenti europei contemporanei agli eventi, diventeranno quindi termini fondamentali con i quali confrontare la nostra analisi.

The paper investigates how the French press represents the Italian «movement of ‘77». Firstly, it focuses on the images and the vocabulary used to describe this phenomenon. Second, the article demonstrates the overlapping between some specific topics, in particular political violence, and the French social context which assimilates them. Then the contemporary European events will become the basic terms to compare our analysis.

Introduzione

Paris mars 1977. La France s’ennuie, les travailleurs travaillent, les étudiants étudient. Paris est aussi triste que les temps gris gris [1] 

L’Italie, qui n’a jamais été aussi politisée, bouillonne de passions [2]

Marzo 1977, numerosi atenei italiani sono occupati. Alla fine del mese di febbraio Luciano Lama, il segretario della più grande organizzazione sindacale italiana (CGIL), è stato espulso dall’università di Roma. Gli Indiani metropolitani invadono le strade con il viso dipinto, l’esperienza delle radio libere è nel pieno della propria espansione, un diverso linguaggio rompe i codici linguistici tradizionali, destruttura l’abituale lessico politico attraverso l’ironia e si diffonde nelle riviste, nei manifesti, sui muri. L’11 marzo a Bologna, nel corso di alcuni scontri tra manifestati e forze dell’ordine vicino all’università, lo studente Francesco Lorusso, militante di Lotta Continua, viene ucciso. In Italia aveva preso forma un movimento di giovani eterogeneo e ambiguo. In Francia, luogo mitico del maggio ’68, niente di tutto questo si stava verificando [Sirinelli, Vandebussche, Vavasseur-Desperriers 2003].

Al centro di questa ricerca è stato messo l’interesse della stampa francese per la particolarità del contesto italiano e le percezioni che oltralpe si ebbero di quello «strano movimento di strani studenti» [3]. La ricerca si basa sullo spoglio giornaliero di alcuni dei principali organi d’informazione francesi. Inizialmente si è proceduto attraverso l’analisi di Le Figaro e di Le Monde, rifacendosi al criterio della maggior tiratura e della maggior vendita dei quotidiani su scala nazionale [Eveno 2010]. Successivamente si è scelto di ampliare l’orizzonte d’analisi alla presse périodique. Non si può infatti dimenticare il grande successo di vendita e l’importante spinta al rinnovamento del sistema d’informazione francese, di cui gli hebdomadaires furono protagonisti. Mentre i quotidiani erano fortemente in crisi, ispirandosi al modello dell’americano Times, i settimanali d’approfondimento vissero un momento di forte espansione e dinamicità sia a livello di rinnovamento della propria produzione, sia a livello di allargamento del proprio pubblico. Secondo i criteri della maggior attenzione all’informazione politica e i dati relativi alla diffusione, si sono analizzati L’Express, Le Nouvel Observateur e Le Point. I giornali e i periodici citati si contraddistinsero per una linea editoriale indipendente, al di fuori della stretta connotazione ideologica, che invece caratterizzava la presse militante e quella d’opinion nel trattare il tema scelto [Blandin 2007; Daniel 1988; Devreux, Mezzasalma 2004; Jeanneney 2001; Saint-Vincent 2006; Thibau 1978]. Come contraltare al puro carattere informativo che si prefiggevano i periodici sopracitati, si è scelto di prendere visione anche de L’Humanitè, di Libération, di Rouge e de L’Humanite Rouge. Questi quotidiani esprimevano posizioni profondamente diverse in merito a quello che stava succedendo Oltralpe. Ognuno secondo la propria inclinazione, rappresentavano le sensibilità del mondo partitico e movimentista orientato a sinistra, maggiormente toccato dall’esperienza italiana del ’77 [Samuelson 1979].

Così come la stampa italiana [4], anche quella oltralpe ricerca dalle prime contestazioni studentesche un paragone con i fatti avvenuti nel maggio ’68. Osservando le cronache francesi, fino ai primi duri scontri tra forze dell’ordine e manifestanti avvenuti nel marzo, il confronto con il maggio si pone come paradigma interpretativo della contestazione italiana. Le numerose testimonianze degli animatori stessi del «movimento» rimarcano la radicale alterità rispetto alla mobilitazione di nove anni prima. La netta consapevolezza di trovarsi davanti a un contesto sociale, politico ed economico differente [Flores, De Bernardi 1998; Tolomelli 2001] affiora solo a partire dalla percezione della disposizione allo scontro frontale di alcune sue componenti. L’immagine della presunta continuità tra la contestazione del ’68 e il fenomeno del ’77 ricercata oltralpe, viene decisamente meno con l’assassinio di Francesco Lorusso. Se dunque si ha l’impressione che «con le giornate di marzo il fossato [tra movimento e altri soggetti sociali] scavatosi nel febbraio viene riempito, non solo metaforicamente, da una insormontabile barricata» [Grispigni 2006, 38], la percezione che se ne ha in Francia è la medesima.

Fino all’uccisione del giovane militante di Lotta Continua, lo spazio d’analisi è occupato dall’esplosione della contestazione in tutte le sue sfaccettature: gli studenti, les indiens con il volto dipinto e le componenti più vicine all’Autonomia organizzata. Mentre il contesto italiano si descrive come segnato da nuove difficoltà per il governo Andreotti, dovute soprattutto agli effetti della crisi economica [5], «le vieux fond anarchiste remonte sous toutes les formes, pittoresques ou violentes, de la dérision et de l’agitation à la base» [6].

Questa ambiguità di fondo coglie la rabbia e descrive le differenti aree del mondo contestatario. Quelle anti-autoritarie, creative e desideranti, criticano attraverso il linguaggio e il comportamento le categorie stesse della politica. Quelle più orientate dall’ortodossia marxista avevano rielaborato e superato le riflessioni operaiste [7].

Con il corso del tempo questa compresenza scompare. L’immagine dei «cousins italiens de Mai 68», che dall’inizio di febbraio «animent la révolte des universités comme une commedia dell’arte [8]», viene progressivamente oscurata. Prendono sempre maggior spazio le cronache della contrapposizione frontale con il Pci, con le forze di polizia, con l’estremismo di orientamento opposto e la riflessione sulla possibilità dell’utilizzo della violenza. La consapevolezza che quello che stava accadendo oltralpe non era l’espressione di un «printemps romain», ma piuttosto di un «automne dans toute l’Italie [9]», si accompagna alla descrizione della composizione sociale del «movimento» e delle pratiche messe in atto per la sua espressione.

Nel corso del seguente articolo vedremo come, lungo tutto il 1977, sempre con maggiore attenzione e crescente interesse [Argenio, 2014], una serie di immagini e di percezioni sono utilizzate nella sfera pubblica francese per cogliere il fenomeno italiano nella sua particolarità [Sommier 1998; Soulet 2009]. È superfluo sostenere come la contestazione del ’77 non possa essere ridotta ad un semplice fenomeno preliminare alla radicalizzazione della violenza politica sviluppatasi in Italia nell’ultimo triennio degli anni Settanta [10]. Allo stesso tempo però, per la sua composizione eterogenea, difficilmente il «movimento» può essere classificato sia dal punto di vista concreto, dei protagonisti che vi presero parte, sia dal punto di vista teorico, rispetto alle rivendicazioni e alle istanze di cui si faceva portatore. É all’interno di questa complicata rete, composta da punti di contatto e vicinanza tra idee, militanti e pratiche, ma anche da grandissime differenze, che si inseriscono le questioni legate all’esercizio dell’illegalità di massa e della violenza [Falciola 2013]. Questi fattori, soprattutto in rapporto ai media [Dondi 2008], tendono ad egemonizzare e oscurare le ragioni e le istanze «altre» di quello «strano movimento». È proprioin relazione ad alcune tematiche, quali la violenza politica e la risposta dello Stato, che risultano evidenti il gioco di specchi, l’intreccio e il sovrapporsi della sensibilità e delle culture del contesto che le recepisce [Della Porta 1995; Tarrow 1995]. L’esperienza e lo scenario non solo francese, ma anche europeo contemporaneo agli eventi, diventano dunque termini fondamentali con i quali confrontare l’analisi della percezione francese [Lazar, Matard-Bonucci 2010].

PCI e «movimento»: lo scontro frontale

A partire dalla seconda metà del marzo 1977 appare in primo piano la questione della violenza. Centrale diviene la descrizione del tentativo d’isolamento dell’Autonomia operaia e di riassorbimento della contestazione da parte della sinistra istituzionale e dell’estrema sinistra. Il «movimento» non sembra però essere disposto a pagare il prezzo dell’abbandono della sua autonomia ideologica, politica e di lotta, seppur conservando forti contraddizioni.

L’innalzamento del livello dello scontro può essere considerato uno dei fattori che contribuisce a creare fratture sempre maggiori all’interno del fenomeno contestatario e al progressivo allontanamento della partecipazione al variegato milieu dell’autonomia sociale. In maniera direttamente proporzionale, le azioni dell’Autonomia organizzata, nelle sue varianti romana, padovana e milanese, si impongono e oscurano altre manifestazioni [Grispigni 2006, 42-43]. L’attenzione francese infatti si focalizza su queste, identificandole senza soluzione di continuità con le principali anime del «movimento». Questo è ridotto a strumento e contenitore di un’aspra opposizione nei confronti del Pci; mentre sembra opportuno sottolineare che, per la novità della sua composizione sociale, di fatto si proponeva praticamente e teoricamente come «altro» rispetto ai modelli classici d’azione politica. Se possiamo condividere l’idea che il ’77 in Italia fu caratterizzato da una contrapposizione esplicita e frontale tra il Pci e un movimento sociale [Grispigni 2006, 23], la ricezione di questo aspetto sembra essere la chiave interpretativa prediletta dalla stampa francese.

Già a partire dal febbraio, a seguito della «cacciata» di Lama dall’università di Roma, la sfida al Pci era stata messa in risalto come una delle caratteristiche di primo piano. Nelle settimane seguenti la contrapposizione al «compromesso storico» e alla torre eburnea della politica delle – e nelle – istituzioni, la cronaca delle giornate dell’11 marzo a Bologna e del 12 a Roma fanno eclissare tutte le sfumature e l’effervescenza del «movimento». L’aspetto dell’analisi sociale ed economica degli «esclusi», «le rôle subversif du rire et de la dérision», l’influenza e le differenze della componente femminista, le voci che si levano «pour réclamer moins de discours, moins d’idéologie, “une nouvelle façon de faire de la politique” et finalement de nouveaux rapports inter-personnels» [11] vengono progressivamente adombrati per focalizzare l’attenzione sulla radicalità delle posizioni delle parti coinvolte.

L’attenzione per la violenza degli scontri ci restituisce l’idea di due fazioni opposte: da un lato la compattezza dei partiti politici nella denuncia degli atti violenti e, dall’altro, le immagini delle «barricate» del «movimento» e del gesto a indicare la P38, che si alzano entrambe contro la repressione dello Stato. Il lessico usato dalla stampa francese tende ad enfatizzare e a sottolineare la radicalità di questa contrapposizione: rimanda alla sfera semantica della battaglia, le città sono sotto assedio, il «movimento» si avvale di pratiche di guerriglia, le manifestazioni si traducono in battaglie frontali [12]. Les visages masqués delle cronache non sono più quelli degli indiani, ma quelli dell’Autonomia operaia. Il dibattito interno al Pci riportato da inizio febbraio, sulle necessità di autocritica rispetto alla posizione nei confronti del movimento studentesco [13], scompare di fronte alla necessità di condannare le violenze e di fronteggiare quella «menace de désordre» che già il corrispondente di Le Figaro sottolineava con evidente condanna a inizio marzo [14].

Quello che dunque traspare dalle analisi è soprattutto un’incomprensione di fondo tra due mondi e una sostanziale incomunicabilità. In modo particolare, la polarizzazione viene veicolata dalle notizie riportate da quei quotidiani o settimanali più vicini al Pci e al «movimento». All’interno delle innumerevoli espressioni utilizzate per descrivere i fatti legati al contesto italiano, spicca un reiterato ricorso all’immagine della «strategia della tensione». In maniera differente dal significato con cui quest’espressione è entrata in circolazione in Italia, oltralpe essa non indica solamente una nuova ondata di violenza politica destabilizzante allo scopo di favorire l’instaurazione di un regime di tipo autoritario. «Strategia della tensione» è declinata in «stratégie de la terreur», con riferimento a tutte le azioni di stampo violento eindica l’accusa principale che il Pci muove nei confronti del «movimento» [15].

Se osserviamo gli ambienti che potremmo ricondurre alla sinistra del Pcf, la percezione dell’incomunicabilità e dell’incomprensione tra Pci e «movimento» si esplicita nella narrazione degli scontri contro i poliziotti, contro l’austerità e il compromesso storico [16]. Se osserviamo invece le pagine dell’Humanité, organo ufficiale del Pcf, realtà lontana dal «mondo movimentista» italiano, si riporta la condanna da parte del partito di Berlinguer a quella che veniva definita una manovra strumentale e antidemocratica contro i lavoratori, contro i sindacati e contro i comunisti, celata sotto il malcontento e le inquietudini legittime degli studenti [17]. La contrapposizione semantica, che evidenzia lo scontro di significato politico tra le due parti, viene trasmessa attraverso il dualismo democrazia/resistenza.

Si nota ad esempio come lo shock legato ai disordini di Bologna, vetrina del comunismo emiliano, sia interpretato dalla sinistra tradizionale nei termini di un attacco diretto alle istituzioni: il compito del Pci è quello di presidiarle e vigilare sull’ordine democratico. Il 16 marzo, giorno nel quale nel capoluogo emiliano si tiene una manifestazione indetta da Pci e sindacati, e a cui partecipano unitariamente tutti i partiti dell’arco costituzionale, al «movimento» viene negato l’accesso in piazza. Antoine Acquaviva, corrispondente in Italia per l’Humanité, introduce la giornata collocando idealmente da un lato «des P38 et un projet inavouable» [18], dall’altro «des hommes, des femmes, de tous âges, de toutes confessions, d’opinions diverses, invités à se dresser dans un même élan contre un retour éventuel à un passé, lequel, malgré le prénom du “Duce” qui l’incarnait (Benito Mussolini), n’avait rien de bénir et ne fut nullement une bénédiction pour les Italiens». Contro la «violence subversive» e le azioni di guerriglia si fa appello alla «puissance pacifique des travailleurs [19]», per sottolineare lo sforzo di riassorbire il «movimento» in una prospettiva comune ad operai e lavoratori. L’analisi è incentrata sul saldo ruolo del Pci, schierato a difesa di un’idea di democrazia opposta, senza alcuna esitazione, a quella della violenza scandita dai cortei del «movimento» e praticata dal «partito della P38».

Al contrario, negli ambienti gauchisti, assumono una certa rilevanza la problematica e il ruolo delle radio libere, sulle quali si concentra spesso l’attenzione della stampa francese. Mezzi d’espressione trasversali del «movimento» nelle diverse città, Radio Città Futura e Radio Alice sono i simboli della resistenza contro cui si scaglia la manovra di controllo del ministero dell’interno, intento a varare nuovi pacchetti legge «liberticidi» volti al ripristino dell’ordine [20]. Al centro della critica è esplicitamente il ruolo del Pci e il compromesso storico. La rivolta studentesca infatti rimette in causa tutta la politica dei partiti. In modo particolare si scaglia contro il governo «Berlingotti» [21] e la politica dei sacrifici in campo economico e sociale di cui i comunisti vengono ritenuti sostenitori.

Rispetto alla questione delle violenza, Libération sottolinea come potrebbe essere il carattere militare e politico di alcune azioni dell’area dell’Autonomia organizzata a spaccare il «movimento». Le cronache delle assemblee generali riportano questa frattura interna, anche se la parte legata all’area più organizzata non sembra così nettamente in minoranza. La questione della violenza divide. Le divisioni non fanno altro che procrastinare le decisioni e lasciare spazio all’azione autonoma.

Si esprime dunque, sulle pagine del giornale più vicino al ’68 francese, una certa ambiguità rispetto a questo tema, ambiguità riflessa in primo luogo dalle differenti anime della contestazione. Al contrario, è palese come la rottura della vetrina del compromesso storico mostri il modo in cui i sindacati siano concentrati solamente nella difesa di quelli che vengono definiti i garantiti del mondo del lavoro [22], e mostri inoltre, l’inadeguatezza del Pci, «partagé entre le souci de garder le contact avec le “mouvement des exclus” et sa volonté de faire respecter” l’ordre démocratique et républicain”» [23].

La stessa condanna politica e strategica alle scelte del Pci viene lanciata dalla presse militante trotzkista e maoista. Nella visione radicale dell’Humanité Rouge [Bourseiller 2003], la «juste violence révolutionnaire» è l’unica scelta da compiere per contrapporsi al revisionismo e al socialfascismo del Pci e delle organizzazioni sindacali [24]. Nelle pagine di Rouge, la violenza esplosa è figlia dell’incapacità della sinistra istituzionale – e non – di dare risposte soddisfacenti alle nuove problematiche del lavoro e dell’occupazione [25]. L’analisi è ancora una volta ridotta alla portata politica e allo scontro con il Pci. La grande attenzione posta al richiamo della necessaria unità tra studenti e lavoratori [Salles 2005] sembra non far cogliere la radicale alterità professata dal «movimento» stesso. In modo simile a quanto osservato per l’Humanité, la violenza viene vista, anche in questo caso, come una variante, messa in atto da parte di alcune componenti deviate dello Stato, della «strategia della tensione» [26] e come ostacolo principale all’unitarietà della componente operaia e studentesca. Il pericolo per il condizionamento delle azioni minoritarie e avventuriere è molto elevato [27].

Ordine pubblico, violenza politica e paradosso italiano

«La France n’est pas l’Italie, et les révoltes continuent à jouer un rôle marginal dans la vie sociale française» [28]. La particolarità italiana, descritta con una certa frequenza, non poteva essere paragonata con il contesto francese, dove, non solo la discontinuità con il ’68 era evidente, ma l’esercizio della violenza politica era relegato a atti individuali e isolati dell’ultra-gauche. La sua teorizzazione inoltre non aveva nulla a che fare con l’ambiente politico e culturale dell’autonomia [Artières, Zancarini-Fournel 2008; Zancarini-Fournel 2008].

L’importante copertura mediatica data al «movimento» da tutte le fonti analizzate, a partire dal marzo 1977, si intensifica negli scontri di aprile e maggio. Il carattere di accresciuta violenza che connota queste giornate, riflesso nella stampa francese, tende a marcare uno scarto interpretativo nuovo rispetto alla percezione italiana. L’innalzamento della conflittualità praticata da alcune frange dell’autonomia fa cambiare segno alla descrizione della révolte à l’italienne.

In primo luogo si riduce lo spazio concesso ai protagonisti stessi del «movimento», mentre rimane costante la tendenza ad enfatizzare la quotidianità di una violenza praticata, che crea uno scenario di guerriglia urbana. Nonostante l’analisi della violenza proveniente dal «movimento» e dall’Autonomia organizzata venga sempre tenuta distinta rispetto a quella praticata dai gruppi armati, si sovrappone la percezione simultanea dei diversi fenomeni. Si parla infatti di «trois formes de violence (criminelle, terroriste et contestataire)» [29]. Caratteristiche costanti sono: la ricorrenza della formula «stratégie de la tension» e l’emblema della foto del giovane autonomo mascherato che spara durante gli scontri del 14 maggio a Milano. La tematica dell’ordine pubblico diventa così centrale, sia rispetto alle posizioni dei partiti, del ministro degli Interni e del governo, impegnati nel preservarlo e tutelarlo, sia rispetto alle tematiche interne al «movimento», che lo declinano in chiave di risposta repressiva [Della Porta 1995; Della Porta D., Reiter H. 1998; Falciola 2013]. In altre parole si verifica anche nella mediatizzazione francese quel processo che Marco Grispigni [2006, 46-48] definisce di subalternità delle azioni e delle istanze dell’area più vasta dell’autonomia: l’innalzamento del livello di scontro le oscura e tende a far eclissare le rivendicazioni e la soggettività di un intero movimento.

In secondo luogo, eccezione fatta per la stampa più vicina alla sensibilità comunista, osserviamo la critica e le perplessità condivise, con toni più o meno marcati, a quelle che vengono definite strane dinamiche di governo, alla costante dialettica e al rapporto tra Pci e Dc, al ruolo dell’opposizione che viene eclissata o giudicata essere stata lasciata in mano ai movimenti estremisti [30].

Al centro dunque la consapevolezza di una violenza politica crescente in Italia, la sua normalizzazione nella descrizione di un clima di tensione, ma anche la contrapposizione sempre più marcata tra due Italie: una di palazzo e una di strada. La violenza sembra essere, oltre che manifestazione politica di una parte, anche un fattore esistenziale, naturale e connotato di una certa mancanza di progettualità, indagato e recepito come non indiscriminatamente legato, o in continuità, con i fenomeni della lotta armata. A tal proposito, ci sembra opportuno sottolineare che dalle pagine di Le Monde emergono alcune perplessità rispetto alla descrizione di un’Italia messa a fuoco e fiamme dall’esercizio della violenza. Secondo il corrispondente estero infatti, non è semplice cogliere la paradossalità della situazione italiana, nella quale i problemi di ordine pubblico e la crisi economica convivono con uno stile di vita tranquillo e normale di milioni di italiani. La descrizione apocalittica di alcune riviste straniere viene dunque giudicata superficiale perché incentrata solamente nell’analisi di una delle facce di un paese profondamente contraddittorio [31].

Il paradosso, le continue contraddizioni e la distanza evidente tra contesto italiano e contesto francese non fanno diminuire l’interesse per la penisola. Questa sembra essere considerata dagli osservatori oltralpe come un laboratorio politico e sociale verso cui guardare per comprendere anche l’evoluzione possibile – o meno – della società francese. In questo gioco di riflessi e di percezioni sempre più si ha l’impressione di cogliere un’immagine dell’Italia mediata rispetto ad un contesto «altro». L’ipotesi che spesso i giornali oltralpe «abbiano spiegato l’Italia con la Francia e la Francia con l’Italia» [Margotti 2003, 451-478], risulta ancora più evidente a partire dall’estate del 1977, quando alcuni settori delle sfere pubbliche dei due paesi si intersecano attraverso polemiche e dibattiti proprio sulla questione italiana.

L’appello degli intellettuali francesi e la repressione in Italia

Le “socialisme à visage humain” à ces derniers mois, révélé brutalement sa vraie figure: développement d’un système de contrôle répressif sur une classe ouvrière et un prolétariat jeunes refusant de payer le prix de la crise d’un côté, projet de partage de l’État avec la démocratie chrétienne (la banque et l’armée à la D.C., la police, le contrôle social et territorial au P.C.I.) au moyen d’un véritable parti “unique”: c’est contre cet état de fait que se sont révoltés ces derniers mois les jeunes prolétaires et les dissidents intellectuels en Italie [32].

Il 29 giugno 1977, a pochi giorni dall’accordo per un programma limitato di governo tra i sei partiti dell’arco costituzionale, compare su Le Monde il testo di una petizione, firmata da ventisette intellettuali francesi e indirizzata alla conferenza di Belgrado, per sensibilizzare l’opinione a proposito della repressione che si sarebbe esercitata in Italia «contre les militants ouvriers et la dissidence intellectuelle en lutte contre le compromis historique [33]». Gli intellettuali francesi attaccano frontalmente la scelta politica del compromesso storico, in quanto simbolo della nuova strategia europea del «socialismo dal volto umano»: da un lato il controllo repressivo delle spinte rivoluzionarie di giovani e operai e dall’altro la spartizione dello Stato con il partito reazionario di maggioranza [Dosse F. 2010]. La repressione e la criminalizzazione del dissenso diventano i temi principali attraverso i quali si sviluppa il discorso pubblico francese sull’Italia.

Nella primavera precedente avevano già destato delle perplessità alcuni provvedimenti presi dal ministro degli Interni e dai prefetti in merito ai divieti di manifestare imposti a Roma e a Bologna, all’azione contro alcune radio libere, alla risposta dello Stato e alla repressione poliziesca. Si erano incominciate a sovrapporre alcune immagini di una possibile somiglianza tra le pratiche della Germania Federale e quelle dell’Italia [Terhoeven 2012] [34]. Inoltre, i temi della repressione e delle misure contro il terrorismo, inseriti nello scenario internazionale della Guerra Fredda, connessi alle problematiche del vicino Portogallo, della Germania Federale e della costruzione di una solida collaborazione tra i paesi dell’Europa occidentale, erano argomenti dibattuti anche all’interno di altri stati e inseriti all’ordine del giorno degli incontri interstatali europei [35].

A distanza di alcuni mesi, quando l’attenzione per il «movimento» e il contesto italiano sembrano in parte diminuire, l’intervento diretto degli intellettuali e la notizia dell’arresto a Parigi di Franco Berardi (Bifo), animatore di Radio Alice, fanno da volano per una serie di articoli, interventi e interviste sulla situazione italiana, che si prolungano per tutta l’estate del 1977 [36].

L’attenzione francese non si concentra più sulle cariche della polizia o sugli agenti in borghese durante le manifestazioni, ma sulle indagini delle procure italiane. In merito a tali argomenti, ad animare e a promuovere la discussione pubblica sono soprattutto lo stesso Bifo e Felix Guattari, due figure importanti per il «movimento». L’immagine di un’Italia, dove forte era la repressione contro il dissenso politico, si sviluppa a partire dalle interconnessioni tra i due e dall’alto grado di esposizione e spazio mediatico che essi trovano. Guattari, punto di riferimento teorico per il «movimento», firmatario dell’appello contro la repressione, avvia a Parigi la formazione del Cinel: Collettivo di Iniziativa per Nuovi Spazi di Libertà, le cui finalità saranno quelle di garantire la difesa dei militanti perseguitati dalla giustizia, svolgendo un ruolo significativo nella sensibilizzazione anche sui casi italiani. L’esperienza della radio libera bolognese diviene centrale nella narrazione oltralpe, così come importante diviene il coinvolgimento francese nell’affaire Berardi. All’Italia raffigurata come il paese del compromesso storico, si contrapporrebbe un nuovo tipo di comunicazione nata dal, e nel, «movimento» contro il linguaggio ufficiale del potere: l’espressione della voce del desiderio e del rifiuto del lavoro [37].

In aggiunta allo spazio lasciato alle dichiarazioni di alcuni firmatari e di Bifo stesso [38], l’analisi della situazione politica da parte dei commentatori esteri evidenzia, come uno dei problemi principali dell’Italia, la mancanza di alternanza parlamentare e di soluzioni che permettano un ricambio politico [39]. D’altro lato, a difesa dell’establishment italiano, ma soprattutto delle decisioni prese dal Pci, si levano, tra le altre, le voci di Renato Zangeri, sindaco di Bologna, città che, per la sua lunga storia d’amministrazione comunista e per i fatti legati al «movimento», si afferma come simbolo del compromesso e della risposta alla contestazione [40] ed Ugo la Malfa, presidente del partito Repubblicano [41]. Tutti unanimemente invitano gli intellettuali francesi in Italia, per mostrare la «veritable falsification» [42] del senso comune. Inoltre a prendere parola sarà il ministro Cossiga che durante il mese di luglio renderà noto il numero di detenuti per violenza politica [43].

Si crea così ancora una volta la percezione di due fronti contrapposti: da un lato le istanze del «movimento», fatto coincidere con l’ala trasversale e creativa dell’autonomia, dall’altro la risposta giudicata repressiva – o meno, a seconda del punto di vista adottato – dello Stato e del Pci, tradotta in concreto attraverso le indagini giudiziarie. L’attenzione per la questione della violenza dell’Autonomia operaia organizzata, i limiti e le divisioni che questa comportava all’interno del «movimento», sembrano scomparire dall’orizzonte interpretativo.

Da luglio possiamo notare come la contestazione prodotta dal «movimento» venga, senza soluzione di continuità, rappresentata con le dichiarazioni rilasciate dagli attori coinvolti attorno all’appello degli intellettuali e al fermo di Bifo a Parigi, e presentata quindi come dissidenza al compromesso. Se nei mesi passati la dinamica della contestazione era descritta in termini di contrapposizione tra esclusi e garantiti dal mondo del lavoro, ora la prospettiva sembra in parte mutata. Non si parla più di esclusi, ma di dissidenti, contro un sistema che perseguita per motivazioni politiche e reati d’opinione [44].

Possiamo notare inoltre come la rappresentazione e l’analisi del rapporto tra Pci e opposizione risultino di particolare interesse per la riflessione sul programma comune tra PS, PCF e le dinamiche di politica interna alla Francia [45]. Le problematiche sollevate in estate sembrano contribuire a dare una rilevanza extra-nazionale alle tematiche italiane. L’episodio di Bifo suscita le prime riflessioni sulla pratica dell’estradizione. Le notizie relative alla situazione italiana però verranno oscurate dagli affaires Astudillo e Croissant [46] che occuperanno, durante tutto l’autunno, il discorso pubblico francese.

Il convegno di Bologna e l’autunno ’77

La polemica estiva sulla repressione in Italia, suscitata da alcuni intellettuali francesi, non si ferma sulle pagine dei principali giornali. L’ipotesi, ventilata durante l’estate, di una grande manifestazione dove darsi appuntamento per discutere le tematiche sollevate, prende forma concreta nel grande convegno nazionale sulla repressione organizzato a Bologna tra il 23 e il 25 settembre. In questi giorni, il capoluogo emiliano è invaso da tutto il composito universo del «movimento ’77», che aveva caratterizzato l’ondata contestataria ai suoi esordi: dall’Autonomia organizzata e dalla sinistra extraparlamentare, alla componente femminista, a quella «desiderante», che rifiutava attraverso pratiche e linguaggi creativi ogni impulso autoritario, agli Indiani Metropolitani, agli omosessuali. Il «movimento» sembra essere tornato a manifestarsi nella sua magmaticità anche nella percezione francese. La vigilia della manifestazione è segnata dalle polemiche franco-italiane in merito al ruolo e l’atteggiamento del Pci e dell’amministrazione della città [47]. Felix Guattari psicanalista, militante politico d’estrema sinistra, riferimento teorico insieme a Gilles Deluze per il «movimento» e Maria-Antonietta Macciocchi, ex esponente del Pci, trasferitasi a Parigi dopo essere stata esclusa dalle liste elettorali per le politiche del 1972, professoressa di psicologia a Paris VIII, prendono nuovamente parola sulle pagine di Le Monde, ritornando sui temi dell’appello [48]. La «democrazia autoritaria» diviene centrale nell’analisi dei due. Il ragionamento è allargato a livello europeo. Si invitano non solo i marginali e i gauchisti, ma in primo luogo le diverse componenti della sinistra europea, ad una riflessione che permetta di uscire dal quadro squisitamente nazionale, per coinvolgere «l’ensemble des militants socialistes et communistes de bonne foi». Gli interrogativi in merito alla politica d’alleanza con la borghesia, intrapresa da un certo numero di partiti comunisti, sono al centro della riflessione: «l’euro-communisme constituerait-il la forme la plus-achevée de l’intégration capitaliste? [49]». Un secondo appello da parte di alcuni degli stessi firmatari, precisa come alla denuncia del luglio non sia sottesa un’analisi indistinta dei diversi contesti nazionali, rimarca inoltre le differenze visibili tra diversi modi di esercitare repressione [50].

Al contrario delle aspettative e dei timori della vigilia, il trascorrere delle giornate e l’esito pacifico di queste, trasformano l’immagine della Bologna en état de siège di marzo, in un palcoscenico per quello che viene descritto da un lato come un grande happening [51], dall’altro come una lezione di democrazia e di dialogo impartita dal Pci, dal sindaco Zangheri e da tutta la città [52].

Così come la percezione delle diverse componenti del «movimento» ritorna nelle pagine analizzate, anche la questione della violenza si riafferma come tema principale attorno al quale incentrare il tentativo d’analisi. Di fronte all’accoglienza della città, il tema della repressione, motivo fondante del ritrovo di Bologna, sembra passare in secondo piano rispetto alla questione delle fratture interne che la scelta dell’esercizio della violenza provoca. L’isolamento e la presa di distanza dai sostenitori delle «camarades p38» non solo vengono auspicate, ma si pongono come quesiti fondamentali per la prosecuzione del percorso movimentista [53]. Ci sembra di poter affermare che oltralpe si creino, attorno a queste problematiche, diverse aspettative per una svolta politica del «movimento»: «L’impression générale est que l’avenir de l’extrême gauche italienne se joue pendant ces trois jours à Bologne. Réussira-t-elle à atténuer ses divisions pour constituer une grande force révolutionnaire à la gauche du P.C.I.? [54]». E ancora, «les journée de Bologne devraient être pour ce mouvement l’occasion d’une clarification. Aura-t-elle lieu et comment? [55]».

Il bilancio conclusivo del colloque è dunque, agli occhi della stampa francese, alquanto incerto. Al coro unanime che si leva rispetto all’atteggiamento di dialogo e di ospitalità dimostrato dall’amministrazione comunista, si affianca lo scarso spazio mediatico riservato agli intellettuali, più centrali nella denuncia della repressione nella fase preparatoria. La conclusione della tre giorni inoltre, lascia invariata la frattura e la divisione di un fenomeno contestatario che si conferma non avere la forza di durare che lo spazio di una primavera [56].

Bologna è solo un fulmineo e intenso lampo [Grispigni 2006, 54; Ginsborg 1989, 516], simile nella sua rappresentazione al febbraio e al marzo 1977. A partire da ottobre, con il ritorno degli scontri di piazza, il livello di conflittualità nuovamente si alza: la trêve delle diverse anime del «movimento» si interrompe. Anche a livello di ricezione mediatica, le giornate di settembre sembrano essere le tappe conclusive di un percorso e di un tentativo di espressione delle forze di «tous ceux qui refusent la société actuelle, ne se reconnaissent pas dans le parti communiste et s’assimilent à des marginaux [57]», iniziato nel febbraio precedente. L’attesa per la nascita di una nuova opposizione viene spezzata, senza una prospettiva politica non sembra esserci altra alternativa che il ritorno alle armi [58]. La manifestazione di piazza coinciderà sempre più spesso con lo scontro di piazza. É un ritorno, non solo simbolico, a quella fotografia del giovane autonomo che spara negli scontri del maggio milanese. La violenza armata è messa al primo posto come problematica che riguarda l’Italia. Questa, espressa dagli opposti estremi, torna ad essere unica protagonista nella rappresentazione di un paese esasperato da quella che ormai viene definita come una violenza endemica. Non trovano più spazio d’espressione le istanze creative, le diverse forze e sensibilità, anche in contrapposizione tra loro, che avevano dato al «movimento» stesso un’ampiezza straordinaria.

Conclusioni

Il «trinomio» violenza, repressione e ordine pubblico ha giocato un ruolo determinante nel reflusso delle informazioni riguardo al «movimento». Quando parliamo di violenza politica, non possiamo però non considerare quanto sia stata importante l’evoluzione del contesto italiano ed europeo.

L’autunno 1977 è segnato oltralpe dal clamore suscitato da alcuni avvenimenti tedeschi: dal rapimento Schleyer al suicidio nel penitenziario di Stuttgart-Stammheim dei principali animatori della Raf (Rote Armee Fraktion). In Francia diviene centrale il discorso sull’affaire Croissant [59], avvocato tedesco rifugiatosi oltralpe e successivamente estradato, molto discusso per il ruolo di difensore di Andreas Baader. Già nel 1977 possiamo notare come la pratica dell’estradizione, le sue implicazioni politiche e sul discorso pubblico assumono un’importanza particolare in relazione ai soggetti e alle azioni che riguardano il terrorismo e la violenza politica. Le relazioni tra Italia e Francia, così come i discorsi pubblici dei due paesi, saranno coinvolte da tematiche affini a partire dall’estate del 1979 [60]. Nell’autunno del 1977 l’attenzione è ancora incentrata sulle nuove azioni dei gruppi che praticano la lotta armata, a partire ad esempio dall’uccisione di Carlo Casalegno.

Ad estendere il discorso pubblico sulla repressione e il terrorismo al più ampio livello europeo sono prima di tutto gli stessi intellettuali mobilitatisi per la questione italiana. Guattari, prendendo parola su Libération, parlando ancora una volta di «répression en Italie», ben esemplifica la volontà di coinvolgimento diretto dell’«opinione pubblica» francese in merito al caso Croissant [61]. Di fronte al «phénomène Baader» e al possibile emergere del fenomeno terroristico, secondo modalità ben più eclatanti rispetto alla violenza politica osservata in seno al movimento italiano, l’attenzione per un eventuale sviluppo europeo di questi fenomeni è alta. Assistiamo da un lato alla denuncia compatta ed esplicita delle pratiche del gruppo tedesco, dall’altro ad una altrettanto importante attenzione alla possibile «offensiva giudiziaria», che l’atmosfera creata dal caso Schleyer e dall’affaire Croissantpotrebbero comportare. In questo quadro si inserisce la proposta, lanciata nel dicembre dello stesso anno, da parte del presidente della Repubblica Giscard d’Estaing per la costruzione di uno spazio giudiziario europeo [62].

Paragonato al caso tedesco, che diventa il modello del sistema repressivo per eccellenza [63], il caso italiano [64] quasi scompare nell’analisi oltralpe, mentre la Francia viene evidenziata nella sua particolarità, ovvero nel mancato passaggio ad una violenza politica quantitativamente e numericamente eclatante. Rispetto a questa tematica, sono soprattutto i settimanali di approfondimento politico a lasciare spazio alle riflessioni del – e sul – mondo gauchista, al centro dell’attenzione per le divisioni rispetto alle posizioni sul caso Baader-Schleyer [65]. L’idea che più ricorre, seguendo le testimonianze dei protagonisti francesi di quel mondo che si ricollega sempre all’esperienza del Mai ’68, può essere ben riassunta dalle parole di Michel Le Bris, vecchio direttore della Cause du peuple: «Nous avons tout exploré, nous sommes allés jusqu’au bout et nous avons croisé des trajectoires aussi folles que celles de Badeer. Mais nous avons chaque fois choisi l’autre chemin [66]». Per quanto riguarda la percezione che oltralpe si ha del proprio rapporto con la violenza politica post ’68, a nove anni di distanza, si nota una netta conferma della consapevolezza di una sorta di eccezionalità francese [Dreyfus-Armand, Frank, Levy, Zancarini-Fournel 2000; Sommier 2003].

Dalle poche analisi e riflessioni che coinvolgono anche l’Italia, inserite in questo contesto di denuncia e discussione su pratiche legate al terrorismo, emerge uno slittamento di significato rispetto a quell’universo vicino al «movimento ’77», che pur esercitava una certa pratica violenta. Fino al settembre le riflessioni in merito a questa tematica sono affrontate in tutta la loro complessità: si riconosce che la violenza è una parte integrante del «movimento», che ne esprime la profondità [67], trova le sue radici nella violenza sociale espressa dai lavoratori precari, dagli abitanti delle periferie e dal sottoproletariato, fino a divenire una forma d’espressione delle contraddizioni dell’universo degli esclusi. Successivamente diviene centrale la riflessione sulla possibile unione tra forze che esercitano violenza politica, ma che per natura si differenziano. Uno degli elementi che sembra destare particolare attenzione è il possibile legame tra «diversi gruppi terroristi» [68]. Ritorna l’utilizzo dell’espressione «strategia della tensione», per indicare l’aumento e la ripresa ciclica della violenza politica in Italia, indipendentemente dalla sua natura e dai suoi attori, sia nell’analisi di Le Figaro, sia nell’analisi dell’Humanité. A partire dall’autunno le immagini della P38 e dell’Autonomia organizzata si confondono sempre più, a volte sovrapponendosi, con le analisi sul terrorismo. Per tutto l’inverno successivo la sovrapposizione di questi temi, delle analisi e dei dibattiti sulla lotta armata, sul coinvolgimento delle masse e sulla clandestinità, diventano dominanti. Per quello che riguarda il «movimento», al centro del discorso pubblico francese rimarrà solo l’Autonomia organizzata, tendente a esprimersi sempre più solamente in termini di scontro politico con lo Stato. Questo processo si accelererà a seguito del rapimento Moro. Nonostante il tentativo di elaborazione di un posizionamento differente dell’area legata ancora al «movimento», sintetizzabile nel celebre slogan di Lotta Continua «né con lo Stato né con le Br», la cronaca delle giornate della prigionia del presidente della Dc chiuderà ogni possibile spazio d’azione, ma soprattutto ogni spazio mediatico, rimasto alle istanze «altre» di quel magmatico universo.


 

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Note

1. L’exemple italien, «Libération», 3 Mars 1977, 2.
2. Fontaine A., «Eppur, si muove...», «Le Monde», 6/7 Mars 1977, 3.
3. Espressione attraverso la quale Gad Lerner, Luigi Manconi e Marino Sinibaldi definiscono la diversa composizione di questo nuovo soggetto, evidenziando nella condizione della precarietà il connotato fondamentale della massa giovanile che animava le contestazioni [Lerner, Manconi, Sinibaldi 1978].
4. Per l’analisi del «movimento ’77» e la stampa italiana Falciola [2012] e Grispigni [2006, 22].
5. Solé R., De graves incidents à Rome ont mis aux prises forces de l’ordre et extrémistes de gauche et de droite, «Le Monde», 4 Février 1977, 3.
6. Fontaine A., «Eppur, si muove...», «Le Monde», 6/7 Mars 1977, 3.
7. Emblematica la descrizione riportata da Padovani M., Révolte à l’Italienne, «Le Nouvel Observateur», 12 Mars 1977, 49.
8. Lantéri R.-X., Les Cousins italiens de Mai 68, «L’Express», 14 Mars 1977, 100.
9. Solé R., L’Italie des travailleurs et celle des «exclus», «Le Monde», 13/14 Mars 1977, 1 e 8.
10. Cfr. Armani 2005; Tolomelli 2002; Ventrone 2012; Ventrone 2010.
11. Solé R., L’Italie des travailleurs et celle des «exclus», «Le Monde», 13/14 Mars 1977, 8.
12. Si è rilevata una certa omogeneità tra diversi articoli che esprimono sensibilità differenti, vedi Comarin E., La bataille de Rome, «Libération», 14 Mars 1977, 1, 8-9; Padovani M., Le temps des enragés, «Le Nouvel Observateur», 22 mars 1977, 35; Solé R., «Vive le sacrifice!», «Le Monde», 25 Mars 1977, 5 e Lancontre R., Italie: situation pré-révolutionnaire, «Le Figaro», 16 mars 1977, 13.
13. Solé R., La direction du P.C.I. Fait l’autocritique de sa politique étudiante, «Le Monde», 22 Février 1977, 5.
14. Lancontre R., Italie: la contestation étudiante inquiète le parti communiste, «Le Figaro», 1 Mars 1977, 13.
15. Padovani M., Le temps des enragés, 27 Mars 1977, «Le Nouvel Observateur», 35.
16. Comarin E., L’absence du PCI, «Libération», 14 Mars 1977, 8-9; Id., Le Pci en appelle au maintien de l’ordre, «Libération», 16 Mars 1977, 9.
17. La révolte des étudiants, «l’Humanité», 14 Mars 1977, 11.
18. Acquaviva A., Italie: les P.38 et les hommes, «l’Humanité», 16 Mars 1977, 9.
19. Acquaviva A., Italie: la puissance pacifique des travailleurs, «l’Humanité», 19 Mars 1977, 8.
20. Comarin E., L’épreuve de force le pouvoir et les radios libres, 16 Mars 1977, 9 e Calvi F., Italie: le gouvernement envisage de nouvelles mesures répressives, 19 Mars 1977, 10 entrambi «Libération».
21. Questa espressione etichetta in maniera irrisoria e polemica il terzo governo Andreotti. All’indomani delle elezioni del 20 giugno 1976, la Democrazia Cristiana, confermandosi nuovamente come primo partito, si poneva alla guida di un governo molto particolare per il suo significato politico: quello passato alle cronache come il governo della non-sfiducia o delle astensioni. I comunisti e socialisti, pur non facendo parte dell’esecutivo monocolore democristiano, si impegnavano a non provocarne la caduta, a patto di essere consultati rispetto alle politiche governative. Da questo accordo, nelle manifestazioni, i cortei della contestazione inneggiavano al nome di Berlinguer a quello di Andreotti attraverso lo slogan «Berlingotti».
22. Comarin E., Rome: nouveau face à face, «Libération», 24 Mars 1977, 11.
23. Comarin E., Le Pci en appelle au maintien de l’ordre, «Libération», 16 Mars 1977, 9.
24. L’Italie est proche, 17 Mars 1977, 2 e Le PCI avec les Flics, «l’Humanité Rouge» 18 Mars 1977, 2.
25. Libera A., Quels liens avec le mouvement ouvrier?, «Rouge», 8 Mars 1977, 3.
26. Libera A., Les obsèques de Francesco Lorusso se sont déroulées dans Bologne en grève, «Rouge», 15 Mars 1977, 3.
27. Pellegrini E., Le samedi de révolte des étudiants italiens, «Rouge», 14 Mars 1977, 1 e 3.
28. La France n’est pas l’Italie, «Libération», 7 Juin 1977, 4.
29. Solé R., La démocratie chrétienne déçoit ses partenaires, «Le Monde», 1 Juin 1977, 4.
30. Cfr. ad esempio, Solé R., Les formations politiques sont impuissantes face à la montée des désordres, «Le Monde», 18 Mai 1977, 2.
31. Ibid.
32. Une pétition sur la répression, «Le Monde», 29 Juin 1977, 3. L’appello era firmato da Yvon Bourdet, Christian Bourgois, François Châtelet, Geneviève Clancy, Pierre Clementi, David Cooper, Gilles Deleuze, Michel Foucault, Gerard Fromanger, Philippe Gavi, Roger Gentis, Félix Guattari, Daniel Guérin, Georges Lapassade, Jérôme Lindon, Olivier Reault d’Allonnes, Denis Roche, Jean-Paul Sartre, Philippe Sollers, Jean-Marie Vincent.
33. Ibid.
34. Sul tema Terhoeven P. 2012, Morte accidentale di tre anarchici? Reazioni della sinistra italiana alla «notte della morte di Stammhein», in Cornelißen C., Mantelli B., Terhoeven P. (eds.) 2012, Il decennio rosso. Contestazione sociale e conflitto politico in Germania e in Italia negli anni Sessanta e Settanta, Bologna, il Mulino, 295-327.
35. Solé R., Aucun pays d’Europe ne peut se désintéresser de notre lutte contre la criminalité, «Le Monde», 13 Mai 1977, 7.
36. La ricezione e la trattazione mediatica di queste problematiche avviene limitatamente ad alcuni giornali. In modo particolare sono Le Monde, Libération, Rouge e Le Nouvel Observateur ad affrontare queste tematiche.
37. Maggiori R., Radio Alice, c’est le diable!, «Libération», 5 Juillet 1977, 15.
38. Cfr. le dichiarazioni di Bifo rilasciate a Le Monde: Boggio P., Sortir du rêve de la libération par le P.C.I, «Le Monde» 13 Juillet 1977, 2; cfr. la lunga intervista riportata su Rouge: Freiman D., C’est un “complot” contre la démocratie!, «Rouge», 26 Juillet 1977, 8 e Radio-Alice c’est le diable, «Rouge», 27 Juillet 1977, 8.
39. Nobécourt J., La Chambre discute l’accord des six partis, «Le Monde», 13 Juillet 1977, 2.
40. Solé R., Que les intellectuels français viennent voir l’état de siège à Bologne» déclare au «Monde» le marie de la Ville, «Le Monde», 13 Juillet 1977, 2.
41. Solé R., En prônant la rupture entre la DC et le PCI les intellectuels français veulent-ils la guerre civile dans l’Italie? Demande M. La Malfa, «Le Monde», 15 Juillet 1977, 2.
42. Solé R., Un “comité démocratique et antifasciste” invite à Bologne les intellectuels français, «Le Monde», 16 Juillet 1977, 20.
43. Solé R., Le ministre italien de l’intérieur publie le compte des détenus pour violence politiques, «Le Monde», 19 Juillet 1977, 26.
44. Bourguereau J. M., Un des animateurs de radio alice arrêté à Paris, «Libération», 9/10 Juillet 1977, 9.
45. Comarin E., Le compromis historique italien face à son opposition, «Libération», 22 Juillet 1977, 10-11. E ancora Freiman D., Euro-répression par l’Euro-communisme?, «Rouge», 16/17 Juillet 1977, 2 e Moravia: «Un appel schématique et provocateur», «Le Nouvel Observateur», 1 Août 1977, 37.
46. L’avvocato difensore di alcuni membri del gruppo armato tedesco, in modo particolare di Andreas Baader, nell’estate del 1977 diviene protagonista di un caso giudiziario che coinvolge la Francia e la Germania Federale. Accusato dalle autorità tedesche di essere complice delle attività dei suoi clienti, colpito da alcune sanzioni professionali, Croissant sceglie nel luglio 1977 di lasciare il suo paese per recarsi in Francia. Effettuata domanda d’asilo politico, è oggetto di una richiesta d’estradizione da parte delle autorità tedesche. La domanda, che sarà soddisfatta nel novembre dello stesso anno, suscita oltralpe una vasta mobilitazione a favore dell’avvocato e una grande attenzione da parte dei giornali.
47. Cfr. ad esempio Bollaert B., Bologne: la Mecque du terrorisme, «Le Figaro», 13 Septembre 1977; Solé R., La rentré s’annonce difficile pour les communistes et les démocrates chrétiens, «Le Monde», 14 Septembre 1977, 6; Étrange rendez-vous à Bologne, «l’Humanité», 23 Septembre 1977, 1 e 8 e Solé R., La municipalité de Bologne a demandé que les forces de l’ordre soient discrètes, «Le Monde», 24 Septembre 1977, 4.
48. Guattari F., Macciocchi M.-A., Au-delà du «compromis historique», «Le Monde», 21 Septembre 1977, 7.
49. Ibid.
50. Un nouvel appel d’intellectuels français, «Le Monde», 24 Septembre 1977, 4; Solé R., M. Jean-Paul Sartre exprime sa solidarité aux manifestants, «Le Monde», 24 Septembre 1977, 4; Revel J.-F., Les parrains de la violence, «L’Express», 18 Septembre 1977, 93 e Sciascia L., Y-a-t-il une répression en Italie?, «Libération», 22 Septembre 1977, 10-11.
51. Solé R., Le P.C.I. S’efforce de maintenir un climat de dialogue avec les contestataires, «Le Monde», 25/26 Septembre 1977, 5; Bouguereau J.-M., La Bologne du P.C.I est devenue la capitale des exclus, «Libération», 24/25 Septembre 1977, 8.
52. Acquaviva A., Leçon de démocratie à Bologne, «l’Humanité», 26 Septembre 1977, 10.
53. Solé, L’extrême gauche entre le P38 et la non violence, «Le Monde», 23 Septembre 1977, 1 e 6; Bouguereau J.-M., La Bologne du P.C.I. est devenue la capitale des exclus, «Libération», 24/25 Septembre 1977, 8.
54. Solé R., Le P.C.I. S’efforce de maintenir un climat de dialogue avec les contestataires, 25/26 Septembre 1977, «Le Monde», 5
55. Bouguereau J.-M., La Bologne du P.C.I. est devenue la capitale des exclus, «Libération», 24/25 Septembre 1977, 8.
56. Ibid.
57. Ibid.
58. Padovani M., Les quarante mille de Bologne, «Le Nouvel Observateur», 10 Octobre 1977, 57.
59. Vedi nota 46.
60. Per maggiori approfondimenti sull’affaire Croissant vedi, Israël L. 2012. Per un approfondimento del tema in contesto italiano si veda Malatesta M. 2012.
61. Guattari F., Felix Guattari écrit à Bernartd Henry Levy, «Libération», 8/9 Octobre 1977, 9.
62. Unanimi nella stampa analizzata sono il disaccordo e la preoccupazione destati da quello che viene considerato un restringimento del diritto d’asilo, fondamentale per la storia politica della Francia Repubblicana. La sola posizione a difesa delle proposte del presidente e dell’eventuale collaborazione europea, che faciliterebbe il processo d’estradizione tra paesi membri della CEE, è da «Le Figaro». Cfr. ad esempio: Lecerf J., Daussy J., Il faut créer l’Europe judiciaire pour lutter contre le terrorisme, «Le Figaro», 6 Décembre 1977, 1 e 9; Bouguereau J.-B., La course à l’anti-terrorisme, «Libération», 6 Décembre 1977, 9; Un “espace judiciaire européen” bafouant le droit français, «L’Humanité», 6 Décembre 1977, 7; Giscard plaide pour une répression accrue, «L’Humanité rouge», 7 Décembre 1977, 1.
63. Deleuze G., Guattari F., Le pire moyen de faire l’Europe, «Le Monde», 2 Novembre 1977, 6.
64. «Au moment où toute la France retentissait des controverses suscitées par l’extradition discutable (mais qu’il fut très vite impossible de discuter sur un plan rationnel) de Klaus Croissant, l’Italie subissait, au milieu de l’indifférence quasi générale de nos moyens d’information et de nos leaders politiques, une vague de violence armée la plus meurtrière de son histoire récente, pourtant déjà très chargée dans ce domaine», Revel J.-F., Le principe de Pifano, «L’Express», 28 Novembre 1977, 120.
65. Si segnala in modo particolare la fermezza e la critica di Rouge nei confronti delle azioni della Raf, Brossat A., Tout ce qui nous sépare de R.A.F., «Rouge», 17 Octobre 1977, 6-7.
66. Sichker L., Les gauchistes se démarquent, «L’Express», 31 Octobre 1977, 91.
67. Bouguereau J.-M., L’emargination politique, «Libération», 26 Septembre 1977, 12-13.
68. Tra le diverse fonti utilizzate è sicuramente Le Figaro a veicolare per primo questa lettura, Bollaert R., L’Italie face à la violence armée, «Le Figaro», 23 Septembre 1977, 2.